"Tutti i medici sono obiettori di coscienza, vada altrove". Altrove è l'Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in intere regioni l'aborto legale è stato cancellato, oltre l'80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tornano al silenzio e al segreto, come quarant'anni fa. ...

Legge 194. Aborto. Analisi di una scelta.

  • Mercoledì, 24 Aprile 2013 07:46 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
24 04 2013

Spesso ci si affretta a compilare un elenco di attenuanti per la decisione di abortire, per poi aggiungere: “È comunque un trauma”. Come se si volesse giustificare l’aborto indicando quella cicatrice indelebile. Ma è davvero così? E lo è necessariamente?»

«Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio. Spesso ci si affretta a compilare un elenco di attenuanti per la decisione di abortire, per poi aggiungere: “È comunque un trauma”. Come se si volesse giustificare l’aborto indicando quella cicatrice indelebile. Ma è davvero così? E lo è necessariamente?»

È a partire da questo interrogativo che la filosofa e giornalista Chiara Lalli (già autrice di Dilemmi della bioetica, Liguori, e di C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, Il Saggiatore), scandaglia, nel suo ultimo libro, A. La verità vi prego sull’aborto (Fandango libri, 2013, pp. 280, euro 18), ogni aspetto legato all’interruzione volontaria di gravidanza.

Dall’obiezione di coscienza, che nel nostro Paese raggiunge cifre da capogiro (nel 2009, a livello nazionale, il 70,7% dei ginecologi e il 51,7% degli anestesisti è obiettore) alla cosiddetta sindrome post-abortiva in base alla quale ogni donna che ha abortito riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche, Chiara Lalli non tralascia niente, gettando così un fascio di luce sul cono d’ombra in cui è relegato il dibattito sull’aborto. Un libro-inchiesta quanto mai necessario, perché intorno all’aborto, come scrive Lalli, «si concentrano molte questioni: la natura, il dolore, la concezione della donna, la moralità delle manipolazioni (contraccezione e aborto come manipolazione della “natura”), l’inesauribile discussione sullo statuto dell’embrione, la maternità come destino o come unico vero possibile desiderio delle donne, di ogni donna».

Un dibattito che non solo manca di serenità, ma che è amputato di una sua parte. «Voglio esplorare una possibilità teorica», spiega Lalli: «Che si possa scegliere di abortire, che lo si possa fare perché non si vuole un figlio o non se ne vuole un altro, che si possa decidere senza covare conflitti e sensi di colpa». «Vorrei cercare di separare i desideri indotti da quelli genuini, di distinguere un dolore preconfezionato da uno determinato dalla frustrazione di un desiderio. Non sto dicendo che non si soffra mai per una interruzione volontaria di gravidanza – puntualizza – ma che in assenza di coercizione, di conflitti insanabili e in presenza della volontà di non portare avanti la gravidanza, ci si possa sottrarre a un destino scritto da altri».
Adista le ha rivolto qualche domanda.

Cosa l’ha indotta ad affrontare un tema tanto “spinoso” come l’aborto?
Credo che sia più “spinoso” il silenzio che opprime l’aborto e spinge in un angolo le questioni connesse: come la difficoltà d’accesso a un servizio che sulla carta è garantito dalla legge 194, ma di fatto è sempre più fragile a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza (la Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 segnala una media nazionale di ginecologi obiettori del 70%, con punte di oltre il 90%). Nessun servizio potrebbe funzionare bene in queste condizioni. Inoltre sembra che solo l’aborto sia un argomento su cui è consigliabile tacere. Il consiglio è preso tanto sul serio che nonostante molte delle donne che conosciamo abbiano verosimilmente abortito, non lo sappiamo. Perché, appunto, di aborto non si deve parlare. Fatico a trovare altri esempi, soprattutto se e quando è implicata la sofferenza (arma usata paternalisticamente contro la possibilità di abortire): si consiglia sempre di parlare nel caso tu stia male, ma se il tuo dolore riguarda l’aborto allora devi tenertelo per te.

Nel suo volume dedica ampio spazio alla cosiddetta Sindrome post-abortiva. Che cosa si intende con questa dicitura? A suo avviso ha un qualche fondamento?
La cosiddetta Sindrome post abortiva (Spa) sarebbe una sindrome che insorgerebbe necessariamente dopo una interruzione volontaria di gravidanza. Ogni donna, sempre e comunque, riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche. Il primo segnale che qualcosa non torna sta nel constatare che nessuno sostiene che se vai in guerra tornerai con una sindrome post traumatica da stress, dominio in cui si inscrive la Spa. Come mai invece il 100% delle donne riporterebbe segni indelebili? Questo non significa che abortire non comporti sofferenze, dubbi, difficoltà. Ma soltanto che intrinsecamente una interruzione di gravidanza non è psicologicamente maligna, e che il vissuto successivo dipende molto dalle circostanze e dalle ragioni che portano una donna a scegliere di abortire. Quando l’aborto non è una scelta, ovviamente, entriamo in un altro dominio. Ridurre tutte le storie delle donne che abortiscono ad un unica narrazione di colpa, vergogna e dolore è tuttavia impreciso e ingiusto.

Sono in pochi tra i cosiddetti “prolife” a sostenere l’immoralità (e l’illegalità) di un aborto dopo uno stupro. Lei scrive che questa eccezione costituisce un indebolimento delle loro posizioni. Può spiegarci perché?
Qual è la ragione per cui si condanna moralmente l’aborto e si vuole renderlo illegale (o, in alcuni Paesi, la ragione per cui è illegale)? Perché l’embrione avrebbe diritti fondamentali tali che abortire sarebbe sempre sbagliato e equivalente a un omicidio di un essere umano innocente. Questa è la premessa di chi combatte la legalità dell’interruzione di gravidanza. Tuttavia moltissimi ammettono la possibilità di abortire se il concepimento è avvenuto in seguito a uno stupro. E molte leggi restrittive concedono alle donne questa possibilità. Ricordiamoci la premessa di questa posizione: sopprimere un embrione sarebbe un omicidio. Può uno stupro modificare ontologicamente l’embrione? Può togliergli dei diritti? No. Anche l’embrione formatosi in seguito a uno stupro dovrebbe essere protetto, ma l’eccezione viene ammessa contraddittoriamente perché sarebbe troppo impopolare negarla. Sarebbe troppo impopolare – ma coerente – sostenere che è immorale abortire dopo uno stupro e che la legge non dovrebbe permettere di compiere un omicidio. E allora si sceglie la strada contraddittoria sperando che nessuno se ne accorga. Si continua a dire che abortire non è mai ammesso e mai ammissibile, ma in caso di stupro si può fare. Quando qualcuno prova a dire che non si deve abortire dopo uno stupro, è assalito da critiche e feroci reazioni. Ecco perché la strategia prolife (che sarebbe meglio definire nochoice) in genere rimane in bilico su questa antinomia, scegliendo la strada più comoda e ipocrita.

Sia in questo volume che nel suo precedente “C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza”, lei pone sotto la lente d’ingrandimento la questione dell’obiezione di coscienza alla legge 194 nel nostro Paese. Qual è la situazione?
Come dicevo all’inizio la situazione è molto difficile. I numeri ci raccontano di una percentuale sempre più esigua di operatori sanitari disposti a eseguire le interruzioni di gravidanza. Questo significa che le liste di attesa si allungano, le donne incontrano difficoltà logistiche che a volte si trasformano in incubi veri e propri (si va dagli insulti ai tempi dettati non dalle necessità mediche, ma da quelle “di coscienza”), dai reparti IVG che non ci sono più alla fatica per quei medici che garantiscono il servizio della IVG e finiscono per non poter fare altro. A nessuno sembra importare. Non è molto più “spinosa” questa distrazione di qualsiasi discorso sull’aborto?

Nessuno sa di noi

  • Venerdì, 19 Aprile 2013 13:27 ,
  • Pubblicato in Flash news
D Repubblica
19 04 2013

Entro quattro anni scompariranno, in Italia, i medici capaci di praticare l’aborto terapeutico. L’allarme lanciato dalla Laiga (associazione ginecologi favorevoli all'applicazione della legge 194/78) non è stato raccolto dall’industria culturale. Nel mezzo del vuoto mediatico si è imposto Nessuno sa di noi che racconta la storia di Luce e Lorenzo, un bambino mai nato.
 
“Nei forum dove si ragiona di aborto c’è un silenziatore di fondo. In Nessuno sa di noi, sottolinea Simona Sparaco, li paragono a un acquario con delle pareti molto spesse, infrangibili ma trasparenti. Fuori dai forum certi argomenti si affrontano solo a bassa voce. La paura impedisce di esporsi fino in fondo”.

I timori che Sparaco racconta attraverso Luce, la protagonista del romanzo candidato al Premio Strega, sono gli stessi che affrontano le italiane a cui è impedito l’aborto terapeutico in patria. Il 40% delle pazienti che frequentano lo Spital Oberengadin, una struttura medica svizzera, è italiano. Secondo Ricardo Silva, responsabile del reparto ginecologico della clinica, le italiane abortiscono fuori dal paese natale per evitare il senso di colpa latente che potrebbe colpirle. “In Italia, precisa Silva all’Huffington Post, le donne devono fare i conti con le posizioni antiabortiste di molti medici”.

Solo nel Lazio, infatti, l’80% dei dottori fa obiezione di coscienza. Secondo l’associazione Luca Coscioni i dati ufficiali non corrispondono alla realtà. Solo un medico su dieci, in Lazio, non rifiuta l’interruzione di gravidanza. Solo il 12% delle strutture laziali, oggi, avrebbe potuto assistere la protagonista di Nessuno sa di noi, la cui vita è segnata da un aborto terapeutico. Un’interruzione di gravidanza decisa, nel caso specifico, dopo aver scoperto che il feto, Lorenzo, presentava dei disordini cromosimici.

L’allarme lanciato dall’associazione Luca Coscioni collima nella preoccupazione della Laiga, l’associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194, la legge approvata nel 1978 e che garantisce a tutte le donne, sulla carta, l’interruzione di gravidanza nel pieno rispetto delle leggi vigente. Secondo Agatone, presidente della Laiga, entro il 2016 non sarà più possibile fare l’aborto terapeutico in Italia. “Le università, precisa il medico, non stanno preparando le nuove generazioni di professionisti”.

Il vuoto clinico assomiglia a quello culturale colmato, in parte, da Nessuno sa di noi. “Il libro, evidenzia Sparaco, non è stato progettato con un editore. Ho iniziato a scrivere senza pensare alla pubblicazione. Solo dopo averlo finito ho iniziato a proporlo in giro”. Sky Cinema è l’unico canale tv che programma una fiction tangente alla fine, prematura, di una gravidanza. Una delle pazienti di Giovanni Mari (Sergio Castellitto), protagonista dall’adattamento italiano di In Treatment, è Lea (Barbora Boboluva). La donna entra in terapia per abortire il figlio che non desidera più da Pietro (Adriano Giannini).

L’interruzione della gravidanza è un dolore che distrugge anche i maschi. “Molti uomini, racconta Sparaco, mi hanno detto di aver percepito il vuoto graffiante che sente Luce nel ventre”. I mariti, i fidanzati, i compagni, gli amanti sono da considerarsi un’eccezione. Da quando Nessuno sa di noi è in libreria l’autrice del libro riceve, ogni giorno, un paio di lettere di lettrici che si sono riconosciute nel romanzo. “Qualcuna mi racconta la sua storia. Altre mi riportano il vissuto di amiche o donne vicine a loro che si sono dovute confrontare con l’aborto terapeutico. Le loro storie, spesso, esistono solo con uno pseudonimo. Senza un nome falso, usato nei forum, non possono condividere il loro vissuto. Da questo ingiustificato senso di colpa sono partita per scrivere Nessuno sa di noi. Volevo indagare un senso di colpa che io stessa ho sentito addosso”. Il dolore è un dialogo. Per essere superato è necessario passare dalla prima persona al plurale.

Giovanni Molaschi

Legge 194, LAIGA: Roma chiama Milano

Silvia Vaccaro, Noidonne
10 aprile 2013

Il secondo Convegno Nazionale di Laiga lancia un nuovo allarme sull'applicazione della 194 e sul ruolo dei medici. Riflessioni all'insegna di uno slogan "fidarsi solo di chi rispetta le nostre scelte". ...

Che fine ha fatto il consultorio?

  • Venerdì, 05 Aprile 2013 13:31 ,
  • Pubblicato in INGENERE
02 04 2013 

Inchiesta - Pensati per essere promotori di progetti di salute pubblica e di servizi per la pianificazione familiare e la maternità, a quasi quarant’anni dalla loro istituzione i consultori sono tra le vittime dei tagli al welfare territoriale. Nel frattempo diverse cose non sono andate come si sperava. Intervista al ginecologo Silvio Anastasio.

Abbandonati, impoveriti, superati?  Da tempo al centro di richieste di riqualificazione, ma anche di roventi polemiche politiche -  com'è successo nel Lazio per la proposta di legge Tarzia, che prevedeva di finanziare associazioni private pro-life –, i consultori familiari sono in prima fila tra le vittime dei tagli al welfare territoriale: erano 2097 nel 2007, e due anni dopo, nel 2009, ne risultavano 1911. Questi i dati contenuti nell’ultima relazione del ministero della salute, dell'anno 2010: da allora, più niente. Cosa succede ai consultori, e cosa si può fare per rilanciarli, a quasi trent'anni dalla legge che li ha istituiti? InGenere.it ha posto la questione a una serie di esperte ed esperti, portatori di pratiche e riflessioni sull'argomento. Cominciamo con un’intervista a Silvio Anastasio, ginecologo alla clinica ostetrica universitaria di Bari dal 1973 al 2005, e da allora primario del reparto di ginecologia-ostetricia dell'ospedale Madonna delle Grazie di Matera.

Qual è lo stato attuale dei consultori?
Cominciamo con un dato di fatto: la legge che ha istituito i consultori prevedeva che vi fossero diverse figure professionali (dal ginecologo all'educatore, dall'assistente sociale allo psicologo), cosa che purtroppo succede in pochi casi. Probabilmente ci sono differenze tra nord e sud, ma per quello che ho potuto osservare direttamente tra Basilicata e Puglia, e per la Calabria e la Campania, di cui ho informazioni indirette ma attendibili, sono rare le strutture in cui operi un’equipe completa, con tutte le figure professionali previste. Inoltre non è stato mai fatto quel lavoro di messa in comune delle conoscenze e delle pratiche, come doveva essere il consultorio nell’idea iniziale.

Qual era la loro concezione originaria?
Il consultorio doveva essere un posto aperto e rivolto all’esterno, capace di portare fuori, nel territorio, il sapere. Doveva essere in grado di guardarsi attorno per intercettare e rispondere ai bisogni di salute, di capire i cambiamenti della società per poi decidere quali interventi fare e come. Inoltre gli operatori non dovevano essere semplici specialisti di qualcosa, ma figure in grado di agire in sinergia.

Com’è andata invece?
Questi propositi non sono stati mai realizzati, di sicuro mai pienamente. Per esempio la figura del counselor, o consulente, non è mai stata sviluppata. Non è mai stata realizzata una metodologia di intervento all’esterno, tra le persone. E quando una struttura non risponde ai bisogni per cui è stata creata finisce per rispondere solo alle proprie esigenze, cioè finisce per avere un atteggiamento corporativo. Il consultorio è diventato un posto utile per lo più a chi ci lavora, e non all’utenza. Oggi la popolazione è composta da una varietà di etnie, tanto per citare un cambiamento evidente, e cosa hanno fatto i consultori per attrezzarsi di fronte alla novità? Oppure chiediamoci: fanno forse informazione nelle scuole? Non mi risulta. Il consultorio è rimasto per lo più un luogo chiuso, che non ha visibilità, e infatti ci vanno o i gruppi più marginali, o le persone molto informate….bisognerebbe provare a contare quante sono le donne e le famiglie che entrano in contatto con queste strutture. Al loro interno non si lavora in gruppo, non si fa rete, non ci sono sistemi di verifica, non hanno relazione con le strutture ospedaliere, e se c’è è conflittuale.

Secondo lei cosa ha impedito uno sviluppo in questo senso?
Il mancato inserimento nel territorio, insieme a altri fenomeni sociali, soprattutto riguardo la gravidanza e come la si segue, la sua progressiva medicalizzazione, l’arrivo di strumenti sofisticati come l’ecografia: tutto ciò ha accentuato la distanza tra il consultorio familiare e i bisogni della popolazione. Un numero sempre più grande di donne ha deciso di far seguire le proprie gravidanze, per altro sempre meno frequenti e sempre più costose, dal suo medico. Questa privatizzazione, questa marcata personalizzazione dell’assistenza, ha determinato una serie fenomeni, tra cui l’impoverimento della funzione dei consultori.

Dunque c’è stato un abbandono di massa?
Le donne e delle loro organizzazioni sembrano aver avuto altre priorità in questi anni. L’attenzione degli anni Settanta non si è mantenuta e non è stata strutturata in modo da diventare attenzione costante verso il mondo dei servizi. Questo avrà le sue ragioni, la società e le priorità cambiano, ma certo una disattenzione globale ha favorito una certa autoreferenzialità dei servizi.

Come si potrebbe intervenire per risolvere questi problemi?
È molto difficile immaginare soluzione spontanea del problema. A mio parere le possibilità sono due: o c’è una radicale ristrutturazione che parta dall’andare a vedere molto da vicino, in ogni singola struttura, cosa funziona e cosa no, per poi ristabilire delle priorità, capire cosa si vuole che i consultori facciano, e metterli in condizione di farlo. Oppure si realizza un movimento dal basso: le persone, le famiglie, donne, uomini e giovani trovano la forza di reclamare quello che gli spetta, perché, come dicono gli americani, I've paid for it. E cominciano a non tollerare più di aspettare, di trovare le porte chiuse, di essere rinviati, di non avere la contraccezione di emergenza eccetera.

Da dove partire per un’eventuale “ricostruzione”?
Innanzi tutto bisogna darsi degli obiettivi ragionevoli e misurabili, e poi capire cosa cambiare e come. Alcuni interventi di messa a punto consultori sono stati fatti, individuando i criteri di accorpamento, le funzioni da svolgere e verificando i compiti. Per esempio in Puglia è stato fatto da Antonio Masciandaro e Rosa Guagliardo: un progetto che ha avuto vita difficile, ma che ha prodotto dei risultati. Inoltre sarebbe interessante capire se si riesce a creare, per il futuro, una figura professionale capace di muoversi indifferentemente tra ospedale, consultorio, ambulatorio, territorio eccetera. Figura che sviluppa una serie di abilità e le pratica in diversi contesti: una cosa è fare il pronto soccorso in ospedale, e una cosa è parlare a un gruppo di donne in un percorso di accompagnamento alla nascita.

Ci sono modelli o esperienze interessanti, che potrebbero essere osservati ed estesi?
Per esempio alcuni ospedali inglesi in cui le donne prima del parto vanno in ospedale e incontrano le ostetriche che le seguiranno. Un modello interessante che però richiede che le ostetriche siano delle figure qualificate e autonome. Potrebbe essere replicato anche in Italia ma è dura.

Perché?
Per conflitto di interessi. E per la difficoltà che possono avere le ostetriche, almeno quelle di una certa generazione, ad assumersi delle responsabilità importanti. In Inghilterra ci sono dei posti guidati dalle ostetriche in cui si va a partorire, alcuni gemellati con ospedali e altri no. Delle donne seguite in queste unità un 30% viene poi trasferito in ospedale. Sono realtà complesse, la presenza di figure in grado di muoversi tra questi diversi “mondi” facilita, e evita la formazione di quei cristalli culturali che fanno sì che ognuno si muova solo nel suo “piccolo mondo antico”.

Lei prima accennava ai rifiuti della contraccezione di emergenza. I dati, altissimi, degli obiettori di coscienza sono noti da tempo.
I medici che attualmente garantiscono l’applicazione della 194 non solo sono sempre meno, ma stanno progressivamente invecchiando, si tratta della vecchia guardia, non c’è il ricambio generazionale. Ci sono voci ricorrenti di ripresa dell’abortività clandestina. Io non sono in grado di verificare se questo è vero, ma quando in una struttura il 95% dei ginecologi è obiettore, in concreto come si fa a garantire il servizio, e con che qualità? Credo che la risposta sia scontata. A questo punto è pensabile che una donna appena appena sveglia scelga di spostarsi lei. Io non studio più il fenomeno da tempo, ma quando anni fa lo abbiamo fatto insieme ad altri colleghi la migrazione era evidente, c’erano due o tre case di cura convenzionate nella regione Puglia che facevano il pieno e hanno risolto i loro problemi economici con le interruzioni di gravidanza in convenzione.

Gina Pavone

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