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Il Fatto Quotidiano
03 04 2013

E’ notte e nel reparto di ostetricia e ginecologia di un ospedale di Pordenone una donna sta molto male dopo l’intervento per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’ostetrica teme un’emorragia e chiede inutilmente l’intervento della dottoressa in turno ma questa si appella all’obiezione di coscienza da cui si sente tutelata. Alla fine interviene il primario del reparto che presta soccorso alla paziente.

Ieri la sesta corte penale della Cassazione ha condannato ad un anno di reclusione e all’interdizione dall’esercizio della professione medica la dottoressa che quella notte rifiutò di dare le cure mediche alla paziente ricoverata. La suprema corte ha infatti ritenuto che l’obiezione di coscienza riguardi solo la fase dell’intervento chirurgico fino all’espulsione del feto e della placenta, non i momenti precedenti o successivi l’interruzione di gravidanza.

Fino a questa sentenza, l’estensiva interpretazione dell’articolo 9 della 194 che prevede l’obiezione, ha lasciato molte donne prive di assistenza medica negli ospedali italiani prima o dopo aver abortito, fino al verificarsi di situazioni assurde come l’obiezione dei portantini e di infermieri che nemmeno intervengono nell’iter dell’IVG.

Nel libro “Abortire tra obiettori‘ sono raccontate situazioni in cui viene leso il diritto delle donne, umano primo che legale, di ricevere assistenza medica e insieme ad esso viene tolta ogni dignità e rispetto. Nell’ottundimento delle coscienze sta avvenendo in Italia una sorta di moderna inquisizione contro le “streghe” che abortiscono.

L’obiezione di coscienza ormai riguarda l’80 per cento dei ginecologi nel sud Italia e il 70 per cento nel nord. Se non ci saranno risposte politiche adeguate, nelle strutture pubbliche italiane tra meno di cinque anni non sarà possibile ricorrere all’aborto legale. Se così fosse si riaprirebbe lo scenario ipocrita e discriminatorio degli anni che hanno preceduto la 194: le donne con possibilità economiche potranno abortire all’estero o in strutture private, quelle meno abbienti dovranno ricorrere all’aborto clandestino, esporsi a rischi di salute e di vita. Le donne, le precarie, le immigrate, le meno abbienti, torneranno a morire di aborto (e ci sono già casi tra le immigrate).

Riguardo questo problema non c’è stata nessuna risposta politica, nonostante i rischi per la salute delle donne, le uniche iniziative istituzionali hanno riguardato i compromessi fatti sulla pelle delle donne con i movimenti contro l’aborto legale (diamogli finalmente l’esatta denominazione) che chiedono di entrare nelle strutture pubbliche dove si pratica l’IVG.

Sono seguiti attacchi ai consultori come sta avvenendo da anni nel Lazio o protocolli per migliorare l’iter dell’IVG che non affrontano il problema dell’obiezione di coscienza quando più che il diritto di una scelta individuale, diventa ostacolo all’applicazione della 194 e al diritto di scelta delle donne. Le difficoltà sono soprattutto per l’aborto terapeutico per le malformazioni del feto. Le donne sono costrette a recarsi da una struttura sanitaria all’altra, mentre le liste e i tempi di attesa si allungano, e il tempo è poco, e i ginecologi che applicano la 194 sono lasciati soli con un enorme carico di lavoro. Sui problema della mancanza di regolamentazione del numero di medici obiettori, sono impegnati da anni i ginecologi della Laiga che hanno affiancato l’IPPF nel ricorso al Comitato Europeo per i diritti sociali (Consiglio d’Europa). In attesa che l’Europa si pronunci (ci vorranno circa 18 mesi), questa sentenza della Cassazione ha fatto almeno luce su quanto avvenuto quella notte a Pordenone quando l’obiezione di coscienza è divenuta un ‘omissione di coscienza.

di Nadia Somma

"Quel tabù che dura da 40 anni"

  • Venerdì, 29 Marzo 2013 12:31 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
28 03 2013

Il dibattito pubblico in difesa della legge 194 prosegue. Di seguito l'intervento di Magda Terrevoli, componente della Commissione regionale pari opportunità

Mi disturba pensare che, ancora oggi, a quasi 40 anni dall'approvazione della legge 194 in Italia di aborto è quasi impossibile parlare. Argomento rimosso dalle conversazioni private e, guardato con ostilità nei dibattiti politici, se non in forme ipocrite come la definizione di male minore. Di fatto di aborto è impossibile parlare! Tralasciando i tanti contrari molto spesso in malafede, i favorevoli (ed anche usare questa parola ha una connotazione negativa) si premurano di affermare che è sempre una circostanza eccezionale ed è una scelta (?) che sarà pagata con un eterno senso di colpa e di dolore insomma il dramma necessario! L'impronta morale è la stessa di sempre e, neanche una legge che ne ha sancito la possibilità, in maniera legittima, è riuscita in 40 anni a modificarla.

Nei 40 anni dalla sua approvazione, l'unica azione forte portata avanti, è stata quella di cancellarla e, non riuscendoci, si è agito, in tutte le forme e i modi, per segnarla con un giudizio fortemente negativo. Ma la vergogna maggiore è la totale rimozione della figura maschile. L'aborto è delle donne, gli uomini non sono mai chiamati in causa né sui temi della contraccezione e né su quello dell'inevitabilità. La donna, e sempre la donna, è al centro della questione: su di lei il peso di una morte, perché di questo i falsi moralisti ragionano!

La loro ipocrisia è ancora più evidente quando parlano di deroghe possibili, come nel caso di stupro. Ma come si può condannare l'aborto in nome dell'embrione o, come amano definirlo "bambino non nato", e poi fare delle eccezioni? Come può, il modo in cui è cominciato lo sviluppo, modificare i diritti? Perché lo fanno? Perché sarebbe troppo impopolare non ammettere questa eccezione e potrebbe non essere utile alla loro causa. Offrono una deroga per negare una autonomia!. Quell'autonomia per cui, l'unica a decidere se portare avanti o interrompere una gravidanza, deve essere la donna, e le ragioni che la spingono a farlo sono intime e incontrovertibili. E la sua autonomia non può essere fermata neanche dai diritti di una ipotetica persona "potenziale" contrapposti a quelli di una persona attuale.

Io spero che davvero si incominci ad attuare nella sua interezza la legge 194, e si possa mettere fine alla clandestinità e alle morti conseguenti. Mi piacerebbe vivere in un mondo in cui si possa incominciare a ragionare di maternità voluta, desiderata, di contraccezione e di educazione non solo sessuale ma educazione al desiderio. Mi piacerebbe che nelle scuole primarie e secondarie si costruissero percorsi per il riconoscimento e il rispetto delle differenze, percorsi in cui i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze possano uscire finalmente dall'idea malsana di possesso e dominio. Questo sarebbe un percorso utile a rendere l'aborto un evento marginale e non il centro strumentale della questione. Un'ultima considerazione: tanta strenua difesa dei diritti dei non nati non corrisponde quasi mai a una strenua difesa dei diritti degli "una volta nati".

Per approfondire leggi anche qui

L'aborto riguarda la sessualità, non la morale

  • Mercoledì, 27 Marzo 2013 09:32 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Lea Melandri, GiULiA
26 marzo 2013

Il 9 marzo 2013 si è svolto a Milano un convegno - "Legge 194. Cosa vogliono le donne"*.
Ne è uscito un Manifesto (in allegato), che contiene alcune proposte concrete riguardanti "i confini del diritto all'obiezione di coscienza", una applicazione della legge che non la snaturi, la centralità dei consultori, la formazione dei futuri medici e degli infermieri.
La Repubblica
18 03 2013

Al San Paolo smantellato l'ultimo presidio degli ospedali pubblici: nel capoluogo adesso resta solo il Policlinico

Un nuovo durissimo colpo alla legge 194. Da domani in tutta Bari e provincia sarà impossibile praticare l'aborto negli ospedali pubblici, ad eccezione del Policlinico. Al San Paolo, l'ultimo presidio della Asl che garantiva con molte difficoltà questo servizio sancito dalla legge, tutti i ginecologi e le ostetriche sono diventati obiettori di coscienza. Si tratta di almeno 6 professionisti che hanno deciso di non praticare più le Ivg, interruzioni volontarie di gravidanza.

Ora una donna che voglia praticare l'aborto nella Asl Bari sarà costretta a recarsi negli ospedali pubblici di Monopoli, Putignano e Corato oppure rivolgersi alle strutture convenzionate private. Certo, c'è anche il Policlinico che però non fa parte della Asl. Ma anche lì le procedure di Ivg vanno a rilento per difficoltà organizzative e scarsa presenza di non obiettori, solo 272 Ivg nel 2011 su un totale di 3676 in tutta la Asl.

Una decisione, quella dei medici del San Paolo, che sembra aver sorpreso sia il primario del reparto Michele Brattoli che la direttrice sanitaria dell'ospedale Angela Leaci: «Non so proprio come risolvere il problema – ha dichiarato quest'ultima – nei prossimi giorni cercheremo di trovare una soluzione con la direzione generale della Asl».

Sorpresa anche sul lungomare Starita nella sede della azienda sanitaria locale. Una sorpresa che però non ha impedito alla direttrice sanitaria Silvana Melli, impegnata nella lotta per far rispettare la 194 nei consultori baresi.

dopo l'inchiesta pubblicata dal nostro giornale nel dicembre scorso, di prendere le dovute precauzioni per evitare falle nel servizio: «Ho chiesto alla direttrice sanitaria dell'ospedale San Paolo di informarmi al più presto su questo fenomeno improvviso nel reparto – ha dichiarato Melli – le richieste di obiezione sono al vaglio della direzione. In una grande Asl come quella di Bari questa decisione rende più difficile l'applicazione della legge 194 e mette in difficoltà proprio la difficile opera di riforma in atto nei consultori».

Per risolvere temporaneamente il problema la direzione sanitaria ha deciso di mandare al San Paolo un nuovo ginecologo non obiettore. «Era un atto necessario» ha commentato la direttrice Melli.

Intanto la Asl vuole vederci chiaro sulla decisione presa dall'équipe del reparto di ginecologia e ostetricia dell'ospedale barese. Uno dei neo obiettori, il ginecologo Saverio Martella, parla di una scelta «etica e morale, maturata da molto tempo» ed esclude che l'obiezione di massa sia una forma di protesta. Ma non tutti sono d'accordo su questa versione: «Quella fatta dai miei colleghi potrebbe essere una provocazione, che posso anche condividere – dice il ginecologo di un consultorio barese che ha fatto parte dell'équipe del San Paolo fino a pochi mesi fa – le posso assicurare che fino a quando ci sono stato io lì abbiamo avuto seri problemi di carattere logistico».

I medici infatti erano costretti fuori dall'orario di servizio a recarsi al presidio di Triggiano per svolgere le Ivg. «Evidentemente sono arrivati al limite, tanto non gliene frega a nessuno della 194. Per fortuna, ci sono le case di cura private. Almeno loro assicurano il servizio».

Antonello Cassano

Repubblica.it
17 03 2013

Un nuovo durissimo colpo alla legge 194. Da domani in tutta Bari e provincia sarà impossibile praticare l'aborto negli ospedali pubblici, ad eccezione del Policlinico. Al San Paolo, l'ultimo presidio della Asl che garantiva con molte difficoltà questo servizio sancito dalla legge, tutti i ginecologi e le ostetriche sono diventati obiettori di coscienza. Si tratta di almeno 6 professionisti che hanno deciso di non praticare più le Ivg, interruzioni volontarie di gravidanza.

Ora una donna che voglia praticare l'aborto nella Asl Bari sarà costretta a recarsi negli ospedali pubblici di Monopoli, Putignano e Corato oppure rivolgersi alle strutture convenzionate private. Certo, c'è anche il Policlinico che però non fa parte della Asl. Ma anche lì le procedure di Ivg vanno a rilento per difficoltà organizzative e scarsa presenza di non obiettori, solo 272 Ivg nel 2011 su un totale di 3676 in tutta la Asl.

Una decisione, quella dei medici del San Paolo, che sembra aver sorpreso sia il primario del reparto Michele Brattoli che la direttrice sanitaria dell'ospedale Angela Leaci: «Non so proprio come risolvere il problema – ha dichiarato quest'ultima – nei prossimi giorni cercheremo di trovare una soluzione con la direzione generale della Asl».

Sorpresa anche sul lungomare Starita nella sede della azienda sanitaria locale. Una sorpresa che però non ha impedito alla direttrice sanitaria Silvana Melli, impegnata nella lotta per far rispettare la 194 nei consultori baresi dopo l'inchiesta pubblicata dal nostro giornale nel dicembre scorso, di prendere le dovute precauzioni per evitare falle nel servizio: «Ho chiesto alla direttrice sanitaria dell'ospedale San Paolo di informarmi al più presto su questo fenomeno improvviso nel reparto – ha dichiarato Melli – le richieste di obiezione sono al vaglio della direzione. In una grande Asl come quella di Bari questa decisione rende più difficile l'applicazione della legge 194 e mette in difficoltà proprio la difficile opera di riforma in atto nei consultori».

Per risolvere temporaneamente il problema la direzione sanitaria ha deciso di mandare al San Paolo un nuovo ginecologo non obiettore. «Era un atto necessario» ha commentato la direttrice Melli.

Intanto la Asl vuole vederci chiaro sulla decisione presa dall'équipe del reparto di ginecologia e ostetricia dell'ospedale barese. Uno dei neo obiettori, il ginecologo Saverio Martella, parla di una scelta «etica e morale, maturata da molto tempo» ed esclude che l'obiezione di massa sia una forma di protesta. Ma non tutti sono d'accordo su questa versione: «Quella fatta dai miei colleghi potrebbe essere una provocazione, che posso anche condividere – dice il ginecologo di un consultorio barese che ha fatto parte dell'équipe del San Paolo fino a pochi mesi fa – le posso assicurare che fino a quando ci sono stato io lì abbiamo avuto seri problemi di carattere logistico».

I medici infatti erano costretti fuori dall'orario di servizio a recarsi al presidio di Triggiano per svolgere le Ivg. «Evidentemente sono arrivati al limite, tanto non gliene frega a nessuno della 194. Per fortuna, ci sono le case di cura private. Almeno loro assicurano il servizio».

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