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Reuters
24 01 2013

La Cgil ha presentato oggi un ricorso collettivo al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa sull'obiezione di coscienza tra i medici in materia di interruzione di gravidanza.

Lo riferisce una fonte dello stesso sindacato.

"In molte realtà italiane la stragrande maggioranza dei medici si dichiarano obiettori, quindi il peso di assicurare alle donne il diritto all'interruzione volontaria della gravidanza garantito dalla Legge 194 finisce per ricadere su un numero di medici molto basso, per i quali si prefigura un rischio di limitazione della loro capacità professionale", ha spiegato una fonte della Cgil.

"Per questo il gruppo di lavoro donne della Cgil ha ritenuto di investire del problema le istituzioni europee: è un modo per portare anche a livello europeo il tema dell'obiezione di coscienza in materia di interruzione di gravidanza".
Corriere del Mezzogiorno
21 01 2013

Il direttore di Ostetricia alla Federico II: «Sull'aborto basta integralismi, occorre il dialogo»

NAPOLI — In parlamento sarà paladino delle battaglie a difesa della vita, «ma senza integralismi — corregge lui — con la consapevolezza che occorre testimoniare a livello politico quelle che sono le grandi istanze etiche e creare collegamenti trasversali per proporre iniziative credibili, valide e fattive».

Lucio Romano, 58 anni, di Aversa, dirigente ginecologo nel dipartimento di scienze ostetrico-ginecologiche, urologiche e medicina della riproduzione dell'Università di Napoli “Federico II”, docente di ostetricia e di bioetica, nonché vicepresidente nazionale del Movimento per la Vita dal 2003 al 2012 e ora presidente nazionale dell'associazione Scienza e Vita, è uno degli uomini di punta della lista montiana in Campania, candidato al numero due al Senato, alle prossime elezioni politiche.

Insomma, il suo impegno politico sarà in qualche modo in continuità con quanto ha espresso sia sul versante professionale che bioetico. C'è bisogno di costruire un argine a quanto dal suo mondo viene definita la deriva laicista dello Stato?
«Io cerco di coniugare la dimensione professionale con quella etica, richiamandomi ai principi fondamentali della vita umana: il diritto costituzionalmente riconosciuto alla vita e alla presa in carico di ogni persona nella condizione di massima fragilità dal principio alla fine. La vita non può essere bene privato, non può essere interpretata come bene pubblico, ma come bene comune. Il mio impegno politico è collegato al riconoscimento di valori fondamentali, naturalmente dati, come vita, famiglia, libertà. Dove la libertà si coniuga con la responsabilità».

Andiamo sul concreto. La legge 194, la somministrazione della pillola Ru 486, saranno tutti temi oggetto della sua campagna elettorale? E in che modo?
«Senza dubbio saranno oggetto del mio impegno politico. Non si può farne a meno. Tuttavia, si tratta di argomenti che non possono essere trattati in termini di integralismo e di interpretazione ideologizzata. Il dialogo e la costruzione della presa in carico di situazioni di maggiore fragilità rappresentano un importante e imprescindibile valore».

Scusi, cos'è che non va bene della legge 194?
«È una legge dello Stato e in quanto tale deve essere applicata nella sua totalità. A me sembra che la parte preventiva, per esempio, non venga perfettamente applicata: dobbiamo mettere le donne in condizioni di trovarsi in una situazione psicologica e economica idonea, in modo da evitare la drammatica scelta dell'aborto. Su questo dobbiamo lavorare moltissimo».

Dal suo punto di vista è così. Ma c'è pure chi lamenta che presso le strutture pubbliche per l'interruzione volontaria della gravidanza vi siano, spesso, troppi medici obiettori. Non le sembra, questo, un elemento di deprivazione strutturale che danneggia la scelta libera delle donne?
«Tutte le donne vengono regolarmente assistite e non c'è nessun disservizio, né campano né nazionale, sul fronte dell'assistenza all'interruzione volontaria di gravidanza. Nel contempo, bisogna pure dire che l'obiezione di coscienza è un diritto costituzionalmente riconosciuto. E dunque non si può, evidentemente, obbligare il medico a praticare l'interruzione volontaria contro la propria coscienza, perché significherebbe far venire meno uno dei fondamenti che reggono l'esercizio della libertà».

Anche quello della donna è un esercizio di libertà da tutelare.
«Ma il fatto che vi siano numerosi obiettori di coscienza non significa che mancano i servizi sanitari relativi».

Insomma, da parlamentare darà battaglia su questi temi sensibili?
«Capisco che la terminologia mediatica, sopratutto in campagna elettorale, debba far ricorso a espressioni così forti. Ma io non sento di dover ingaggiare battaglie. Cercherò condivisione per proporre iniziative politiche credibili e affidabili».

Perché ha deciso di candidarsi con le liste di Monti?
«La mia è un'assunzione di responsabilità sociale. In alcuni momenti della vita occorre mettere da parte le proprie comodità declinate in prima persona singolare. La politica, intesa come servizio, è declinazione della prima persona plurale per costruire una dimensione non litigiosa, non urlata, bensì sobria e di condivisione».

No Country for Young Women: Siamo con le Donne Irlandesi

  • Venerdì, 30 Novembre 2012 11:30 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Corpo delle Donne
30 11 2012

Brenda Donahue segue il nostro blog da Dublino, Irlanda. Ha vissuto in Italia e conosce bene la nostra lingua. Qui ci racconta il caso di Savita morta a causa di una legge che nega l’aborto anche quando in gioco c’è la vita di una donna.
 
L’Irlanda è uno dei pochi paesi nel mondo dove l’aborto è ancora illegale in quasi ogni circostanza. La storia dell’aborto nella repubblica irlandese si svolge in un contesto cattolico, in una nazione che malgrado gli scandali che hanno afflitto la chiesa cattolica irlandese ormai da vent’anni, ancora dimostra in alcune cose di essere estremamente cristiana e conservatrice.

Il culmine di una tale mentalità è stato raggiunto col tragico caso di Savita Halappanavar, morta quasi un mese fa in un ospedale irlandese. Morta, a quanto pare in questa fase investigativa iniziale, perché il medico incaricato di curarla si è rifiutato di terminare la sua gravidanza. Savita ha patito un dolore insopportabile per più di tre giorni, un dolore causato da un aborto spontaneo in corso. La gravidanza, hanno accertato i medici fin dai controlli fatti il primo giorno, non poteva andare avanti – il feto sarebbe sicuramente morto. In qualsiasi altro paese europeo, con questa sicurezza sull’impossibilità di sopravvivenza del feto, il medico avrebbe consigliato alla paziente un aborto come la strada migliore per tutelare la salute della donna – ma in Irlanda le cose vanno diversamente, i medici sono vincolati dalla legge irlandese che prevede l’ergastolo per la donna che procura un aborto e tre anni in carcere per il medico che l’aiuta.

Savita, nonostante il suo dolore per la perdita di una figlia tanta voluta e aspettata, ha chiesto più volte l’aborto, ma la procedura le è stata ripetutamente negata. Il cuore del feto batteva ancora e finché batteva, dicevano i medici, non si poteva fare niente. La donna, di origine indiana, ha chiesto il perché di questa decisione, e il medico (stando alla testimonianza del marito Praveen) ha risposto “Ireland is a Catholic country” (“L’Irlanda è un paese cattolico). La coraggiosa risposta di Savita: “I am neither Irish nor Catholic” (“Io sono né irlandese né cattolica”).

Dopo tre giorni Savita è morta di setticemia.
Come si è potuto arrivare a tal punto in un paese europeo, moderno e (nonostante la recessione) relativamente ricco? Per arrivare ad una risposta soddisfacente bisogna ricordare la storia irlandese e soprattutto il rapporto che si è sviluppato dopo l’indipendenza dall’Inghilterra tra lo stato irlandese e la chiesa. La chiesa cattolica ha avuto fin dall’indipenza un’influenza smoderata sulla repubblica irlandese e la costituzione è in sostanza ancora fondamentalmente cattolica. Il ruolo della donna nella società irlandese oggi è ancora fortemente condizionato da pensieri, credenze e usanze cattolici.

Ogni paese ha il suo tema caldo che accende sempre dibattiti e polemiche, che divide la gente, che crea tensioni e rabbia – in Irlanda, da almeno venticinque anni, questo tema è l’aborto. Anche se gli irlandesi vanno sempre meno in chiesa, e si è manifestata una forte rabbia contro la chiesa dopo gli scandali dei preti pedofili, è comunque evidente che le strutture del pensiero cattolico sono ancora molto diffuse tra la gente. L’interpretazione cattolica di vita e morte è ancora quella dominante. Tanti credono che la vita umana inizi nel momento del concepimento, e nella nostra costituzione, dopo un emendamento approvato nel 1983, la vita del feto ha lo stesso diritto alla vita che ha la madre. Cioè, il feto che non può sopravvivere al di fuori dal corpo della donna ha per legge gli stessi diritti di una donna adulta. In più, il dibattito sull’aborto è stato storicamente guidato da persone e gruppi che stanno all’estrema destra del pensiero cattolico. Il gruppo più attivo si chiama Youth Defence (Difesa dei giovani), ed è un gruppo che si oppone ancora oggi all’utilizzo degli anticoncezionali, alle unioni gay e all’aborto. Youth Defence è un’organizzazione piccola (che però riceve finanziamenti dall’estero) che riesce, tramite strategie di propaganda spesso contenenti informazioni false o poco accurate, manifestazioni e l’esercizio di pressioni politiche, a distorcere la natura del dibattito in Irlanda.

Nel 1992, c’è stato un altro caso tragico; il caso X. Una ragazzina di 14 anni (che per motivi di privacy è stata nominata “X”) rimasta incinta dopo essere stata stuprata da un vicino di casa, ha ricevuto il divieto dallo stato irlandese di abortire in Inghilterra. Tornata in Irlanda, ha subito l’umiliazione di un processo presso la Corte Suprema che infine le ha concesso l’aborto in Inghilterra, visto il pericolo del suo suicidio. Il tribunale ha riconosciuto la legittimità dell’aborto per la costituzione irlandese in caso di rischio per la vita della donna. Nel caso X, il rischio era quello del suicidio della ragazzina. Dopo la sentenza al grado più alto di giudizio, ci si aspettava che a breve il governo avrebbe introdotto una legislazione che avrebbe messo in chiaro le occasioni in cui sarebbe stato legale praticare un aborto. In vent’anni nessun governo irlandese ha avuto il coraggio di farlo. E per vent’anni una media di cinque mila donne irlandesi all’anno hanno preso il traghetto o l’aereo per andare in Gran Bretagna a procurarsi l’aborto. In questi ultimi mesi, spinte dall’attivismo delle femministe, tante donne hanno iniziato a parlare delle loro esperienze, hanno viaggiato a volte da sole, in condizioni di salute pessima, senza i soldi richiesti per passare la notte in clinica, e spesso hanno mentito ai famigliari, agli amici, alle persone care. Perché mentire? Non si parla dell’aborto in Irlanda. Io personalmente non conosco nessuna donna irlandese che abbia abortito, anche se statisticamente parlando, so che di sicuro non è possibile.

Stasera si manifesta. Dal giorno in cui si è saputo della morte di Savita c’è stata una manifestazione ogni mercoledì davanti al parlamento irlandese. Le manifestazioni non sono cominciate con la morte di Savita, però; già si manifestava dopo la dichiarazione della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) alla fine del 2010 che ha affermato che l’Irlanda deve introdurre una legislazione per chiarire le condizioni in cui una donna può legittimamente procurarsi un aborto. Si manifestava con la paura che una donna un giorno sarebbe morta per colpa dei politici timorosi e incuranti, e purtroppo quel giorno è arrivato per Savita meno di un mese fa.

Stasera un politico indipendente, Clare Daly, presenterà una proposta di legge che prevede l’aborto nei casi specificati già dal Supreme Court irlandese dopo il caso X. Noi saremo fuori a seguire e a manifestare. Il governo troverà il coraggio di votare per la proposta di legge domani? O ci sveglieremo giovedì con le solite scuse dei politici che le donne irlandesi sentono già da vent’anni?

#save194: cose da sapere

di Loredana Lipperini, Lipperatura
18 giugno 2012

Lazio, Lombardia, Calabria. Chiara Lalli riporta i dati sull’obiezione di coscienza relativi a quest’ultima regione. Dati pesanti.
“Secondo la relazione attuativa sulla legge 194, cioè la legge che norma l’interruzione volontaria di gravidanza, in Calabria il 73,3% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza. A questi si aggiungono il 64,5% degli anestesisti e il 78,1% del personale non medico.

Le 343 e #save194

di Loredana Lipperini, Lipperatura
19 giugno 2012

“Ogni anno in Francia, abortiscono un milione di donne.
Condannate alla segretezza, sono costrette a farlo in condizioni pericolose quando questa procedura, eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici. Queste donne sono velate, in silenzio.
Io dichiaro di essere una di loro. Ho avuto un aborto.
Così come chiediamo il libero accesso al controllo delle nascite, chiediamo la libertà di abortire”.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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