L’Espresso
22 04 2015

Le interruzioni di gravidanza sono in calo, ma accedere al servizio rimane un'impresa. Perché gli obiettori di coscienza aumentano e bisogna spostarsi verso le grandi città. Eppure secondo il ministero va tutto bene.

DI LORENZO DI PIETRO

Nonostante si pratichino sempre meno aborti, in tante zone del paese interrompere la gravidanza è un'impresa ardua. In alcune province il servizio non viene offerto e in molte altre ci sono liste d'attesa che obbligano le donne a cercare lontano da casa un posto che le accolga.

Per l'Istat nel 2012 oltre ventimila donne su centomila si sono rivolte a strutture di altre province: di queste il quaranta per cento è dovuta andare fuori regione. Ma il ministero della Salute nella relazione annuale al parlamento minimizza, affermando che gran parte delle donne riesce ad abortire entro le tre settimane dal rilascio del certificato. Che spesso sono settimane di angoscia, alla ricerca di una struttura dove far valere un proprio diritto.

SULLA PELLE DELLE DONNE

Gli obiettori di coscienza rappresentano il punto di attacco del diritto all'interruzione di gravidanza. La loro percentuale, da sempre molto alta in Italia, aveva iniziato una lenta discesa negli anni Duemila. Fino al 2006, quando l'Ordine dei medici approva un nuovo Codice deontologico, che entra nel merito della questione con il plauso delle associazioni pro-life. Gli obiettori aumentano in un anno di oltre il dieci per cento, una crescita proseguita negli anni successivi e in molte regioni ancora in corso.

Le stesse associazioni pro-life hanno poi parlato di "attacco al diritto all'obiezione di coscienza" quando, il 18 maggio del 2014, l'Ordine dei medici ha mandato in soffitta quel testo, sostituendolo con l'attuale Codice deontologico. Che sull'obiezione dice: «Si esprime nell’ambito e nei limiti dell’ordinamento e non esime il medico dagli obblighi e dai doveri inerenti alla relazione di cura nei confronti della donna». Ma occorrerà aspettare per conoscerne gli effetti.

Rimane il fatto che oggi la percentuale di obiettori resta altissima, circa il settanta per cento la media nazionale, con i valori più bassi al Centro-nord e in Lombardia, dove nonostante la «cura Formigoni» il tasso di obiettori è rimasto praticamente invariato negli ultimi venti anni. Mentre in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno e nella provincia di Bolzano i valori superano l'ottanta per cento, per raggiungere il novanta per cento circa in Molise e Basilicata. Percentuali che costituiscono un vero e proprio boicottaggio della legge, sebbene per molti ginecologi questa scelta sia dettata da motivazioni più di carriera che etiche . Ma quali sono le ricadute di una astensione così alta?


Nella prima colonna vediamo quante strutture per abitante praticano l'interruzione di gravidanza. A offrire il servizio più capillare è l'Umbria, dove sono il doppio rispetto alla media nazionale. Seguono il Friuli Venezia Giulia e la Provincia di Trento. Mentre Lazio, Campania e Molise sono quelle dove il servizio è più carente.

La seconda colonna ci dice in sostanza quale carico di lavoro si aggiunge a ciascun servizio sanitario regionale per l'afflusso di donne provenienti da altre regioni. Sul dato pesa la proporzione tra residenti e non residenti, che nelle regioni piccole può essere squilibrato. Accade infatti che l'impegno maggiore sia quello della provincia di Trento, dove un quinto del lavoro è dedicato a donne non residenti. Il Molise e la Basilicata sono al limite del paradosso: regioni piccole con una scarsa offerta del servizio e una elevata mobilità sia in entrata che in uscita.

Segnale di una emergenza generalizzata nel Centro-Sud, che provoca un turismo forzato per ottenere il riconoscimento di un diritto. Anche l'Umbria, per via di un alto numero di strutture e una «bassa» percentuale di obiettori, accoglie molte donne da altre regioni: qui costituiscono il 12,8 per cento degli interventi.

Al Lazio va la maglia nera per il carico di lavoro su ciascun ginecologo non obiettore. Lo vediamo con la terza colonna. A fronte di una media nazionale di 1,4 ore settimanali, qui nel 2012 erano il triplo, 4,2, in peggioramento rispetto al 2011. Situazione molto difficile anche al Centro-Sud, dove in molte regioni è circa il doppio della media. Un indicatore che lascia pochi dubbi su quanto la legge in molte regioni sia sostanzialmente disapplicata, scaricando l'onere sui pochi ginecologi determinati a garantire il servizio.

UNA SU CINQUE FA LA VALIGIA

Quante donne sono costrette a rivolgersi ad altre Asl, per l'assenza del servizio di ivg in quella di propria appartenenza è uno degli aspetti che la relazione del ministero non chiarisce veramente. E siccome questa informazione non è disponibile, vediamo con i dati Istat cosa accade nelle province.


L'intensità dl colore ci dice quante donne si spostano verso altre province o regioni per poter interrompere la gravidanza, mentre il grafico mostra il dato regionale, cioè quello della relazione ministeriale.

Nelle province di Isernia, Benevento, Crotone, Carbonia-Iglesias e Fermo, il servizio di fatto non c'è. In trenta province su 110 più di una donna su tre è costretta a spostarsi. In molti casi ad assorbire gran parte di questo flusso è il capoluogo di regione che, disponendo di un maggior numero di ospedali, è l'unico che riesce in qualche modo a fronteggiare le richieste.

Complessivamente, nel 2012, oltre 21 mila donne su centomila hanno dovuto spostarsi verso un'altra provincia. Più di una su cinque cui viene negato il diritto di interrompere una gravidanza non voluta nelle strutture di prossimità. Di queste, 8.824, cioè il quaranta per cento, sono dovute andare un'altra regione. Ma dalla relazione firmata Lorenzin, che non entra nel dato provinciale, tutto ciò non emerge. Anzi si legge che «su base regionale non emergono criticità nei servizi di Ivg». 


Si tratta di una sostanziale disapplicazione della 194 da parte delle regioni, cui la legge del 1974 attribuisce l'onere di garantire il servizio e verificarne l'erogazione, anche mediante la mobilità e le chiamate «a gettone». Mentre invece sono le donne a doversi spostare ( la storia di Sara , andata ad abortire a centinaia di chilometri da casa, ne è un esempio).

I privati poi la fanno da padroni in Puglia, Calabria e Sardegna. Mentre in tutta l'Italia settentrionale solo il 2,5 per cento degli interventi viene effettuato in una clinica convenzionata, la Puglia è al 36,2 per cento, la Sardegna al 32,2 la Campania al 16,4.

RELAZIONE MINISTERIALE, REPETITA NON IUVANT

La relazione del ministero nonostante la sua corposa dote di statistiche nasconde fenomeni che, opportunamente analizzati, raccontano un'altra storia. Che le donne riescono sì ad abortire nella maggior parte dei casi entro un mese, ma spesso al termine di un tormentoso calvario, che rende traumatica una scelta già in sé dura da affrontare.

Il rapporto annuale dovrebbe servire a individuare i punti critici del servizio, invece sembra solo una pratica da sbrigare. Confrontando le relazioni dei diversi anni si nota infatti che il testo è praticamente lo stesso, replicato quasi identico di anno in anno. Persino il testo a firma Lorenzin è in buona parte uguale a quello del predecessore Balduzzi, conclusioni comprese. E a volte nel copiare non hanno neanche aggiornato i dati.

Proprio la pagina che descrive le carenze dei servizi regionali, per esempio, è tutta una copia. Nell' ultima relazione si legge: «L'esempio della Basilicata è paradigmatico: nel 2012 presenta un flusso in entrata pari al 13.6% (83 ivg) ma ha anche un ben più consistente flusso in uscita (297 ivg)»: la frase, il capoverso, l'intera pagina, vengono replicati quasi identici da oltre dieci anni. E quel flusso in uscita dalla Basilicata, nel 2012 non era di 297, ma 276, mentre 297 è il valore della relazione precedente che nel copia-incolla nessuno ha corretto. Tanto chi volete che la legga?

Si ringrazia Pietro Gentini di Ecoh Media, Tableau Partner certificato

 

Milano in movimento
20 04 2015

Recentemente ha trovato nuovo spazio il caso dell’Ospedale Niguarda che sta realizzando un accordo con il Sacco per poter garantire le operazioni di interruzione volontaria di gravidanza. Al Niguarda, infatti, operano soltanto due medici non obiettori su 16 che devono effettuare 780 ivg all’anno: una mole di lavoro impressionante che ha costretto l’ospedale a mettere un limite al numero di donne che possono essere operate. Al Niguarda funziona, quindi, così: le prime che arrivano possono essere operate e questo obbliga molte donne a passare la notte in ospedale per registrarsi al mattino presto e non rischiare di dover abortire alla fine del periodo consentito. Per questo alcuni medici del Sacco, volontariamente e fuori dall’orario di lavoro, andranno ad aiutare i colleghi e l’ospedale. La notizia non è nuova, associazioni e collettivi la denunciano da almeno un anno, ma permette di gettare una luce sulle conseguenze dell’obiezione di coscienza e sulla difficoltà di attuare il diritto ad un aborto sicuro.

L’obiezione di coscienza viene garantita dall’articolo 9 della legge 194/1978 che recita:
“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dell’ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.

L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.
L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente”.

Riportiamo l’articolo intero perché svela la mediazione di cui è frutto: da un lato si garantisce la possibilità di obiettare, dall’altro si impedisce l’obiezione di struttura sostenendo che gli ospedali sono tenuti ad assicurare la possibilità di interrompere la gravidanza e, infine, si ricorda che l’obiezione viene revocata in caso di pericolo per la vita della donna. Questo articolo nasce, nel 1978, per tutelare quei medici che avevano intrapreso la professione prima dell’introduzione della legge e che si sarebbero trovati, poi, a dover effettuare operazioni che non avevano previsto e che non condividevano. Viene formulato sul calco dell’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare: in qualche modo l’aborto viene paragonato ad un omicidio e come tale ci si può rifiutare di trovarsi nella posizione di compierlo, rifiutando di svolgere una operazione prevista dalla legge. L’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare è stata cancellata con la riforma che lo ha reso volontario: non avrebbe senso, infatti, scegliere volontariamente di fare il servizio militare e poi rifiutarsi di sparare, dato che è uno dei compiti previsti. La stessa cosa non è successa, però, con l’obiezione all’interruzione di gravidanza: chi si iscrive oggi a ginecologia sa che l’aborto è lecito, è uno dei suoi compiti, e può rifiutarsi ugualmente di espletarlo, ma fare il ginecologo, a differenza del militare fino al 2005, non è obbligatorio.

Si potrebbe pensare che con il passare del tempo, mentre vanno in pensione i ginecologi formati prima della legge 194, l’obiezione di coscienza abbia subito un calo, ma negli ultimi 30 anni abbiamo assistito al movimento opposto: i medici obiettori sono aumentati del 17,3%, e continuano ad aumentare. Le cause sono molte: da un lato stanno, in questi ultimi anni, andando in pensione i medici, gli/le infermiere, gli/le anestesiste che avevano fatto le battaglie per il diritto ad un aborto sicuro. Contemporaneamente, crescendo il numero degli obiettori, cresce anche il numero degli interventi che i non obiettori sono costretti a fare: molti e molte di loro finiscono per fare quasi soltanto aborti e, quindi, molti medici finiscono per decidere di diventare obiettori per sfuggire a questa frustrazione. Infine vi è una forma sottile di pressione: se il primario di una struttura è obiettore, sceglieranno davvero liberamente i medici che dipendono da lui o da lei?

Il caso di Niguarda ci mostra, però, anche altri problemi che discendono dall’obiezione di coscienza e che contrastano la legge: avere solo due medici non obiettori, infatti, significa andare verso l’obiezione di struttura, che non sarebbe consentita. Inoltre, in questa situazione, le donne sono costrette a rischiare di abortire molto vicino al termine di legge o a spostarsi in altre regioni o in altri ospedali per veder riconosciuto il loro diritto: nel 2012 più di 21.000 donne su 100.000 hanno dovuto cambiare provincia per poter abortire, in Molise, dove gli obiettori sono il 90%, il 40% delle donne che volevano interrompere la gravidanza ha dovuto spostarsi, perdendo tempo prezioso. La massiccia presenza di obiettori (la media nazionale è del 70%) si unisce anche alla mancanza di trasparenza nei turni: io posso entrare in ospedale per abortire con un medico non obiettore e poi trovarmi in balia di infermieri e medici obiettori appena cambia il turno.
Nel 2013, ad esempio, la Cassazione ha condannato una dottoressa che si è rifiutata di intervenire su una donna che aveva abortito nonostante l’infermiera temesse una emorragia , ma senza arrivare a questi estremi sono frequenti le testimonianze di donne che denunciano di essere state insultate e maltrattate da personale ospedaliero che non condivideva la loro scelta di abortire.

La Lombardia, certo, è una delle regioni meno gravi: paradossalmente visto che da noi l’obiezione è solo del 63%, ma su 68 ospedali (tra pubblici e privati convenzionati) che dispongono del reparto di ginecologia, 37 non effettuano aborti e solo 6 sono disponibili per l’interruzione di gravidanza al di fuori del limite dei 90 giorni in caso di gravi malformazioni del feto. La situazione non è delle migliori nemmeno per quanto riguarda i contraccettivi d’emergenza con Norlevo (la pillola del giorno dopo) e Ellaone (la pillola dei 5 giorni dopo): i tagli ai consultori e ai loro orari di apertura rendono difficile ottenere la prescrizione in tempo, bisogna quindi rivolgersi al pronto soccorso, ma di nuovo ci si scontra con l’assenza di trasparenza dei turni e spesso capita di dover cambiare ospedale, o ospedali, per trovare un medico non obiettore, perdendo tempo preziosissimo. Infine, nonostante questi farmaci non siano abortivi ma contraccettivi si trovano spesso farmacisti obiettori, che, contro ogni norma di legge, si rifiutano di venderli. Il risultato è che molte donne si rivolgono a rimedi casalinghi, come il Cytotec, un farmaco contro l’ulcera che ha tra i suoi effetti collaterali la possibilità di provocare aborti: molto più facile da procurare (fatevi un giro in Stazione Centrale) e molto più dannoso. Significativo è il fatto gli aborti spontanei in Lombardia siano passati da 10.779 nel 1997 a 12.151 nel 2006, anno degli ultimi dati Istat, e che molte donne arrivino in ospedale con le complicazioni di aborti che tanto spontanei non sono (ultima una 17enne di Genova che ha rischiato la vita per un’emorragia).

Questi dati forniscono una fotografia allarmante di un diritto smantellato giorno dopo giorno, lasciando lo scheletro di una legge che non protegge più nessuno se non gli obiettori o i movimenti per la vita che trovano spazio in ospedale. Per questo, da tempo, con molti collettivi e gruppi femministi stiamo dicendo che ci serve molto di più della 194: non ci basta una battaglia difensiva, ma dobbiamo attaccare per garantire la possibilità della nostra autodeterminazione. Vogliamo consultori aperti 24h, vogliamo i contraccettivi d’emergenza presenti sempre in ogni farmacia senza prescrizione medica, vogliamo contraccettivi gratuiti, vogliamo i movimenti per la vita fuori dagli ospedali, la trasparenza dei turni e, osiamo dirlo, la cancellazione della possibilità di obiettare. L’obiezione di coscienza, infatti, non cancella l’aborto, ma impedisce a molte donne di poter abortire in maniera sicura e controllata, senza dover rischiare la propria vita in nome della coscienza di qualcun altro.

(per approfondire: la relazione presentata dal Ministero della Salute il 15 ottobre 2014)

 

Eleonora Cirant, Zeroviolenza
16 aprile 2015

Obiettori e non obiettori che collaborano per garantire il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza, servizio efficiente, nessuna lista d'attesa: la testimonianza di Luigi Canepa, ginecologo all'Ospedale di Sanpierdarena di Genova e coordinatore Cgil medici, potrebbe spiazzarvi. Ci spiega che nel suo ospedale non ci sono liste d'attesa per l'IVG e che nessuna delle donne che si presentano all'ambulatorio di accettazione viene mandata via.

Un'inchiesta sull'aborto

  • Martedì, 31 Marzo 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Eleonora Cirant ha creato il blog "Un'inchiesta sull'aborto" che pubblica un'inchiesta indipendente a puntate sull'aborto e sull'applicazione della legge 194 a Milano, in Lombardia e in Italia e si svolgerà svolge tra gennaio e dicembre 2015

Abbatto i muri
16 03 2015

Mirta Mattina, del Freedom For Birth Rome Action Group, mi segnala una vicenda che in qualche modo sembra prestare il fianco alle azioni antiabortiste dei no/choice, sempre più agguerriti sul fronte della negazione del diritto alla libertà di scelta delle donne. Un ospedale romano, il San Camillo, riferimento – raro – delle donne che non possono essere trattate da “assassine” se decidono di abortire, dopo la chiusura del reparto dell’Umberto I dove si poteva accedere all’IVG, ora riaperto grazie alle battaglie della rete #IoDecido, annuncia un cambio della guardia alla direzione del reparto di maternità. I candidati sono tutti obiettori. La rete #IoDecido è giustamente preoccupata e chiama alla partecipazione di una serie di azioni che possano risvegliare interesse nella anestetizzata opinione pubblica e nelle persone che amministrano la cosa pubblica in quel territorio. Tra gli altri esempi di latitanza c’è anche il governatore della regione.

Peccato anche non sentire parlare di questo le donne che normalmente sarebbero in prima linea per un generico “diritto delle donne”. Il fatto è che è diventato di uso comune un femminismo monco, di chi pratica solidarietà femminile ma è antiabortista, di chi parla di antiviolenza, ma è omofoba. C’è un cicinino di confusione in quei lidi e dunque io chiedo: dove sono le donne sempre in prima fila quando c’è da parlare di corpi delle donne, donne infibulate, violenze delle donne subite in India o comunque altrove? Negare alle donne il diritto alla contraccezione d’emergenza e ad un aborto assistito è violenza di genere. E per quanto riguarda il PD, sappiamo di quante spaccature lo attraversino e che chiacchierano parecchio su quel che vorranno diventare da grandi. Il fatto è che a me/noi di cosa diventerà il Pd non ce ne frega niente. Importa invece il fatto che parte del Pd, al Parlamento Europeo, ha votato un emendamento del PPE che lascia agli Stati la libertà di decidere se applicare o meno, nella legislazione dei vari paesi, le raccomandazioni contenute nella Risoluzione Tarabella. La risoluzione, ricordo, che parla proprio di riconoscimento di diritti sessuali, riproduttivi, su contraccezione e aborto. Dall’Europa d’altro canto non è la prima volta che tirano le orecchie all’Italia per l’alto numero di obiettori di coscienza. La prossima mossa quale sarà? Incatenare le donne e farle inseminare con la forza?

Vi lascio al contributo che un’amica ha inviato per raccontare per filo e per segno quel che succede a Roma. Buona lettura!

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A Roma sta succedendo qualcosa di molto grave: al San Camillo, ospedale sede del primo reparto per numero di IVG nel Lazio e del coordinamento regionale per la legge 194, sta per essere nominato il nuovo primario di maternità e ostetricia e i candidati sono tutti obiettori. Ciò significa che, se non viene aperta la procedura di selezione ad altri candidati, il prossimo primario del reparto sarà un obiettore di coscienza. L’allarme è stato lanciato dalle ginecologhe che garantiscono l’applicazione della 194, Lisa Canitano (ginecologa e presidente dell’ass. Vita di Donna) ha creato un gruppo facebook che in pochi giorni ha ottenuto tante adesioni, è stata inoltre lanciata una raccolta firme che chiede a Nicola Zingaretti: “di proteggere la laicità dello Stato e i diritti delle donne nominando un Direttore che accetti di applicare le Leggi dello Stato Italiano, quello stesso Stato che lo nomina e che lo retribuisce, e al quale deve rispondere.”

La rete cittadina #IoDecido, che raccoglie collettivi, associazioni, soggettività attive sul territorio, ha raccolto l’appello delle ginecologhe mobilitandosi con due azioni il 13 ed il 16 marzo. Ecco il comunicato:

“Oggi venerdì 13 marzo come rete #iodecido abbiamo deciso di fare incursione con maschere rosa e striscioni all’interno dell’ospedale San Camillo di Roma (QUI video dell’azione), sede del primo reparto per numero di IVG nel Lazio e del coordinamento regionale per la legge 194 È con rabbia e preoccupazione che rispondiamo all’allarme lanciato dalle ginecologhe che operano negli ospedali della Provincia di Roma, circa il rischio che al reparto maternità e ostetricia dell’Ospedale San Camillo venga nominato un primario obiettore di coscienza.

Proviamo rabbia, perchè siamo costrette a constatare che dichiararsi obiettore di coscienza è la condizione irrinunciabile per fare carriera negli ospedali pubblici. Praticare l’IVG sembra infatti incompatibile col dirigere un reparto di maternità e ostetricia: come se garantire alle donne la libertà di scelta fosse in contraddizione con il promuovere una maternità responsabile e desiderata. I diritti delle donne sono calpestati per gli interessi di chi sta distruggendo la sanità pubblica avvalendosi di presunti meriti morali e religiosi e applicando la falsa retorica del taglio agli sprechi.
I danni devastanti già si contano: il ritorno dell’aborto clandestino e casalingo, specialmente tra adolescenti e immigrate, non è più uno spettro del passato ma un orizzonte sempre più prossimo.

Il San Camillo è il centro per l’interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) più importante del Lazio, tra le 4 strutture a Roma a somministrare la RU486 (insieme al Grassi, al Sant’Eugenio e al San Filippo Neri). A fronte di altri 4 reparti IVG chiusi di recente nel Lazio (Monterotondo, Sora, Frosinone e Gaeta) e del faticoso e ancora atteso riavvio del repartino del Policlinico Umberto I, il San Camillo rimane il cuore dell’applicazione della Legge 194 nella regione. La nomina di un obiettore confessionale ci dà la certezza che anche al San Camillo nel giro di poco tempo richiedere un aborto significherà andare incontro a mille ostacoli, dai tempi di attesa agli obiettori di coscienza.

Vogliamo richiamare alle sue responsabilità il governatore della regione Lazio Nicola Zingaretti: oggi garantire l’applicazione della legge 194 significa porre misure di tutela della salute e dell’autodeterminazione delle donne, come di garanzia di trovare medici non obiettori in ogni ospedale pubblico, facendo sì che questa scelta non sia più un limite alle possibilità di carriera di questi medici, evidentemente soggetti a discriminazione.
Chiediamo a Zingaretti di indire un nuovo bando di concorso per il San Camillo in cui tali discriminazioni vengano efficacemente contrastate e i diritti delle donne e dei medici non obiettori rispettati.

Chiediamo infine al Governatore di mettere in atto quanto è in suo potere per garantire il Turn Over del personale medico e la massima qualità e assistenza negli ospedali pubblici così come nei consultori, sempre più poveri di personale qualificato e di risorse.
È altrettanto imprescindibile garantire le risorse necessarie e mettere tra le priorità nella riqualificazione ,la formazione e l’aggiornamento degli operatori sanitari in particolare per quanto riguarda l’IVG e la RU486, la prevenzione e la contraccezione.
Alla direzione sanitaria/generale del San Camillo chiediamo l’immediata attivazione di un reparto dedicato alla somministrazione della RU486.

Inoltre, ci batteremo affinchè il reparto IVG non venga scorporato dal reparto Maternità e trasferito in un’altra ala dell’ospedale. Questa scelta potrebbe rappresentare un rischio concreto per la vita stessa delle donne ricoverate, dilatando, in casi di emergenza, i tempi di trasferimento tra i diversi padiglioni.

Diamo appuntamento lunedi 16 marzo h10,30 all’ingresso del San Camillo durante i colloqui per la nomina del nuovo primario, affinché tale nomina venga rinviata al momento in cui siano individuati candidati adeguati che garantiscano i diritti delle donne e che rispondano pienamente alle mansioni richieste nella sanità pubblica”

Lisa Canitano, sul suo profilo facebook, commenta la dichiarazione della consigliera Regionale Marta Bonafoni che propone l’immediata attivazione di un tavolo per l’applicazione della legge 194, dicendo che: “Stavolta le donne ci devono essere…non come con il decreto sui consultori che c’erano solo i primari del territorio…e che alla fine hanno scritto come obiettivo il numero delle donne che rinuncia ad abortire…”.
Imbarazzante e sconcertante il silenzio su questa questione da parte dei principali organi di stampa e del governatore Zingaretti.

Le vicende del San Camillo fanno seguito a quelle dell’Umberto I, dove il “repartino” in cui si eseguono le IVG è stato chiuso per mancanza di medici non obiettori ed è stato riaperto (seppur sotto organico) proprio in seguito alla mobilitazione della rete #IoDecido e di alcune lavoratrici appartenenti ai Cobas.
La rete #IoDecido, invita tutt* ad unirsi a questa importante lotta, dobbiamo essere in tant* domani mattina durante i colloqui di assunzione, per dire forte e chiaro che la libertà di autodeterminazione non si tocca. La rete continuerà a seguire attivamente le vicende di San Camillo e Umberto I.

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