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Vita di Donna
29 06 2014

La lettera di un donna, una delle tante che ogni mattina sono in fila dall'alba presso il servizio di interruzione volontaria della gravidanza dell'Ospedale San Camillo di Roma. Una cronaca fedele e dolorosa di come l'obiezione di coscienza mini la salute e i diritti delle donne. Un grido di dolore rivolto a Zingaretti.

Ospedale San Camillo di Roma
Cara Vita di Donna, ho seguito la battaglia che state conducendo contro l'obiezione di coscienza, e i tentativi di Zingaretti, da me votato, per migliorare l'assistenza alle donne. Vi scrivo dunque, per raccontarvi la mia esperienza di prenotazione di un'interruzione di gravidanza presso l'Ospedale San Camillo. Devo premettere che gli operatori, da me conosciuti in seguito, sono solleciti e gentili, per quando possibile, visto che sono oberati di lavoro (certo! se lavorano solo loro è chiaro che corrono in continuazione e non possono fare di meglio!).

Non è possibile però che nel 2014 le donne siano costrette a questa umiliante routine per vedere rispettato un loro diritto, garantito da una legge. Vi prego di pubblicare la mia lettera, in modo da raggiungere il Governatore, e chiedergli di intervenire, a fianco dei diritti delle donne.
Devo interrompere la gravidanza, non me la posso proprio permettere. Io e il mio compagno viviamo da precari in una provincia del basso Lazio. Tiriamo avanti con poco, un figlio proprio non ci sta.

Al Consultorio del mio paese sono stati gentili, abbiamo raccontato i nostri problemi, hanno cercato garbatamente di farci cambiare idea, e poi ci hanno rilasciato la certificazione dei sette giorni. Mi hanno detto che un ospedale vicino che faccia le IVG non c'è perché sono tutti obiettori di coscienza e che devo andare a Roma, al San Camillo. "Vacci la mattina molto presto, perché c'è sempre la fila e rischi di restare fuori, ne prendono solo cinque al giorno".
Va bene, decido di andare da sola. Il mio compagno non verrà, abbiamo le bollette scadute ancora da pagare, è meglio che lui non perda una giornata di lavoro.

Venerdì 27 giugno, quattro del mattino. Un'alzataccia, un viaggio duro, mi viene da piangere tutto il tempo, mentre guido. Di questa sofferenza se ne è tanto parlato, ma tanto poco è stato fatto. Sono tutti buoni a parlare di sostegno alle donne, di violenza. Non c'è nessuno a cui io possa chiedere un lavoro vero, una casa, per avere il mio bambino.
Arrivo al San Camillo alle 6,30. Mi hanno spiegato che devo scendere vicino alla maternità, è un seminterrato, ci sono le scale che vanno giù. Quando arrivo ci sono già 4 ragazze straniere, si tengono vicine alla porta a vetri del reparto, in modo da essere pronte quando apre. Faccio un rapido conto, se è vero che fanno cinque aborti al giorno allora oggi ce la faccio. La sicurezza aumenta quando scopro che una delle ragazze accompagna la sua amica, quindi sarei la quarta. La donna che ha il primo posto è arrivata alle 5,30 ma lei vive a Roma. Un'altra voleva andare al Policlinico, ma racconta che era pieno.

Poco dopo le sette arriva la quinta donna. Secondo la 'regola del 5' siamo al completo. Poi arriva un'altra, è accompagnata dal suo ragazzo. Ormai abbiamo rotto il ghiaccio e parliamo tra noi. Una delle donne ha già fatto questa esperienza e mi spiega che alle 8,00 la porta si schiuderà, mi apriranno la cartella clinica, farò le analisi di routine e poi vedrò un ginecologo, potrebbero volerci anche delle ore.
Alle sette e mezza arriva la settima donna. Nel frattempo chi ha già dei figli inizia a raccontare del proprio parto. Io ascolto, mi guardo intorno, cerco di non ascoltare, mi sembra un argomento veramente poco adatto. E poi oggi è una bella giornata di sole, ma come si fa quando è inverno e fa freddo? e se poi piove?
Arriva l'ottava donna, la nona. Quest'ultima racconta che il suo Consultorio le ha fissato l'appuntamento. Avrà la precedenza su di noi anche se siamo arrivate prima? ma allora perché viene con noi a quest'ora? E il mio Consultorio non me lo poteva fissare l'appuntamento? Il panico tra quelle che secondo la 'regola del cinque' saranno escluse è visibile. Un'altra cerca di rassicurare: "ma no.. a volte prendono anche le prime dieci". Torna un po' di speranza. Si riprende a chiacchierare, si parla di contraccezione, di spirale o di impianto sottocutaneo. Mi dicono che lo mettono mentre si dorme, che è un buon sistema, io non ne sapevo nulla, e nemmeno il mio consultorio.
Alle otto meno un quarto arriva un altra donna. La decima. E' con il marito e i suoi tre figli.
Ora iniziano ad arrivare più numerose, alle otto meno cinque siamo in 18.

Alzo gli occhi per guardare il cielo, siamo all'ingresso di un sottoscala, da sopra degli uomini e dei bambini ci guardano incuriositi. Le donne parlano. Una dice che deve fare un terapeutico, ha un bambino malato, sta per piangere. Un'altra è alla dodicesima settimana e quindi, anche se arrivata tardi, è sicura che le faranno l'intervento. Un'altra dice che qualche giorno prima quella porta si è aperta, si è affacciato un signore che ha contato fino a dieci ed ha mandato via tutte le altre. Io non ci posso credere che stia davvero succedendo. Che stia succedendo a me. Che stia succedendo a noi. E se ti mandano via torni la mattina dopo? ti metti di nuovo in fila?

Le donne arrivate per prime ora stanno proprio attaccate alla porta, per non farsi prendere il posto da quelle arrivate dopo, io dovrei attaccarmi a loro, già qualche donna arrivata dopo di me tenta di passarmi avanti.
Siamo tutte qui, esposte agli sguardi dei passanti. Qualcuno ci osserva con un'espressione colpevolizzante, altri sguardi, invece, sono di solidarietà. Ma forse mi sbaglio e pensano solo ai fatti loro. Sta di fatto che sto malissimo.

Mi chiama il mio ragazzo, io cedo e scappo. Non gliela faccio proprio ad aspettare che si apra quella porta.

Non ce la faccio a spingermi con altre donne che stanno male come me per non farle passare.

Tornerò domani, ora so cosa mi aspetta. Dormirò qui a Roma da un'amica e domani tornerò da veterana, mi farò accompagnare dalla mia amica. Mentre mi avvio incrocio lo sguardo di altre donne che stanno arrivando.
Sono stanca di stare in piedi, ho sonno e nausea. Vorrei tanto non esistere, addormentarmi e cadere nell'oblio.
Non posso, devo lavorare, devo andare avanti.

Cara Vita di Donna, per favore, fai sì che Zingaretti trovi una soluzione a questa terribile cosa.

Chiara Lalli, Pagina99
24 giugno 2014

Nel decreto sul riordino dei consultori familiari della Regione Lazio c'è un allegato sorprendente: le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari. Le funzioni dei Consultori riguardano due aree: “prevenzione e promozione, sostegno e cura”.

Pagina99
25 06 2014

Nel decreto sul riordino dei consultori familiari della Regione Lazio c’è un allegato sorprendente: le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari. Le funzioni dei Consultori riguardano due aree: “prevenzione e promozione, sostegno e cura”. Tra le attività previste c’è anche l’assistenza alle donne che chiedono di interrompere volontariamente una gravidanza.

Sappiamo dall’ultima relazione annuale attuativa della legge 194 che la media nazionale di ginecologi obiettori è del 69,3%, anche se la realtà nelle singole regioni è ancora più sbilanciata, con percentuali che arrivano quasi al 90% di obiettori, strutture che non garantiscono mai il servizio di IVG, ancor meno sono gli ospedali che garantiscono gli aborti tardivi (cioè quelli dopo il primo trimestre), lunghe liste di attesa.

A questo si aggiunge uno scenario spesso nebuloso: alcuni medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza, pur non esistendo alcuna legge specifica che permetta loro di farlo. Altri rifiutano la certificazione, non vogliono eseguire la visita di controllo o altre pratiche mediche giudicate contrarie alla loro morale, alla loro personale visione del mondo.

Le Linee di indirizzo regionali ribadiscono l’ovvio sulla contraccezione: non si può invocare l’obiezione di coscienza come pretesto per negare la prescrizione, sia ordinaria sia d’emergenza (che, ricordiamo, ha effetti contraccettivi e non abortivi). D’altra parte non c’è – come nel caso dell’IVG – una legge che permetta agli operatori sanitari di invocare la propria coscienza. “Il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (Intra Uterine Devices)”.

Le Linee poi fanno qualcosa di meno ovvio rispetto all’obiezione di coscienza in materia di IVG: “si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza, di seguito denominata IVG. Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare IVG”.
Meno ovvio perché l’interpretazione di quanto possa rientrare nell’obiezione di coscienza si presta a discussioni potenzialmente infinite.

L’articolo 9 della 194 stabilisce che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Tuttavia il rimando iniziale agli articoli 5 e 7 (“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7”) lascia intendere che le “procedure e [le] attività” comprendano anche la visita, gli accertamenti e la conseguente certificazione.
Le domande sulla 194 sono insomma due. La prima è: fin dove si spinge il confine delle “procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”? L’anestesia, per esempio, rientra tra queste? La seconda è: quali sono le operazioni “non specifiche e non dirette” cui ci si può sottrarre, esclusa l’assistenza o in caso di assenza di altri operatori?

Le Linee di indirizzo regionale prendono una posizione netta in un terreno segnato dalle ambiguità e da interminabili litigi: gli operatori nei Consultori non possono esimersi dalla visita e dalla certificazione. La catena di complicità morale di partecipazione all’IVG potrebbe essere indefinita e allargare così a tutti la possibilità di fare obiezione. Basterebbe conoscere le intenzioni della donna di abortire (o basterebbe anche il dubbio?) per sottrarsi a qualsiasi partecipazione anche se indiretta: visita, certificazione. Ma allora anche gli operatori all’accettazione o chi risponde al telefono?
Quella delle Linee regionali sembra essere una buona risposta. - See more at: http://www.pagina99.it/news/scienza/6168/Obiezione-di-coscienza-e-aborto-.html#sthash.laX4asvm.dpuf

Quel linguaggio violento degli antiabortisti

Il Fatto Quotidiano
24 06 2014

A Lecce discutono di cimiteri per i “bimbi mai nati”, e in realtà parlano di feti o ancor prima di embrioni, e Maria Luisa Mastrogiovanni, direttrice del Tacco d’Italia, ha scritto una cosa che ha fatto infuriare gli antiabortisti. Da quel che leggo le sarebbero arrivate minacce e insulti d’ogni tipo e alla violenza simbolica della quale si fa portatore chiunque parli di “bambini” ai quali dare un nome quando c’è da seppellirne i feti si aggiunge una violenza verbale che rimette a posto quella donna che osa dire con chiarezza che di tutto ciò ne abbiamo abbastanza.

D’altra parte leggo della regione Lazio che, dopo la brutta parentesi della proposta Tarzia sull’introduzione di antiabortisti presso i consultori, ora si accingerebbe a stabilire che i medici che stanno nei consultori non potranno obiettare. Gli unici obiettori di coscienza previsti dalla legge 194 sono infatti quelli che concretamente avrebbero la funzione di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza. Quello della regione Lazio sarebbe perciò un atto dovuto, per quanto, di questi tempi, per nulla scontato.

Ma ciò su cui vorrei riflettere, in poche battute, è la violenza del linguaggio di certi contesti antiabortisti. Vi basta cercare su google la parola “aborto” per trovare esempi di ritualità macabre e scenari horror. Brandelli di feti squartati, donne definite “assassine”, immagini surreali in cui vedi un bambino a occhi aperti dentro la pancia di una donna, così a seguire le uniche foto accettabili sono quelle in cui c’è un lui che tutela quel grembo, quasi a voler dire che la donna, da sola, proprio non ce la farebbe. Quello che viene fuori è la costante esigenza di fare apparire le donne come irresponsabili, minorate, incapaci di intendere e volere e dunque da sottoporre a tutela di un uomo che meglio di noi saprà tutelare quel feto.

Preciso che quanto scrivo non ha nulla a che vedere con le campagne che esibiscono richiesta materna di monopolio genitoriale. Anzi. Sarebbe ottimo prevedere forme di genitorialità condivisa in ogni occasione possibile. Il punto è che la genitorialità passa innanzitutto dalla scelta responsabile di chi vuole fare un figlio e i corpi delle donne, che lo vogliate o no, non sono dei contenitori. Non possono essere sottoposti ad alcun obbligo o divieto istituzionale.

Il corpo delle donne, fragile, da tutelare, consegnato allo Stato, come corpo sociale, oggetto di attenzione e controllo sociale, è roba da Stato fascista. I corpi non possono appartenere allo Stato, neppure in nome di un bene superiore da tutelare. Consegnare i corpi per questioni di “sicurezza”, per esempio, è già una sottrazione di autonomia a cura di uno Stato paternalista che esige di scegliere al tuo posto su come e quando dovrai risolvere il tuo problema di violenza. Pretendere che lo Stato abbia l’ultima parola sulla gravidanza di una donna è allo stesso modo autoritario.

Del fatto che quei corpi non possono essere autoritariamente controllati la società è stata, comunque, sempre più consapevole. Più le donne assumevano controllo della propria scelta di maternità e più la società si adoperava per convincerci che fare figli è una gran cosa, la piena realizzazione della nostra vita, e che abortire invece è un male. Tutta la discussione pubblica è sempre articolata in modo tale da suscitare in noi sensi di colpa. La colpa delle donne, di quelle che non vogliono essere madri, di quelle che lo sono troppo poco, e di quelle, ancora, che non accettano imposizioni di alcun tipo.

Qui non si parla del ruolo materno, tenendo conto di quanto sia discutibile la storia dell’istinto e del destino naturale di tutte le donne, ma del fatto che alle donne viene, per certi versi, rubato il diritto di esercitare libertà di scelta. Allora chiedo coerenza a tutte quelle persone che, per esempio, hanno un’opinione laica sulla gestione dei corpi delle donne quando si tratta di ragionare sul mestiere che vogliono fare. Se faccio l’attrice porno, la sex worker, la marchettara in qualunque forma, è una mia scelta e nessuno dovrebbe imporre norme che mi vietino una di queste cose. Allo stesso modo, dato che la maternità deve essere una scelta, non si può imporre ad una donna di fare un figlio se non lo vuole. Perché è pur sempre una storia che passa per i nostri corpi. Perché bisogna smetterla di impedirci di accedere alla prevenzione.

Se gli antiabortisti non si opponessero all’educazione sessuale nelle scuole, alla contraccezione d’emergenza e se non si continuasse a voler fare “abortire con dolore” ma prima ancora “fare sesso con dolore” e solo per motivi riproduttivi, se tutto, insomma, fosse un po’ più laico, forse, non ci sarebbero neppure aborti.

Perché un aborto è una cosa intima, è una scelta personale, è una vicenda talmente complessa e soggettiva, talvolta dolorosa, che non può esaurirsi neppure nelle poche parole che scrivo qui io, e dunque si, questa cosa dei cimiteri con i nomi e cognomi dei feti è un anatema lanciato contro quelle che abortiscono, è un altro, tra i tanti, modi per definirci come difettose, è una delle tante ritualità macabre celebrate da chi non ha alcuno scrupolo a manifestare, con bambole rivestite di sangue, e a parlare, senza alcun pudore, dell’uso che si dovrebbe fare dei corpi delle donne.

Il corpo delle donne è di ciascuna tra quelle donne. Questo non è negoziabile. La legge già dà la possibilità di seppellire un feto se qualcuna volesse farlo, e dunque il fatto di contrassegnare intere zone ai “bimbi non nati” ha un valore simbolico di tutt’altro genere. Lo dico alle donne che abortiscono non per scelta e che vogliono seppellire quel feto: non cadete nel gioco che fanno gli antiabortisti. Vogliono metterci le une contro le altre, fanno uso del vostro dolore per rinfacciarlo all’altra, ma quella che abortisce non ha mai imposto nulla a chi non vuole farlo. Non fate, ve ne prego, in modo che avvenga il contrario.

 

"Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare interruzione volontaria di gravidanza. Per analogo motivo, il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all'applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (Intra Uterine Devices)". ...

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