Ivan Cavicchi, Quotidiano Sanità
20 marzo 2014

Vi è un problema di tutela della professione perché nel caso del'IVG molti ginecologi sono esposti ad un vero e proprio depauperamento professionale. Ma non è possibile assicurare alle donne i loro diritti se non salvaguardiamo allo stesso tempo i diritti di chi lavora.

Aborto e potere. Intervista a Lisa Canitano

  • Giovedì, 20 Marzo 2014 08:15 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Monica Pepe, Zeroviolenzadonne
24 marzo 2014

Quanti anni sono che la 194 non viene applicata correttamente nel sistema sanitario pubblico e perchè?


Mah, è difficile stabilire l'anno in cui è cominciato ad andare peggio. Certo la ripresa della aggressività di una parte del mondo cattolico è stata favorita dal ventennio berlusconiano.

Più obiettori dove la sanità sprofonda

Ivan Cavicchi, Il Manifesto
18 marzo 2014

Se poi le obiezioni strumentali come nel nostro caso, sono talmente numerose da impedire il rispetto dei diritti, il reato diventa di massa perché per motivi di opportunismo, si danneggiano in modo grave centinaia di migliaia di persone. Ma se i motivi strumentali sono causati da coloro che non organizzano i servizi necessari, violando così i loro doveri istituzionali, ...

Il Fatto Quotidiano
19 03 2014

Per il numero elevato di medici obiettori l’Italia è stata ripresa dal consiglio d’Europa l’8 marzo. “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”, ha dichiarato il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.

Secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute, nel 2011, l’obiezione di coscienza tra i ginecologi in Italia era pari al 69,3%.

La Regione con il più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7 per cento di medici obiettori.

Il risultato di questo dato è che molti ospedali non sono più in grado di garantire l’accesso all’Ivg, nonostante la legge non ammetta l’obiezione di coscienza per le strutture sanitarie.

Su Change.org sono già nate quattro petizioni regionali per la difesa della legge 194, relative a Lazio, Lombardia, Sicilia e Toscana. Secondo l’articolo 9 della legge 194 infatti, “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”

“La storia di Valentina Magnanti, costretta ad abortire, con il solo aiuto del marito, in un bagno dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, è emblematica delle difficoltà, e spesso dei drammi, che le donne che decidono di interrompere una gravidanza si trovano a vivere a causa dell’alto numero di medici obiettori. Al governatore del Lazio Nicola Zingaretti, che è responsabile dell’applicazione della legge 194 sul territorio regionale, chiediamo di prendere tutti i provvedimenti necessari a garantire che l’obiezione di coscienza non ostacoli l’accesso all’interruzione di gravidanza in tutte le strutture ospedaliere pubbliche e convenzionate”, dichiarano le donne del Comitato “Mai più clandestine”.

Roberto Biscardini, promotore della petizione per la Lombardia, ritiene che sia possibile ricorrere anche a personale esterno per soddisfare richieste di prestazioni sanitarie eccedenti le proprie dotazioni organiche, “pratica peraltro utilizzata ordinariamente per molte altre attività, in particolare chirurgiche”.

In Sicilia Giovanna Fiume, insegnante di Storia moderna all’Università di Palermo che ha fatto parte del movimento delle donne degli anni ’70, ricorda come “la legge che consente in Italia l’interruzione della gravidanza fu il risultato di una grande mobilitazione e di intensi dibattiti all’interno dei gruppi che componevano il movimento delle donne. Nei primi anni Settanta l’aborto era ancora considerato dal codice penale un reato e le donne che decidevano di abortire dovevano clandestinamente rivolgersi alle ‘mammane’ o, se ne avevano la possibilità, ai ‘cucchiai d’oro’, ginecologi che operavano in strutture private o andare nei paesi europei dove l’aborto era legale.”

Sara Peloso di Pistoia chiede che non vi siano turni ospedalieri in cui è presente solo un medico obiettore: “Quando avevo 16 anni, la mia migliore amica mi chiamò una domenica mattina. Al telefono lei piangeva disperata, mentre faceva l’amore con il suo fidanzatino, il preservativo si era rotto. Se ne erano accorti subito e corsero al pronto soccorso. Furono inviati al reparto di ginecologia e il medico era un obbiettore. Lo erano anche i medici dei tre successivi turni. So che questa storia può sembrare nulla Presidente della regione Toscana. Ma se quel medico, quel sabato sera, invece di proclamarsi soltanto obiettore, avesse fatto alla mia migliore amica alcune domande, come per fortuna fece poi una ginecologa di un consultorio, avrebbe capito che non era possibile che fosse rimasta incinta e non le avrebbe fatto passare due giorni infernali. Ma se ci fosse stato anche un altro medico di guardia non obiettore, e se la mia amica avesse voluto scegliere di assumere la pillola del giorno dopo, avrebbe potuto essere lei a scegliere. Una donna deve avere il diritto di scegliere, ove la legge lo consente. La legge è stata fatta per poter far scegliere alle donne cosa fare, non ai medici.”

#centonovantaquattro
18 03 2014

La storia di Valentina, la donna che ha abortito in un bagno del Pertini di Roma senza ricevere alcuna assistenza medica, ha fatto il giro della rete e delle pagine dei quotidiani, ha suscitato giustamente indignazione e rabbia.
In un periodo storico in cui i diritti delle donne all’autodeterminazione sono costantemente minacciati, una vicenda come quella di Valentina ha ribadito la necessità di lottare perchè non si torni indietro, non si torni agli aborti clandestini, quelli in cui le donne morivano.

I siti femministi nel riportare la storia di Valentina si sono soffermati sulla sacrosanta denuncia dell’eccesso di obiezione di coscienza che viene a configurarsi in questo caso, ma in realtà in tutti, come mancata assistenza medica, sulla necessità quindi di rivedere la legge 194 in questo senso, limitando o eliminando, io personalmente sono per la seconda opzione, la possibilità di obiezione dei medici ginecologi, ma non ho visto altrettanto interesse e altrettanta rabbia nei confronti della legge 40, la legge sulla fecondazione assistita che ha portato Valentina a trovarsi in quella condizione. L’unica voce in questo senso, almeno tra quelle di mia conoscenza, è stata L’amazzone Furiosa, che infatti si è posta lo stesso interrogativo, perchè non si è parlato del fatto che Valentina, portatrice sana di una malattia genetica, dovette ricorrere ad un aborto terapeutico perchè la legge 40 le ha impiantato un embrione senza prima sottoporlo a diagnosi preimpianto?
La risposta che si è data è questa e io la condivido:

Il femminismo italiano ha un problema: si concentra quasi esclusivamente su questioni riproduttive, come l’aborto e gli anticoncezionali. Negli ultimi tempi si e` aggiunto il tema della violenza domestica. Tema sacrosanto anche quello, non c’e` nemmeno bisogno di dirlo, ma che insieme a quelli legati alla riproduzione, non esaurisce certo la gamma vastissima delle forme di dominazione e oppressione a cui sono sottoposte le donne. Si, le donne. Che sono tante e diverse. Non sono tutte sane e capaci di concepire. Non sono tutte accoppiate. Ci sono donne come Valentina che possono riprodursi e vogliono farlo, ma necessitano di strumenti che la scienza ci ha messo a disposizione ma a cui uno stato clericale e oscurantista come il nostro ci nega l’accesso. Ci sono donne come me, infertili a cui l’aborto e gli anticoncezionali non servono e non serviranno mai. Ci sono donne che non hanno nessuno che le ammazzi di botte perche` sono single. Ci sono donne che non trovano lavoro perche` sono donne e non gliene frega niente a nessuno.

L’aborto di Valentina ha avuto luogo quattro anni fa, lo ha raccontato in questi giorni perchè la legge 40, la legge sulla fecondazione assistita, sta tornando davanti alla Corte Costituzionale. Valentina in una intervista rilasciata all’associazione Luca Coscioni ha detto questo:

[...] tutta l’attenzione si è concentrata sulla vicenda dell’aborto, mentre per me è importante che ci si occupi seriamente del vero problema alla base della mia storia, che è la legge 40, e anche delle conquiste che sono state annunciate in conferenza stampa. Ora spetterà alla Corte Costituzionale decidere se abbiamo ragione oppure no.Vorrei, da cittadina italiana, che si parlasse di questo. Il mio dolore svanirà quando tutti i cittadini avranno gli stessi diritti”

La legge 40 è una legge pessima, bocciata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti Umani – il governo Monti fece ricorso contro la bocciatura – oggetto di un referendum di abrogazione parziale nel 2005, andato quasi deserto grazie alla certosina campagna di disinformazione dei politicanti cattolici e dei vertici della Chiesa, 29 volte davanti alla Corte Costituzionale.

Alcuni obiettivi sono stati raggiunti come il divieto di produzioni di più di tre embrioni-rimosso con sentenza della corte costituzionale 151/2009 e l’obbligo di contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti-rimosso con sentenza della corte costituzionale 151/2009 (dati dal sito dell’associazione Luca Coscioni).
Rimangono ancora il divieto di fecondazione eterologa, cioè l’impossibilità di ricorrere a donatori esterni alla coppia, con conseguente introduzione dell’elemento classista, chi ha soldi va all’estero dove questo divieto non c’è, chi non ce li ha si attacca; resta anche l’impossibilità si utilizzare gli embrioni sovrannumerari, cioè quelli che non vengono impiantati, a scopo di ricerca scientifica; e rimane il divieto di diagnosi preimpianto per le coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche, è il caso di Valentina.

La legge 40 ha impiantato nell’utero di Valentina un embrione che probabilmente avrebbe sviluppato una grave malattia genetica, perchè la donna ne era portatrice sana. La diagnosi preimpianto avrebbe permesso di sapere, prima di impiantarglielo nell’utero, se quell’embrione fosse malato o meno. Ma dal momento che la legge 40 ritiene la “vita” dell’embrione superiore dal punto di vista morale e giuridico a quella di Valentina, si permette di giocare alla roulette russa con il suo corpo e la sua salute.
La legge 40 è in palese contrasto con la legge 194, perchè non permette la diagnosi preimpianto in nome della tutela dell’embrione e di visionarie ecatombi eugenetiche, ma permette poi il ricorso all’aborto, magari in un cesso e senza assistenza medica.

Il divieto di diagnosi preimpianto, l’eterologa e la ricerca scientifica sugli embrioni suvrannumerari aspettano l’udienza o andranno a breve davanti alla corte costituzionale, rimane invece ancora indiscusso il problema dell’accesso al percorso di fecondazione medicalmente assistita delle coppie omosessuali e delle persone single.
La matrice fortemente ideologica di questa legge, l’incostituzionalità palese, la denuncia della corte europea dei diritti umani, le precedenti sentenze, ci fanno sperare in un esito positivo, piano piano questa legge viene demolita, una legge disumana che ancora una volta conferma le politiche invasive sui corpi delle donne, la sottrazione di questi corpi al diritto di autodeterminazione delle singole. Ma è necessario che se ne parli, Valentina ci ha raccontato la sua storia perchè se ne parli, glielo dobbiamo.

 

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