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Il Sinodo virtuale dei mass media

Si fatica a comprendere le ragioni per cui la maggior parte dei media italiani ha accolto con entusiasmo l'Instrumentum laboris (la "traccia di lavoro") per la fase finale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, in programma ad ottobre, presentato martedì in Vaticano. [...] tranne il nodo dei divorziati risposati, su cui il dibattito è realmente aperto, sul resto, a cominciare dalle coppie omosessuali, la chiusura appare netta.
Luca Kocci, Il Manifesto ...

LezPop
19 06 2015

Per sabato 20 giugno, il comitato “Difendiamo i nostri figli” ha organizzato una manifestazione a Roma contro la famigerata ideologia di gender. Siamo a giugno, il mese dell’orgoglio LGBT, e queste persone sperano di replicare il “successo” del Family Day che nel 2007 bloccò i Di.Co., l’allora proposta di legge sulle unioni omosessuali. Siccome sono per la per la democrazia e per la libertà di espressione, gli auguro ogni bene. Peccato che per portare gente in piazza il comitato di Adinolfi & Co. utilizzi tutti i mezzi possibili, leciti e meno leciti.

Qualche giorno fa, sui social girava questa lettera, spedita dalla preside un istituto scolastico romano ai genitori, in cui li si invitava ad andare alla manifestazione per difendere i loro figli dall’indottrinamento gender. Non è chiaro se si tratti di un falso o di un abuso d’ufficio - la circolare è la numero 289 e sul sito dell’istituto le circolari si fermano alla 288 – in più il nome della preside Anna Maria Altieri nelle ultime circolari è sempre barrato e sostituito con quello di Maria Lombardo, tranne in questa.

Grazie alla segnalazione di un nostro lettore, abbiamo anche scoperto che i gruppi neocatecuminali (quelli di Gandolfini, per intenderci) inviano messaggi su Whatsapp di questo tipo.

Insomma, un vero e proprio ricatto morale. Qualcosa che, sinceramente, mi lascia senza parole. È come se un’associazione LGBT per portare persone al Pride dicesse: «Se non vieni non farai mai più sesso in vita tua», oppure «Se non vieni non sei più gay».

Capisco che quando ti sta a cuore una battaglia, il tuo scopo è coinvolgere quante più persone possibili. Capisco che quest’anno, a differenza del 2007, alle associazioni ultra cattoliche manchi l’appoggio diretto della Chiesa, e capisco anche che, a differenza del 2007, questi signori si sentano “accerchiati”, se persino la “cattolicissima” Irlanda ha introdotto i matrimoni egualitari.

Quello che non capisco, e sinceramente vorrei non capirlo mai, è come si possa essere così meschini nell’usare dei mezzi di persuasione tanto infimi. E poi perché? Per costruire una montagna di menzogne con l’unico scopo di impedire a delle persone di ottenere dei diritti? Allora, cari Adinolfi & Co., mi auguro che la vostra manifestazione sia un successo. Ma ricordate che la vostra coscienza viene prima dei numeri. A maggior ragione se vi definite bravi cattolici.

Huffington Post
18 06 2015

Quanto è difficile ancora in Italia riconoscere le differenze, in troppe famiglie i genitori non sanno affrontare l'omosessualità dei propri figli, magari perché convinte, come accade nelle nostre piazze, o nel silenzio delle nostre case, che siano sbagliati, non abbiano il diritto di esprimere il proprio amore, di essere ciò che sono. Chi mi conosce sa che non amo il vittimismo, perché ritengo la conquista dei diritti un difficile, ma anche entusiasmante, percorso personale e collettivo che tante lesbiche e tanti gay sono consapevoli esser necessario.

Ho colto come un segno che la Warner Music Italia abbia "regalato" alla nostra rete per i diritti di tutti e di tutte Equality Italia, il video sottotitolato in italiano, del nuovo singolo di Greg Holden "Boys in the street" che affronta il tema dei pregiudizi legati all'educazione che si basa sulla non conoscenza. Solo quando si riesce a vedere col cuore si può comprendere l'altro, in questo caso il proprio figlio, molte volte però si rischia di arrivare tardi, di accorgersi che per i casi della vita si è persa l'occasione di condividere la serenità e il coraggio del proprio figlio.

Questo brano così delicato, che non ha la pretesa di convincere, ma è un'occasione di riflessione, è la "risposta" più profonda e delicata alle anacronistiche chiamate alle armi per crociate, che hanno anche l'effetto di colpire nell'intimo tanti ragazzi, che si sentono soli, non compresi, in balia di una dolorosa esclusione, proprio dalle loro famiglie. Spero che molti fratelli e sorelle nella fede che sabato si riuniranno a piazza San Giovanni, avvertano nel proprio cuore, dopo l'ascolto di questo brano, la necessità di non prestarsi all'odio, ma di far riemergere l'amore.

Greg Holden è nato in Scozia ad Aberdeen, cresciuto nel Lancashire e si è poi trasferito a New York City nel 2009. Negli ultimi anni si è guadagnato la fama di cantautore indipendente, pubblicando due album (2009 "A word in edgeways" - 2011 "I don't believe you"). Il brano "The lost boys" - una poetica interpretazione ispirata dal romanzo di Dave Eggers su un rifugiato sudanese (Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng) - è arrivato al #1 in Olanda e ha raccolto 50.000 dollari per la Croce Rossa.

In Usa il brano ha venduto oltre 30.000 copie ed è entrato nella top40 di Billboard. Greg ha anche composto il brano "Home", il singolo di debutto del vincitore del talent show "American Idol" Philip Phillips, che ha venduto oltre 5 milioni di copie e che ha valso a Greg il premio ASCAP Pop Award. "Boys in the street" è racchiuso nel nuovo album "Chase the sun".

Aurelio Mancuso

LezPop
12 06 2015

Sono iniziati da pochi giorni i Mondiali di Calcio Femminili, e ci eravamo perse il bellissimo video che la Nike ha dedicato al calcio femminile, con tanto di claim geniale “Strong Alone, Unstoppable Together”.

Da quando lo abbiamo visto non ci siamo chieste altro che: come sarebbe un video fatto in Italia per il calcio femminile? E dopo le dichiarazioni di Belloli, c’è chi ci ha tolto le parole di bocca e risposto al nostro quesito in maniera “amara”, ma altrettanto geniale!

Il Parlamento Europeo pioniere sulle famiglie Lgbt

Il Fatto Quotidiano
11 06 2015

Due giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato, con 341 voti favorevoli e 281 contrari e su proposta della socialdemocratica tedesca Maria Noichl, una risoluzione sulla strategia dell’Unione Europea sulla parità tra uomini e donne dopo il 2015 (2014/2152(INI)). Tale risoluzione è stata riferita nelle cronache italiane come un importante documento in materia di diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT), ma in realtà è molto più di questo: è un vero e proprio manifesto della parità di genere.

“Il diritto alla parità di trattamento”, recita il primo considerando (A) della risoluzione, “è un diritto fondamentale riconosciuto dai trattati dell’Unione, emblematico e profondamente radicato nella società europea, imprescindibile per l’ulteriore sviluppo di quest’ultima, che dovrebbe applicarsi tanto nella legislazione, nella pratica e nella giurisprudenza quanto nella vita reale.”

È questo infatti il tratto più significativo del documento che, con buona pace dei timorosi di cataclismici sconvolgimenti sociali, non è vincolante ma costituisce un’importante piattaforma giuridica di partenza per eventuali proposte della Commissione, che finora se n’è occupata troppo timidamente, e per interventi politici e normativi degli Stati membri sul tema.

Vi sono diversi aspetti sui quali il Parlamento concentra la propria attenzione: la violenza contro le donne, che ne mette in gioco la dignità; la disparità nel rivestire ruoli di potere e decisionali, che genera un deficit democratico a sfavore del genere femminile; la necessità di parificare anche di fatto il godimento di congedi parentali a favore dei maschi, consentendo così alle donne di accedere maggiormente al mondo del lavoro; la povertà femminile (“la povertà in Europa ha troppo spesso il volto di una donna“, si legge nel considerando O), che è causa di esclusione sociale; soprattutto, il perdurare dei tradizionali ruoli e stereotipi di genere, che “influenzano ancora profondamente la ripartizione dei compiti in famiglia, nell’istruzione, nella carriera professionale, nel lavoro e nella società in generale” (cons. R).

Non un documento sui diritti LGBT, dunque, ma un manifesto dal respiro più ampio. Certamente, il primo manifesto di questo tipo, capace di prestare attenzione specifica non solo alle problematiche giuridiche connesse all’attuale disparità di genere, ma soprattutto alle origini sociali di tale disparità, e dunque ai comportamenti socio-culturali di natura discriminatoria, sui quali il Parlamento auspica le istituzioni europee e nazionali ad intervenire incisivamente anche a livello educativo (v. i par. 61-66).

Chiaramente, il mancato riconoscimento delle realtà LGBT (famiglie monoparentali e omogenitoriali, tanto per intenderci) rafforzano gli stereotipi di genere, che il Parlamento ha deciso di combattere. Chi non concepisce la possibilità di una famiglia con due madri o due padri, infatti, non fa altro che rifiutare di vedere come la complementarietà dei ruoli di genere non sia affatto un requisito necessario per costituire un ambiente familiare solido e sano. Non è solo una questione sociologica, ma una semplice lettura della realtà: queste famiglie non vanno immaginate, perché già esistono. La loro esclusione dal riconoscimento dei diritti, come avviene attualmente in Italia, getta un’ombra sulla consistenza democratica e la reale capacità inclusiva di un determinato Paese. Il Parlamento Europeo non fa altro che prendere atto di tutto questo. Ma, ripeto, lo fa con riguardo al tema più ampio della disparità di genere.

Che cosa succederà ora? Si sbricioleranno le montagne? Il Po inonderà la Pianura Padana? L’Etna e il Vesuvio erutteranno in drammatica contemporanea? No. Semplicemente, si rifletterà a livello istituzionale sul da farsi. La via è tracciata, l’ennesimo muro è caduto. L’Europa si dimostra, come lo è già da tempo, molto più aperta e attenta dei Parlamenti nazionali, che invece latitano.

A tal proposito, il Sen. Giuseppe Marinello, in quota NCD e presidente della Commissione ambiente, ha così reagito alla notizia della risoluzione: “L’Italia se ne frega altamente.” Vette altissime, come al solito. Il 55% delle donne europee ha subito nella sua vita una o più forme di molestie sessuali? Il 33% delle donne europee subisce violenze fisiche o sessuali sin da 15 anni?

Chissenefrega. Il Parlamento Europeo riporta l’ovvia considerazione che “Una vita priva di violenze è una condizione essenziale per la piena partecipazione alla società” (considerando J). E chissenefrega.

Ieri la Camera ha sollecitato il governo, con riferimento alla trascrizione delle nozze tra persone dello stesso sesso contratte all’estero, “ad adottare le misure necessarie per garantire un eguale trattamento delle medesime situazioni su tutto il territorio nazionale“. Un impegno di una genericità e astrattezza tali da far impallidire di fronte alla chiarezza d’intenti del Parlamento Europeo e del sonoro “chissenefrega” lanciato da un altro partito di governo ieri.

Matteo Winkler

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