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Il Mattino
21 03 2013

Accolte le «perplessità» del mondo accademico internazionale sulla sindrome da “alienazione parentale” che invece i giudici del merito avevano ritenuto centrale nel caso del piccolo.

ROMA. Nel suo ricorso, la madre del bambino aveva richiamato le «perplessità» del mondo accademico internazionale sulla sindrome da alienazione parentale, che, invece, i giudici del merito, sulla base di una consulenza tecnica effettuata nel processo, avevano ritenuto centrale nel caso del piccolo, caratterizzato da un «forte conflitto di fedeltà nei confronti della madre» e un «ingiustificato rifiuto di rapporti con il padre». La Corte d’appello di Venezia aveva dunque disposto con un decreto che il bambino venisse affidato al padre e inserito in una casa famiglia, con la programmazione di incontri con entrambi i genitori sulla base di un programma psicoterapeutico.

La Cassazione, con una sentenza (l’udienza si è svolta il 6 marzo scorso) ha annullato con rinvio (alla Corte d’appello di Brescia) il decreto dei giudici di secondo grado di Venezia. Le critiche esposte dalla difesa della mamma nel ricorso sulla “Pas” «non sono state esaminate nel provvedimento impugnato - rilevano gli ermellini - così violandosi il principio secondo cui il giudice del merito non è tenuto a esporre in modo puntuale le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, potendo limitarsi ad un mero richiamo di esse, soltanto nel caso in cui non siano mosse alla consulenza precise censure, alle quali, pertanto, è tenuto a rispondere per non incorrere nel vizio di motivazione».

Altro principio «disatteso e non meno importante» nel decreto della Corte d’appello di Venezia, riguarda, rilevano i giudici di piazza Cavour, «la necessità che il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche, ovvero avvalendosi di idonei esperti, verifichi il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale». Infatti, si legge nella sentenza, «il rilievo secondo cui in materia psicologica, anche a causa della variabilità dei casi e della natura induttiva delle ipotesi diagnostiche, il processo di validazione delle teorie, in senso popperiano, può non risultare agevole, non deve indurre a una rassegnata rinuncia, potendosi ben ricorrere alla comparazione statistica dei casi clinici».

Di certo, conclude la Cassazione, «non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare». Sulla base di questi principi, dunque, la Corte d’appello di Brescia dovrà riesaminare il caso.

Di qui l'annullamento con rinvio, accolto con entusiasmo dalla madre: "Abbiamo vinto, abbiamo vinto", le sue prime parole al telefono, "ora mio figlio tornerà finalmente a casa e potrà terminare l'anno scolastico a Cittadella, sono davvero contenta, giustizia è fatta". ...

Lettera aperta (a sinistra) su Femminicidio e Pas

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 09:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
30 01 2013

Ieri sulle pagine di cronaca di molti giornali si leggeva di una donna di 35 anni stuprata nella notte di sabato in Veneto. La donna era stata avvicinata alla stazione di Mestre da un uomo dai modi gentili: una chiacchiera, un percorso in bus fino a Venezia e a piazzale Roma, alla rimessa delle bici, lui tira fuori un taglierino che le punta alla gola e la stupra: “A quel punto si scatena la sua furia”, racconta la donna (leggo.it) che è riuscita a far rintracciare l’uomo dalla polizia copiando di nascosto il numero di cellulare dell’autore della violenza. Poi, quando il sequestro finisce, la donna chiama il centro antiviolenza del luogo e corre al pronto soccorso dove il medico, che le dà 35 giorni di prognosi, le dice “vedrà, signora, che poi tutto passerà”. Infatti, cos’è in fondo uno stupro? una cosa che passa, una cosa che succede, un incidente di percorso, un evento che non è degno di particolare nota.

Giorni fa una donna stava per essere buttata dal balcone dal marito che la minacciava con un coltello davanti ai tre figli minorenni di 8, 4 anni e uno di 4 mesi, mentre un’altra è stata uccisa con arma da fuoco in mezzo alla strada. Tra 15 giorni, il 14 febbraio, il mondo delle donne danzerà e si alzerà contro la violenza in 190 paesi aderendo alla campagna “One Billion Rising” che sta spopolando nel mondo, eppure in Italia la campagna elettorale ancora stenta a prendere parola sul femminicidio per farsi sentire in maniera adeguata nei suoi programmi e nelle dichiarazioni d’intenti: ovvero in maniera proporzionale alla gravità non solo del fenomeno, ma anche del contesto culturale su cui prolifera e degli stereotipi di cui si nutre (anzi, alcuni fanno anche sorrisini e battutine sulle candidate).

La campagna “One Billion Rising” – a cui in Italia hanno aderito già molte associazioni tra cui Dire, l’Udi, la Casa internazionale delle donne, la Convenzione No More! – è promossa da Eve Ensler, l’autrice dei “Monologhi della vagina”, che ha organizzato il 15° V-Day come un evento planetario e che ha tra i suoi testimonial Robert Redford, Jane Fonda, Rosario Dawson, Ruby Wax, Nicola Adams e il nuovo capo del Tribunale Penale Internazionale Fatou Bensouda: gente che ha capito che combattere la violenza sulle donne non solo è un atto di civiltà ma un cambiamento per il mondo e la sua cultura, ovviamente in meglio. E’ possibile invece che i nostri leader – e mi riferisco a quelli della sinistra perché gli altri non li conto neppure – questo non l’abbiano capito e non abbiamo il coraggio di metterci la faccia fino in fondo, parlandone pubblicamente dalle loro tribune. Allora ha ragione il medico della signora di Mestre: in fondo cos’è una violenza? un qualcosa di poco conto, un qualcosa che poi passa, un fatto non così degno di nota rispetto a altri fatti.

Giorni fa ho scritto un articolo in cui parlavo della poca attenzione delle liste della sinistra su femminicidio e Pas (sindrome alienazione parentale), una sinistra che dovrebbe essere storicamente e culturalmente portavoce dei diritti delle donne, e riflettevo soprattutto sui leader di questa sinistra e sulla loro titubanza a prendere posizione pubblica su questi argomenti in campagna elettorale parlandone apertamente: un contesto in cui ho anche citato il punto su “femminicidio e violenza sulle donne” del decalogo presentato da Amnesty International ai politici in gara. In questi giorni questo decalogo è stato firmato da Vendola (Sel) e Ingroia (Rivoluzione Civile), ma nessuno ancora si è pronunciato distintamente e in maniera forte su questi due punti che riguardano in maniera specifica i diritti delle donne e dei minori.

Sul femminicidio ho avuto risposta da Laura Boldrini (candidata Sel) su Twitter che ha sottolineato la necessità di ”lavorare sul fronte legislativo e culturale”, prendendosi anche carico di questi temi, mentre Celeste Costantino (anche lei candidata Sel) mi ha inoltrato una nota in cui delinea un quadro lucido della situazione e in cui si sottolinea sia l’importanza della presenza delle donne in politica, sia l’accesso delle donne al lavoro (che spesso è determinante anche per l’uscita delle donne dalla violenza domestica), in un contesto in cui la riforma varata dalla ministra Fornero è stata una mannaia. Mentre Tommaso Montebello (candidato per Rivoluzione civile), malgrado alcune titubanze “tecniche” riguardo la violenza sulle donne, è stato l’unico a rispondermi prendendo in seria considerazione il grave pericolo che la lobby-pro Pas (Sindrome di alienazione parentale) rappresenta per i bambini e le bambine italiane.

Giorni fa un’altra bambina italiana è stata sottratta alla sua casa e all’ambiente in cui viveva, prelevata a scuola e da vigili urbani accompagnati da una psicologa, e portata via. La bambina non ha opposto resistenza, come il caso di Padova, ed è stata portata in casa famiglia, ma l’episodio, come riporta Primonumero, “ha creato turbamento fra gli insegnanti e gli alunni”, nell’applicazione di un provvedimento del Tribunale dei Minori. Una vicenda in cui è entrata anche la Corte di Strasburgo, a cui il padre si era rivolto per le visite non rispettate dalla madre della piccola, dichiarando che l’Italia non garantisce adeguatamente i padri separati. Una garanzia che non può e non deve passare comunque sulla pelle dei bambini e su cui va impedito che avvocati, psicologi e lobby strumentalizzino un problema che esiste ma che non può essere risolto né dichiarando i bambini “malati” di una sindrome inventata (la Pas appunto) né rinchiudendo questi bambini in casa famiglia per essere “resettati” (ci sono altri metodi di garanzia, altrimenti quanti minori ancora verranno rinchiusi in ambienti “neutri” e strappati al proprio ambiente di crescita con danni ancora più gravi per la loro psiche?).

Per essere più chiara sulla mia richiesta di presa in carico pubblica dei tre leader della sinistra italiana a meno di un mese dalle elezioni, di seguito pubblico la lettera aperta spedita giorni fa direttamente ai tre politici e su cui non v’è stata alcuna risposta. Una lettera mia personale (che non coinvolge né i giornali su cui scrivo né le organizzazioni a cui appartengo), a cui chiedo di aderire lasciando un post anche con solo scritto: aderisco. Magari se siamo tanti e tante ci rispondono, o almeno ci ascoltano se si ricordano ancora che la politica è al servizio dei bisogni delle persone.

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Lettera aperta (a sinistra) su Femminicidio e Pas

Gentili Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Antonio Ingroia,

indirizzo questa lettera a Voi in veste di rappresentanti di quel mondo della sinistra italiana che è storicamente e culturalmente portavoce dei diritti delle donne e dei minori, per sottoporVi alcuni gravi fenomeni che colpiscono molti tra gli italiani e le italiane in cui bisogni andrete a rappresentare in Parlamento.

In qualità di giornalista esperta di diritti umani, e in particolare di violenza sulle donne e diritti violati dei minori, faccio appello a Voi affinché prendiate pubblicamente posizione, in questa campagna elettorale, su femminicidio, violenza sulle donne, uso della sindrome di alienazione parentale nei tribunali come lesione dei diritti fondamentali del fanciullo, fenomeni che stanno causando in Italia rispettivamente 1 donna uccisa ogni tre giorni, di cui il 70% all’interno di violenze domestiche che in Italia rappresentano l’85% della violenza sulle donne (dati ONU), mentre sempre più numerosi sono i bambini prelevati dal contesto in cui vivono per essere rinchiusi in case famiglia a causa dei ricorsi giudiziari sull’affidamento che spesso nascondono casi di violenza subita e/o assistita del minore o maltrattamenti o abusi (ci sono attualmente 30.000 bambini che transitano nelle case famiglia in Italia e in parte per contrasti sull’affido).
A questo proposito Vi invito a riflettere sul fatto che una delle chiavi per il miglioramento della società, come anche la ripresa economica in una crisi che è mondiale, oggi dipende dalle donne. E a dirlo non sono io, ma le Nazioni Unite che hanno constatato, attraverso programmi specifici di sviluppo nel mondo, come le donne in grado di decidere in una casa, in un’azienda, in un campo da coltivare, in una famiglia povera in cui ci sono bambini da crescere, sia una seria opportunità di vita e di sviluppo per l’intera comunità. La gestione delle risorse per il bene comune è fondamentale in questo momento, e le donne in tutto ciò hanno una marcia in più: hanno la capacità umana di pensare all’altro.
Cominciamo allora con il tutelare le italiane dall’essere uccise dall’ex marito.
Cominciamo cercando di prevenire la violenza sulle donne, soprattutto tra le mura domestiche che rappresenta la stragrande maggioranza dei casi di violenza fisica, sessuale, psicologica, economica in questo Paese.
Cominciamo vietando di far strappare “legalmente” bambini e bambine alle loro madri che invece di essere tutelati sono esposti a ulteriori traumi.
Vi chiedo di farlo non solo inserendo questi punti nell’agenda politica o coinvolgendo i vostri candidati e le vostre candidate, ma parlandone nei vostri interventi pubblici in prima persona in questa campagna elettorale.
Questa è la sinistra che molte donne vogliono, una sinistra con un cuore di cui si senta distintamente il battito.
Grazie per quello che farete e per la Vostra cortese attenzione
Cordiali saluti
Luisa Betti

Ho bisogno di "ossigeno!"

  • Giovedì, 29 Novembre 2012 13:48 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
29 11 2012

di Luisa Betti
Come me, Marilena, Ester e Marilù, il 16% dei 300 giornalisti minacciati in Italia, sono donne che sono soggette anche a intimidazioni di tipo sessista. “Strega”, hanno scritto sotto una mia foto “ritoccata” con i capelli verdi, gli occhi rossi e i denti di fuori come se avessi le zanne, e lo hanno fatto solo perché ho scritto di Pas (sindrome di alienazione parentale) e affido condiviso. Hanno riempito questo blog di frasi indecenti e piene di odio appellandomi con epiteti che non mi riguardano: nazista, razzista, nazifemminsta, e tanto altro. Hanno cercato di intimidirmi con minacce dirette che ho respinto al mittente, mi hanno calunniata manipolando i miei articoli con attacchi personali che niente hanno a che vedere con un sano e proficuo contraddittorio.

Hanno minacciato di querelare il giornale facendomi apparire come una che “pianta grane”. Mi hanno indicata e messa alla gogna per aver difeso i senatori e le senatrici, a loro volta minacciati per aver presentato emendamenti al ddl 957 (modifica dell’affido condiviso) che avrebbe introdotto per legge una malattia che non esiste e che il ministero della sanità ha sancito come tale dopo il caso di Padova andato in onda ovunque (e su cui già si sono spenti i riflettori). Mi hanno seguita nelle conferenze per vedere cosa dicevo. Hanno sparso la mia foto nel web come fosse loro e come una “wanted”, una ricercata. Nei gruppi che hanno sui social network, e su cui oltre a incitamento all’odio sostengono la cultura dello stupro fino alla negazione del femminicido, hanno scritto – coprendosi sotto nomi fittizi – che dovevo essere “punita” per quello che stavo scrivendo. Hanno cercato di ridurmi al silenzio in ogni modo su una tragedia che si consuma dentro le mura di casa e che in moltissimi casi nasconde in realtà abusi e violenza domestica. E tutto questo per aver scoperchiato il vaso di Pandora in cui è venuto fuori che oggi in Italia 40.000 bambini transitano nelle case famiglia perché tolti alle famiglie con un costo che varia tra i 3.000 e i 6.000 euro al mese (una cifra che sfamerebbe un’intera famiglia se c’è indigenza) e dove piccole creature sono strappate alle loro madri perché “malati” di Pas, una “malattia” diagnosticata ormai da molti psicologi nelle consulenze all’interno dei tribunali, e che ormai si è infiltrata in maniera capillare, con giudici che preferiscono “medicalizzare” piuttosto che verificare in maniera approfondita attraverso la storia del caso.

Su questa vicenda ho ricevuto tantissima solidarietà: da associazioni e da moltissime persone che mi leggono e mi seguono, e anche dal giornale che ha respinto le accuse che mi venivano fatte e le minacce. E siccome la solidarietà è fondamentale per combattere la paura, per continuare a scrivere e fare inchieste su tutto questo, e per sostenere tutte le colleghe che affrontano ogni giorno la verità dando la possibilità a cittadini e cittadine di usufruire di una corretta informazione: pubblico e chiedo di aderire all’appello lanciato in occasione del convegno “Il velo squarciato. Intimidazioni e violenze contro le giornaliste”, che si è svolto a Montecitorio, nella sala Aldo Moro, la mattina del 27 novembre per la Giornata Mondiale indetta dall’ONU per l’eliminazione della violenza contro le donne, con le testimonianze di Ester Castano, Marilù Mastrogiovanni, Marilena Natale, e la mia, per le intimidazioni, minacce, e le violenze subite a causa del nostro lavoro. I lavori sono stati condotti da Nella Condorelli e Arianna Voto, presidenti della Commissione Pari Opportunità dell’Associazione Stampa Romana, e da Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno (Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti), che ringrazio di cuore per quello che fanno e per la loro dedizione. Il consiglio comunale di Firenze è fra i primi firmatari dell’appello. In Italia, ha detto Alberto Spampinato di Ossigeno, ”c’è una crescente intolleranza per il lavoro dei giornalisti e per il giornalismo critico.

Ciò produce un numero di minacce, intimidazioni ed abusi che non ha eguali nel’Unione Europea: è necessario portare questi problemi all’attenzione pubblica nell’interesse della democrazia”. E c’è bisogno anche, dico io, che tutta la stampa e l’informazione, anche quella dei “grandi” giornali, torni a fare giornalismo d’inchiesta sganciandosi da compromessi con il potere, per dare voce a chi non ce l’ha e per far emergere la realtà che ci circonda con l’oggettività di cui la nostra professione ha bisogno.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha mandato il suo messaggio dicendo che la violenza contro le donne è ormai “una vera e propria emergenza sociale”, ed è necessario “coglierne la portata e le dimensioni effettive”, e che “Occorrono interventi per tutelare con maggiore efficacia le donne che con coraggio manifestano situazioni di abuso”; mentre il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha scritto che “Le operatrici dell’informazione sono sovente sottoposte a gravi aggressioni, minacce e forme di rappresaglia”, e quindi si augura che Ossigeno serva “a far conoscere un fenomeno di cui si parla poco e delle cui dimensioni non c’è una percezione adeguata”.

Vorrei che tutte queste dichiarazioni istituzionali fossero mantenute. Non mancherà modo di verificarle.

TESTO DELL’APPELLO disponibile sul sito di OSSIGENO :

“Nella ricorrenza della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, celebrata congiuntamente a Roma il 27 novembre 2012, nella sala Aldo Moro del Palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, per iniziativa della Commissione Pari Opportunità dell’Associazione Stampa Romana, dell’Associazione Ossigeno per l’Informazione – Osservatorio sui Giornalisti minacciati in Italia promosso da FNSI e ODG, dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio con l’incontro pubblico “ Il Velo Squarciato. Intimidazioni e violenze contro le giornaliste. Le testimonianze, l’Appello”, durante il quale sono state presentate le testimonianze di quattro giornaliste vittime di minacce ed intimidazioni nello svolgimento della loro attività professionale.

Premesso che:
in Italia la violenza contro le donne in quanto donne, continua a generare numerosi e gravi delitti, fra cui oltre cento omicidi l’anno per femminicidio all’origine della violenza contro le donne ci sono in primo luogo le seguenti cause:
1. l’ignoranza del basilare concetto di uguaglianza fra gli esseri umani senza distinzione di genere;

2. il permanere di anacronistici comportamenti discriminatori e di pregiudizi e stereotipi di genere

3. la difficoltà di rendere universalmente accettati i valori della parità;

4. il permanere di condizionamenti culturali e di linguaggi sessisti ampiamente utilizzati anche dai mass media

5. la difficoltà di comunicare con continuità e con la dovuta considerazione (attraverso i mass media) le informazioni sugli ostacoli che limitano la partecipazione delle donne alla vita pubblica e alle professioni, nonché notizie competenti ed approfondite sul contesto sociale che rende possibili le violenze e le discriminazioni;

6. in Italia, secondo i più autorevoli certificatori internazionali, l’informazione giornalistica non è “libera” come negli altri paesi dell’Unione Europea, ma “parzialmente libera” a causa delle seguenti ragioni:
a. la concentrazione della proprietà editoriale;
b. l’irrisolto conflitto di interessi fra attività editoriale, attività politico istituzionale, interesse pubblico
c. l’elevato numero di giornalisti sotto scorta, di giornalisti che subiscono minacce, di giornalisti che subiscono intimidazioni per effetto di norme poco garantiste nei loro confronti in materia di diffamazione e di risarcimenti , norme che prevedono esborsi sproporzionati e la pena del carcere, come nei regimi autoritari:

7. sono numerose le donne giornaliste minacciate in Italia a causa della loro attività professionale e alcune di loro sono specificamente impegnate a diffondere informazioni sulle violenze e le discriminazioni subite dalle donne, come è documentato dai Rapporti annuali dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione promosso dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti, che ha censito in sei anni oltre mille fra giornalisti e giornaliste vittime di minacce e gravi abusi;

Ciò premesso, si fa appello
alle istituzioni pubbliche, al mondo dell’informazione, alla rete di associazioni impegnate nella promozione dei diritti umani e per la piena affermazione dei valori democratici e del principio di eguaglianza e alla libertà femminile, le forze politiche e parlamentari, affinché:
- sia pienamente e correttamente rappresentata la drammaticità della violenza contro le donne, indicandone le cause articolate e dando spazio al dibattito sul modo di superarla;
- siano utilizzati nella descrizione dei fatti di cronaca e dei femminicidi un linguaggio ed una narrazione coerenti e non sessisti;
- si assumano le iniziative legislative e normative più opportune per rimuovere le cause che fanno dell’Italia un paese in cui la libera informazione ha uno spread negativo;
- si contribuisca attivamente alla promozione di iniziative volte a difendere allo stesso tempo i diritti e la libertà delle donne e la libera informazione, in nome dell’eguaglianza, del diritto dei cittadini/cittadine di essere informati, nell’interesse della pace e dello sviluppo”.
ROMA, Palazzo di Montecitorio, 27 novembre 2012
di Monica Pasquino, Scosse
16 giugno 2012

In Senato è cominciata la discussione sul Disegno di Legge 957 (del 2008), proposto da PDL e UDC, che propone "Modifiche al Codice civile e al Codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso".
Il nuovo ddl ha lo scopo di favorire la "concreta applicazione" della Legge sull'affidamento congiunto (Legge 8 febbraio 2006, n. 54), che incontra sensibili ostacoli anche "a causa di resistenze culturali degli operatori".

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