Emily Dickinson, il suo spazio poetico sulle buste di carta

  • Martedì, 20 Maggio 2014 08:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

minima et moralia
20 05 2014

Questo pezzo è uscito su la Repubblica.
Sono raccolte oggi in un bellissimo volume a colori le riproduzioni di alcune buste su cui Emily Dickinson, quando era a corto di altra carta, scriveva poesie. A firmare il libro insieme a Dickinson sono Marta Werner, accademica, docente di poesia, e l’artista Jen Bervin. Entrambe autrici di altri progetti sull’opera di Emily Dickinson, in qualche modo innamorate di poetessa e versi, le due americane hanno il merito di avere trovato una chiave che è al tempo stesso coltissima e diretta per raccontarne vastità e bellezza.

A sfilare una dopo l’altra nelle grandi pagine del libro sono cinquantadue buste di carta, alcune intere, fronte e retro, altre soltanto angoli strappati e ricoperti fitti di poesie in divenire. Sopra le buste lo spazio viene diviso dalla grafia irregolare di Dickinson in colonne, viene modificato in corsa assecondando il perimetro della forma triangolare, viene adattato, moltiplicato, espanso. Sono spazi composti e inventati che mostrano forma e natura della scrittura di Dickinson e fanno dei versi tramandati nelle diverse edizioni e traduzioni un’opera grafica capace di procurare nel lettore un grande struggimento interiore.

Il volume in oggetto si chiama Emily Dickinson: The Gorgeous Nothings (Christine Burgin / New Directions, a cura di Marta Werner e Jen Bervin, pagine 255, $ 39,95), ovvero i meravigliosi niente, a dire con quei “niente” tutto: sentimento, mondo, versi, spazio. La stessa Dickinson in una lettera aveva definito il niente “la forza che rinnova il Mondo”.
Emily Dickinson morì nel 1886 ad Amherst dove era nata nel 1830. Trascorse, per scelta, gran parte della sua vita nella sua camera da letto. In quei cinquantacinque anni scrisse circa 1800 poesie compiute, 2357 in bozza e almeno 1150 lettere e altra prosa. In tutto 3507 scritti che mai volle pubblicare in vita. Scrisse in una lettera all’amico Thomas Wentworth Higginson: “Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio Cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza -”.

Gli originali dei suoi scritti sono conservati nell’Amherst College Library che di recente li ha digitalizzati rendendoli consultabili online. A guardarli oggi (tutti sullo schermo di un computer, una parte nel libro di Werner e Bervin) sembra quasi di sorvolare il mare. Emily Dickinson quando scriveva poesia dava un nuovo significato alle parole. Dice Bervin con giustezza nella bella prefazione al libro: “Quando noi diciamo piccolo, spesso vogliamo dire minore. Quando Dickinson dice piccolo, vuole dire tessuto, Atomi, la Stella del Nord”.

"Questo è l'unico posto dove possiamo riunirci, nessuno fino ad ora ci ha concesso altri spazi, ma per fare poesia un posto vale l'altro e qui non è poi così male" spiega Aysha, 25 anni, nata in Giordania e cresciuta fino a 22 anni negli Stati Uniti. ...

Anche tu senti le grida che agitano l’onda del silenzio

  • Mercoledì, 27 Novembre 2013 09:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
27 11 2013

L'assenza del dolore, una notte senza paura, una mattina senza il ritorno del torturatore: nelle poesie di Mary Dorcey, la lirica di una vita quotidiana comune negata alle donne vittime di violenza. E la ricerca, anche attraverso i versi, di una dimensione collettiva femminile degna di essere celebrata.

Maria Micaela Coppola

“Perché non scrivo una poesia sulla donna comune?”: questo è l’incipit di una lirica di Mary Dorcey non a caso intitolata The Ordinary Woman (1991), in cui la poetessa irlandese svela le diverse interpretazioni attribuibili all’aggettivo ‘comune’ e più in generale a tutto ciò che appare ‘ordinario’ nell’esperienza di vita delle donne. Perché la ‘donna comune’ di Dorcey è drammaticamente ordinaria: la sua esistenza include attività consuete (svegliarsi, fare la spesa, leggere un giornale, guardare la tv o anche scrivere una poesia) che acquisiscono un nuovo, sorprendente senso se rappresentate in contrapposizione alla quotidianità di altre donne, quelle che sono vittime di violenza, incarcerate o impossibilitate a decidere del proprio destino. Anche la poesia qui presentata, Keeping Vigil (La veglia), ci invita ad osservare la vita ‘comune’ delle donne in quest’ottica di costante confronto, per riuscire a cogliere il significato profondo – e tragico – di esistenze femminili niente affatto ‘ordinarie’. E così, nei versi di Dorcey, il boschetto che è stato teatro di un primo bacio o il campo attraversato da un branco di cervi che corrono liberi sulla neve sono lo stesso boschetto e lo stesso campo percorsi da “branchi di donne” portate al macello come animali. Allo stesso modo, la donna alla quale è concesso di riempire la propria giornata di gesti comuni non è una donna comune: tutte le banali attività che essa può compiere fanno da controcanto alle violenze subite da quelle donne alle quali una tale ‘banale’ quotidianità è negata. Da qui il senso di un’esistenza femminile ordinaria ma anche privilegiata, ma anche di un’esperienza individuale in grado di proiettarsi, attraverso la poesia, verso una dimensione collettiva, e di una collettività femminile (e non solo) degna di essere celebrata: “Venite e celebrate ogni/ cosa privilegiata, eccezionale: acqua, cibo, sonno / l’assenza del dolore / una notte senza paura / una mattina senza/ il ritorno del torturatore” (The Breath of History – Il respiro della storia).

Keeping Vigil
(di Mary Dorcey, da Like Joy in Season, Like Sorrow, Salmon Poetry, 2001)

 

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