Euronomade
30 09 2015

1. Da sempre siamo antropofagi, non siamo mai stati moderni
Una delle ragioni che spiega la densità del dialogo tra il tropicalismo antropofagico (brasiliano) e l’antropologia simmetrica (europea) è senza dubbio la convergenza delle critiche che li anima: da sempre siamo antropofagi; non siamo mai stati moderni. L’animismo è un sincretismo che mescola barbari e selvaggi: l’altra modernità con il non moderno.

Affermando che da sempre siamo antropofagi, il tropicalismo ha rifiutato le scorciatoie nazional-popolari delle quali s’impregnava la sinistra socialista e anti-imperialista e più in generale il terzomondismo alla ricerca delle radici dell’identità e dell’autenticità. Affermando che non siamo mai stati moderni, l’antropologia simmetrica ha attaccato alla radice la ragione strumentale occidentale, ovvero i procedimenti di purificazione che impongono innumerevoli asimmetrie tra scienza e vita, mente e mano, anima e corpo, cultura e natura. Il tropicalismo antropofagico ci mostra che le radici del campo nazional-popolare sono in realtà quelle del colonialismo europeo e che quest’ultimo si riproduce come colonizzazione interna, producendo immaginari che si riflettono nella dialettica schiavo/padrone, della pelle e delle maschere.

L’antropologia simmetrica spiega che il contenuto del processo di colonizzazione è la sua ragione (la scienza) e che questa si afferma come biopotere: potere sulla vita dei colonizzati attraverso i meccanismi della sua purificazione strumentale che attribuiscono la potenza pratica e costituente dell’invenzione scientifica ai tribunali costituiti nella strumentalità dei laboratori di sperimentazione e formalizzazione. Come dicevano i giovani operaisti italiani: non ci interessa la scienza ma il principio del suo sviluppo e, perciò, la tecnica non sarà il premio per chi vince la lotta di classe, ma il terreno di questa lotta e allo stesso tempo della sua riqualificazione.
Il campo nazional-popolare (il socialismo) e la tecno-scienza sono, entrambi, intrinseci al capitalismo e organizzano il proprio potere nei laboratori, attraverso l’imposizione della separazione e perfino dell’opposizione tra scienza pura e scienza umana, tra oggetto e soggetto, tra pensiero razionale e pensiero selvaggio, tra il nord razionale e il sud barbaro.

Come meccanismi di purificazione del pensiero, i laboratori sono i dispositivi centrali della riproduzione dell’eurocentrismo, al sud come al nord, una colonizzazione al tempo stesso interna e esterna. Nel “non luogo senza fuori” che definisce lo spazio-tempo della globalizzazione imperialista, l’occidente non è più il laboratorio del mondo, non costituisce più il futuro radioso (capitalista o socialista) di un progresso positivo e lineare. La stessa nozione di futuro è in crisi e con essa quella di progresso, anche quando si presentano come “epistemologie del sud”. Gli orfani dell’anti-imperialismo e dei muri totalitari dicono che la nozione di Impero è eurocentrica, però in realtà non possono accettarla perché non è sufficientemente occidentale e procurano, così, un “fuori” paranoico nella nostalgia per vecchie guerre fredde, nella farsesca opposizione tra, da un lato, il capitalismo “liberale” dell’UE e degli Stati Uniti e, dall’altro, il capitalismo “sociale” della Cina, della Russia e del Brasile (BRICS).

Non ci sono più cavie nei laboratori. Che siano ratti o ragni, stanno tutte esercitando il proprio diritto di fuga dalle alternative binarie che il pensiero post-coloniale produce nel Nord o nel Sud. Se oggi esiste ancora un “fuori” è quello che si costituisce nell’esodo, tra le reti e le piazze.
2. “Los cantes de ida y vuelta”: da maggio a giugno.
Non siamo mai stati moderni, ma i laboratori del potere non smettono di catturare e gerarchizzare la potenza del sapere prodotto dalla cooperazione sociale, dalle relazioni costitutive della democrazia reale. Anche quelli che si dicono preoccupati per il suo “sviluppo”, esattamente perché cercano di costruire i “laboratori” del futuro, finiscono per voler rimettere ragni e topi nelle gabbie di una sapere purificato, impotente e… insensato. Siamo sempre stati antropofagici, ma la sinistra nazional-sviluppista e sovrana continua a falsificare la piattaforma delle “riforme”, sognando il “socialismo in un unico paese” e funzionando, di fatto, come un apripista autoritario che apre il cammino alla destra e alla sua globalizzazione neoliberale: tra mega-dighe e mega-eventi, gli indios sono trasformati in miserabili e i poveri in lavoratori terziarizzati; i migranti non cessano di essere subalterni e la cittadinanza è ridotta a un’operazione d’immunizzazione del corpo dalla nazione produttiva, così come la pensano Dilma e Serra in Brasile, Chevènement e Le Pen in Francia, Renzi e Salvini in Italia, Thilo Sarrazin e Merkel in Germania.

Se l’antropologia simmetrica ci dice che non siamo mai stati moderni e, quindi, che nessun laboratorio ha prodotto scienza come nessun tribunale ha mai fatto giustizia, il prospettivismo amerindio colloca la produzione del sapere nei mille piani tracciati dallo scambio di punti di vista. L’uomo è un nodo di relazioni: la impurezza del meticciato universale, soggetto e oggetto, cultura e natura. Non si tratta quindi di pensare il Nord a partire dal Sud, nemmeno il Sud dal Nord, ma pensare nell’intermezzo, nell’esodo: il concatenamento, il divenire-sud del Nord e il divenire-nord del Sud, i “cantos de ida y vuelta”: la situazione post-coloniale non riguarda solo le ex colonie, ma anche la metropoli. Il pensiero è selvaggio e civilizzato.

Il prospettivismo amerindio, la filosofia della percezione e la schizoanalisi sono i volti molteplici di un unico processo di produzione del sapere: discorsi e atti politici che costituiscono le società, i gruppi, le classi. La giustizia è lotta e non un tribunale e ciò esattamente nella misura in cui la verità non sta in nessun laboratorio, ma nel coraggio di distruggerlo: l’osar sapere ha sempre bisogno di un saper osare. Esercitando il nostro diritto di fuga, ci riuniamo qui per pensare cosa sta succedendo tra il Nord e il Sud, tra la Spagna e il Brasile, ovvero tra le esperienze più dinamiche dell’Europa e dell’America del Sud, anche se queste “dinamiche” hanno significati opposti.
Tra le sollevazioni sorte in seguito all’ondata delle primavere arabe, quella del 15 maggio del 2011 in Spagna (15M) è stata senza dubbio quella che è riuscita più di tutte a generalizzarsi e a mantenersi nel tempo in Europa, mentre quella del giugno del 2013 in Brasile è stata quella che si è più massificata e radicalizzata in America Latina e, malgrado tutto, continua viva. Nei due casi sono entrati in scena nuovi personaggi: le moltitudini del lavoro metropolitano.

Il 15M è nato come una sollevazione contro una rappresentanza sequestrata da un doppio dispositivo di comando: del sistema finanziario e del sistema dei partiti; si è presentato come un movimento emergente e distribuito nelle reti sociali, seguendo l’esempio delle primavere arabe e della Geração à Rasca portoghese, per tradursi rapidamente in un’occupazione generalizzata dello spazio pubblico (las Acampadas). Il 15M è una “criticità auto-organizzata”: non un “movimento unico”, ma un avvenimento ampliato nel quale è apparso un paese dall’altro lato dello specchio: “Now, here, you see, it takes all the running you can do, to keep in the same place”. Stare nello stesso posto significa trovarsi in una situazione aperta all’avvenimento, nella quale l’energia potenziale distribuita trasforma lo status quo in un processo costituente.

L’eccezione qui è la persistenza inedita di questa “criticità auto-organizzata” del sistema delle lotte sociali. Criticità è il fatto di una rivoluzione non lineare con disposizioni che esprimono tensioni etiche, politiche, erotiche, biopolitiche. Il 15M è stato attraversato da almeno 3 sviluppi: la connessione con piattaforme di lotta che provengono dai movimenti e gridano “noi non pagheremo per la vostra crisi”, come la Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH); l’emergenza del sindacalismo sociale (come le Mareas di educazione e salute); i movimenti di occupazione delle città (i Centri Sociali) e la creazione di un sistema-rete emergente, multilivello, tra le reti e le piazze, tra le persone e i collettivi.

Con questa capacità di durare, il 15M ha iniziato a essere attraversato dalla questione della rappresentanza elettorale in due momenti: immediatamente nel 2011, quando ha rifiutato di scegliere il “meno peggio” e ha lasciato che il PSOE fosse sconfitto dal PP; e, successivamente, nelle elezioni europee del giugno del 2014 quando si sono presentate due nuove formazioni politiche: il Partito X, Partido del futuro, e Podemos. Nonostante il Partito X provenisse dalle reti tecnopolitiche interne al 15 M, è stato Podemos ad avere un chiaro successo, riuscendo a intavolare la discussione sulla trasformazione elettorale e istituzionale prodotta dal 15M e potendo, oggi, pur con numerose difficoltà dovute alla sua ipotesi organizzativa e strategica, diventare il simbolo di un cambiamento politico costituente in Spagna e nell’UE. Podemos non è l’unico progetto di assalto istituzionale, ma quello che fino a oggi ha riscosso più successo, in nitida competizione (un esercizio salutare di democrazia) con processi come Guaynem e Ganemos a Barcellona, Madrid, Saragozza e in misura minore a La Coruña, Malaga, etc.

Il giugno 2013 in Brasile è esploso come uno sciopero metropolitano contro l’aumento delle tariffe dei trasporti (indetto dal Movimento Passe Livre – MPL) per diventare la maggiore sollevazione della storia del Brasile, che si è generalizzata per tutto il paese, toccando tutte le questioni inerenti alla democratizzazione, al di là del regime post-dittatura cristallizzato nella “Costituzione del 1988”: da un lato, ha fatto convergere in una rivolta generale le innumerevoli lotte di resistenza contro il modello di città legata all’ibridizzazione tra il neo-sviluppismo e la costruzione della “città globale”; dall’altro, si è esteso con la moltiplicazione di “acampadas” direttamente dentro i templi della rappresentanza: i tentativi di occupazione del Congresso nazionale a Brasilia si sono poi replicati con le occupazioni di per lo meno 12 sedi di consigli comunali o parlamenti regionali (a Porto Alegre, Belo Horizonte, Campinas, Rio de Janeiro, ecc.).

La forma dello sciopero metropolitano è diventata una referenza per innumerevoli movimenti autonomi di sciopero: a Rio de Janeiro, per i professori che in ottobre dello stesso anno sono tornati a occupare i consigli sfidando la violenza della polizia durante 3 giorni di scontri campali; e per la lotta vittoriosa dei netturbini, in febbraio del 2014, nel mezzo del carnevale. Questi scioperi hanno mostrato il terreno di costituzione delle lotte sociali. Il giugno 2013 è stato però decostruito: la resistenza contro la violenza della polizia, che inizialmente ha massificato la sollevazione, è diventata il terreno di una repressione feroce che ha paralizzato le mobilitazioni dei poveri. Durante le elezioni nazionali di ottobre 2014, il marketing miliardario del governo (in particolare del PT), dopo aver distrutto la possibilità di un lulismo senza Lula (con Marina Silva) e mentendo vergognosamente, è riuscito a polarizzare e a mistificare la campagna elettorale. L’irresponsabilità di una politica totalmente corrotta è stata così grande che ha, alla fine, resuscitato la mobilizzazione di una destra che era rimasta completamente paralizzata e che oggi sta nelle piazze, attraversando la giusta indignazione popolare.

3. Cosa “podemos” tra Spagna e Brasile?
In Spagna il 15M è stato una mobilizzazione generale contro tutta la rappresentanza monopolizzata dal sistema dei partiti che è nato con il regime costituzionale post-franchista del 1978, incapace di bloccare e tanto meno di frenare il processo distruttivo del sistema di protezione sociale. In Brasile, il giugno 2013 è stato una sollevazione metropolitana contro una rappresentanza che è diventata un ostacolo per la costruzione di un vero welfare. Nel Nord il lavoro sta diventando precario e povero, attraversando una “brasilianizzazione” Nel Sud i poveri sono costretti a lavorare di forma precaria, passando per un’“europeizzazione” che è in realtà una “brasilianizzazione”: non più a causa del ritardo e del sottosviluppo, ma della modernizzazione e della globalizzazione.

Nel 15M si è dato il rifiuto dell’austerità neoliberale, ma anche l’affermazione della nuova potenza del divenire-povero del lavoro per la produzione di una nuova generazione di diritti, la produzione di un’altra città. Nel luglio 2013 il lavoro dei poveri ha rivendicato un nuovo tipo di diritti, ha anticipato la crisi dell’avventura neo-sviluppista sul terreno della trasformazione dei valori. Il divenire-povero del lavoro, scambiando il punto di vista del divenire-lavoro dei poveri, indica un divenire-Brasile (un divenire-sud) della moltitudine del lavoro in Spagna e un divenir-Spagna (un divenire-nord) della moltitudine dei poveri in Brasile. Le sollevazioni plebee del 15 maggio 2011 e del giugno 2013 durarono nel farsi delle moltitudini in Spagna come in Brasile.

L’autonomia delle lotte si è affermata inizialmente come base di una critica sistemica della rappresentanza e dell’autonomia del politico che punta a disgregare le dimensioni produttive delle lotte nel terreno della composizione dello Stato, dei partiti e delle corporazioni. Tuttavia, le moltitudini spagnole e brasiliane hanno bisogno di far fronte alla sfida del che fare, perché la loro potenza si affermi come breccia democratica, come “democrazia reale subito”. Come passare per la rappresentanza senza lasciare che l’autonomia costituente del movimento sia ridotta nuovamente all’autonomia del politico e quindi sconfitta?

Una delle specificità di Podemos in Spagna è di fare esplicito riferimento, oltre al 15M, al virtuosismo dei “governi progressisti” dell’America del Sud. Da un lato, si distingue così da esperienze elettorali simili nella combinazione della potenza del ciberattivismo con una hiper-leadership promossa per mezzo dei media tradizionali, come il Movimento 5 Stelle in Italia; dall’altro, è proprio questa ida y vuelta verso il Sud che si può trasformare in una tremenda trappola. Il ciclo dei governi chiamati “progressisti” è finito e, ancora peggio, non lascia trasparire nessun “virtuosismo”, neppur residuale o inerte. Diventando un socialismo del secolo XXI, il chavismo ha già riprodotto in breve tempo tutte le magagne del capitalismo di Stato e oggi sopravvive come un regime fallito, che appena si appoggia sulla capacità repressiva dell’esercito e più in generale dello Stato. Non si tratta solo di un Venezuela agonizzante. Anche l’Argentina arriva estenuata alla fine del kirchnerismo, il regime che deve sostenere un candidato alle prossime elezioni che proviene dal menemismo neoliberale.

Anche in Ecuador ci sono segnali di esaurimento di fronte alle ampie manifestazioni sociali, in particolare quelle indigene. In tutti i casi, e ciò include anche la Bolivia di Evo, gli esperimenti democratici hanno smesso di esistere e ad avere la meglio è una visione statalista e centralizzata: il lutto del socialismo e dell’autoritarismo statale non è ancora avvenuto. La critica del mercato e dei meccanismi della democrazia rappresentativa serve appena per mistificare le pratiche di sfruttamento del lavoro e, ancora peggio, pratiche arcaiche.

Ma è nel caso del Brasile, il paese che è baricentro geo-economico del subcontinente e garante dell’intero ciclo degli anni 2000, che l’esaurimento si presenta in modo radicale e devastante. La crisi brasiliana è scoppiata definitivamente nel momento in cui vari osservatori internazionali pensavano di notare la sua vitalità: nelle elezioni dell’ottobre 2014. Della complessità della situazione brasiliana interessa estrarre tre grandi elementi: 1) in primo luogo la sua dimensione soggettiva, 2) in secondo luogo, le determinazioni oggettive e, infine, 3) le implicazioni politico-teoriche.

1) Sul piano soggettivo dell’evento, contrariamente ad altri paesi dell’America Latina, il movimento del giugno 2013 ha anticipato la crisi oggettiva (economica), aprendo una gigantesca breccia per una svolta verso la radicalizzazione della democrazia. Di fronte a ciò il lulismo (del governo Dilma, passando per il PT e lo stesso Lula) ha mobilitato tutte le risorse che il potere economico e politico gli offriva per chiudere la breccia ad ogni costo, e questo su tre fronti d’intervento: la delegittimazione della sollevazione, squalificata a livello di rigurgito “fascista”; la vertiginosa decisione di trasformare alcune reti di giovani patrocinati dal proprio PT come rappresentanti del “movimento”; la pianificazione e la coordinazione di un fortissimo schema di repressione, applicato a tutti i livelli federali (in particolare in occasione del Mondiale della FIFA). Il governo ha, inoltre, usato la sua potentissima macchina di marketing per produrre l’immagine e la sensazione di una presunta “ondata conservatrice” nella società e di una “campagna d’odio” nelle reti sociali.

Il PT e il lulismo hanno dunque usato tutto il loro potere (statale) per chiudere la breccia democratica, molto semplicemente perché loro non ci potevano entrare, proprio nei termini della profezia: è più difficile che un ricco vada al paradiso che un cammello passi per la cruna dell’ago. Il movimento ha aperto la breccia e allargato la cruna, ma il PT e la sua burocrazia mafiosa erano già diventati troppo ricchi e grassi di prebende e mazzette per poterci passare. Non potendo entrare nella cruna, hanno preferito cercare di distruggere l’ago.

La breccia del giugno 2013 determinava due movimenti virtuosi: il primo era immanente alla propria dinamica della sollevazione come possibilità per i poveri di poter lottare senza essere uccisi, ed è esattamente questo che ha trovato espressione nella vittoriosa campagna per Amarildo – il muratore, torturato, assassinato e fatto scomparire per mano della polizia pacificatrice della favela di Rocinha a Rio de Janeiro. Il secondo riguardava il rifiuto del dispositivo binario che domina tutta la comunicazione del lulismo e che consiste nell’alimentare una lotta ideologica (il PT contro l’elite bianca e il neoliberalismo) tanto violenta quanto vuota e totalmente falsa, dato che nei fatti governa per le grandi imprese edili, le banche e, nel parlare di una riduzione delle diseguaglianze, la pensa, nella migliore delle ipotesi, come l’emergenza di una “nuova classe media”.

Il giugno 2013 era insopportabile per il PT e Lula perché gli impediva di continuare a pianificare cinicamente sul sottosviluppo brasiliano per giustificare la sua corruzione pubblica e morale, ovvero il fatto di governare non solo per e con i ricchi ma anche come ricco (anche se parvenu).
2) La determinazione oggettiva ha due dimensioni che s’inseriscono una dentro dell’altra: la crisi in Brasile non deriva – come in Europa – dal fatto che il governo si è rifiutato di applicare politiche anticicliche, ma perché le ha fatte e ne ha fatte troppe. Successivamente, a differenza di altri paesi dell’America del Sud, una volta rieletto, il governo Lula-Dilma ha invertito di 180 gradi le sue priorità per applicare una dura politica economica di austerità. Indipendentemente da ciò che questo significa dal punto di vista della truffa elettorale, il Brasile oggi si trova immerso in una grave crisi economica, governata da un violentissimo dispositivo di tagli di budget, tagli ai diritti dei lavoratori, aumenti dei tassi d’interesse e, al tempo stesso, di aumento generalizzato delle tariffe amministrative (dei servizi pubblici, in particolare dei trasporti, della benzina e dell’elettricità).

Il governo Dilma è riuscito a fare peggio che la stagflazione, tanto che oggi ci troviamo in piena recessione e inflazione, ossia in una vera e propria depressione. I poveri del Brasile dovranno sopportare un lungo periodo di recessione con alta inflazione. Il governo Dilma sta realizzando una vera confisca dai redditi dei lavoratori e dalle fasce intermedie degli impresari.

Il lungo periodo dei governi Lula–Dilma può essere diviso in due fasi. Tra il 2003 e il 2008, il PT ha seguito alla lettera le ricette neoliberali ma si è anche fatto prendere da alcune innovazioni che hanno costituito piccole fessure. Tutto ciò si riassume in tre momenti: la massificazione di politiche neoliberali di distribuzione del reddito (Bolsa Familia); le politiche di accesso, in particolare all’insegnamento universitario (Prouni, Reuni e le quote razziali nelle università); la valorizzazione del salario minimo che, oltre a migliorare il livello di reddito dei lavoratori poveri, ha permesso un upgrade generale del sistema di protezione sociale. A partire dal 2009, dopo la grande crisi finanziaria, il governo Lula-Dilma ha cominciato a implementare politiche di accelerazione della crescita, teoricamente ispirate al vecchio nazional-sviluppismo e di fatto pianificate e realizzate a partire dalla traduzione, in termini di politica economica, del gioco elettorale, ovvero dalla corruzione sistemica della quale il PT è diventato, più che un attore tra gli altri, il principale articolatore.

Questo mentre la tenue riduzione delle disuguaglianze prodotta nella prima fase veniva trattata come l’emergenza di una “nuova classe media” destinata a essere – sul piano soggettivo – la base del nuovo consenso e allo stesso tempo – sul piano obiettivo – la destinataria di politiche di reindustrializzazione, di grandi opere e di grandi eventi: l’edificazione di un Brasil Maior, come diceva la propaganda. Un vero e proprio festival di sussidi pubblici per i global players: dalle grandi multinazionali automobilistiche alle grandi imprese edili, passando per l’agrobusiness.

L’intero processo si è alimentato con il pieno coinvolgimento della Petrobras nello sfruttamento “nazionale” dei giacimenti di petrolio in acque molto profonde, delle grandi opere (che provengono dai progetti megalomani della dittatura militare) come le mega-dighe idroelettriche in Amazzonia, il sottomarino e le centrali nucleari (francesi), dei mega-eventi (Coppa della FIFA e Olimpiadi come paradigmi). Non c’è stata nessuna reindustrializzazione e mentre gli investimenti nei grandi lavori e nei grandi eventi sportivi hanno saturato le metropoli di tutto il paese, il “conto” è arrivato prima che il Brasile diventasse maggiore. Nel frattempo, la cosiddetta “nuova classe media” si trova tra le file dei disoccupati ai quali il governo ha già tagliato la protezione.

3) La convergenza del Brasile Maggiore neo-sviluppista con le stesse, e persino più violente, politiche di austerità ci fornisce alcuni spunti di riflessione teorica. A caratterizzare i “limiti” dei governi progressisti dell’America Latina non sono gli impegni presi con l’“estrattivismo” e ancora meno il ruolo che avrebbe giocato l’imperialismo. Sia chiaro: l’estrattivismo è una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo in tutto il subcontinente ed è con questi “vecchi” interessi che i governi, che erano “nuovi”, hanno dovuto negoziare e allearsi per vincere le elezioni e per governare. Ma non è questo che definisce la particolarità dei tentativi d’innovazione in termini di politiche economiche e industriali.

Al contrario, l’esaurimento dei nuovi governi e la crisi hanno a che fare con il modo in cui hanno tentato uscire dall’estrattivismo, ovvero con il modo in cui hanno tentato di uscirne approfondendolo (nelle foreste) e estendendolo (nelle metropoli). Nel caso brasiliano questo è evidente: invece di scommettere sulla radicalizzazione della democrazia e sui processi di mobilitazione democratica, il PT e Lula credono solamente – come la propria scelta della figura di Dilma mostra – nello Stato e nel Grande Capitale (i global players). Così, non c’è stata nessuna rottura con l’estrattivismo e nessuna accelerazione verso il cambiamento, ma appena un approfondimento dell’inserimento nelle dimensioni mafiose del capitalismo contemporaneo e delle sue forme di controllo del territorio e dello Stato.

I giacimenti dell’accumulazione del capitalismo cognitivo in Brasile si trovano nelle metropoli e riguardano la mobilitazione dei poveri in quanto poveri: il lavoro del povero che non passa più per la sua iniziale inserzione nel rapporto salariale. Invece di riconoscere la potenza produttiva di nuovi valori, che la radicalizzazione democratica offre, il PT di Lula e Dilma si sono uniti alle vecchie e nuove mafie attraverso le quali il capitalismo cognitivo cattura le eccedenze produttive nei territori. La mafia neo-sviluppista (delle grandi imprese esecutrici di lavori pubblici) si è unita alla mafia oligarchica dell’agrobusiness e alle mafie diffuse che controllano i territori produttivi delle metropoli in un’orgia improduttiva che ha fatto solamente esplodere l’inflazione, accentuare le disuguaglianze e la segregazione urbane.

4. Le coalizioni sociali e il municipalismo costituente
La grande vittoria del giugno 2013 sta nelle lotte e nelle pratiche delle coalizioni sociali che oggi in Brasile guardano al Municipalismo Costituente che si è manifestato con i risultati elettorali del 24M in Spagna.
Le coalizioni sociali stanno già in un divenire-municipalista, al modo stesso in cui i giovani governi municipali hanno bisogno di continuare a essere attraversati dai concatenamenti delle coalizioni sociali. I Ganemos sono nati come opportunità di tentare nelle elezioni municipali l’assalto istituzionale proposto da Podemos, ma anche come una significativa inflessione, al di là di Podemos. Il processo di costituzione di Podemos, con l’Assemblea di Vista Alegre (nel novembre 2014), ha avuto un alto costo perché si sono, così, limitati la polifonia e uno stile di fare politica che presuppone una cooperazione distribuita. In città come Barcellona, Madrid e Saragozza, l’“effetto Podemos” si è formato sin dall’inizio per mezzo di iniziative cittadine che funzionano come punti di attrazione e biforcazione del sistema-rete creatosi nel M15.

Il municipalismo, come il caso di Ahora Madrid dimostra, contribuisce più che Podemos: senza la tensione di Municipalia, prima e, subito dopo, di Ganemos Madrid, la vittoria sarebbe stata impossibile, visto che la radicalità democratica – che è il “codice 15M” – sarebbe rimasta dominata da relazioni di forza tra entità chiuse e trincerate.
In Brasile, è il punto di vista della lotta dei netturbini di Rio de Janeiro che ci introduce direttamente all’interno di questo divenire. La lotta degli spazzini è scoppiata nel febbraio del 2014 ed è stata, forse, la maggior vittoria del movimento di giugno. I netturbini si sono ispirati direttamente alle dinamiche autonome e orizzontali di giugno e il loro sciopero si è riflesso con potenza nelle reti sociali e nelle strade. La lotta è stata rapida e vittoriosa (con un aumento salariale del 37%) e ha contato con un ampio appoggio sociale, diventando un riferimento per tutto l’attivismo.

Tuttavia, mentre l’attivismo è andato esaurendosi in una spirale senza fine di azione e repressione, i netturbini non hanno smesso il loro esodo fuori dalla schiavitù delle proprie condizioni di lavoro e nel febbraio 2015 si sono nuovamente fatti presente con una nuova lotta salariale (che è riuscita ad ottenere l’8% di aumento in un momento di politiche di austerità) e presentando una lista indipendente contro il sindacato crumiro e mafioso. La risposta del Comune di Rio de Janeiro (ovvero del PT e del PMDB) avviene oggi lungo due assi complementari: da un lato, una repressione feroce; dall’altro, automazione e subappalti.

Dal lato della repressione, centinaia di licenziamenti, compresi i membri della lista autonoma che concorreva alla direzione del sindacato e più di trenta netturbini sono stati accusati di “organizzazione criminale” e ricevono minacce di ogni tipo. Dal lato dell’automazione, il municipio di Rio ha iniziato a distribuire nelle strade i cassonetti per la raccolta dei rifiuti che permettono ai camion di operare automaticamente e all’impresa municipale di subappaltare il lavoro degli autisti così come la gestione dei camion stessi. In conclusione, la lotta dei netturbini è già riuscita – in meno di un anno – a determinare quel processo d’innovazione che la condizione neo-schiavistica nella quale erano mantenuti permetteva di rimandare. Allo stesso tempo, con tutte le difficoltà che questo può implicare, la pratica dei netturbini di organizzarsi in circoli di cittadinanza, il loro lavoro sociale nelle favelas, le connessioni con gli altri tentativi di costruzione di un “sindacalismo sociale” li pone nella posizione di estendere le loro lotte direttamente nel terreno della conoscenza e in quello metropolitano: non contro l’automazione, ma per decidere chi trarrà beneficio dalla modernizzazione che loro stessi hanno prodotto: il capitale e le sue mafie politiche o i netturbini come agenti ambientali di una nuova cittadinanza?

La “coalizione sociale” appare non solo come un terreno necessario e urgente perché la lotta autonoma possa espandersi nel terreno costituente della gestione dell’impresa di pulizia urbana, dell’ambiente e della salute nelle comunità e nelle favelas. La lotta metropolitana ha bisogno di costruire coalizioni di lavoratori e abitanti in modo che l’automazione della raccolta dei rifiuti si traduca in un miglioramento delle condizioni di lavoro dei netturbini che così potranno, oltre a mantenere l’impiego, essere agenti di protezione ambientale nei territori dove la gestione dei rifiuti è urgentissima. Il comune è già il terreno della lotta autonoma dei netturbini che, non a caso, si sono costituiti in un Circolo della Cittadinanza: il Circulo Laranja.

Nel caso della Spagna, il successo nelle prossime elezioni generali delle confluenze basate sulla trasversalità e sulla radicalità democratica, seguendo l’esempio di Ahora Madrid, Barcelona en Comù, Zaragoza en Comù ecc., potrà significare la storica trasformazione del sistema-rete-15M in un sistema di ordine superiore, capace di integrare il sistema politico e rappresentativo. Si tratterebbe di una rottura costituente o, in tutti i casi, della chiave di una situazione di fronte alla quale tutta l’”autonomia del politico” è un ostacolo per la realizzazione della promessa delle lotte: Democracia Real Ya.
Rio de Janeiro e Madrid – settembre 2015
Traduzione di Lalita Kraus

Dinamo Press
30 09 2015

In Catalogna vincono gli indipendentisti di Junts pel Sí e CUP, Ciutadans si afferma come seconda forza politica nella regione. Mentre Podemos affronta il risultato peggiore dalla sua fondazione

Il voto di ieri in Catalogna rappresenta la prima – seria – battuta d’arresto per il progetto politico di Podemos dalla sua nascita, in occasione delle europee del 2014. Il risultato premia le posizioni indipendentiste, che sommando i voti di Junts pel Sí e la CUP raggiungono i 72 seggi, quattro in più della maggioranza assoluta (qui i risultati completi). Nonostante lo scontro apertosi in queste ore tra le due formazioni politiche per decidere chi sarà il capo dell’esecutivo catalano – e quale sarà il futuro del processo indipendentista – il voto di ieri ha avuto caratteristiche plebiscitarie, con un’affluenza che ha sfiorato l’80 per cento. A conferma, casomai ce ne fosse bisogno, che la questione nazionale in Catalogna è ormai divenuta questione centrale all’interno del dibattito politico. Allo stesso tempo, tuttavia, l’indipendentismo catalano, ottiene la maggioranza dei seggi ma non la maggioranza dei voti, rendendo ancora difficile indovinare il risultato di una eventuale consultazione referendaria.

L’altro grande vincitore è Ciutadans, che con il 18 per cento dei voti e 25 seggi è oggi la seconda forza politica della Catalogna. Presentatosi come l’unica alternativa di fronte all’avanzata dell’indipendentismo e delle spinte secessioniste, Ciudadanos ha fatto il salto di qualità in queste elezioni, sostituendo di fatto il PP (che ha ottenuto solo 11 seggi) alla guida del blocco “unionista” all’interno del parlamento regionale. Una buona base di partenza per le elezioni politiche di dicembre, in una fase spagnola segnata dal ritorno della retorica sull’unità nazionale e dal riemergere delle destre.

E Podemos? Il partito di Pablo Iglesias quattro mesi fa trionfava alle elezioni municipali di Barcellona con la coalizione di Barcelona en Comù, ottenendo il 25 per cento dei consensi e il governo della città, stimolando riflessioni nei movimenti urbani di mezza Europa attorno al nodo del “si se puede”. Sebbene non si possa considerare il risultato di maggio come un successo diretto ed esclusivo di Podemos – Barcelona en Comù è stato un lungo processo municipalista, Ada Colau ha un’altra biografia rispetto a Pablo Iglesias, etc. – è chiaro che la differenza con il 10 per cento ottenuto ieri a Barcellona, pesa come un macigno sulla coalizione CatSíqueesPot, con cui Podemos si è presentato alle elezioni. Pesano le modalità di costruzione della candidatura, decisa dall’alto e tramite un processo molto differente da quello virtuoso e vincente di maggio. Iglesias stesso si è speso moltissimo in termini personali – trasferendosi a Barcellona per seguire di persona la campagna elettorale - senza però riuscire ad ottenere i risultati sperati.

Podemos ha cercato di sparigliare le carte con una campagna elettorale basata su temi sociali, in un contesto in cui la questione nazionale catalana si identificava completamente con il tratto populista occupando “el centro de la mesa” e rendendo di fatto inefficace la retorica sulla casta e l’immagine dei “los de abajo” e “los de harriba”. Il risultato è stato definito ieri sera da Pablo Iglesias come “altamente deludente”. Il leader di Podemos si è poi difeso aggiungendo che in uno scenario politico fortemente polarizzato la scelta del partito è stata quella di anteporre “responsabilità e senso dello Stato” all’interesse elettorale. Forse l’errore è stato quello di parlare “di diritti sciali, o della necessità che i catalani possano usufruire dei servizi pubblici fondamentali, di fronte all’austericidio messo in campo negli ultimi anni dal presidente Artur Mas”. “Se questo è stato il nostro errore, continueremo a commetterlo” ha poi aggiunto.

Può darsi che le elezioni catalane resteranno un fenomeno a sé, dato dalla particolarità del panorama politico e dalla peculiare polarizzazione del dibattito elettorale. Probabilmente non è questo il terreno adatto per azzardare previsioni sulle elezioni di dicembre. Ma va detto che lo stesso Iglesias pochi giorni fa aveva dichiarato che “il voto catalano disegnerà l’ordine di partenza verso le prossime elezioni nazionali”. Allo stato attuale, Podemos parte in quarta posizione. Fino a dicembre la strada è lunga e tutta in salita.

di Luca Cafagna

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