La cattiva politica e l'amministrazione pubblica

  • Venerdì, 13 Settembre 2013 08:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
13 09 2013

Daniela Carlà, portavoce delle Associazioni dell'Accordo per la democrazia paritaria, già alta dirigente al Ministero del Lavoro e oggi Presidente del collegio dei sindaci Inps, ha rilasciato alla direttrice di "Noi donne", Tiziana Bartolini, una interessante intervista in controtendenza di analisi sui mali delle strutture che governano il Paese.

"Nel nostro paese c'è un problema che riguarda complessivamente la classe dirigente. È semplice e rassicurante pensare che siamo solo di fronte a una crisi della politica. La crisi, invece, riguarda tutti i meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti e la Pubblica Amministrazione è l'anello che consente alla classe dirigente, nel suo complesso, di essere credibile, di guidare le trasformazioni, di poter realizzare le riforme. Siamo di fronte a un avvitamento della società su sé stessa".

Il linguaggio degli alti funzionari dello Stato solitamente è misurato, attento a calibrare espressioni e concetti. Le riflessioni che ci affida Daniela Carlà, al contrario, sono nette e a tratti impietose. Sono la summa di un lungo percorso di dirigenza ai vertici di un Ministero nevralgico come quello del Lavoro e che oggi la vede Presidente del Collegio dei Sindaci dell'INPS.

"È indispensabile per i funzionari pubblici recuperare credibilità, sento il bisogno di una cerimonia con un valore simbolico in cui si torni a giurare sulla Costituzione come segno di orientamento valoriale della propria attività, che risponde alle leggi fondamentali, ai valori del Paese". Non a caso Daniela Carlà è tra i fondatori dell'Associazione Etica PA e della rivista on line "Nuova Etica Pubblica".

"Avverto la difficoltà di assumere la questione del genere nella sua portata nazionale; una classe dirigente attrezzata non può più essere parziale e riguardare metà della popolazione, con eccezioni, deroghe e cooptazioni che sono persino peggiori delle vecchie discriminazioni: sono i tentativi del vecchio di assimilare il nuovo senza innovarsi veramente. L'immigrazione è l'altra questione nazionale in cui registriamo incapacità di governo del fenomeno e difficoltà a coglierne la portata: non si riesce ad uscire da una discussione che prima era ideologica, poi è diventata vecchia e ora annoia. Le continue offese, gravissime, alla Ministra per l'Integrazione Cécile Kyenge se sono prova concreta".

Concordiamo: una Pubblica Amministrazione arretrata e, oltretutto, poco stimata e non solo per i continui episodi di corruzione.
C'è un troppo di leggi inapplicate, un eccesso di incomprensibile burocrazia, un continuo evocare riforme che non arrivano mai.

"Ci può essere il paradosso di cambiamenti senza riforme e di leggi di riforma che non provocano cambiamenti. Le ravvicinate riforme nella P.A. rischiano davvero di non generare cambiamento e innovazione. Il cambiamento deve essere interiorizzato, intenzionale. Occorre individuare gli agenti del cambiamento, radicarlo, intridere le cose di cambiamento, monitorare e valutare i processi. Il cambiamento ha anche bisogno di tempi, e questo non c'entra nulla con i ritardi o con la burocrazia inutile. Parlo dei tempi necessari per fare le cose utili. Il problema non è nell'avere poche o troppe leggi, ma nel cambiarle continuamente e nel farle susseguire velocemente, nel non avere il tempo di lasciarle sedimentare e valutarne gli effetti. E attenzione: dietro l'ansia di continuo cambiamento ci sono spesso i soliti interessi che si mobilitano per non rimettere in moto risorse e per non distoglierle dal vecchio utilizzo. Decretare i limiti e l'inadeguatezza del nuovo appena emerge è, apparentemente, una operazione presentata come rivoluzionaria, in realtà è il vecchio che sopravvive e che resiste a una differente allocazione delle risorse e dell'attribuzione del potere".

Resta il fatto che siamo appesantiti da un apparato costoso e tutto sommato poco efficiente.

"Il punto è che c'è troppa burocrazia legata alla politica, quindi il problema non è l'assenza della politica ma, al contrario, l'eccesso di politica che ha prodotto funzionari servili e non sempre capaci, spesso non di carriera ma a termine, scelti perché rispondono a qualcuno. Domandiamoci perché difficilmente i dirigenti pubblici diventano Capo di Gabinetto, eppure la legge lo consente e non si può certo sostenere che non ci siano in giro competenze adeguate".

Come mettere lo Stato in sintonia con i bisogni dei cittadini e ridare vigore ad un progetto organico è questione aperta e non sembrano esserci soluzioni a portata di mano.

"L'unica via concreta è partire dalla P. A. e dal suo ruolo, dalle competenze, dalla chiarezza sulle cose da fare e dalla capacità di farle con i relativi meccanismi di valutazione. Questo è prioritario anche rispetto alla discussione sui sistemi elettorali, che pure reputo urgente. Non vi è sistema elettorale che tenga senza una P.A. in grado di realizzare le scelte. L'efficienza della P.A. è importante anche per attivare meccanismi di mercato, perché l'economia ha bisogno di un'amministrazione che la sappia 'accompagnare'. La presunta enfasi sul mercato da parte di chi ogni giorno attacca il sistema pubblico la considero la spia di un atteggiamento di chi in realtà vuole oligopoli o monopoli, sottraendo segmenti al mercato. Il vero mercato, invece, necessita di una P.A. informata e che informa, rivolta a tutti, che incrementa le opportunità di accedere al mercato medesimo".

Però una maggiore flessibilità nel sistema pubblico potrebbe essere d'aiuto a sbloccare la situazione.

"Nella P.A. è più difficile dire dei 'no' che dei 'sì' e può farlo più facilmente un funzionario di carriera rispetto a chi è a termine, flessibile e con maggiori incertezze. Inoltre il limite non è solo quello della legittimità: devo fare bene il funzionario non solo per evitare di incorrere nel reato, ma devo usare le risorse bene e con efficienza. Ecco, forse, quel 'no' non lo dirà mai la persona che è stata scelta temporaneamente da un ministro. Penso che i dirigenti pubblici debbano essere, forse, di meno, ma selezionati sulla base di una carriera. Invece, oggi, è la politica che tende alla sua inamovibilità. Una politica fatta di parzialità, non più di partiti ma di persone, tende inevitabilmente ad appoggiarsi a funzionari contigui e così il sistema si autoalimenta peggiorando se stesso. Invece quello nella P.A. è il lavoro più bello che ci sia, e il più difficile. Un lavoro che non si improvvisa, che richiede studio e attitudine. Va ripensata e rilanciata la funzione del dirigente pubblico, che non è solo esperto in questa o quella materia, condizione pure importante, ma persona capace di governare la complessità, di connettere i livelli di governo, di assumere le competenze, di mediarle, di comporre gli interessi, di identificare i bisogni e di progettare un sistema che consenta, sul terreno concreto amministrativo, di identificare gli interessi in gioco e prospettare soluzioni. Non si tratta, sia chiaro, di proporre una nuova gergalità che genera timore e rispetto apparente, ma di selezionare persone in grado di parlare chiaro perché consapevoli di ciò che va fatto".

Le sue tesi sembrano un po' in controtendenza rispetto al dibattito in atto e che sollecita meno Stato e meno vincoli.

"Sono convinta che senza un'amministrazione pubblica che funzioni non ne usciamo. Il problema non si misura a chili: invece di un chilo di burocrazia ne lascio tre etti. Il punto vero è che la burocrazia deve essere di una qualità diversa, mettendo fine al circuito perverso della cattiva politica che genera cattiva burocrazia. La qualità richiede più professionalità e non meno, più capacità giuridica e non meno, più competenze tecniche e non meno, più capacità di dirigere e di mettere insieme le cose. Non vedo altra strada: il nodo è la qualità delle regole e della loro attivazione. Abbiamo bisogno di un meccanismo di selezione che premi le persone capaci di impegno, tenacia, dedizione e competenza: il "talento" non basta".

Ma in Italia, alla fine, tutto si aggiusta.

"Dobbiamo comprendere che la risposta non è l'intuizione, non è il coniglio che esce dal cappello, ma la capacità di costruire soluzioni non individuali e neppure improvvisate in un sistema organizzato. Sono convinta che ci dobbiamo credere".

Tiziana Bartolini

Disabili e politica, indagine senza precedenti

  • Mercoledì, 17 Luglio 2013 12:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
West
17 07 2013

Negli Stati Uniti le persone disabili sono politicamente molto attive e impegnate.

Si recano alle urne in maniera massiccia e seguono con estrema attenzione la campagna elettorale dei vari candidati. Tant’è che il 72% ha dichiarato di aver votato alle elezioni presidenziali del 2012. E oltre il 60% ha espresso la propria intenzione di recarsi alle urne nelle elezioni di medio termine del prossimo anno.

Sono questi i risultati dell’indagine “Power in Numbers: A Profile of American Voters with Disabilities”, la prima nel suo genere. Che ha voluto comprendere meglio le opinioni politiche, le tendenze di advocacy e l’affiliazione partitica dei disabili. Insomma, uno sguardo a 360° il cui obiettivo è stato quello di studiare l’impatto politico che hanno le persone con disabilità, le loro famiglie e gli operatori sanitari che si prendono cura di loro.

Per quanto riguarda la collocazione nello spettro politico, questa riflette in gran parte quello che già accade nelle statistiche generali del paese a stelle e strisce. Ovvero, il 30% degli intervistati si è dichiarato vicino al partito democratico del presidente Obama, mentre il 23% si è identificato nelle posizioni conservatrici dei repubblicani.

Indipendentemente dall’appartenenza a un raggruppamento politico, però, quello che il candidato di turno pensa sulle iniziative e i programmi di supporto ai problemi dell’handicap sembra fare la gran differenza nella cabina elettorale.

L’87% degli intervistati, infatti, ha detto che voterebbe contro il candidato del suo partito nel caso in cui questo fosse favorevole a tagli ai servizi. Troppe volte, sostengono alcune organizzazioni di volontariato americane, i politici di tutti gli schieramenti hanno ignorato le questioni della disabilità. Per questo occorre essere compatti e lavorare molto, anche attivando campagne di sensibilizzazione, affinché il voto disabile possa pesare sempre di più.

Nonostante Oltreoceano, secondo recenti stime, ci siano circa 57 milioni di persone con handicap, vale a dire quasi un americano su cinque, le loro inclinazioni di voto sono rimaste per lungo tempo ignote. Promosso dal National Youth Transitions Center di Washington. Che tra maggio e giugno di quest’anno ha svolto un’inchiesta su più di mille persone. Questo sondaggio offre ora, con ricchezza di informazioni, una panoramica completa sul potenziale impatto nelle future scelte politiche di questa speciale comunità di cittadini.

Ivano Abbadessa

Annamaria Rivera, Micromega
31 maggio 2013

Nel giorno delle esequie di Franca Rame, come si può ricordarla senza ripetere ciò che della biografia, del profilo di artista e donna impegnata, delle vicende anche personali è stato scritto e ripetuto da tutti i media, fino a farne narrazione ormai quasi convenzionale? ...

Quell'aula semideserta contro il femminicidio

Huffington Post
28 05 2013


di Celeste Costantino

Oggi pomeriggio voteremo alla Camera il ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ieri una bella discussione in Aula è stata purtroppo rovinata dall'assenteismo di moltissimi colleghi e da sterili polemiche tra M5s e l'ex ministro Mara Carfagna.

Eppure il tema del contrasto al femminicidio non meritava un'aula semideserta. Non la meritava nemmeno Fabiana, sedici anni, ennesima vittima della violenza maschile: accoltellata e bruciata viva da un suo coetaneo a Corigliano Calabro. Per lei, prima della discussione della ratifica, abbiamo iniziato con un minuto di silenzio. E la Camera sembrava più silenziosa di altre volte. La presidente della Camera Boldrini non ha potuto che mostrarsi dispiaciuta per le tante assenze nell'emiciclo. Ma la discussione è cominciata: un confronto maturo, lucido e responsabile. Sebbene tanti deputati l'abbiano perso.

 

Quello che è accaduto a Corigliano - che alcuni giornali continuano a titolare colpevolmente "dramma della gelosia" - non è diverso da ciò che si consuma quotidianamente: quello che cambia ogni giorno è solo il nome, l'età, la provenienza geografica, lo stato sociale della vittima e del carnefice. Perché purtroppo quando pronunciamo la parola "femminicidio" ci riferiamo proprio alle tante Fabiane di questo Paese.

Troppo non è abbastanza. La Convenzione, che l'Italia si appresta a ratificare, sottolinea la necessità di iniziare un percorso culturale che parta dallo sguardo sociale sulle donne. Parta cioè dalla decostruzione di quell'idea per cui tutto dipende dai nostri comportamenti.

C'è ancora chi pensa che se fossimo donne ubbidienti e caste forse gli uomini non sarebbero così violenti: come se una prostituta invece meritasse di essere violentata, picchiata o uccisa. La verità è che "Troppo non è mai abbastanza", come ci ha raccontato Ulli Lust, facendoci vergognare del nostro Paese.

Donne pensate e immaginate come oggetti di proprietà, come cose da possedere. E più vivono condizioni di precarietà economica e sociale e più facile diventa la reificazione. Che c'è di meglio per esempio delle donne migranti? Badanti sequestrate dentro le case degli anziani che accudiscono. Famiglie italiane che pensano che pagando un lavoro comprano la vita di queste donne.

Ho intrapreso un viaggio per i centri antiviolenza del nostro Paese. L'ho voluto chiamare #RestiamoVive. La prima tappa è stata proprio a Cosenza al Centro Roberta Lanzino a pochi passi da Corigliano. Quel Centro qualche anno fa è stato costretto a chiudere la casa rifugio per donne maltrattate per mancanza di fondi. E sempre in questo viaggio al Centro Ester Scardaccione di Potenza ho ascoltato, tra le altre, le testimonianze di tante donne straniere a cui per lavorare veniva chiesto anche di accettare clausole non scritte come far godere sessualmente il malato o un parente vicino.

Decostruire modelli e stereotipi. Bisogna avere la capacità di ripensare un nuovo concetto di cittadinanza, per tutti coloro che nascono e vivono in Italia. Ed ecco perché un ruolo centrale in questo percorso lo rivestono la scuola e l'università, i mezzi di comunicazione, l'informazione. La Convenzione di Istanbul, al Capitolo III (dall'art. 12 all'articolo 17), parla proprio dell'importanza, per esempio, dell'insegnamento dell'educazione sentimentale, della formazione all'affettività per far sì che i bambini non seguano quelli che in tutti questi anni sono stati spacciati come elementi innati e che invece sono soltanto le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile.

Bisogna mettersi dalla parte di tutte le bambine e di tutti i bambini. Un accesso alla scuola libero, pubblico e laico come ha stabilito il referendum a Bologna. In cui restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di autodeterminarsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.

Si deve ripartire da un'ammissione di colpevolezza da parte della politica, dall'atteggiamento miope di chi in questi anni ha preferito parlare di "sicurezza" e convocare Consigli dei Ministri d'urgenza quando era del tutto evidente che l'emergenza fosse strutturata e radicata. Da chi utilizza il corpo delle donne per portare aventi della propaganda razzista e moralista che non contrasta ma aumenta l'odio nel Paese.

Abuso mediatico del corpo femminile. Tra qualche giorno compierò 34 anni. Sono nata nel 1979, sono figlia della tv commerciale, mi sono imbevuta nel corso della mia vita di cartoni animati con principesse e streghe, telefilm americani con papà a lavoro e mamme a fare biscotti, programmi come "Non è la Rai". Sognavo da adolescente di essere bella come quelle ragazze e quindi lungi da me uno sguardo giudicante o bigotto nei confronti di chi investe sulle propria fisicità e sul mondo dello spettacolo. Ma oggi c'è un vero e proprio abuso mediatico del corpo femminile che viene associato a qualsiasi prodotto da reclamizzare fino ad arrivare addirittura a inscenare un femminicidio per pubblicizzare un panno per la polvere.

Faccio parte di quella generazione che ha ereditato dal movimento delle donne il concetto di libertà e di autodeterminazione e tanto altro ancora. E pensavo ingenuamente che quei concetti e quei diritti nessuno li avrebbe più messi in discussione. Oggi invece di parlare della precarietà come tratto della mia generazione - che figli non ne fa più perché non è neanche nelle condizioni di poterli fare - devo ancora stare qui a difendere la legge 194 dagli obiettori di coscienza e dai movimenti pro life spalleggiati da corpuscoli politici fanatici e anacronistici. E a rabbrividire sui dati dell'aborto clandestino.

Con la ratifica a Istanbul rinunciamo a tutto questo e proviamo finalmente a ridare dignità a Fabiana, a tutte le vittime, a tutte le donne e gli uomini di questo Paese.

Sceemi. il rifiuto di una generazione

  • Venerdì, 24 Maggio 2013 18:26 ,
  • Pubblicato in L'Incontro
Sabato 25 maggio, ore 20
Volturno Occupato

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