Fatto Quotidiano
15 05 2013

Sì ai diritti sanitari dei conviventi di parlamentari omosessuali. Il voto è arrivato a sorpresa durante l’ufficio di presidenza della Camera, dove il Pdl ha votato insieme a Pd e Sel a favore di Ivan Scalfarotto (deputato Pd) che aveva chiesto di allargare l’assistenza sanitaria della Camera al suo compagno. Si è astenuto è il Movimento 5 Stelle “perché – spiega Roberta Lombardi – si tratta di un privilegio della casta. A smentirla è lo stesso Scalfarotto che, a ilfattoquotidiano.it commenta: “Giovedì prossimo presenterò una legge nuova di ampliamento della Mancino attualmente in vigore. Ci sono già 220 parlamentari favorevoli. Le larghe intese che hanno favorito questa decisione hanno sorpreso anche me. Il Movimento 5 Stelle ha sbagliato il tiro votando contro quello che loro considera un “privilegio“, mentre si tratta di una battaglia civile che va nella direzione del matrimonio egualitario“.

In casa Pdl, con questo voto favorevole, si apre un caso senza precedenti. Certo, se ci fosse stato Maurizio Lupi, con indosso ancora la giubba da vicepresidente del Pdl, chissà come sarebbe finita. Lui, però, non c’era perchè è diventato ministro e ancora non è stato sostituito. La sua sedia è rimasta vuota, ma alla Camera si è comunque riunito l’ufficio di presidenza, al quale partecipano, appunto, i vicepresidenti, i questori e i segretari d’aula. Tra le tante questioni da trattare, ad un certo punto è uscita la “pratica Scalfarotto”. Cioè: il deputato del Pd, Ivan Scalfarotto. Nel regolamento dell’assicurazione delle Camere che, per inciso, viene pagata dal parlamentare, è prevista l’estensione non solo alle mogli e ai figli, ma anche ai conviventi e alle mogli di primo letto. Solo che alla parola “conviventi” non è specificato che debbano essere di sesso opposto a quello del richiedente. Il funzionario della Camera, a cui è arrivata la pratica, ha chiesto a Scalfarotto di scrivere all’ufficio di presidenza per avere un via libera direttamente dall’ufficio di presidenza.

Stamattina, il verdetto, con inusitata celerità rispetto a quello richiesto dalla ex deputata Pd Paola Concia, che nella precedente legislatura provò a fare la stessa cosa per sua moglie e non ha mai avuto il piacere di vederla quantomeno discutere nel medesimo ufficio. A Scalfarotto, insomma, è andata meglio. E anche parecchio meglio. Perchè l’ufficio di presidenza, presieduto da Laura Boldrini, ha detto sì. E con voti (e astensioni) sorprendenti. A votare a favore sono stati il Pd e Sel, ma anche il Pdl, rappresentato però dal solo questore Gregorio Fontana, in assenza di Lupi. Insomma, fuori dal Parlamento il Pdl non vuol senti parlare di coppie di fatto, né dei famosi “Dico”, ormai finiti nel dimenticatoio, ma quando si tratta dei parlamentari, sembra proprio che la misura sia un pochino diversa. Come non ricordare, infatti, quello che disse proprio Lupi, il 4 gennaio del 2009, nell’infuriare di una polemica sulla legge per le coppie di fatto: “Una legge che regolamenti le coppie di fatto non è nel programma di governo. Inutile quindi discutere di cose che non esistono, le forme che regolano l’unione tra due persone sono stabilite dalla Costituzione e non penso che ci sia bisogno di aggiungere altro”. E ancora, quando una vera e propria ”scomunica” del centrodestra si abbattè sull’iniziativa degli allora ministri del Pdl, Gianfranco Rotondi (cattolico) e Renato Brunetta (laico), che avrebbero voluto riprendere in mano la legislazione sulle coppie di fatto e garantire alcuni diritti a chi convive senza sposarsi. Dopo gli strali di Giovanardi e quelli dell’allora capogruppo Osvaldo Napoli, arrivò sempre Lupi a mettere sopra una pietra definitiva: “Si tratta di una iniziativa minoritaria che non rientra tra le priorità del Paese e che rischia di aprire una discussione inutile della quale non c’è alcun bisogno”.

Ora, però, con questo voto a favore dell’assistenza sanitaria al compagno di Scalfarotto, si aprono scenari diversi. Anche perché, subito dopo questo voto, in qualche modo rivoluzionario (e dove il Movimento 5 Stelle si è invece astenuto perchè – così hanno giustificato – non sapevano come votare, avrebbero dovuto “chiedere alla rete”) è stato chiesto di rivedere il regolamento dell’assicurazione, non solo per specificare che alla voce “convivente” il genere non deve essere opposto a quello del richiedente, ma anche per impedire la prassi, fino ad oggi consolidata, di poter estendere i benefici della tutela sanitaria anche agli ex coniugi o a una parentela piuttosto allargata…

Comunque, la decisione dell’Ufficio di Presidenza è stato salutata con grande gioia da Nichi Vendola: “Finalmente l’acquisizione di un diritto. Ma non deve essere un privilegio per pochi. E’ un diritto che spetta a tutti gli italiani”. Mentre molto polemico è stato Davide Caparini, segretario d’aula del Carroccio, che ha votato contro. E secondo il quale “il Parlamento, che non è in grado di decidere per i cittadini, si ritaglia un altro spazio di privilegio alimentando un fondo di assistenza integrativa in cui si possono iscrivere contemporaneamente coniugi e conviventi”. Scalfarotto, intanto, intasca la vittoria. Che sembra “un semplice atto amministrativo – ne conviene anche lui – e invece ha una valenza universale: ora è giusto riconoscere gli stessi diritti a tutti i cittadini”. E Lupi? Chissà…

Giovani e politica, una generazione altrove

  • Giovedì, 18 Aprile 2013 12:16 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
18 04 2013

GIOVANI e adulti: si somigliano molto, in Italia. Almeno, in rapporto alla politica e alle istituzioni. Lo stesso distacco. Anzi, per la precisione, è la generazione dei giovani a segnare il percorso. La direzione. Gli adolescenti e i giovani-più-giovani (così definiamo quelli di età compresa fra 15 e 24 anni), ma anche i giovani-adulti (fra 25 e 34 anni), esprimono un livello di fiducia davvero basso, anzi, minimo nei confronti dei principali attori e della più importante istituzione della "democrazia rappresentativa". Cioè, i partiti: poco sopra al 4%. E il Parlamento: appena un po' di più. (Utilizziamo, qui, i dati di numerose indagini condotte da Demos e LaPolis-Università di Urbino. ) Ma la sfiducia si estende anche allo Stato. In misura maggiore rispetto alla popolazione nell'insieme. Un disincanto acuto, che si è accentuato negli ultimi anni. Dopo il 2006, quando, perlomeno, dimostravano maggiore confidenza verso gli attori e le istituzioni rappresentative rispetto agli adulti. Oggi non più.

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D'altronde oltre la metà di essi (e il 55% tra i giovani-adulti) ritiene che la democrazia non abbia bisogno dei partiti, per funzionare bene. Anzi, visto il distacco espresso nei loro confronti, è, semmai, vero il contrario. Cioè: pensa che i partiti siano un ostacolo alla democrazia vera. Anche in questo caso: si tratta di opinioni diffuse nella popolazione. Ma fra i giovani, in misura del tutto particolare. Così si spiega l'incertezza che li ha accompagnati, nella recente stagione elettorale.

Solo una quota minoritaria di essi, poco superiore al 40%, afferma di non aver avuto mai dubbi sul voto da esprimere. I giovani: appaiono molto più "incerti" degli adulti. Più indecisi rispetto alle elezioni del 2006, quando, peraltro, le differenze tra generazioni apparivano meno rilevanti. E tutti, giovani, adulti e anziani, dimostravano convinzioni più forti e più solide, su chi votare. Oggi non è più così. Oltre il 40% dei giovani-più giovani e il 45% dei giovani-adulti sostengono, infatti, di non aver votato per fiducia in un partito e nel suo leader. Ma per sfiducia verso gli altri - leader e partiti. Alle precedenti elezioni, nel 2008, gli elettori di protesta, fra i giovani, erano molto meno numerosi. Intorno al 30%. Negli ultimi anni, fra i giovani, è, dunque, cresciuto un sentimento di diffidenza e insoddisfazione verso gli attori politici. I partiti e i loro leader. Come in tutta la società, d'altronde. Ma in misura maggiore. Più acuta. E più rapida. Lo sottolineano, in modo eloquente, gli orientamenti di voto. Che, fra i giovani, enfatizzano le principali tendenze complessivamente emerse alle ultime elezioni. In particolare e soprattutto: il consenso al M5S. Che raggiunge quasi il 30% fra i più giovani, ma sfiora il 36% fra i giovani-adulti. Appena sotto il risultato raggiunto fra gli adulti-giovani (35-44 anni).

L'insoddisfazione verso il sistema politico e la protesta contro i partiti principali, dunque, hanno raggiunto limiti estremi. Ormai irrilevanti e quasi irrilevabili, dal punto di vista statistico. Da ciò la crescente incertezza elettorale e la diffusa tentazione astensionista, da un lato. E, dall'altro, il successo tributato al MoVimento guidato da Grillo. Mentre, i principali partiti della Seconda Repubblica, fra i giovani, si sono ridotti quasi a comparse. Il PD, si ferma al 18%, fra i più giovani. Ma scende ulteriormente, intorno al 15%, fra i giovani-adulti. Il PD ha, infatti, ottenuto il massimo dei consensi (37%) fra gli ultra65enni. È un partito di anziani e di pensionati. Come il PdL, d'altronde. Che, fra i giovani-adulti, supera il 20%. Ma tra i più giovani scende all'11%. E fra gli studenti, in particolare, arretra ulteriormente, al 9,5%. Superato anche da Scelta Civica. Gli orientamenti verso i partiti si riflettono sulla fiducia verso i leader. Che raggiunge i livelli più elevati a favore di Beppe Grillo e di Matteo Renzi. Le figure che, più delle altre, intercettano ed esprimono la domanda di cambiamento. La frattura rispetto al passato, ai partiti e al ceto politico tradizionali. La specificità generazionale, però, emerge in modo più marcato nel caso di Grillo (come, in misura più limitata, per Vendola). Mentre l'appeal di Renzi appare trasversale e risulta, anzi, ancor più elevato fra i "genitori" e i "nonni" (presso i quali l'indice di fiducia supera il 70%).

I giovani. Sono l'amplificatore del ri-sentimento politico della società italiana. Per questo, non marcano grandi differenze rispetto agli adulti e agli anziani. Ma a "differenza" di essi non appaiono rassegnati. Né semplicemente frustrati. Il distacco non si traduce in antipolitica. Al contrario, al malessere politico rispondono con un alto grado di partecipazione. Politica. E in tutti gli ambiti, in tutte le direzioni. Mostrano, infatti, livelli massimi di impegno sui problemi del quartiere e della città, del territorio e dell'ambiente. Sono i più presenti nelle manifestazioni pubbliche di protesta. Lo specifico generazionale, però, emerge con grande evidenza nella mobilitazione sulla Rete. Attraverso i Social Network. Dove rivelano livelli di coinvolgimento e "comunicAzione" più che doppi rispetto alla media della popolazione. Nell'insieme, oltre il 40% dei giovani - più o meno giovani, più o meno adulti - dichiara di aver partecipato, attivamente, a iniziative politiche, sociali, solidali, ambientali nell'ultimo anno.

Un dato di circa 15 punti più rispetto alla media della popolazione. In sensibile crescita rispetto al passato recente. Anche per questo, i giovani appaiono la componente politica più affine al M5S. Perché, oltre alla protesta contro i partiti tradizionali, esprimono una forte domanda di partecipazione senza mediazione. Cioè: di democrazia diretta. Emersa, anzi: esplosa, nella fase più recente. Anche senza aprire tensioni e fratture profonde. Nella società e fra le generazioni. Nonostante gli adulti abbiano occupato tutti gli spazi di potere. Riservando loro un futuro precario e senza lavoro. In parte perché sono legati agli adulti, per ragioni di "necessità", oltre che di affetto. Visto che le famiglie li sostengono - e li controllano - nel corso della loro giovinezza, sempre più lunga. In parte, però, la minore intensità dello scontro sociale e generazionale in Italia, espresso dai giovani, rispetto ad altri Paese, ha ragioni diverse. In primo luogo, dal minore legame con il territorio. Realisticamente, infatti, quasi tutti i giovani (8 su 10) sono convinti che, per fare carriera, occorra partire. Andarsene. In un altro Paese. E, forse, anche per questo vedono il futuro in modo più ottimista, molto più ottimista, rispetto ai genitori e ai nonni. Non solo perché il futuro - per quanto incerto - ce l'hanno davanti. Ma anche perché lo pensano e immaginano altrove. Da ciò il rischio, ben maggiore del conflitto e della protesta - sociale, politica e generazionale. Che i giovani inseguano il futuro "altrove". E lasciandoci tutti qui: noi, gli adulti, gli anziani - il Paese. Fermi. A invecchiare. Prigionieri del passato.

 

Questa riflessione, dedicata al rapporto fra "I Giovani e la politica", prende spunto da una serie di indagini e ricerche, rielaborate - e presentate dall'autore - in occasione del Convegno, INCONTRARE LUCIANO BARCA, Organizzato dall'Associazione Etica ed Economia, che si svolge a Roma il 18 Aprile (ore 15, Palazzo Venezia - Sala del Mappamondo).

Corriere della Sera
08 04 2013

La Gran Bretagna era un Sogno. Poi è arrivata Mrs Thatcher, con i suoi capelli cotonati e il suo conservatorismo puro e duro. Piaceva a mia mamma, a me no.    

di Sara Gandolfi

Non mi piaceva Margaret Thatcher. Anzi, non la sopportavo proprio la Lady di Ferro che smantellava pezzo per pezzo quello che per me, poco più che adolescente, era il (raggiungibile) Sogno inglese. Altro che American Dream. Negli anni Settanta i giovani guardavano ancora all’Europa, o meglio a quell’isola di cui studiavamo affamati la lingua, immaginando, noi figli di una piccola borghesia ancora molto provinciale, un futuro cosmopolita che i nostri vecchi non avevano mai visto.

La Gran Bretagna era trendy, trendissima, anche se la parola non era ancora trendy come oggi. C’era il rock, Carnaby Street, gli shorts (liberatoria evoluzione della minigonna di Mary Quant). E un welfare state che l’Italia se lo sognava proprio. Poi è arrivata Mrs Thatcher, con i suoi capelli cotonati e il suo conservatorismo puro e duro. Piaceva a mia mamma, a me no.

L’11 maggio 1979 i Clash, capofila intellettuali del punk inglese, pubblicano «The cost of Living», la cui copertina in origine avrebbe dovuto mostrare il volto della Thatcher sormontato da una svastica. Alla fine, il leader del gruppo, Mick Jones, pose il veto: «Non voglio politici sulla mia copertina». Quello stesso giorno, Margaret Thatcher iniziò la sua lunghissima stagione al governo.

Per molti giovani, infarciti di idealismo e di vaghe idee di sinistra, era la fine di un Sogno.
    A noi ragazze non importava nulla che Margaret fosse una donna, una di noi. Allora, non sembrava così importante. Forse davamo per scontato che i tempi fossero cambiati, che non saremmo mai tornate indietro, che non ci fosse davvero nulla di strano se in quel paese dove il futuro era già realtà, quell’Uk dove tutto era più avanti di millenni, una donna salisse con tale facilità alla poltrona più alta. Ci saremmo arrivate presto anche noi, pensavamo.
Non mi piaceva la Thatcher, tifavo i lavoratori in sciopero, per quel sindacalista dai capelli rossi a capo dell’Unione Nazionale dei Minatori che fino all’ultimo tentò di tenerle testa. Alla fine Arthur Scargill si arrese. E con lui i minatori. L’Iron Lady andò avanti a testa bassa, privatizzò tutto il privatizzabile. E involontariamente diede vita a una stagione ancor più elettrizzante per i giovani di tuttta Europa. Il fermento politico e musicale dell’Inghilterra anni Ottanta sfociò in una musica nuova, a tratti esaltante.

    Uno dei più interessanti sottoprodotti della protesta contro l’austerità thatcheriana fu la rinascita della musica ska, con bande di ensemble di grandi dimensioni come il Beat. Che dedicò alla Thatcher una canzone che risuonò in tutto il continente. «Stand down Margaret».
Non dirò che Margaret Thatcher oggi mi piace soltanto perché non c’è più. La politica di Margaret Thatcher, anche se oggi sono sicuramente molto meno sinistrorsa di allora, continua a non convincermi: il costo sociale delle sue politiche di austerità ha avuto ripercussioni abnormi su tutta la società inglese, costi che sono ben visibili ancora oggi in alcune zone del Paese. Costi che un regista straordinario come Ken Loach ha più volte illustrato al pubblico mondiale.

Margaret Thatcher non deve essere stata neppure un gran buona madre, visti i pasticci e gli scandali in cui è rimasto invischiato il figlio Mark.
Però, oggi, rendo onore anche io a Margaret Thatcher, in quanto donna di potere. O meglio, donna che ha visto il potere e non ha esitato a prenderselo. Con successo.
Guardo le foto dell’attuale «club politico» inglese (tutti maschi) e rimpiango Margaret, i suoi capelli cotonati e le sue borsette. Come, forse, un giorno, rimpiangerò Angela Merkel, conservatrice come lei ma molto più «morbida» socialmente di lei. Anzi, spero di no. Spero di non rimpiangere nessuna di loro. Immagino già una lunga serie di donne, serie, intellettualmente preparate e psicologicamente pronte a prendere il potere. Anche qui, in Italia. E a cambiare le carte. A destra, a sinistra e, perchè no, anche al centro. Grazie, Signora Thatcher.


Più donne, stavolta elette e non nominate. Più giovani, una nuova classe di politici emergenti trenta/quarantenni. E soprattutto ora, a differenza delle precedenti tornate elettorali, i candidati del centrosinistra vengono dalla base, conoscono alla perfezione il territorio al quale sono legati, spesso dalla nascita. ...

Silenzi, apartheid democratico e futuro delle lotte

Caprimulgus, connessioniprecarie
28 marzo 2013

C'erano oltre duemila persone sabato scorso a Bologna alla manifestazione per i diritti dei migranti e l'abolizione della Bossi-Fini. La parte schiacciante dei manifestanti erano i migranti stessi, mentre la presenza italiana era rarefatta per l'assenza delle tradizionali forze politiche e sindacali che, pur in modo contraddittorio, avevano sostenuto i lavoratori migranti negli anni scorsi.

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