Ma Monti mente?

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 09:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
31 01 2013

Durante il suo governo è passata una delle riforme più gravi che siano state mai fatte in Italia per il mondo del lavoro, riforma a cui è stata chiamata una donna, la ministra Elsa Fornero, perché, come disse lei stessa al Convegno di Snoq sulla violenza a Torino l’anno scorso, “quando ci sono problemi gravi da risolvere, chiamano noi”. Un governo che diminuendo drasticamente il welfare (e quindi asili e assistenza ai bambini) è andata a incidere sulla possibilità delle madri – che in Italia sono ancora le prime a prendersi cura dei figli così come degli anziani svolgendo un lavoro che spetta allo Stato e in maniera del tutto gratuita – di andare a lavorare, un governo che alzando il tetto di età per andare in pensione, sia per le donne che per gli uomini, ha anche tolto a queste madri la possibilità di accudimento dei figli da parte dei nonni. Un governo che per le donne ha fatto ben poco, primo fra sul problema del femmincidio, di cui si è parlato constantemente sui media per un anno come mai era stato fatto negli anni precedenti, contro il quale Monti ha fatto firmare sì la Convenzione Europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – con anche un ddl di ratifica firmato da Napolitano il giorno prima della chiusura dei lavori – ma che come politiche immediate e concrete non ha mosso un dito. Monti ci ha tolto quello che non aveva ancora tolto Berlusconi: l’ex presidente del consiglio ci aveva tolto la dignità ma Monti ci ha tolto il diritto alla vita, o meglio alla sopravvivenza.

Oggi la cartina di tornasole sono le donne che entrambi hanno messo nelle loro liste, una componente di genere di cui solo una piccola minoranza ha la possibilità di essere eletta. E se contro Berlusconi tuona Feltri, uno dei “suoi”, dicendo che in quelle liste ci sono “Almeno dieci migno*te”, Monti dopo aver scritto su Twitter che “La priorità per l’Italia è valorizzare il ruolo delle donne”, ha candidato 216 donne su 904 di cui 11 capolista donne su 51, a cui si aggiunga che le “montiane” sono piazzate nelle retrovie con pochissime possibilità di essere elette e che saranno pochissime quelle che potranno arrivare in Parlamento.

Ma non basta, perché esistono anche i paradossi.

Mario Monti, durante il suo mandato, non ha mai risposto direttamente alle sollecitazioni che gli sono state fatte dalla Convenzione No More! contro la violenza maschile sulle donne che chiedeva, ancora oggi chiede, al governo politiche precise e la revisione del Piano antiviolenza varato dalla ex ministra delle Pari opportunità, Mara Carfagna, durante il governo Berlusconi, per verificarne l’impatto anche in base alle raccomandazioni Onu.

Monti però forse ha la memoria corta, o non si rende conto che non può dire una cosa e farne un’altra: non può dire che le donne sono una risorsa se poi non considera grave il fatto che una donna può essere uccisa in quanto donna, o che basta avere un terzo di quote rosa nelle liste – oltretutto mal piazzate – per farci stare zitte. Ma soprattutto, dopo quello che ha fatto, non può mandare la seguente lettera alla assemblea delle associazioni femminili sulla democrazia paritaria che si è svolta lunedì scorso.

 

Messaggio del Presidente del Consiglio Mario Monti

UNA AGENDA PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

Roma, lunedì 28 gennaio Sala della Mercede,

“Mi dispiace non poter essere presente oggi a questo interessante incontro, che già nel titolo evoca un approccio a me familiare, e del tutto condivisibile, cioè quello della definizione di un’”Agenda”.

In effetti ho molto apprezzato l’iniziativa di tante e diverse associazioni, più di 50, che sono riuscite a trovare un terreno d’intesa e sottoscrivere un “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria”. E di riunire le candidate e i candidati alle prossime elezioni politiche per presentare, discutere e condividere tale Agenda.

L’Accordo ha indicato importanti e significativi obiettivi: per la presenza delle donne nelle liste e in posizioni eleggibili, norme di garanzia per una rappresentanza di genere paritaria, per le riforme elettorali e i rimborsi, par condicio e presenza e rispetto della figura femminile nei media.

II metodo disegnato costituisce un buon esempio, anche per la politica in generale, e auspico pieno successo alla realizzazione della vostra Agenda per la democrazia paritaria nella prossima legislatura e la qualità della partecipazione civica.

L’Italia non è un Paese per donne e deve diventarlo. Ho indicato, peraltro in sintonia con i programmi europei, come una delle priorità del mio programma il miglioramento della condizione delle donne, partendo dall’occupazione, sia in termini di misure per la partecipazione, che di sostegno alla scelta di avere figli e alla responsabilità della cura degli anziani per entrambi gli adulti nel nucleo familiare. L’obiettivo non è solo quello di incoraggiare le donne ad avere una carriera e un reddito proprio ed equo , ma anche quello di fare in modo che arrivino ad occupare con autorevolezza posizioni di responsabilità, condizione necessaria affinché l’organizzazione del lavoro e la comunicazione sulle donne cambino davvero.

Il Parlamento che sarà eletto nel prossimo febbraio dovrà affrontare senza ulteriori rinvii la riforma della legge elettorale: mi impegnerò in questa direzione e opererò affinché si trovi una soluzione condivisa tra le forze politiche che agevoli l’obiettivo della democrazia paritaria.

Questo Paese ha bisogno di utilizzare le proprie risorse migliori, dei giovani e delle donne. Ha anche bisogno di regole, trasparenza, contrasto efficace alla corruzione. Voi donne, e voi donne delle associazioni che siete riuscite a parlare con una voce sola, potete contribuire in maniera decisiva in questa operazione di risanamento, ma anche di rilancio e credibilità dell’Italia.

Anche le forze politiche devono guardare al proprio interno e promuovere maggiore partecipazione femminile, mobilità e ricambio; già in questa tornata elettorale si possono effettuare importanti scelte”.

Per tutti questi motivi auguro buon lavoro a tutte le partecipanti all’incontro e certamente esaminerò personalmente con grande attenzione i risultati delle vostre discussioni”.

Celeste Costantino
30 gennaio 2013
 
Basta con le lacrime di coccodrillo, basta con gli appelli retorici: il femminicidio altro non è che l'atto conclusivo di una spirale di violenza che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi e di cui colpevolmente la politica continua a non volersi fare carico.

Femminicidio: il silenzio delle liste

  • Martedì, 29 Gennaio 2013 09:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
29 01 2013

Le donne continuano a morire, ma i politici non ne parlano: una dimenticanza ingiustificabile in questa campagna elettorale. Ma il voto non è scontato. Di [Luisa Betti]

Donika Xhafa, una donna albanese di 47 anni, è stata trovata morta in mezzo alla starda uccisa dall'ex convivente, Raffaele Vorraro, 59 anni, a Vercelli dove lei viveva con i figli dopo la separazione. Sembra che l'uomo si fosse recato da lei per una riconciliazione ma per farlo era andato con una pistola in tasca, arma usata per uccidere la donna con 4 colpi: "l'uomo le avrebbe sparato un primo colpo dalla sua auto, poi sarebbe sceso per finirla con altre 3 colpi" (Quotidiano.net).

Donika Xhafa è la sesta vittima di femminicidio in Italia dall'inizio dell'anno, e arriva alle pagine della cronaca dopo un anno di insistenti richieste di intervento della società civile nei confronti del governo Monti e dopo mesi di dibattito sul femminicidio nei media. E se anche oggi è triste vedere ancora sui giornali parlare di "raptus" e di "gelosia", ancora più inquetante è il silenzio di questa campagna elettorale di fronte a un fenomeno che continua come se "nulla fosse", anche dopo che Amnesty International ha presentato a tutti i leader delle coalizioni politiche che si presentano alle elezioni del 24 e 25 febbraio, il suo decalogo sui diritti umani introducendo esplicitamente il punto su "il femminicidio e la violenza contro le donne". Di fronte a un attacco evidente, frontale, massiccio sui diritti delle donne, nessun partito si è alzato dicendo: questo lo metto nel mio programma. Ma bisogna fare delle distinzioni: se Vendola ha almeno firmato la Convenzione nazionale "No More!" contro la violenza maschile sulle donne pochi giorni prima delle primarie, e Bersani ha appoggiato il ddl per il contrasto al femmincidio su cui ha lavorato Anna Serafini, nel movimento di Ingroia c'è un silenzio assordante su questi temi, un silenzio non giustificabile per un movimento che si pone a sinistra e che vorrebbe partire dalla società civile.
Una dimenticanza, in una campagna elettorale che arriva dopo un anno molto faticoso per le donne, ingiustificata.

La violenza domestica, che non è uno scherzo per la quantità di donne e bambini che coinvolge (l'85% della violenza in Italia è violenza domestica e ci sono circa 400 mila bambini che assistono alla violenza in famiglia), è il terreno su cui si sviluppa il 70% dei femmincidi in Italia, in situazioni in cui le donne il più delle volte si trovano in una prigione da cui non riescono a uscire. Su questo, prima della campagna elettorale, si sono consumati fiumi di inchiostro ma quello che il governo Monti ha fatto praticamente - a parte far firmare all'Italia la Convenzione europea di Istanbul e fare un ddl per una ratifica futura - è nulla, o meglio ha detto "faremo" (forse) ma non ha risposto agli appelli che chiedevano politiche immediate, con la conseguenza che le donne sono continuate a essere uccise per mano dei propri partner. Ora, per esempio, sarei curiosa di sapere come le diverse forze politiche in corsa per le elezioni, intendendono prendersi carico di questo problema, e come penserebbero di "vestire" la Convenzione di Istanbul, perché se anche adesso tutti sono d'accordo per la ratifica, in realtà bisogna vedere come il parlamento italiano intende rendere effettive le indicazioni di Istanbul.
E alla luce del dibattito al Senato nel settembre scorso sulla firma della Convenzione europea, dove alcune forze politiche di centro destra (Udc e Lega) facevano notare il pericolo di mettere in discussione il concetto di famiglia (si è parlato addirittura di incostituzionalità di alcuni punti della Convenzione), mi sembra evidente che ogni intesa con questi signori, soprattutto se hanno stretti rapporti con il Vaticano, sia molto pericolosa per le donne. E questo bisogna dirlo prendendo posizione pubblica.

Le forze politiche dovrebbero chiarirci come la pensano, e come intendono aiutare le donne che, nel tentativo di uscire da un incubo, cercano aiuto, denunciano, si separano da un marito violento e invece di trovare tutela e protezione dalle istituzioni, o vengono uccise (come la donna di oggi) o si ritrovano non credute in tribunale, o vengono implicate loro stesse in responsabilità che non hanno sulla violenza che subiscono e, nel caso siano presenti minori, con il rischio di sottrazione anche dei figli. Mi preme chiarire ai leader che si presentano, che un Paese che ha ratificato varie convenzioni internazionali a protezione dei minori, vuole una risposta chiara al perché qui, in Italia, sono in aumento casi in cui - anche in presenza di un procedimento penale per violenza fisica, sessuale, psicologica, stalking, ecc. - un giudice può decidere di togliere il bambino dal contesto in cui vive per metterlo in casa-famiglia, o collocarlo addirittura presso il genitore che il minore rifiuta, in base alla diagnosi, fatta da psicologi o psichiatri nei tribunali attraverso le Ctu (consulenze tescniche d'ufficio) di una malattia che non esiste, ovvero la sindrome di alienazione parentale (Pas). Bambini sottratti con la forza o con l'inganno, perché le istituzioni devono "tutelare" il diritto a una bigenitorialità che non può essere costruita "resettando" il cervello dei bambini.
Dopo il caso di Padova, che ha fatto scalpore per i modi in cui il minore è stato prelevato a scuola il cui video trasmesso a "Chi l'ha visto" ha fatto il giro del mondo, sulla questione non si è più aperto bocca e tutto è stato messo nel cassetto. Eppure in Italia i bambini che transitano nelle case famiglia - per varie ragioni tra cui anche i contrasti sull'affido - sono circa 30.000, con un costo di circa 3mila al mese a bambino. Un trauma che si aggiunge al trauma e che può avere effetti devastanti sul minore che viene strappato dal suo contesto: casa, scuola, affetti, amici, tutto, per essere appunto "resettato" in un ambiente "neutro".

L'anno scorso la Commissione giustizia al Senato, grazie all'impegno di alcuni senatori e senatrici dell'Idv e del Pd - e soprattutto grazie alla senatrice Silvia Della Monica - è stato bloccato il disegno di legge (ddl 957) sulla modifica dell'affido condiviso dei minori che avrebbe sdoganato definivamente la Pas introducendola nella legge: una malattia che lo stesso ministero della salute ha diffidato dal riconoscere e che non è mai stata riconosciuta in maniera ufficiale in alcun modo. Malgrado ciò il partito democratico non ha voluto ripresentare in queste liste Silvia Della Monica (Pd), mentre Rivoluzione Civile ha collocato Sara Vatteroni (Idv), che si occupa sia di Pas che di minori che di violenza contro le donne, al 23° posto (Camera) nella lista Toscana, mentre Frida Alberti (Idv), per cui vale lo stesso discorso di Vatteroni, è stata messa al 6° posto in Liguria per il Senato: donne con competenze specifiche e importanti che quasi sicuramente non passeranno.

C'è però chi alla questione ci tiene eccome, perché la Pas si è intrufolata nei tribunali italiani grazie alla lobby pro-Pas (che ora chiamano alienazione parentale ma che ha gli stessi effetti devastanti nei tribunali), schieramento di avvocati, psicologi, pscichiatri, esperti vari che coinvolgono padri in fase di separazioni problematiche. Senza nulla togliere ai padri separati in difficoltà economica e/o con problemi di relazione con le ex partner in presenza di figli minori (che sicuramente vanno aiutati come e quanto le mamme), questo gruppo rappresenta un tesoretto di voti su cui qualcuno già ha messo gli occhi, nella prospettiva di riattivare il ddl 957 sulle modifiche dell'affido condiviso ora fermo al Senato (mentre un altro disegno è alla Camera). Ed è così che Casa Pound Italia, che partecipa alle prossime elezioni, ha messo nel suo programma: "Sostegno ai padri separati e ridefinizione delle norme sull'affidamento della prole e sull'assegnazione degli alimenti in caso di separazione coniugale", mentre Fratelli d'Italia - che sostengono Francesco Storace nella corsa verso la presidenza della Regione - hanno fatto di questi temi la loro bandiera assecondando molte delle istanze contenute nel ddl 957 che modificherebbe l'affido condiviso con gravi effetti su donne e minori.
E se anche il Movimento 5 stelle ha cominciato a interloquire con queste istanze, Bruno Volpe - il direttore di Pontifex da cui prese infelice spunto il prete di Lerici per dire che le donne il femminicidio se lo vanno a cercare - ha parole di conforto dichiarando che da una parte pensa "ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria" e dall'altra pensa "ai tanti bimbi abortiti, molti più delle donne uccise". Giorni fa Casini (schierato con Monti e Fini) ha detto da Vespa che pensa "ai padri separati che dormono in macchina e fanno la fila alle mense della Caritas", mentre Matteo Salvini (Lega alleata con Pdl) da Santoro ha ricordato il finanziamento di 500 mila euro della Regione Veneto pensato in particolare per i padri separati. Aiuti importanti che non tengono conto che di fronte ai tanti padri separati ridotti in miseria, esiste una maggioranza di madri separate in povertà che nessuno aiuta e che non cercano sponsor politici.

Secondo l'Istat il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate, e di queste il 66,5% sono donne mentre il 33,5% sono uomini. Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento Istat, ha affermato tempo fa che "certamente esistono padri in gravi condizioni, ma i dati Istat ci dicono che sono le donne sole e con figli separate/divorziate le persone a maggior rischio di povertà e non lo afferma solo l'Istat ma anche altre ricerche". Per l'Istat tra gli uomini separati l'1,6% è povero di contro a un 3,5% di separate in povertà, dato che in presenza di figli minori sale al 15,4% per le donne.

Vorremmo che lo schieramento "di sinistra" si pronucnaisse su questi temi, e non solo sul femminicidio o sulla Pas, ma sul grave attacco riguardo i diritti delle donne e dei minori, perché il voto delle donne non è affatto scontato.

Corriere della Sera
22 01 2013

Un'altra serie tv Usa racconta l'antico binomio sesso e potere. Ma gli elettori disillusi non ne possono più di sentire parlare di corna e tradimenti mentre le loro vite vanno a rotoli    
 
di Marta Serafini
 
Shonda Rhimes, signora della tv americana, è una che sa il fatto suo. Così dopo il successo di Grey’s Anantomy si è messa a tavolino e ha creato un altro serial, Scandal (in onda il martedì su FoxLife alle 21.55 gli episodi della nuova stagione). Forse saprete già che la sua protagonista Olivia Pope è ispirata a una figura reale. Trattasi di Judy Smith, donna di colore, che ha lavorato per l’amministrazione Bush e che è una crisis management consultant. Che, tradotto, significa: se c’è uno scandalo, una situazione imbarazzante o una crisi da gestire lei interviene e ripulisce tutto. Inutile dire che tra le situazioni tipo da affrontare ci sono gli scandali a base di sesso e corna. Non a caso Judy Smith ha anche avuto un ruolo nell’affare Lewinsky e celebri sono le foto in cui trascina via dalle grinfie dei giornalisti l’ex stagista implicata nel sex gate di Bill Clinton.
Nel suo curriculum non mancano anche l’affare Enron e la crisi della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Ovviamente il personaggio di Judy suscita molte curiosità. Chi è questa signora degli scandali, da dove viene, come si è fatta le ossa? E chissà quanti oscuri segreti della Casa Bianca conosce questa cinquantenne americana. Per chi fosse desideroso di sapere, Judy ha appena scritto un libro dal titolo Good Self, Bad Self, in cui svela alcuni dei suoi trucchi.

Ciò che però mi ha fatto riflettere sono state le parole di un’amica mentre commentavamo al telefono una puntata del telefilm in questione:
    “Ancora un’altra serie sui politici fedifraghi? Basta ma non se ne può più. Ma che facessero voto di castità, per davvero e per fiction!”
La mia amica non è una puritana né una cattolica fervente. E’ una ricercatrice che sta facendo i bagagli per andare all’estero in modo da finire il suo dottorato, perché qua nessuno fa niente per i giovani precari. Quindi appartiene alla categoria dei giovani delusi e disillusi che non votano. E non solo. Questa ragazza di 30 anni non gestisce affari sporchi o cose simili. Ma si impegna tutti i giorni per studiare come salvare flora e fauna dall’inquinamento.
Al momento non le ho dato retta e mi sono goduta l’episodio (quello in cui Olivia deve far sparire le prove di una relazione extraclandestina di un reverendo trovato morto ammanettato alla sua amante). Dialoghi carini, a tratti banali, ma Scandal diverte proprio per gli intrighi di cui parla. Poi però mi sono tornate in mente quelle parole. Già, è vero: l’equazione sesso-potere-scandalo non funziona bene solo al cinema e nelle serie. E’ un dato reale. Negli Usa tante campagne elettorali e tanti momenti di transizione sono stati caratterizzati da sex gate e scandali di ogni tipo: Clinton e la Lewinsky su tutti. Ma anche David Petraeus della Cia è stato travolto da un affare di corna. E non sono mancati i pettegolezzi su Kennedy con Marylin Monroe e centinaia di altre donne. Insomma, le scappatelle degli uomini di potere hanno influenzato in qualche modo il corso della storia. E di conseguenza anche le nostre vite.
Anche in Italia siamo ormai abituati a parlare delle serate hot dell’ex premier piuttosto che delle sue nuove fidanzate. Fiumi di inchiostro sono stati versati sul bunga bunga e sulle olgettine. E a lungo si è dibattuto sul fatto che donne vicine al presidente del Consiglio siano andate ad occupare ruoli pubblici percependo dunque lo stipendio dai cittadini. “Siamo stufi di pagare le amanti dei politici”, hanno detto in tanti. Uomini che vanno al potere e che lo usano per fare sesso. Niente di nuovo sotto il sole. In questo l’Italia è pionera: già i senatori dell’antica Roma erano famosi per le loro relazioni extraconiugali. Anche le matrone certo non scherzavano ma erano più discrete e non si facevano beccare. Certo, ai tempi non esistevano le crisis management consultant. Ma non c’era nemmeno la tv e Zuckerberg non aveva ancora inventato Facebook. Quindi era più difficile venire colti sul fatto
Al di là di queste considerazioni, una cosa però mi lascia perplessa: chi si mette in politica non dovrebbe avere nemmeno il tempo di respirare. Tanto meno di sospirare appresso alle gambe di chicchessia. O di schivare i colpi del gossip. E non solo. Entrare (salire o scendere, come vi pare) in politica costa sempre di più. L’investimento dunque è alto, perché rischiare di mandare tutto a monte per una o più scappatelle? Inoltre la politica è in crisi e i cittadini non la considerano più credibile, anche perché stanchi di leggere che c’è chi se la gode mentre loro tirano a campare.

Sulla scia di Scandal e del commento della mia amica in questo ultimo anno, dunque lancio la provocazione:
    Perché i politici non si impegnano in una legislatura a risparmiarsi ( e risparmiarci) scandali e scappatelle promettendo di destinare gli stessi sforzi a risolvere, che so, problemucci come precariato, disoccupazione giovanile o disparità di genere? Non dico di fare voto di castità…Ma almeno di tenere a freno i bollenti spiriti per qualche anno. Così potremmo far sì che menti brillanti come quella Judy Smith, alias Olvia Pope, siano libere di concentrarsi su altre faccende.

I giovani fanno scena muta

Federico Fubini, Corriere della Sera
13 gennaio 2013

L'altro giorno la Banca mondiale ha messo su Twitter una serie di dati che fanno pensare al mondo fra le due guerre. Non ai totalitarismi, al riarmo, alla Grande Depressione, o al razzismo. No. A eventi più piccoli, schegge di singole vite.

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