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Politiche di genere a che punto è la Turchia?

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 09:28 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
24 02 2015

Si torna a parlare di violenza contro le donne in Turchia, con la scoperta del corpo della studentessa universitaria Özgecan Aslan, ritrovato senza vita e bruciato dopo il tentativo di stupro da parte del conducente del minibus che la ragazza aveva preso per tornare a casa. Le reazioni, sfociate in una vera mobilitazione mediatica, mostrano a che punto è oggi la questione di genere nel paese.

Al vertice su donne e giustizia promosso dall'associazione Donne e Democrazia Kadem, il presidente Erdogan dichiarava "Non potete mettere gli uomini e le donne alla pari, questo è contro la natura, perchè la natura delle donne è diversa". Come al solito, la prospettiva politica proposta da Erdogan sulle tematiche di genere ha sollevato indignazione tra le attiviste e la società civile così come nei partiti dell'opposizione. Ma quali sono stati gli orientamenti sulle politiche di genere in Turchia negli ultimi dieci anni?

Dopo le riforme degli anni '20 promosse da Ataturk che rendevano illegale la poligamia e abolivano i tribunali islamici a favore di istituzioni laiche, la seconda grande ondata di riforme è avvenuta a partire dal 2001 quando è stato modificato il codice civile turco, seguito a breve dal codice penale (2003) per arrivare al 2004 quando all'articolo 10 della Costituzione è stata aggiunta la frase "le donne e gli uomini hanno uguali diritti e lo stato è responsabile di prendere tutte le misure necessarie a realizzare l'uguaglianza tra uomini e donne".

Anche se in Turchia manca una raccolta sistematica di dati di genere, l'istituto nazionale di statistica (TSI) ha costituito un'"unità operativa di genere" che fornisce dati specifici. Anche organizzazioni come Ka-Der (Associazione per il sostegno e la formazione di donne candidate) contribuiscono al monitoraggio dei trend di genere (sul sito di Ka-Der si può scaricare il rapporto statistico Woman Statistics Report 2012-2013). Quindi, nonostante tutto, possiamo avere una panoramica abbastanza precisa della condizione delle donne turche.

Per quanto riguarda la partecipazione politica il numero di donne in parlamento è cresciuto da 24 a 79 su 550, in termini percentuali significa che dal 4,4% si è passati al 14,3% (ma il numero di donne nel consiglio dei ministri è rimasto invariato). Le donne sindaco sono passate da 18 a 37 e il tasso di donne nelle giunte cittadine è passato dal 2,3% al 10,7%.

Nell'educazione la percentuale di donne non scolarizzate, che era del 19% secondo il Rapporto periodico sui progressi della Turchia in vista dell'ingresso nell'UE del 2004, nel 2013 è sceso al 7%[1].

Dal 2004 al 2014, c'è stata una crescita lenta ma continua nel tasso di occupazione femminile dal 25,5% al 29,7% anche se circa un terzo delle donne che risultano occupate lavorano non pagate in ditte familiari del settore agricolo. Inoltre, mentre i dati generali sull'occupazione sono cresciuti e quelli sulla disoccupazione diminuiti, nel 2012 il tasso di disoccupazione femminile è rimasto molto alto.

Ancora più negativi i numeri che riguardano la violenza domestica: in Turchia, secondo l'ultimo rapporto nazionale sulla violenza contro le donne, il 40% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale per mano di uomo durante la sua vita. Percentuale che arriva al 47% nelle aree rurali e al 42% in quelle urbane. Il rapporto annuale sulla violenza maschile contro le donne Bianet Annual Male Violence Report (una newsletter turca che tiene traccia di tutti i casi di violenza contro le donne riportati dai media locali, nazionali e online) dichiara che nel 2013 gli uomini hanno ucciso dieci bambini e 214 donne, ne hanno stuprate 167, picchiate 241 e molestate 161. Il quadro non migliora se consideriamo che, di fronte a un'interrogazione da parte di una parlamentare repubblicana, il Ministro di giustizia ha dichiarato che non vengono raccolti dati specifici su quante donne siano state uccise o stuprate da mariti, amanti, compagni.

Questi dati, comparati con quelli internazionali, ci parlano di una Turchia ben lontana dalla parità di genere. Secondo il Global Gender Gap Report 2013, la Turchia è 120esima su 136 paesi per la parità di genere, 127esima per la partecipazione economica, 104esima per l'educazione, 59esima per la salute e 103esima per partecipazione politica. Secondo il rapporto, tolti gli anni 2003-2004, non ci sono stati miglioramenti significativi nella condizione delle donne turche.

 

Questo avviene perché, nonostante tutte le riforme legali e istituzionali derivate dai trattati internazionali, dalla candidatura all'entrata nell'Unione Europea e dagli sforzi delle organizzazioni femministe, negli ultimi dieci anni, il partito al governo, fortemente maschile e conservatore, ha frenato l'applicazione delle riforme.

AKP [2] considera le libertà innanzi tutto in riferimento all'Islam e vede le donne come membri di una famiglia e non come individui. Ha cambiato, per esempio, il nome del "Ministero per la donna e la famiglia" in "Ministero per la famiglia e i diritti sociali" e ha messo il dipartimento governativo per le pari opportunità sotto quest'ultimo. Le donne hanno criticato questa azione come "un passo indietro sia per la parità tra uomini e donne che per la democrazia". Hanno argomentato che le politiche che riguardano la condizione delle donne, la violenza domestica e la discriminazione sul lavoro non dovrebbero essere sotto il cappello delle politiche famigliari perchè hanno una matrice di genere e che quello di cui la Turchia ha bisogno è una donna Ministra delle pari opportunità [3].

Il 22 settembre del 2014 segna un'ulteriore tappa della battaglia sulla prospettiva di genere. Il Ministro dell'educazione annuncia la revoca del divieto del velo a scuola, permettendo alle bambine di prima elementare di coprire i capelli nei luoghi pubblici: in questo modo le famiglie possono rispettare la tradizione islamica che prevede che le donne si coprano la testa a partire dalla pubertà. I gruppi conservatori parlano di questo evento come di un allargamento delle libertà e i membri del partito di governo AKP, come per esempio il Ministro dell'educazione Nabi Avcı, hanno dichiarato che la revoca era dovuta a un'incalzante pressione. "Quando ho incontrato gli studenti all'inizio dell'anno scolastico aspettavano questa bella notizia con trepidazione" ha dichiarato il vice premier Bülent Arınç, ricordando la sua visita a Bursa, una delle principali città della Turchia. La stessa legge che vietava il velo vieta anche gli shorts, i pantaloni stretti, le gonne sopra il ginocchio, gli spacchi, le cannottiere, i pantaloni corti, le camicie senza maniche, ma questa parte della legge non ha subito modifiche. Come conseguenza i gruppi laici e i gruppi Alevi (ossia le comunità musulmane eterodosse molto distanti dai sunniti maggioritari) hanno colto la palla al balzo per puntare, ancora una volta, il dito sul fatto che l'AKP parla di libertà soltanto nell'ambito di una cornice religiosa di matrice islamica, e rimane in silenzio di fronte alle altre istanze o per esempio di fronte alla richiesta di revocare l'obbligo di frequenza per le lezioni di religione (così come peraltro già chiesto dall'UE).

Erdogan rilascia spesso dichiarazioni su temi morali che sono sensibili da un punto di vista di genere. Condivide sistematicamente le sue idee sulle politiche demografiche, sposta tutta la responsabilità sulle donne e invita le coppie ad avere almeno tre figli, e in uno dei suoi discorsi di inaugurazione dell'anno scolastico in un'Università femminile ha ammonito le studentesse di non essere troppo pretenziose, non aspettare "l'uomo giusto" ma di sposarsi quanto prima marriage. Il premier ha deciso di continuare a proibire l'aborto, con il sostegno del ministro per la sanità Recep Akdag che ha dichiarato "le vittime di stupro che rimangono incinta devono portare avanti la gravidanza e lo stato eventualmente si occuperà del bambino". Sullo stesso tema Ayhan Sefer Üstün, parlamentare dell'AKP e presidente della commissione per i diritti umani ha dichiarato "Uno stupratore è più innocente della vittima di stupro che abortisce... le donne in Bosnia sono state stuprate durante la guerra, ma non hanno abortito”[4].

Alcune inaspettate somiglianze tra i due periodi in cui sono avvenute le riforme statali che riguardano le donne sottolineano una continuità storica. In entrambi i casi le politiche di genere sono state guidate dallo stato e calate dall'alto dai due gruppi al governo che pur incarnando due punti di vista opporti uno laico progressista e l'altro religioso conservatore hanno entrambi usato il proprio potere per definire le relazioni di genere secondo una prospettiva prettamente maschile. Nell'Era Repubblicana l'emancipazione femminile e la visibilità delle donne nella vita pubblica, che si manifestava nei canoni di bellezza, abbigliamento e comportamento, doveva servire a rafforzare l'idea di una Turchia nazione moderna. Oggi la rivendicazione dell'AKP di aver ridisegnato i limiti che definiscono il comportamento appropriato alle donne "decenti" (che tra le varie cose non dovrebbero ridere in pubblico) ci fornisce una rappresentazione simbolica della ferma volontà di lasciare la parità di genere fuori dalla porta.

Leggi la versione in inglese dell'articolo

NOTE

[1] Secondo il TSI Women in Statistics Report 2013
[2] Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di matrice islamico-conservativa, al potere in Turchia dal 2002.
[3] European Stability Initiative Sex and Power in Turkey, 2007.
[4] Deniz Kandiyoti, No Laughing Matter: Women and New Populism in Turkey

InGenere
05 09 2014

Prima c'è stato il bilancio di genere, redatto già da alcuni anni dal comune. Una rendicontazione economica rivolta ai cittadini partita nel 2008, che aveva apounto lo scopo di rendere trasparente l'uso delle risorse pubbliche e i risultati delle scelte fatte.

Poi è arrivato il diretto coinvolgimento dei cittadini sottoforma di domande. Lo scopo era mettere a punto una sorta di bilancio di genere preventivo e a questo scopo a inizio estate è stato messo online un questionario per una valutazione di genere delle principali politiche dell'amministrazione. Perché «Non tutti gli investimenti pubblici sono uguali dal punto di vista delle ricadute nel miglioramento delle condizioni di vita di uomini e donne», fa notare una consigliera comunale in un'intervista in cui, insieme a altri esponenti della giunta, commenta e spiega l'iniziativa.

«C'è quindi un dovere da parte delle amministrazioni di investire di più nelle politiche di parità, e occorrono anche azioni che svelano che le nostre economie sono sostenute da un monte ore di lavoro non pagato quasi esclusivamente a carico delle donne. Le politiche devono affrontare e superare le disparità ancora presenti tra generi», ha sottolineato Lembi. I risultati del questionario saranno presentati il 22 ottobre all'interno dello Smart City Exhibition con il convegno “Smart City in ottica di genere”. 

Quelle del 28°. Dati e sfide delle donne croate

  • Giovedì, 05 Settembre 2013 07:52 ,
  • Pubblicato in INGENERE

in genere
05 09 2013

La Croazia è da luglio il ventottesimo paese dell'Ue. Ha corso negli ultimi anni per allineare le politiche di genere agli standard europei e, per alcuni aspetti, è più avanti di altri paesi aderenti all'Unione. Tanta strada però è ancora da fare, ecco le misure in via di sviluppo.

Negli ultimi dieci anni lo sviluppo di politiche di genere e il miglioramento della condizione delle donne in Croazia è andato di pari passo con l’evoluzione di una nuova legislazione e dell’aggiustamento delle leggi esistenti, all’interno del processo di pre-adesione alla Ue che la Croazia ha recentemente completato. In questo senso è soprattutto importante sottolineare la solida infrastruttura esistente per la promozione della parità di genere, e la straordinaria attività dell'Ufficio gender equality del governo croato e del Difensore civico (1).

I dati e le tendenze analizzati in questo articolo dimostrano che i risultati della politica di sviluppo della parità di genere sono, in alcune aree, paritari o comunque vicini a quelli dell'Ue-27. Tuttavia, ulteriori analisi portano anche a identificare i punti chiave di sfide future poste dagli imperativi di miglioramento delle opportunità di occupazione per le donne, l’eguaglianza economica, la loro migliore presenza nelle posizioni decisionali decisionale, e lo sviluppo di specifici piani d'azione per contrastare la violenza sulle donne, soprattutto in famiglia.

Meritano di essere sottolineati alcuni risultati positivi per quanto riguarda lo sviluppo della politica di parità di genere e il suo impatto sulla posizione delle donne nella società croata. Ad esempio il raggiungimento dell'istruzione universitaria nel 2012 per le donne è stata del 17% rispetto al 14,5% per gli uomini entro i 64 anni. È importante notare che l'iscrizione delle donne all'università è stata continua negli ultimi anni. Inoltre, tra i professori universitari il 48% sono donne, così come donne sono il 57% tra i possessori di diploma di dottorato, e la stessa percentuale femminile si ritrova nel numero complessivo di studenti liceali e universitari.

La partecipazione delle donne nel processo decisionale è in alcuni casi molto vicino alla media Ue-27 del periodo recente.

Ci sono stati alcuni miglioramenti negli ultimi dieci anni, con la partecipazione delle donne nelle elezioni del 2009 raggiungendo 22% tra i rappresentanti del governo a livello locale (2). Per quanto riguarda invece la partecipazione delle donne al management delle grandi società quotate, vi è all’incirca la stessa situazione degli altri paesi dell’Ue 27. Differente invece è la partecipazione delle donne in posizioni manageriali della banca centrale croata dove, escluso un piccolo balzo nel 2009 (14%), il dato è caduto, stabilizzandosi, al 7% nel 2010, 2011 e anche nel 2012.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le donne nel 2012 erano il 50,9% degli occupati.

Hanno acquisito la maggioranza dei posti di lavoro nei servizi sanitari, nell’istruzione superiore, e nella magistratura, ma comunque non nelle posizioni di leader in questi stessi settori. La fascia di età più debole nel 2012 era quella tra i 55 e i 64 anni di età, con un tasso di occupazione molto basso per le donne (27,8%) rispetto agli uomini (46,7%). Le donne di questa fascia di età sono in gran parte o disoccupate per un periodo prolungato di tempo, o in pensione con un reddito molto basso perché hanno colto l'occasione del pensionamento anticipato. Per questo motivo esse appartengono al gruppo di popolazione con il più alto rischio di povertà. Le stime sono che tale rischio per le donne sopra i 65 anni è del 38,3%, di 9,2 punti percentuali superiore a quello per gli uomini nella stessa fascia di età.

A questo proposito sono state introdotte delle misure speciali, compreso un incremento di pensione per questa categoria dopo aver raggiunto l'età di 65 anni.

Al fine di migliorare le potenzialità dell’occupazione femminile è necessario stimolare anche il lavoro autonomo.

In Croazia l'imprenditoria femminile rimane infatti un potenziale non sviluppato, anche se l'importanza delle donne imprenditrici come fondamentali generatori di nuovi posti di lavoro è riconosciuta dalla politica. Dato che diversi documenti sono stati redatti dal governo come strategia per introdurre misure finalizzate alla promozione dell'imprenditorialità femminile, sarebbe auspicabile una loro attuazione più dinamica ora che la Croazia è entrata a far parte dell'Unione europea.

Pertanto è necessario sostenere ulteriori misure per coinvolgere direttamente il Servizio per l’occupazione croato, in particolare a livello locale, e il suo collegamento con i centri di formazione e di ricerca al fine di garantire una guida professionale e di sostegno alle iniziative imprenditoriali delle donne. È particolarmente importante per le donne disoccupate e maggiormente avanti con l’età, per creare opportunità di un loro reinserimento nel mercato del lavoro.

Il problema del relativamente basso tasso di attività delle donne è di natura strutturale ed è ovvio che non poteva essere risolto solo con le garanzie contro la discriminazione previste dalla Legge sulla parità di genere.

L'anno scorso sono stati annunciati cambiamenti nelle normative del diritto del lavoro per la legalizzazione dei part-time e del lavoro da casa, compreso il telelavoro, incentivi per aumentare le possibilità delle donne sul mercato, in particolare per le loro responsabilità personali e di cura familiare. Gli ultimi dati (per il 2012) mostrano che la quota di donne che lavorano part-time è solo del 10%, oltretutto una diminuzione rispetto al 2011 (12,4%), mentre per le donne nell'Ue a 27 nel 2012 è stata del 32,6%. È evidente che questa opzione dovrebbe essere fortemente sviluppata e raccomandata per superare la disoccupazione delle giovani donne con più responsabilità familiari e delle donne anziane che diventano disoccupate di lunga durata e con scarse prospettive di occupazione a tempo pieno.

Questa opportunità ha cominciato ad essere promossa come iniziativa per sostenere orari di lavoro flessibili, dietro raccomandazione dell’Ufficio del difensore civico per le pari opportunità, e annunciata come una nuova politica per migliorare la posizione lavorativa delle donne attraverso una nuova legge sul lavoro.

Parallelamente a queste iniziative ci sono stati alcuni miglioramenti nella nuova legge sull’assistenza all’infanzia, legati agli attuali miglioramenti dei servizi per l'infanzia e alle nuove opportunità di occupazione per le donne, e questo prevede inoltre attività programmate da attuarsi attraverso un piano nazionale di promozione dell'occupazione. Vale a dire, esiste una stima di un gran numero di baby-sitter impiegate senza registrazione legale e a queste donne saranno fatti corsi di formazione, e la loro attività sarà certificata e registrata.

Anche se la media ufficiale del differenziale retributivo di genere è del 10,9% ed è inferiore a quello dell'UE-27, questa differenza è maggiore in alcuni settori con manodopera prevalentemente femminile, come le assicurazioni e affari finanziari (29,3), l'assistenza sanitaria e sociale (25,5) e l'industria di trasformazione (21,8). Il legame tra la segregazione di genere nel mercato del lavoro e il divario salariale può essere dimostrato anche dal fatto che le donne costituiscono la maggioranza dei dipendenti solo in tre delle 10 aree di attività con stipendi superiori alla media.

Oltre alle criticità elencate nelle diverse sfere di interesse, per quanto riguarda la situazione socio-economica delle donne in Croazia c'è un altro ambito di particolare interesse e di crescente attenzione in materia di miglioramento della parità di genere: la lotta alla violenza, e in particolare contro la violenza all'interno della famiglia. Questo argomento è diventato uno dei più discussi nei dibattiti politici sulle questioni di genere, negli ultimi mesi, dopo l'obbligo di attuare le misure della politica nazionale di parità di genere.

Inoltre, attraverso le attività del Piano nazionale di promozione dell'occupazione orientato ad aumentare l'occupazione delle donne e dei gruppi svantaggiati, e sostenuto dal Fondo sociale europeo, nel 2012 c’è stato un andamento positivo dell'occupazione delle donne vittime di violenza domestica.

Note:

1) Il ruolo di tali uffici nello svolgimento delle attività professionali e amministrative relative alla vigilanza sulla parità di genere è focalizzato sull'avvio e l'attuazione dei numerosi studi riguardo alla posizione delle donne nel mercato del lavoro e per sostenere il settore della società civile nello svolgimento di campagne di sensibilizzazione sulla parità di genere.

2) Poiché il governo ha rimandato l’applicazione della legge sull’uguaglianza di genere, le chances delle candidate alle elezioni locali nel 2013 non sono state supportate dall’obbligatorietà di presentare liste con una presenza femminile minima del 40%. Il risultato è stato il 17% di donne elette, una media composta dal 21% di donne a livello di contea e solo dal 7% tra i sindaci di campagna e città e come prefetto della contea.

Ivanka Buzov


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