Salvador DalìLuigi Manconi, Il Manifesto
24 luglio 2015

Penso da sem­pre che l'attività par­la­men­tare non debba essere un eser­ci­zio di testi­mo­nianza e nem­meno una pre­sta­zione mera­mente sim­bo­lica. Al con­tra­rio, ritengo che possa e debba essere la con­qui­sta del con­qui­sta­bile, fino al ruvi­dis­simo prag­ma­ti­smo del "pochi male­detti e subito".

Globalist
08 07 2015

"Non commento una cosa come questa, una cosa che non esiste. Non voglio fare ulteriore pubblicità a questa gente, vogliono solo questo". A parlare è stato Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso in piazza Alimonda durante il G8 di Genova nel 2001 riferendosi all'iniziativa del sindacato di polizia Coisp contro la targa che ricorda suo figlio. Uno schiaffo, a nostro parere, contro tutte le vittime delle forze dell'ordine degli ultimi anni.

Proprio ieri la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso durante un controllo di polizia nel settembre 2005 a Ferrara, ha scritto una lettera nella quale ha espresso la volontà di ritirare la querela al segretario nazionale del Coisp, Franco Maccari, che organizzò un sit-in sotto le finestre del municipio di Ferrara dove lavora la signora Patrizia Moretti e accusò la famiglia Aldrovandi di usare il dolore per spargere veleno contro la polizia.

"Il 20 luglio saremo in piazza Alimonda per ricordare Carlo - ha concluso -. C'è la 'nostra' manifestazione nel ricordo di una cosa ingiusta nei confronti della quale non è mai stata fatta giustizia".

Matteo Bianchi, Segretario Generale Regionale del Coisp Liguria, il sindacato indipendente di Polizia, ha annucniato, infatti, una manifestazione il 20 luglio in Piazza Alimonda a Genova. "Finalmente dopo 14 anni dai tragici fatti del G8 genovese, il 20 Luglio 2015 il Coisp sarà in Piazza Alimonda per ricordare quei giorni, per ricordare gli scontri di Piazza, le scene di devastazione e saccheggio con il pensiero che un estintore possa diventare un'arma da usare contro le Forze dell'Ordine".

"Quest'anno, dopo vari tentativi, siamo riusciti ad ottenere di poter svolgere la nostra democratica iniziativa proprio in Piazza Alimonda". La stessa piazza, lo stesso giorno in cui 14 anni fa, durante i disordini e gli scontri che affollarono Genova nel corso del G8, moriva Carlo Giuliani.

Fratoianni (Sel): provocazione volgare. "Organizzare una manifestazione, come annunciato dal Coisp, su quanto avvenne nel luglio 2001 al G8 di Genova, e farla in piazza Alimonda il prossimo 20 luglio, con l'intento di rimuovere la targa che ricorda l'uccisione di Carlo Giuliani, non è un contributo alla verità e alla giustizia, bensì una provocazione inaccettabile. Una volgare e meschina operazione pubblicitaria, giocando con il dolore delle famiglie, come già avvenuto a Ferrara con la famiglia Aldrovandi". Lo ha affermato Sel con il coordinatore nazionale Nicola Fratoianni.

"Vogliamo sapere - ha aggiunto il coordinatore di Sel - chi ha dato l'autorizzazione per una manifestazione che per i rischi di ordine pubblico nel capoluogo ligure, era stata vietata piu' volte negli anni passati. Sinistra Ecologia Libertà ha presentato un'interrogazione al ministro dell'interno e Alfano ce lo dovrà spiegare in Parlamento. Ma non basta,- conclude Fratoianni- il Viminale dovrà garantire che quella manifestazione non si tenga: e' un'offesa nei confronti della famiglia Giuliani e di tutte le vittime della mattanza di 14 anni fa".

Ferrero (Rc): intervenga il ministro degli Interni. "La manifestazione che il Coisp vorrebbe fare a Piazza Alimonda il 20 luglio, ovvero nello stesso luogo e nello stesso giorno in cui fu ammazzato Carlo Giuliani 14 anni fa, è una indecente provocazione. Il Ministero degli Interni intervenga". Questo il commento di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea. "Servono dei corsi di formazione basati sulla Costituzione per questi rappresentanti delle forze dell'ordine che evidentemente non conoscono la Carta. Alla famiglia di Carlo Giuliani la nostra solidarietà, ancora una volta, davanti a queste ennesime, vergognose ingiurie. Noi saremo in piazza Alimonda il 20 luglio, come ogni anno, per ricordare Carlo e continuare a chiedere verità e giustizia per la sua uccisione e per la mattanza dei giorni del G8 di Genova".

Il caso Uva è in cerca di verità da sette anni

Internazionale
19 06 2015

Lucia è la sorella di Giuseppe Uva, di mestiere gruista, morto esattamente in questi giorni (il 14 giugno) di sette anni fa, nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese. Prima di raccontare la vicenda e il motivo per cui oggi, qui, vogliamo parlarne, descriviamo con alcune immagini il modo in cui Lucia ha visto suo fratello per l’ultima volta, steso sul tavolo dell’obitorio.

Lucia ha fissato il corpo di Giuseppe per oltre quindici minuti, incredula di quanto vedeva: suo fratello era irriconoscibile.
Cominciamo dal viso. Una grossa tumefazione viola ricopriva il suo naso, la nuca, al tatto, era segnata da un bozzo gonfio. Scendendo lungo il corpo, si trovava un livido enorme sulla mano e il fianco era attraversato da lunghe strisce viola. Ma la cosa più importante, l’elemento inspiegabile e tuttora inspiegato, era rappresentato da quel pannolone bianco da adulto incontinente che gli cingeva i fianchi: a spostare i lembi, di quel pannolone, si vedevano i testicoli tumefatti e una traccia di sangue che fuoriusciva dall’ano.

Una scena terrificante, un corpo martoriato che fino a poche ore prima era vivo, pulsante e libero.

Ed ecco allora il racconto delle ultime ore di vita di Giuseppe Uva, reso possibile grazie alla testimonianza dell’amico che quella sera era con lui, Alberto Biggiogero.

Le ultime ore di Giuseppe Uva

È un venerdì, il 13 giugno 2008, e in tv ci sono gli Europei di calcio. Alberto e Giuseppe guardano insieme la partita dell’Italia prima di uscire. Poi vanno al solito bar, bevono vino, incontrano altri amici con cui passano qualche ora. Hanno bevuto tutti e due e tornano verso casa a piedi ed è a quel punto che si accorgono di alcune transenne accatastate all’angolo di una strada.
Giuseppe e Alberto, euforici a causa dell’alcol, spostano le transenne in mezzo alla strada bloccando il traffico. È a questo punto che vengono avvistati da una pattuglia dei carabinieri. Da qui in poi, tutto quello che raccontiamo è riportato nella denuncia depositata da Alberto Biggiogero il giorno dopo la morte di Uva.

La pattuglia è formata da due carabinieri e uno dei due esce dalla macchina con lo “sguardo stravolto e terrificante”. Il militare comincia a inseguire Giuseppe urlando “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”. Comincia qui un breve inseguimento, in cui Uva scappa seguito dai carabinieri e dallo stesso amico.

Quando anche Biggiogero li raggiunge, fa in tempo a vedere i militari scaraventare Uva a terra. Biggiogero prova a mettersi in mezzo per calmarli, ma non c’è niente da fare: a furia di calci pugni e spintoni, i due uomini vengono fatti salire su due diverse automobili (Uva su quella dei carabinieri, Biggiogero su una volante della polizia arrivata successivamente).

Le auto si dirigono alla caserma di via Saffi e vengono raggiunte da altre due pattuglie della polizia, che rappresentano tutto il presidio notturno della città di Varese per quella notte e che si concentrano in quella caserma. Uva e Biggiogero vengono separati: il primo in una stanza, il secondo in sala d’aspetto. Da quella posizione, Bigioggero può sentire le urla prolungate del suo amico e le numerose richieste d’aiuto: da quella stanza, entrano e escono, alternandosi, i due carabinieri e i sei poliziotti. Biggiogero, insultato e minacciato dagli uomini in divisa, è lasciato solo. Ha ancora con sé il cellulare e chiama il 118 per richiedere l’intervento di un’ambulanza. La seguente conversazione è agli atti dell’indagine e la riportiamo integralmente (audio originale delle telefonate con i sottotitoli).

118: 118.

B: Sì buonasera sono Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?

118: Sì, cosa succede?

B: Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo.

118: Ma in caserma?

B: Eh sì.

118: Ho capito. Va bene adesso la mando eh.

B: Grazie.

118: Salve salve.

B: Salve.

L’uomo che risponde al centralino del 118, però, ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza:

Carabinieri: Carabinieri

118: Sì salve, 118

Carabinieri: Sì?

118: Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?

Carabinieri: No, ma chi ha chiamato scusi?

118: Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza.

Carabinieri: Un attimo che chiedo.

(dopo qualche minuto)

Carabinieri: No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi

118: Sì sì non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao ciao.

Dopo questo assurdo dialogo telefonico, effettivamente il carabiniere torna nella stanza dove si trova Biggiogero e gli sequestra il cellulare, anche se l’uomo fa in tempo a chiamare il padre perché venga a prenderlo.

L’ambulanza, ovviamente, non arriva, e dopo circa venti minuti fa la comparsa in caserma un dottore della guardia medica il quale propone per Uva un Trattamento sanitario obbligatorio.

La motivazione del provvedimento coatto sarebbe l’autolesionismo: Uva si starebbe facendo male da solo sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stivali degli uomini presenti nella stanza (in una deposizione dei militari, troviamo questo passaggio: “Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento”). È l’alba del 14 giugno, Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Morirà intorno alle 11 di mattina.

Come si è detto, il giorno dopo Alberto Biggiogero deposita un esposto per denunciare i fatti di quella notte. Oltre al suo racconto, l’agente del posto di polizia dell’ospedale sequestra gli indumenti di Uva, tra cui i jeans, macchiati di sangue su tutta la parte posteriore.

Il fascicolo finisce in mano del pubblico ministero Agostino Abate e, da quel momento, passeranno anni di infiniti rinvii, omissioni, irregolarità all’interno di un’inchiesta che produrrà un primo, lungo e inutile processo per colpa medica.

La tesi accusatoria è la seguente: i sanitari dell’ospedale avrebbero somministrato a Uva medicinali incompatibili con il suo stato etilico. Da quel processo i tre imputati usciranno assolti con formula piena, mentre i carabinieri e i poliziotti non saranno nemmeno ascoltati, così come il testimone oculare Alberto Biggiogero.

Ben tre giudici, nei vari dispositivi emessi in quei primi anni di processo, intimeranno al pm Abate di indagare sui fatti accaduti all’interno della caserma. L’ostinato rifiuto ad adempiere questo suo primario dovere, gli costerà un atto d’incolpazione da parte del procuratore generale presso la corte di cassazione e una assai controversa azione disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura conclusasi con un nulla di fatto.

In città prevale il senso comune

Veniamo ai giorni nostri. Il fascicolo è stato definitivamente tolto al pm Abate e il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per i due carabinieri e i sei poliziotti, accusati, tra gli altri reati, di omicidio preterintenzionale.

Il processo è cominciato in corte d’assise il 20 ottobre 2014 e procede lentamente e contraddittoriamente, in un clima tutt’altro che rasserenante. Non è una novità. Ciò che colpisce, infatti, è il senso comune che sembra prevalere in città. Con un eufemismo possiamo dire che da quel giugno del 2008 non è proprio accaduto che Varese “si stringesse intorno alla famiglia Uva”.

All’interno di una comunità relativamente piccola (80mila abitanti) accade un fatto a dir poco lacerante: un giovane uomo entra vivo in una caserma dei carabinieri, vi viene trattenuto illegalmente, ne esce in ambulanza per morire dopo poche ore in un reparto ospedaliero.

Seppure tutto ciò fosse dovuto al caso, sarebbe stato interesse della comunità conoscere precisamente e puntualmente i dettagli di quella morte. E invece, a distanza di tanti anni, non c’è alcuna certezza sulle cause della fine di Giuseppe Uva. Per capirci, non ci sono una sentenza o un referto definitivi in grado di escludere che Uva sia morto proprio a motivo di quanto è accaduto in quella caserma, ma nemmeno una credibile ipotesi su altre possibili cause.

Eppure la città, le sue istituzioni, la grandissima parte dell’opinione pubblica, i mezzi di comunicazione, gli intellettuali e i partiti politici, i sindacati e le associazioni (con qualche esilissima eccezione) non hanno battuto ciglio.

La solidarietà nei confronti dei familiari di Giuseppe Uva è stata tardiva, scarsa, occasionale. Le iniziative pubbliche e le conferenze stampa sono risultate poco frequentate e stendiamo un velo sull’atteggiamento dei quotidiani locali. In questo clima la procura e il tribunale sono apparsi come istituzioni lontane, imbarazzate da una vicenda che probabilmente mette in discussione antiche solidarietà, rinegozia alleanze interne e ne crea di nuove, altera le gerarchie di sempre, senza consentire un autentico
rinnovamento.

Pigrizia e conformismo, ossequio verso le autorità – e in una città come Varese i carabinieri sono tra le autorità più temute – e, su tutto, l’obbedienza al monito antico: sopire, troncare. Ciò ha consentito al pubblico ministero Agostino Abate di trattenere a sé il fascicolo fino a un anno fa e dopo che solo l’atto di incolpazione della corte di cassazione lo aveva indotto ad ascoltare il testimone oculare, a distanza di cinque anni e mezzo dai fatti (con le modalità che potete apprezzare in questi video).

D’altra parte, Giuseppe Uva era “solo un gruista”, il cui “stile di vita” sarebbe stato testimoniato dal fatto di non indossare mutande (cosa puntualmente smentita dalla testimonianza degli infermieri che dichiararono di aver tagliato lo slip con le forbici e di averlo buttato perché intriso di sangue).

Quest’ultimo dettaglio è significativo: è molto difficile, per chi non segue i processi, immaginare quale possa essere il linguaggio giudiziario, quale il genere letterario frequentato da un pubblico ministero, quale il peso maleodorante del pregiudizio scaricato su una vittima (dello “stile giudiziario” del procuratore Abate si ha conferma in molti passaggi della testimonianza di Luigi Manconi, ascoltato come “persona informata dei fatti” dallo stesso pm).

Ecco, queste sono le premesse attraverso le quali si arriva all’attuale dibattimento. E sembra proprio che tutto quel bruttissimo pregresso continui a condizionare l’attuale svolgimento: gli atteggiamenti degli attori, le modalità con cui vengono trattati i familiari di Uva e i testimoni vulnerabili come Biggiogero: qualcosa che ricorda i versi dell’antologia di Spoon River adattati e musicati da De André.

Eppure, in questa storia terribile di dolore e morte, emerge un dato impossibile da ignorare. Nell’assenza delle istituzioni, nella complicità di molti dei mezzi d’informazione, nell’indifferenza di gran parte della cittadinanza, una donna, pressoché da sola, ha reso possibile che questa storia non diventasse uno dei tanti fascicoli archiviati a prendere polvere negli scantinati di qualche tribunale.

Quella donna si chiama Lucia Uva, e il fatto che si tratti di una donna ci pare determinante. La sua storia non è così rara. Negli ultimi anni, e facendo un elenco che purtroppo non esaurisce una lunga teoria di tragedie, possiamo ricordare Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Dino Budroni. Accanto ai loro nomi, si ritrovano quasi sempre quelli delle loro madri o figlie o sorelle o mogli: Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Roberta Radici, Maria Ciuffi, Claudia Budroni.

In tutte queste vicende c’è una costante: una donna che assume suo malgrado il ruolo di protagonista. Figura tragica, ma non di vittima. Perché accade questo? Le ragioni sono molte.

Le donne stanno là, dove si manifesta più forte il vincolo profondo e intimo costituito dal legame di sangue. Ed è il genere femminile che tende a vivere con maggiore intensità quel legame. In qualche misura, la donna resta – al di là dei cambiamenti culturali e dei processi di emancipazione – la custode degli affetti familiari e la garante della loro persistenza nel tempo. Quel ruolo pubblico di madre, moglie, figlia, sorella di qualcuno che ha perso la vita attribuisce forza morale e responsabilità.

Avviene qualcosa che porta quelle madri mogli figlie e sorelle ad agire. Quell’agire, nella gran parte dei casi, non ha nulla di autocommiserevole. Anche nelle manifestazioni più dolenti dello strazio i toni si mantengono, in genere, controllati, le parole misurate, il discorso – l’atto di accusa, quando c’è – si muove sul piano razionale.

Emerge un forte e intelligente senso della giustizia offesa e del diritto negato, che si traduce in domanda di verità. Ed è proprio questo che fa Lucia Uva: parla come una cittadina consapevole, che esige giustizia e non invoca mai vendetta (così come mai l’hanno invocata Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli e le altre).

E questo non accade per una presunta bontà d’animo, ma perché quelle morti sono avvenute a seguito di situazioni assai complesse, dove si intrecciano – all’interno delle istituzioni statuali e degli apparati di polizia – reati e negligenze, atti criminali e omissioni di soccorso, irregolarità e abusi, colpe professionali e ottusità burocratiche.

E dove operano più soggetti, con diverse competenze e diversi livelli di responsabilità, tenuti insieme da rapporti di correità o da vincoli di omertà, spesso tutelati da una catena di comando di cui è difficile individuare l’anello collocato al livello più alto. Da qui discende che l’affermazione più frequente – la domanda e l’impegno di Lucia Uva, in questo caso – diventi: “Voglio sapere come è morto”.

Quel “come è morto” è, effettivamente, il quesito più drammatico che attraversa la vicenda di Giuseppe Uva. E quanto fatto in questi anni da Lucia Uva corrisponde a un vero e proprio conflitto “per la verità”, mentre lo stato, le sue istituzioni e i suoi apparati risultano essersi comportati come una sorta di Sistema della Menzogna, della Dissimulazione e dell’Occultamento.

È anche questo, probabilmente, che in tanti lunghi anni ha sollecitato e sostenuto quell’azione così particolare svolta da Lucia Uva: una battaglia per la giustizia contro l’iniquità, e – in qualche modo – per la vita contro la morte. Essere sorella della vittima attribuisce una titolarità di ruolo, ma rappresenta appena una premessa. Ciò che è avvenuto dopo (e che avviene per tutte le altre storie prima citate) è davvero sorprendente e straordinario: Lucia Uva è stata capace di trasformare il suo dolore più intimo in una risorsa pubblica.

Partendo dalla sofferenza, patita nella sfera più profonda e privata, si è fatta soggetto di una iniziativa che va assai oltre il legame familiare. È diventata attore pubblico e, a suo modo politico, portando energia e innovazione alla politica stessa. Semmai quest’ultima volesse ascoltare. Se così facesse, infatti, la politica potrebbe trovare nelle vicende di Lucia e delle altre, una trama di tensioni e di passioni preziose per la politica stessa.

È per ciò che dispiace davvero molto che questa donna, con la sua storia e il suo dolore, il suo impegno e la sua speranza, in quell’aula di tribunale – ieri come oggi – si sia trovata così spesso sola.

Luigi Manconi
Valentina Calderone

Amnesty International
18 06 2015

Amnesty International: non uno dei 50 stati degli Usa rispetta gli standard internazionali sull'uso della forza letale da parte della polizia

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International Usa ha denunciato che i 50 stati degli Usa e il distretto federale di Columbia non rispettano gli standard internazionali sull'uso della forza letale da parte della polizia.

Nove stati (Maryland, Massachusets, Michigan, Ohio, South Carolina, Virginia, West Virginia, Wisconsin e Wyoming) e il distretto federale di Columbia non hanno alcuna legge che stabilisca quando è adeguato ricorrere alla forza letale. In 13 stati (Alabama, California, Delaware, Florida, Mississippi, Missouri, Montana, New Jersey, New York, Oregon, Rhode Island, South Dakota e Vermont) le norme vigenti sono in contrasto persino con le salvaguardie previste dalle leggi costituzionali. In nessun caso sono previsti meccanismi o procedure per l'accertamento delle responsabilità.

In assenza di statistiche ufficiali, si stima che le morti legate all'uso illegale della forza letale siano da 400 a 1000 all'anno, con un numero sproporzionato di vittime afroamericane (il 27 per cento, quando gli afroamericani costituiscono il 13 per cento della popolazione).

Il rapporto di Amnesty International Usa evidenzia la necessità di riforme, a livello federale e dei singoli stati, per adeguare le leggi in vigore alle norme e agli standard internazionali, i quali prevedono che la forza letale sia usata dagli agenti di polizia solo come estrema risorsa quando strettamente necessaria per proteggere se stessi o altri nei confronti di immediate minacce di morte o di ferimento grave.

Inoltre, Amnesty International sollecita il dipartimento della Giustizia a raccogliere dati sulle uccisioni da parte delle forze di polizia e sulla razza, il genere, l'età, la nazionalità, l'orientamento sessuale, l'identità di genere e l'appartenenza o meno a popoli nativi delle vittime della forza letale della polizia.

"Il fatto che non ci sia un solo stato degli Usa a conformarsi a questi standard ci preoccupa profondamente e pone una grave questione relativa al rispetto dei diritti umani. Occorrono immediatamente riforme in tema di leggi, politiche e addestramento in materia di polizia. Sono in gioco vite umane" - ha dichiarato Steven W. Hawkins, direttore generale di Amnesty International Usa.

Ulteriori informazioni
Le leggi di nove stati (Arizona, Delaware, Idaho, Mississippi, Nebraska, Pennsylvania, South Dakota, Vermont, Washington) autorizzano l'uso della forza letale per sedare una rivolta.

Le leggi di 22 stati (Alabama, Colorado, Delaware, Georgia, Hawaii, Idaho, Indiana, Kentucky, Maine, Mississippi, Montana, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, North Carolina, North Dakota, Oklahoma, Pennsylvania, South Dakota, Washington) consentono l'uccisione di un evaso, a prescindere se il suo comportamento sia o meno minaccioso.
Solo otto stati (Connecticut, Florida, Indiana, Nevada, New Mexico, Tennessee, Utah e Washington) prevedono che gli agenti di polizia diano un preavviso a voce prima di usare la forza letale.

Solo tre stati (Delaware, Hawaii e New Jersey) dispongono che gli agenti di polizia facciano attenzione alla presenza di estranei prima di usare la forza letale.

Infine, 22 stati (Alabama, Arizona, California, Colorado, Connecticut, Indiana, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Mississippi, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New York, North Dakota, Pennsylvania, South Dakota, Texas e Washington) autorizzano privati cittadini a ricorrere alla forza legale quando svolgono funzioni di pubblico ufficiale, come ad esempio aiutare un agente di polizia a compiere un arresto.

Per interviste:Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

la Repubblica
12 06 2015

Marassi sarà anche “una scatola di vetro”, come assicura il direttore Salvatore Mazzeo, ma all’interno del carcere genovese è accaduto qualcosa che fa tornare alla memoria il G8 e la morte di Stefano Cucchi a Regina Coeli. Per due ragioni: il pestaggio di un detenuto da parte di una guardia; il coinvolgimento di un medico coinvolto nelle torture di Bolzaneto.

La prima ragione: il pestaggio di Ferdinando B., detenuto di 36 anni, a quanto pare manganellato da un agente. Da Dario Pinchiera, di 30 anni, indagato per lesioni e ieri sospeso per un anno dal Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. La seconda ragione: uno dei 5 medici della Asl-Tre indagati per "omissioni" (non avrebbero refertato il detenuto) e "favoreggiamento", si chiama Marilena Zaccardi, nota per essere stata processata per le torture a Bolzaneto. I reati sono andati in prescrizione, ma ritenuta responsabile in sede civile. Su lei rimane l'immagine della "condanna", tanto che all'epoca l'Ordine dei Medici la sospese per 2 mesi. Ciò nonostante, due mesi fa la Asl l'ha indicata come relatrice in un convegno sulla salute nelle carceri.

La vicenda di Marassi, sulla quale è aperta un'inchiesta da parte del pm Giuseppe Longo, ieri ha avuto una svolta: la notifica di 10 avvisi di garanzia ai 5 medici della Struttura di Medicina Penitenziaria. Oltre a Zaccardi figurano i colleghi: Ilias Zannis, Giuseppe Papatola, Silvano Bertirotti e Silvia Oldrati. Più altri 3 medici. Più un paio di guardie carcerarie. Va detto che a ciascuno sono addossate responsabilità diverse, e le iscrizioni servono a chiarire le posizioni, anche a tutela. Oldrati, infatti, è la psichiatra che il 14 aprile scorso durante la visita alla quarta sezione del carcere, ha visto il detenuto (per reati di droga) tumefatto, lo ha medicato e lo ha segnalato "con lesioni sospette" al medico responsabile, Bertirotti.

Cosa è accaduto il giorno prima, in parte è da ricostruire. Sembra, però, che il carcerato sia stato massacrato da Pinchiera. Il condizionale è d'obbligo. Quest'ultimo, infatti, avrebbe riferito al suo comandante, Massimo Di Bisceglie, che prima sarebbe stato aggredito dal detenuto, si sarebbe difeso e ci sarebbe stata una colluttazione; il recluso sarebbe scivolato, avrebbe avuto la peggio. All'aggressione non avrebbe assistito nessuno e la zona in cui si è verificata, non è coperta da telecamere.

Il direttore Salvatore Mazzeo ha segnalato la vicenda alla Procura della Repubblica ed al Provveditore alle Carceri, Carmelo Cantone. E tempestivamente ha "invitato" la guardia carceraria a mettersi in ferie forzate. Dichiarando a Repubblica: "Chi ha sbagliato deve pagare, non facciamo sconti a nessuno; i manganelli si usano soltanto se autorizzati dal direttore o dal comandante delle guardie. Solo in caso di rivolta".

Giuseppe Filetto 

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