Il poliziotto che voleva essere Salvini e Travaglio

La decisione di sospendere Tortosa è stata presa dal capo della polizia, Pansa. Sembra una decisione saggia. Per una ragione semplice: un poliziotto ha un potere molto grande sulle persone, e in teoria dovrebbe riscuotere la fiducia delle persone, e deve essere visto dalle persone come un rappresentante dello stato non come un fanatico di parte. Fabio Tortosa, invece, ha voluto dichiarare che lui è orgoglioso delle sue idee - immagino radicalmente fasciste, anche se poi ha detto che vota Pd... - e ha voluto offendere un ragazzo morto, e la sua famiglia, e le tante persone che gli volevano bene.
Piero Sansonetti, Cronache del Garantista ...
Rete Territoriale Roma Est
10 aprile 2015

È la storia di una tragedia annunciata, verrebbe da scrivere. Annunciata da quando sono stati posizionati all'ingresso del campo rom di Salviati 2, quei maledetti blocchi di cemento (new jersey). Gli abitanti del campo hanno detto in ogni occasione che era una pazzia rinchuderli dentro così. Lo hanno detto al comandante Di Maggio che ha risposto alle famiglie con lo spray al peperoncino.

Federico Aldrovandi, il video-boomerang del Sap

Il Fatto Quotidiano
10 04 2015

“Causa patrocinio non bona peior erit” ammoniva Ovidio. Una cattiva causa peggiora se la si difende. È la regola che da anni ormai impera nella vicenda Aldrovandi. Grazie all’inconsapevole Giovanardi si venne a sapere dopo mesi dalla morte di Federico che sul suo corpo vennero rotti due manganelli. Grazie a un avvocato difensore si venne a scoprire a processo iniziato dei brogliacci della questura rimaneggiati. Ora, grazie al Sap, si ha ulteriore certezza del comportamento oltre i limiti del protocollo.
Esattamente la prova provata che il segretario Tonelli ha sbandierato in conferenza stampa per chiedere la revisione del processo incastra in realtà gli agenti.

Il video, pubblicato sul canale Youtube del sindacato di polizia, mostra le corrette tecniche di ammanettamento pretese dal ministero. Il filmato illustra passo dopo passo come un agente (in questo “un” ha valore anche numerico, visto che nel caso Aldrovandi ne avevamo quattro di poliziotti) che a mani nude mette le manette ai polsi di un renitente.

Le raccomandazioni sono specifiche: “L’operatore effettuerà l’approccio inizialmente andando in presa con la propria mano debole sul polso del perquisendo. Con la mano forte impugnerà il gomito spingendo verso il basso, con un ginocchio sulla zona scapolo-omerale e un altro sul gran dorsale avrà definitivamente il controllo sul braccio del perquisendo. […] Data la particolare posizione l’operatore non dovrà mai gravare sul corpo del perquisendo. [….] Terminata la perquisizione l’operatore dovrà iniziare l’operazione di accompagnamento. Porterà in posizione supina il perquisendo”.

Una tecnica che, se pedissequamente osservata, avrebbe forse salvato la vita di Federico. Sul suo corpo infatti – secondo la testimonianza chiave di Anne Marie Tsegue – gravavano tre agenti (due sul dorso, una sulle gambe), che continuavano a picchiarlo con i manganelli. Il quarto faceva la spola tra l’auto di pattuglia e il ragazzo, per colpirlo con calci alla testa. Una volta ammanettato e reso impotente, i poliziotti hanno continuato a tenerlo fermo senza permettergli di mettersi supino o seduto per respirare.

Non sono congetture. Basta leggere la sentenza di primo grado (pag. 333): “Per Pontani e gli altri, con valutazione fuori da ogni criterio, di senso comune, logico, giuridico e umanitario, il soggetto era pericoloso pure nelle condizioni di ammanettamento a terra, tanto da averlo mantenuto nella condizione compressa (il “massimo di compressione possibile” dirà in seguito il giudice) per svariati minuti anche dopo che aveva smesso di muoversi”.

Ancor più netta la censura della Corte di Appello. A pag. 30 leggiamo come “l’idea che Aldrovandi potesse ancora divincolarsi alla presa dalla posizione prona e ammanettato in cui è stato posto, come sottolineano gli agenti nell’annotazione, è piuttosto singolare. In ogni caso per il giudice essa rende l’idea di un’immobilizzazione prolungata con il peso del corpo degli agenti”.

Eppure “il soggetto ammanettato non può più considerarsi pericoloso; deve essere subito rivoltato e posto in posizione supina; deve essere quindi aiutato a rialzarsi”. Sono sempre le parole dei giudici di secondo grado (pag. 89), che sposano le avvertenze del video mostrato da Tonelli. E invece i quattro poliziotti, oltre a “non avere interrotto l’azione nel momento in cui era apparso chiaro si stava trasformando in un autentico pestaggio”, hanno esercitato “violente pressioni sul tronco e sul dorso, anche con l’applicazione del peso di uno o più agenti, creando quel rischio di asfissia meccanica e posizionale, che costituisce il pericolo che deve assolutamente essere evitato in interventi del genere, innescando in tal modo il meccanismo causale della morte descritto in precedenza” (pag. 91).

I difensori degli agenti dibattono ancora sul fatto che ai condannati non sia mai stato indicato un approccio alternativo da seguire, tale da contraddire quello messo in atto quel 25 settembre 2005 a Ferrara. Eccolo qua: “Non è ipotizzabile che Aldrovandi, ammanettato, in posizione prona, col viso schiacciato a terra, sanguinante dalla bocca e dal naso, compresso dagli agenti, potesse costituire una seria e credibile minaccia, un pericolo, dovendosi invece ritenere che la situazione, così come sopra evidenziata, avrebbe imposto che egli, reduce da una lunga lotta (“l’abbiamo bastonato di brutto per mezzora…” confessa un poliziotto alla centrale, ndr), fosse rimesso in posizione seduta o quantomeno su un fianco o supina, se non in piedi, per potere respirare liberamente e agevolmente senza costrizioni” (pag. 224).

Proprio come nel video che illustra la corrette tecniche di ammanettamento.

Marco Zavagli

la Repubblica
10 04 2015

Michael Slager, l'agente che sparò sabato scorso alle spalle di Walter Scott e lo uccise, fu coinvolto in un altro episodio analogo di abusi che spinse un uomo a denunciarlo alla polizia. Ma invano, perchè, come avvenuto in altri 46 casi dal 2000, il Dipartimento di polizia di North Charleston uscì indenne dalle accuse. "Se mi avessero davvero ascoltato e avessero indagato, quell'uomo (Scott, ndr) sarebbe ancora vivo poichè quell'altro (Slager, ndr) non sarebbe stato più in servizio", ha detto Mario Givens, anche lui afroamericano, che nel settembre 2013 indicò un abuso nei suoi confronti commesso proprio dal poliziotto oggi incriminato e in carcere per omicidio.

Nel corso di una conferenza stampa Givens ha raccontato che Slager fece irruzione nella sua abitazione in cerca di un sospettato di furto e lo costrinse a stendersi a terra con la forza. Poi usò la pistola taser per obbligarlo a star fermo. "Non vi era alcuna ragione per tutto questo", ha detto Givens, che sporse denuncia la dopo una breve indagine e la testimonianza di un altro agente a favore di Slager la faccenda venne accantonata.

Il Dipartimento di Polizia di Charleston, è emerso, ha una lunga storia di denunce ai suoi agenti per presunti abusi. Il periodico americano Salon racconta di Sheldon Williams, afroamericano, che dormiva tranquillamente nel motel Budget Inn della città quando cinque poliziotti entrarono nella sua stanza, lo ammanettarono e lo pestarono, accanendosi, in particolare, sul suo volto.
Williams era disarmato e non è mai stato accusato di aver opposto resistenza al suo arresto. Gli furono diagnosticate fratture al volto ma i cinque lo trasferirono comunque in carcere, dal quale venne di nuovo riportato in ospedale su indicazione delle autorità della prigione. Quando venne dimesso, i medici scrissero al Dipartimento di polizia insistendo affinchè venisse visitato da un chirurgo ed eventualmente operato al volto. Ma quel Dipartimento fece orecchie da mercante, secondo quanto riporta Salon.

"Oggi Williams -si legge- non riesce neanche a prendere sonno per il danno neurologico subito e talvolta avverte la sensazione di una presenza di insetti che strisciano sul suo viso. Quello accaduto a Willams è solo uno degli episodi di abusi su cui Salon ha indagato. In realtà è in tutto il South Carolina che la polizia ha il grilletto facile. La rivista The State ha indicato in 209 i casi di sospettati ai quali gli agenti hanno sparato: solo pochi tra questi sono poi stati incriminati e nessuno condannato.

Intanto la famiglia dell'afroamericano ucciso ha deciso di far causa al Dipartimento di polizia. "Vogliamo fino all'ultimo penny di ciò che la famiglia di Scott merita". Sono durissimi i toni con cui Justin Bamberg, legale dei familiari dell'uomo ucciso a Charleston, annuncia una causa contro il Dipartimento di polizia dal quale dipende Michael Slager, l'agente che ha sparato alle spalle all'afroamericano. "La gente", ha detto Bamberg al New York Daily News, "è stufa degli abusi di potere delle forze di polizia, ha aggiunto Bamberg, affermando che nel filmato registrato da un passante Slager sta "cercando di coprire" il proprio crimine "piazzando il Taser accanto" a Scott, ormai quasi privo di vita.

Nel tentativo in qualche modo di spiegare l'accaduto, la polizia di Charleston ha diffuso ieri un video ripreso dalla telecamera dell'autoveicolo dell'agente. E' possibile vedere cosa è accaduto quattro minuti prima che l'agente Michael Slager uccidesse Walter Scott sparandogli alle spalle. Nel filmato si vede il poliziotto fermare l'auto di Scott, avvicinarsi a lui e chiedergli i documenti. Slager non scende dall'auto e glieli porge. Dopo circa tre minuti, mentre la polizia controlla i documenti, Scott apre improvvisamente lo sportello e comincia a correre. Scatta l'inseguimento, che finirà in modo tragico.

Huffington Post
10 04 2015

La sentenza della Cedu sui fatti della Diaz ha sancito che è stata fatta tortura in danno di cittadini inermi. Nel nostro paese cosa accadrà? Temo nulla. Nessuno pagherà per quest'onta. Nessuno pagherà per quel sangue versato. Nessuno pagherà per tutto quel dolore inflitto. Quando è il potere a sbagliare ed a sbagliare in quel modo nulla accade. Il massimo che si può ottenere è il riconoscimento europeo della responsabilità dello Stato nel quale però nessuno si identifica e taluni si nascondono.

Quale è la risposta del nostro legislatore alla sentenza della Corte europea? Una legge sulla tortura, finalmente, che però è talmente complicata e farraginosa che, leggendo il commento del professore Francesco Viganò dell'Università di Milano, non riuscirebbe a far condannare per questo reato nemmeno gli stessi torturatori della Diaz.

Se dovesse pertanto essere applicata a quel processo questa legge nuova, quegli stessi imputati e condannati per altri reati minori prescritti, potrebbero vantarsi di non aver commesso alcuna tortura. Io mi auguro che il professore Viganò si sbagli.

Ma io, leggendo da semplice cittadina mi chiedo: chi picchia, chi umilia, chi uccide, perché deve essere condannato per tortura solo se si prova che lo ha fatto per determinati motivi piuttosto che per altri? Perché occorre dimostrare che lo ha fatto con compiacimento intimo e non è sufficiente invece riconoscere che lo ha fatto solo consapevolmente?

Non voglio parlare di mio fratello, per il quale non si è nemmeno stati capaci di sapere chi lo ha picchiato riducendolo in quelle terribili condizioni, figuriamoci se si fosse dovuto accertare il motivo psicologico di quello scellerato massacro, per arrivare alla condanna dei responsabili.

Voglio parlare di Francesco Mastrogiovanni. Il maestro elementare di Vallo della Lucania che durante un Tso è morto perché legato ad un letto per oltre novanta ore senza mangiare né bere.

Bene invito tutti a guardare il video della sua terribile morte, filmata minuto per minuto. A quella morte non si potrebbe sicuramente applicare questa legge. Quindi non sarebbe tortura.

Chissà che ne penserebbero i giudici della Corte europea.

Purtroppo siamo forti con i deboli e deboli con i forti.

Ilaria Cucchi

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