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Abbatto i muri
30 04 2015

Dibattito infuocato attorno al tema della prostituzione. Sui social incombono i toni di abolizioniste che stanno compiendo una crociata per la fine di quello che loro chiamano ‘sistema prostituente’. Punizione per i clienti, boicottaggio delle attività delle sex workers, invisibilizzazione delle istanze dei/delle sex workers, chilometri di polemiche su un termine, sex work, che infastidisce perché in fondo dice che il lavoro sessuale è lavoro. Così hanno scelto di chiamarsi le persone che vendono servizi sessuali e così dobbiamo chiamarle noi che diciamo di avere rispetto di chi in modo autodeterminato si dichiara ‘soggetto’.

Poi ci sono quelli che sostengono di voler consentire ai/alle sex workers di pagare le tasse, gli serve che facciano cassa e però sono più orientati verso la riapertura delle case chiuse che mai sono piaciute ai lavoratori e alle lavoratrici sessuali e mai certo gli piaceranno. Che siano abolizioniste o che siano persone che vogliono relegare i/le sex workers al chiuso, lontano da occhi di persone moraliste, si tratta sempre e comunque di gente che esprime lo stesso orientamento: delegittimano i soggetti a nome dei quali dichiarano di voler decidere; li criminalizzano o comunque amano renderli funzionali ai loro progetti ideologici.

Da un lato alcune abolizioniste che considerano valida la parola dei/delle sex workers soltanto quando dichiarano di essere stat* sfruttat* e di aver subito violenze inenarrabili, dall’altro i seguaci delle case chiuse che vorrebbero le ‘prostitute’ di nuovo sfruttate alle dipendenze dello Stato. In entrambi i casi non si considera la parola di chi suggerisce altre soluzioni, di chi descrive piani che includono la capacità di impresa dei/delle sex workers e parla, a ragion veduta, con cognizione di quel che servirebbe per lottare contro la tratta, di prevenzione delle violenze. Chi progetta le leggi in nome dei/delle sex workers finisce per non consultar* mai.

A mettere un po’ d’ordine tra le varie proposte fatte dai parlamentari in materia di prostituzione, sia per quel che riguarda i disegni di legge realizzati senza consultare i/le sex workers che quelli fatti dopo colloqui e confronti con le parti in causa, potrebbero essere i 70 parlamentari che hanno presentato da poco un manifesto in cui si parla di revisione della Legge Merlin. L’annuncio di questa iniziativa ha portato il dibattito, soprattutto in rete, ai massimi livelli di scontro. Volano insulti, episodi di squadrismo evangelizzatore, certe abolizioniste che insultano sex workers e supporters chiamandole tutte, dalla prima all’ultima, ‘pappone’, ‘colluse con i criminali’, e non si riesce a ragionare su un dato certo, ovvero il fatto che la discussione su quanto si ritenga bella o brutta la prostituzione dovrebbe proseguire senza condizionare il dibattito parlamentare necessario alla approvazione di una nuova legge.

Ancora oggi si parla del fatto di concordare o meno con la posizione di chi sceglie di abortire, ma anche chi non farebbe mai quella scelta, infine, ha concluso che è necessaria una legge che soddisfi le esigenze di chi la vuole fare, perché una legge dovrebbe essere sempre laica, a garanzia e difesa di chi non vuole e a garanzia di chi invece vuole. Nessuna persona, o donna, può dire a un’altra donna, come dovrà essere la sua vita. Nessuna donna potrà dire all’altra che se non fa questo o quello è meno femminista, perché il femminismo, per dirla con Amanda Palmer, dovrebbe consentire a te a te a te di essere quello che vuoi, rispettando la tua decisione, la tua scelta, senza che mai tu possa imporre a me quello che non voglio e lo stesso vale per te.

Affinché sia restituita ai/alle sex workers la dignità di soggetti e perché siano ascoltat* da chi dice di voler promuovere leggi che parlano di loro, il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Codacons, l’Associazione Certi Diritti, una rete di sex worker, escort, gigolò, promuove per il 30 Aprile, vigilia del 1 Maggio, festa di lavoratori e lavoratrici, inclusi quelli che operano nella vendita di servizi sessuali, una conferenza stampa che si terrà alle ore 15.00, a Roma, in Via Torre Argentine al numero 76. Più tardi, alle 22.30, a partire dai Fori Imperiali, a far sentire lontano lo slogan “Niente su di Noi senza di Noi“, si svolgerà una sfilata di ombrelli rossi, simbolo dei/delle sex workers, per ricordare perché il 1 Maggio è anche la loro festa.

Così, in un volantino, ci ricordano che: “Non ci hanno mai rispettato, mai considerato, mai supportato, ma ora che hanno bisogno di far cassa eccoli pronti a riconoscerci come categoria lavorativa pur di tassarci senza consultarci. Siamo lavoratrici e lavoratori del sesso e vogliamo poterlo essere alla luce del sole e della luna ma esigiamo rispetto dalle istituzioni e dalla società, da tutti. Prima rinchiuse nelle case chiuse, poi nel limbo del quasi illegale, spinte ai margini perché giudicate immorali e indecorose, all’aperto multate e perseguitate, in casa denunciate e arrestate, costantemente denigrate, insultate, disprezzate e stigmatizzate. E ora improvvisamente vogliono tassarci? Se una legge su di noi vogliono fare, ci devono convocare e ascoltare. Visto che non lo fanno, lo facciamo noi.“

Siate numeros*, con un solo avviso: portate un ombrello rosso.

laglasnost

La Repubblica
30 04 2014

In Italia è donna soltanto il 6,5% degli ambasciatori, il 31,3% dei prefetti, il 14,6% dei primari, il 20,3% dei professori ordinari e - nei ministeri - il 33,8% dei dirigenti di prima fascia. A prima vista, l'unica eccezione parrebbero farla i dirigenti scolastici visto che il 58,6% è femmina. Nel 'pianeta scuola', però, le donne rappresentano complessivamente il 79% del totale degli incarichi e, quanto a piramidi e gerarchie nei ruoli, risultano ampiamente spalmate dall'alto in basso. Di contro, i dirigenti scolastici uomini sono, sì, il 41,4% ma siccome vanno calcolati su un totale complessivo che è soltanto del 21%, ne consegue che, in rapporto alle donne, quei 'pochi' uomini che lavorano nella scuola stanno quasi tutti in alto.

Sempre in Italia, più di 5 donne su 10 sono senza reddito da lavoro, e, per quelle che il reddito lo hanno, la retribuzione media pro capite (calcolata tra impiegate e operaie) si ferma sotto i 25mila euro annui, mentre quella di un uomo sfonda il tetto dei 31mila. Un divario che incide non solo sul quotidiano ma che si ripercuote anche - con lo sguardo proiettato verso il domani - sull'ammontare della pensione.


Accesso al mercato del lavoro, uguaglianza salariale, conciliazione famiglia-occupazione, stop ai 'tetti di cristallo' e credito agevolato. Utopie per le donne? In Italia - indietro rispetto ad altri Paesi europei - la possibilità di agguantare una reale parità di genere è frenata da problemi di natura strutturale. Eppure, le donne ormai raggiungono gli uomini, e spesso li superano, sia nella formazione scolastica sia nella preparazione universitaria. La barriera che si erge all'ingresso del mercato del lavoro, dunque, costituisce una discriminazione che oggi, a detta di tutti, deve essere superata. Allo stesso tempo va contrastata la diversità, anche salariale: già, perché la commissione Ue ha appena richiamato gli Stati membri ad adottare misure utili a diminuire il persistente divario retributivo fra uomo e donna e, in tal senso, a garantire trasparenza.


Di sicuro c'è che la crisi ha colpito duramente le donne, soprattutto nel Mezzogiorno, dove giovani, mogli e mamme (video) accettano lavori anche dequalificanti pur di risolvere i problemi economici della famiglia, soprattutto se l'uomo ha appena perso il proprio impiego. Inoltre, il part-time involontario, cioè quello stabilito dalle aziende e non certo per motivi di conciliazione, è una condizione sempre più diffusa tra le lavoratrici. Di contro, migliorare la conciliazione fra i tempi di lavoro e quelli di cura rappresenta uno dei principali obiettivi per fare esprimere pienamente il potenziale femminile nel mondo del lavoro e migliorare la produttività delle aziende pubbliche e private.

Freni, vincoli e discriminazioni che vanno eliminati, perché - e soltanto qualche settimana fa a ripeterlo è stato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti a RepubblicaTv - le donne "devono avere tutte le opportunità per assumere ruoli di responsabilità nella società italiana e nelle imprese".

Vero è, tuttavia, che i numeri parlano chiaro. Ancora prima di poter affrontare il nodo delle differenze retributive di genere, il problema è rappresentato dalle percentuali legate all'occupazione. Secondo gli ultimi dati Istat, a febbraio di quest'anno risultava occupato soltanto il 46,6% delle donne (46,7% a dicembre 2013), contro un 64% degli uomini, per un totale medio pari al 55,2 per cento. Un gap che dal 2004 a oggi si è via via ristretto (dieci anni fa il rapporto era 70% uomini contro 45% donne) soprattutto perché sono stati i maschi a perdere sostanzialmente l'impiego. Sull'altro versante, più che aumentare l'ingresso delle donne nei luoghi di lavoro, si è allungata la permanenza di quelle che un'occupazione l'avevano già in virtù dell'estensione dell'età pensionabile.


Un tasso di occupazione, quello femminile, che è comunque il risultato di una situazione geograficamente variegata. Le cifre del 2013 regalano un'immagine del Paese che fa tremare le vene ai polsi: se si guarda alle regioni del nord, risulta occupato il 56,5% delle donne. Al centro, lavora il 53,2% contro il 68% degli uomini. Al sud il divario di genere si trasforma in un abisso: ha un impiego solo il 30% delle donne a fronte di un 53,4% di maschi impiegati.

D'altronde, se si analizza il tasso di disoccupazione aggiornato a fine 2013, tali differenze emergono in maniera prepotente. Nella top ten delle regioni che fanno registrare le percentuali più drammatiche, ci sono Puglia (è disoccupato il 26,5% delle donne contro il 18,8% degli uomini), Campania (il 23,7% contro il 19,7%), Calabria (il 24,3% contro il 13,8%), Sicilia (il 23,7% contro il 16,5%), Sardegna (il 18,1% contro il 13,6%), Molise (il 18% contro un pari 18%), Basilicata (dove la situazione è ribaltata pur se di poco: il 15,9% contro il 16,9%), Marche (il 14,5% contro il 10,6%), Abruzzo (il 13,4% contro il 10,6 per cento), e Umbria (il 13,06% contro l'8,8%).


Interessante, inoltre, il raffronto per tipologia di impiego. Nel 2013 i dipendenti a tempo pieno sono per il 62,8% uomini e per il 31,11% donne. La disparità si accentua ulteriormente se si guardano gli autonomi a tempo pieno: il 74,9% è maschio, il 25,08% è femmina. La situazione si ribalta, però, se si analizza il dato sul part-time dei dipendenti: il 19,2% è rappresentato dagli uomini contro un 80,7% costituito dalle donne. Sempre il part-time, ma sul versante autonomi, regala una foto capace di riavvicinare gli estremi: il 42,7% è maschio, il 57,2% è femmina. Anche sugli atipici le percentuali marciano quasi assieme: uomini il 50,6%, donne il 49,3 per cento.

I numeri sulla precarietà restituiscono un'immagine niente affatto serena tanto per gli uni quanto per le altre: hanno contratti a tempo determinato il 51,4% degli uomini e il 48,5% delle donne. E sono collaboratori il 46% dei primi e il 53,9% delle seconde.

Ma è sui profili professionali che permangono i dislivelli più ampi, nonostante il regolamento sulle quote di genere nei cda delle società pubbliche abbia contribuito, già da due anni, ad accorciare lo scarto. E se, per la prima volta nella storia dell'Italia, i ministri che siedono al governo sono per metà uomini e per metà donne, in parlamento le donne sono 3 su 10.

Fuori dalla politica, due esempi su tutti: i dirigenti e il lavoro a domicilio. Nel primo caso, gli uomini rappresentano il 70,6% contro il 29,3% delle donne. Nel secondo caso il rapporto è invertito visto che le donne sono l'86,7% e gli uomini appena il 13,2 per cento. E ancora: per quel che riguarda l'imprenditoria, la percentuale 'in rosa' si ferma al 22,3% contro un 77,6% prettamente maschile.

A guardarlo ancora più nel dettaglio, il pianeta donna che lavora è così 'spalmato': è impiegato il 57,5% (il 42,4% sono uomini), è quadro il 41,6% (il 58,3% sono uomini), è operaio il 35,5% (il 64,4% sono uomini) ed è apprendista il 44,2% (il 55,7% sono uomini). Non basta: è libero professionista il 31,8% (il 68,1% sono uomini), è libero professionista senza dipendenti il 32,9% (il 67,01% sono uomini), ed è libero professionista con dipendenti - qui la cifra si abbassa ulteriormente - il 26,08% (il 73,9% sono uomini). A mettersi in proprio, inoltre, è appena il 25% delle donne, contro un 74,8% di uomini, mentre coadiuvante familiare è il 58,7% delle donne a fronte di un 41% di uomini.

Primo Maggio, la guerra dei due concerti

  • Mercoledì, 30 Aprile 2014 10:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
30 04 2014

San Giovanni? Il Primo Maggio non abita più qui. O comunque sempre meno. E’Taranto a candidarsi come la vera capitale dei lavoratori italiani. E’ qui la festa, se di festa si può parlare nel paese dove i disoccupati sfiorano i tre milioni e mezzo e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 42 per cento

"Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero"

  • Martedì, 29 Aprile 2014 13:12 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Giacomo Russo Spena, Micromega
23 aprile 2014

La bocciatura del Jobs Act è sonora. Emiliano Brancaccio, docente all'Università del Sannio e promotore del "monito degli economisti" contro le politiche europee di austerity, è netto: "Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle tutele del lavoro. Il provvedimento del governo Renzi è il sequel di un film già mandato in onda tante volte. Non intravedo svolte di politica economica".
Gian Antonio Stella, Corriere della Sera
22 aprile 2014

Difficle bollarli come sovversivi comunisti: Giuseppe Petrucci aveva quattro anni, la sorellina Lucia due, il piccolo Francesco solo quattro mesi. E il loro omicidio, che non poteva essere spacciato per il prezzo necessario a domare i minatori in sciopero, colpì l'America come una scudisciata. ...

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