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Dimenticare Ferguson: ma con le mani alzate

L'uccisione di Michael Brown, 17 anni, disarmato e incensurato, non è stato, come qualcuno aveva sperato, l'ultimo episodio d'una serie già lunga.
Giampiero Gramaglia, Il Fatto Quotidiano ...

Rom e roghi, e l’odio da “smaltire”

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 12:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
05 08 2015

“Da anni in Italia, a causa anche della speculazione politica degli ‘imprenditori della paura’, ciclicamente si promuovono campagne mediatiche di criminalizzazione di immigrati, richiedenti asilo e Rom, generando anche vere e proprie persecuzioni o deportazioni”: lo scrivono i membri del Comitato No Inceneritore, nato da un’assemblea di piazza l’11 settembre 2013, e che da allora si batte per contrastare la costruzione dell’inceneritore a Giugliano. Nell’ultimo periodo, si è reso protagonista anche di un intervento deciso sulla vicenda dei roghi tossici. E proprio in merito a questo, il Comitato ha scelto di intervenire, denunciando una “vera e propria caccia all’uomo nei riguardi degli immigrati richiedenti asilo politico e delle popolazioni Rom”, purtroppo alimentata anche da alcune dichiarazioni rilasciate da alcuni politici locali.

Il 29 luglio, a poco meno di una settimana dal rogo sviluppatosi nell’ex discarica Resit, si registra l’ennesimo incendio, questa volta divampato proprio a ridosso del campo rom “Sette”, nella zona industriale del comune. Sono in corso numerose indagini per far luce sui numerosi roghi che negli ultimi tempi stanno interessando l’area del Giuglianese. “Il clima di intolleranza verso i Rom, alimentato dalle facili ‘soluzioni finali’ che nulla risolvono, si limita a chiedersi: “chi brucia questi rifiuti”? Ciò che scompare da questo ragionamento – scrivono i membri del Comitato – è l’intero sistema di produzione locale e non, che smaltisce in maniera illegale gli scarti della produzione, che risparmia sui costi, che inquina il nostro territorio e, per occultare le proprie colpe, paga la mano di chi per primo respira quei fumi tossici: pneumatici, cuoio, solventi, rifiuti ospedalieri non sono prodotti dai Rom ma dalle nostre ‘rispettabilissime’ aziende col marchio locale! Se non ci fossero commesse e non ci fossero rifiuti da smaltire illegalmente, cosa brucerebbero i Rom, magari nei pressi dei loro stessi accampamenti? La catena di responsabilità dello smaltimento illegale dei rifiuti, grazie al capro espiatorio Rom, si interrompe garantendo immunità ed impunità a chi produce i rifiuti e li sversa illecitamente. Il Rom diventa un catalizzatore di interesse, contro cui concentrare tutti gli attacchi, spostando l’attenzione dalle origini vere dei problemi. Inoltre, la ‘colpa collettiva’ che si attribuisce ai Rom per il semplice fatto di essere tali (a prescindere dai reati che ogni singola persona commette o meno), consente di creare due ‘comunità': ‘noi’, bravi, puliti e civilizzati e ‘loro’, brutti, sporchi e cattivi, dimenticando anche che le condizioni inumane in cui vivono (i ‘campi’) non sono un’invenzione dei Rom ma della pubblica amministrazione italiana!”. Ci sembra una coraggiosa presa di posizione. Da sostenere e divulgare.

Internazionale
05 08 2015

È una bottega come tante altre a Istanbul. Dieci metri quadrati con un odore di caffè macinato e di spezie, un proprietario indaffarato dietro i vasi e che affonda la mano in una grande giara piena di spezie quando una cliente varca la soglia con una banconota in mano. C’è però qualcosa di diverso in questo negozio del quartiere di Esenyurt, a una trentina di chilometri dal centro di Istanbul, sulla sponda europea della metropoli turca.

Qui i cartelli sono quasi tutti in arabo. La clientela è esclusivamente siriana e Mohammed, il gestore, in turco sa dire solo buongiorno e grazie. Arrivato qui da un paio d’anni, Mohammed è fuggito dalla guerra in Siria con sua moglie e i suoi tre figli, per evitare ai figli maschi il servizio militare e per curarsi. Come molti altri, questo curdo di Aleppo è riuscito ad attraversare la frontiera turca sborsando un po’ di soldi, poi ha raggiunto Istanbul e si è stabilito a Esenyurt.

Delimitata da un orizzonte fatto di palazzi nuovi di zecca, alti una trentina di piani, la piccola via commerciale Ali Riza Bey ospita negozi siriani e turchi, ma le due clientele non si mescolano. “Il caffè siriano è troppo forte per i turchi”, dice Mohammed mentre ride e mescola il contenuto della sua tazza.

Esenyurt è diventato un punto di ritrovo per molti siriani in esilio

La conversazione si interrompe all’arrivo di un rappresentante di commercio turco che vuole a tutti i costi vendere dei sacchetti di caffè istantaneo. Mohammed ne compra un cartone, meglio non fare troppe storie. “Rischio di dovermene andare alla chetichella. I turchi esagerano. Aumentano gli affitti per non incoraggiarci a lavorare. Lo fanno con tutti i siriani. Se vuoi avviare un’attività commerciale, devi avere un garante turco, ma se vogliono possono bloccare tutto da un giorno all’altro”, spiega questo ex venditore di batterie che sta nel suo negozio grazie alla mediazione di un prestanome.

Esenyurt è diventato un punto di ritrovo per molti siriani in esilio, in particolare molti curdi del nord della Siria. Per chi non progetta di compiere il viaggio in Europa, è anche un luogo dove stabilirsi. Il prezzo modico degli affitti (300-500 lire turche, tra i cento e i 170 euro), la vicinanza di fabbriche dove si assume a giornata e il passaparola dei primi arrivati hanno attirato i migranti in questo quartiere sorto rapidamente una trentina di anni fa, seguendo il ritmo della travolgente urbanizzazione di Istanbul. Oggi Esenyurt ha quasi 700mila abitanti, il doppio rispetto a sette anni fa.

Questioni mentalità e di permessi

A qualche decina di metri di distanza dal droghiere Mohammed, nel suo piccolo ufficio nel viale della Repubblica, Adem Eselioglu è del tutto impotente di fronte all’afflusso quotidiano di migranti siriani.

In veste di muhtar, il funzionario di grado più basso nell’amministrazione pubblica locale, riceve ogni giorno famiglie siriane per le quali non può fare niente. “Li mando al commissariato per farli registrare, ma non ci sono delle associazioni e io non riesco a comunicare davvero con loro”, ci dice. Non è facile che si creino dei legami tra turchi e siriani. “Se vogliono adattarsi, dovranno lavorare e spendere i loro soldi qui da noi. I siriani hanno una mentalità gretta, se ne stanno tra loro e lo stesso fanno i turchi. Se non lavorano, le cose per loro si faranno sempre più difficili”, afferma.

Il 10 luglio a Bruxelles il ministro turco per gli affari europei Volkan Bozkir ha detto che la Turchia “ha raggiunto la sua capacità massima di accoglienza dei rifugiati”, ossia, secondo le stime di Ankara, due milioni di persone. Secondo il ministro, la Turchia ha fin qui speso 5,3 miliardi di euro per far fronte alla crisi, “mentre l’Europa ci ha promesso solo 70 milioni di euro. E non li abbiamo ancora ricevuti”, ha dichiarato al quotidiano Hürriyet.
Sul marciapiede di viale della Repubblica, Ahmed pulisce i frigoriferi dell’Alep, un piccolo ristorante in cui si serve pollo alla griglia che inaugurerà tra pochi giorni con qualche amico.

Ferito da proiettili nel corso degli scontri ad Aleppo, Ahmed spiega il percorso pieno di insidie che deve affrontare chi vuole regolarizzare la sua posizione sul territorio turco al di là del semplice permesso di soggiorno per rifugiati, che non permette di lavorare. “Per avere un visto di soggiorno permanente occorrerebbe innanzitutto regolarizzare i nostri passaporti siriani presso il consolato qui a Istanbul, e il regime di Damasco pretende 1.500 lire (500 euro) per le pratiche. Poi servono quasi quattromila lire per presentare una domanda e mesi di attesa per un incontro con le autorità turche. Io invece ho scelto di lavorare”, racconta.

All’inizio Ahmed lavorava in un salone di bellezza: “Il comune non ci aiuta. Ci avevano detto che avremmo ricevuto degli aiuti, ma non è stato così, lavoriamo nelle fabbriche qui intorno per poco o nulla. Io lavoravo sette giorni alla settimana, dodici ore al giorno. Ma dato che mi rifiutavo di lavorare per 800 lire al mese, la metà di quello che guadagnano i turchi, mi hanno licenziato”. In quella fabbrica lavorano ancora sua moglie e i suoi figli, una delle quali, a tredici anni, non può andare a scuola perché è senza documenti.

Anche la decina di siriani riuniti attorno a un tavolo del ristorante Alep si trova nelle stesse condizioni. Senza documenti, alcuni sognano di partire per l’Europa, altri si sono rassegnati a restare qui in attesa di una Siria pacificata, realtà sempre meno probabile. Choukri era professore di inglese all’università di Aleppo, e non pensa di intraprendere il grande viaggio verso l’Europa: “Se saremo certi di avere tutti i giorni il pane in tavola e di essere al sicuro, allora torneremo in Siria. Altrimenti resto qui”.

Choukri è un curdo di una sessantina di anni ed è arrivato a Istanbul nel 2013 con sua moglie, i suoi tre figli e una borsa con dentro pochi vestiti. Lavorando in fabbrica ha risparmiato duemila euro per consentire al figlio più grande, di 21 anni, di raggiungere l’Europa, un viaggio cominciato più di un mese fa. “Ce l’ha fatta, è appena arrivato in Ungheria! Il viaggio è stato duro, soprattutto in Serbia e in Macedonia, ma non è stato aggredito. Vorrei mandargli altri soldi, ma non posso” dice.

Se ci sono disordini, è anche perché qualcuno non li paga dopo una giornata di lavoro

La Siria gli manca, ma per lui, che ha lasciato la sua terra, la sua casa e parte della sua famiglia, la situazione era ormai insostenibile. “Il regime ci terrorizzava, i rivoluzionari non sono riusciti a mettersi d’accordo, la segregazione era quotidiana. Oggi le forze curde si sono impossessate dei nostri beni, ma pensano solo ai loro interessi. Mio fratello si trova ancora lì, ma le cose non vanno meglio rispetto a quando c’era Assad.

Senza documenti la comunità siriana di Esenyurt vive in un mondo parallelo senza contatti con i vicini di casa turchi

Almeno a Istanbul non ci sono troppe tensioni tra siriani, anche se alcuni continuano a considerare noi curdi come cittadini di serie B, anche se siamo tutti quanti in esilio. Nemmeno qui siamo felici”.

Senza documenti e senza una speranza realistica di tornare nel suo paese, la comunità siriana di Esenyurt vive in un mondo parallelo, senza contatti con i vicini di casa turchi. Davanti a un chiosco di kebab siriano, sulla terrazza ombreggiata del bar all’angolo, una decina di turchi gioca a carte e beve tè, ma non ci pensano proprio a far giocare anche i siriani.

“Io non parlo con loro e loro non parlano con me. Aprono i loro negozi, i loro bar e i loro ristoranti. Stanno bene, stanno molto meglio di noi, non hanno spese per la previdenza sociale, perciò possono lavorare per una paga inferiore”, dichiara Askim, che ha rilevato questo bar dopo aver perso il lavoro.

Il suo vicino di tavolo, Muammer, è d’accordo, ma aggiunge con un tono più conciliante: “Abbiamo bisogno di loro! La nostra economia va bene, ma nessuno vuole lavorare. Non abbiamo sufficiente manodopera”. Un altro giocatore esclama: “Queste sono sciocchezze. Loro non sgobbano, sono insopportabili, sono sporchi, non capiscono niente, sono qui di passaggio e non rispettano niente. Poi provocano dei disordini. Sono dei ladri!”. “Se ci sono disordini, è anche perché qualcuno non li paga dopo una giornata di lavoro”, risponde un altro.

Sognare un altro esilio

Nel vicino quartiere di Başakşehir, lo scorso mese di maggio, alcuni turchi hanno attaccato dei negozi gestiti da siriani dopo che dei ragazzi siriani avevano picchiato un adolescente turco. Sono state incendiate delle case e gli abitanti sono stati messi in salvo grazie all’intervento delle forze dell’ordine.

Dopo qualche mese trascorso a Esenyurt, c’è chi comincia a sognare un altro esilio. È il caso di Hamza, che lavora da un barbiere. Figlio di padre curdo e madre turca, Hamza è originario di Aleppo e sa parlare turco, ma ormai ha fatto la sua scelta. Tra qualche mese proverà a entrare illegalmente in Europa per raggiungere dei parenti che si sono già stabiliti in Germania. Sua moglie, incinta di otto mesi, cerca di trattenerlo, ma non c’è niente da fare: “Dice che è pericoloso, che non vuole restare sola con il bambino quando sarà nato, ma non ho altra scelta”.

Per pagare i 1.500 euro richiesti dai trafficanti per il viaggio verso le coste greche, deve lavorare ancora qualche mese. A giugno, sei imbarcazioni sono state bloccate in mare e i loro passeggeri sono stati rimandati in Turchia. L’8 luglio le autorità turche hanno arrestato diversi trafficanti che “provavano” un nuovo tragitto per arrivare in Grecia: 250 persone (siriani, afgani e iracheni) sono state fermate e rimandate verso le coste turche. Ad Hamza non importa, lui vuole aprire un negozio di parrucchiere in Germania, come quello che aveva in Siria.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo reportage è stato pubblicato all’interno del progetto #OpenEurope, un osservatorio sulle migrazioni a cui Internazionale aderisce insieme ad altri nove giornali. Gli altri partner del progetto sono Mediapart (Francia), Infolibre (Spagna), Correct!v (Germania), Le Courrier des Balkans (Balcani), Hulala (Ungheria), Efimerida ton syntakton (Grecia), VoxEurope, Inkyfada (Tunisia), CaféBabel.

Discorsi d’odio contro i rom: quasi un caso al giorno

  • Martedì, 04 Agosto 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di razzismo
04 08 2015

Riportiamo qui di seguito il comunicato dell’Associazione 21 luglio inerente all’andamento dei discorsi dell’odio nei confronti di rom e sinti, relativo primo semestre del 2015. Un piccolo miglioramento rispetto allo scorso anno c’è. Anche se la maggior parte dei casi rilevati sono gravi. Segno che bisogna comunque mantenere sempre alta la guardia nei confronti di questa minaccia reale e quotidiana.

 

Nei primi sei mesi del 2015, l’Osservatorio nazionale sui discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio ha rilevato 183 casi di hate speech (discorsi d’odio) contro tali comunità, con una media di quasi un episodio al giorno.

Secondo i dati semestrali dell’Osservatorio 21 luglio, relativi al periodo 1 gennaio – 15 luglio 2015, oltre la metà degli episodi riscontrati (105 su 183) è classificata come “gravi“, vale a dire casi di incitamento all’odio e discriminazione, che evidenziano le forme più significative di razzismo antirom, i cui autori sono nella maggior parte dei casi esponenti politici attraverso dichiarazioni sulla stampa e sui social media.

I restanti 78 episodi riscontrati, invece, si configurano come “discorsi stereotipati“, categoria nella quale confluiscono tutti gli episodi di discorsi d’odio consistenti in dichiarazioni che adottano un linguaggio indiretto o comunque non esplicitamente penalizzante e/o razzista, ma in ogni caso reiterano e amplificano pregiudizi e stereotipi penalizzanti.

Rispetto all’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio 21 luglio, si è registrato un leggero calo nella media giornaliera dei discorsi d’odio contro rom e sinti. Tra il 16 maggio 2013 e il 15 maggio 2014, infatti, l’Osservatorio aveva rilevato 428 casi complessivi, per una media di 1,17 casi al giorno.

Rispetto agli episodi rilevati, sono state 40 le azioni correttive intraprese dall’Osservatorio tra gennaio e luglio 2015, tra cui segnalazioni all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), lettere di diffida, segnalazioni all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di Polizia di Stato e Carabinieri (Oscad) e esposti all’Ordine dei Giornalisti in caso di episodi appannaggio dei professionisti dell’informazione.

A questo proposito, proprio nei giorni scorsi, l’Osservatorio ha ricevuto comunicazione da parte del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia circa l’apertura di due procedimenti disciplinari nei confronti di due giornalisti i cui articoli, secondo gli esposti presentati dall’Osservatorio, si configuravano come discriminatori e stigmatizzanti dei confronti dell’intera comunità rom e sinta.

«Nonostante il lieve calo riscontrato nella media giornaliera dei discorsi d’odio nei primi sei mesi del 2015, quella dell’antiziganismo in Italia resta una piaga pericolosa, una minaccia reale per una società democratica, plurale e inclusiva sulla quale occorre mantenere alta la guardia – sostiene l’Associazione 21 luglio – . La facilità con cui i discorsi d’odio rivolti a rom e sinti trovano terreno fertile nel nostro Paese ha come conseguenza, infatti, quella di rendere sempre più accettabili e condivisibili, da parte dell’opinione pubblica, posizioni estreme e penalizzanti nei confronti di tali comunità, contribuendo così ad alimentarne un’immagine negativa e stereotipata».

 

Razzismo quotidiano: un’altra aggressione in Puglia

  • Giovedì, 30 Luglio 2015 14:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
30 07 2015

Un’altra aggressione razzista. Ancora una volta in Puglia, nel leccese.

“Sto venendo per squartarlo a quel porco straniero”: con questo sms un 45enne emiliano da tempo residente a Lecce avrebbe annunciato alla sorella l’aggressione che stava per compiere, ai danni del fidanzato di lei, un cittadino rumeno. Una relazione che il fratello non tollerava, e contro cui scagliava da tempo insulti e offese razziste. Fino a martedì scorso, quando si è recato presso l’abitazione della coppia con un coltello da cucina di 26 centimetri.

Solo la prontezza di riflessi della vittima ha impedito il peggio: l’uomo è fuggito lungo via Taranto, incontrando i carabinieri che intanto erano stati avvertiti dalla donna. L’intervento delle forze dell’ordine ha portato all‘arresto dell’aggressore, il quale, chiuso dentro l’abitazione con il proprio pitbull – precedentemente aizzato contro la vittima – continuava a urlare: “Tanto quando esco dalla questura lo voglio sventrare!”.

Ieri abbiamo dato notizia di due aggressioni razziste, una a Bari e una a Novara. Ventiquattro ore prima ne abbiamo riportato un’altra, nel leccese. Oggi, questa. Un bollettino da brividi, una fotografia preoccupante della realtà quotidiana.

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