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La nostra libertà comincia dai migranti

  • Giovedì, 30 Luglio 2015 10:30 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Migranti e MuriAlessandro Portelli, Il Manifesto
30 luglio 2015

Da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d'Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.
la Repubblica
30 07 2015

Lo sapevate che in Italia c'è una delle percentuali di rom più basse di tutta Europa? Che solo uno su cinque vive nei campi? Che la metà ha cittadinanza italiana, con punte del 90% in Emilia Romagna?

L'intervista doppia realizzata con Elio Germano e Piotta è la risposta a chi vorrebbe dare a Roma il primato della città più degradata d'Italia.

Germano e Piotta sono tra i sottoscrittori di "Accogliamoci", la campagna di raccolta firme per promuovere due delibere di iniziativa popolare contenenti un piano per il superamento definitivo di campi nomadi e centri di accoglienza.

Questa iniziativa è portata avanti da Radicali Roma, Arci, Asgi, Associazione 21 luglio, A buon diritto, Cir, E' possibile, Un ponte per, ZaLab. Insieme a loro altre personalità del mondo politico, del giornalismo e dello spettacolo hanno sottoscritto le due proposte, tra cui Khalid Chauoki, Pippo Civati, Emma Bonino, eccetera.

Connessioni precarie
28 07 2015

I fatti sono scontati e per nulla sorprendenti. In provincia di Treviso – che nonostante la crisi non è una periferia desolata, ma una florida regione il cui unico problema sociale sono alcuni suoi abitanti – gli appartamenti destinati all’accoglienza di un centinaio di migranti sono stati devastati. L’unica motivazione reale di questa rivolta di provincia è stata la paura che il valore degli immobili potesse diminuire per la presenza dei profughi. Anni di straordinari in nero, di affitti in nero, di contabilità in nero che se vanno in fumo per la presenza dei «negri». Ci vuole un certo gusto per lo humor nero per apprezzare le dimensioni di questo oscuro temere. Stamattina a Roma è successa una cosa uguale ma diversa. Qui il grido di battaglia del comitato di Casale San Nicola è stato che il quartiere deve rimanere agli italiani – che sono notoriamente bella e brava gente, che quando il papa dice che bisogna essere buoni con i profughi si commuovono tutti. In entrambi i casi, la presenza dei fascisti di Casa Pound è stata attivamente significativa. Nelle stesse ore alcune decine di militanti del centro sociale Django hanno bloccato pacificamente la prefettura di Treviso per richiamare l’attenzione sul comportamento assente e complice del governo e della polizia durante la devastazione della notte precedente. Condividendo evidentemente nello spirito e nella forma i timori dei residenti trevigiani, la polizia ha caricato e fermato i manifestanti: nemmeno il prefetto vuole estranei in casa sua. Metti mai che il valore della prefettura crolli miseramente.

Si tratta di episodi che dimostrano la costante e implacabile crescita dei muri anche in Italia. Mentre si ridacchia sulla bimba che la Signora Merkel fa piangere in tv, mentre ci si scandalizza per quello che accade in Ungheria, piccoli muri crescono anche da noi e il pianto delle piccole profughe non arriva in televisione. Il problema non è la repressione dei fascisti di Casa Pound, che pure sarebbe uno spettacolo nuovo e avvincente. Su questo piano, semmai, ciò che spicca è l’evidente disparità di trattamento garantita dalle forze dell’ordine. Il problema è l’incapacità politica del governo e del Partito Democratico di articolare un discorso sulle migrazioni e sulla presenza di profughi e migranti in Europa. In realtà un discorso lo fanno, ma è lo stesso di Salvini. La differenza è solo una questione di misura. L’unico discorso pubblico del governo e dei suoi sostenitori è che, se l’Europa facesse «il suo dovere», ce ne sarebbero di meno. E allora sarebbe più facile non notarli. Il problema del governo è come tenere nascosti i migranti, mentre fascisti e leghisti fanno quelli che li cercano e li trovano. Migranti e profughi sono in ogni caso una presenza indecente. Si scopre così che la Lega e suoi alleati fascisti di fatto stabiliscono il tenore del dibattito pubblico sulla condizione e la presenza dei migranti e profughi in Italia. Loro dicono che quella presenza è illegittima, il governo dice che non si può evitare. I sindaci leghisti non li vogliono, gli altri sindaci dicono che ne vogliono pochi, perché altrimenti non riescono a nasconderli. E per di più hanno sempre già dato e hanno sempre già superato la soglia di tolleranza. Per questo ogni tanto fanno ancora notizia alcune decine di uomini e donne che rimangono sugli scogli di Ventimiglia e rifiutano di sparire.

L’accondiscendenza quando non la sudditanza al discorso pubblico fascio-leghista è ciò che produce episodi come quelli di queste ore. E ce ne saranno sempre di più. La convinzione profonda che tutti gli italiani, cioè i potenziali elettori, condividano quelle posizioni non è basata su nessun dato di fatto. Caso mai è il contrario: accettare silenziosamente il discorso fascio-leghista serve a costruire una specifica specie di elettori che chiede individualizzazione e repressione. E, a quanto pare, tutti i partiti sono interessanti a produrre questi elettori e non altri. Non è il caso di trarre facili conclusioni, ma una relazione esiste tra la sottomissione al mantra dell’austerity e la subalternità al discorso razzista del partitello della nazione. Dopo tutto è più facile governare se i migranti sono considerati pubblicamente illegittimi; se i poliziotti negli uffici stranieri sono tacitamente autorizzati a essere scortesi e anche un po’ brutali; se le pratiche amministrative dei migranti sono un esempio quotidiano di discrezionalità e di incertezza amministrativa; se i permessi e le carte di soggiorno vengono considerati più o meno come dei regali da meritarsi; se la legge Bossi-Fini non viene più nemmeno nominata; se, come in un gioco di specchi, il razzismo delle istituzioni serve a costruire e legittimare il razzismo delle popolazioni. Soprattutto quando non si ha nulla da offrire.

I leghisti e i loro sgherri di Casa Pound non sono dunque un’eccezione e la loro violenza non è un’inquietante deriva. Possono rivendicare la costruzione quotidiana dei loro piccoli muri, perché altri giorno dopo giorno gettano le fondamenta di quegli stessi muri parlando di solidarietà, di diritti, di accoglienza, di Europa, ma sempre ignorando pubblicamente con feroce rigore la presenza incancellabile di migranti e profughi.

Derubato e aggredito: razzismo e omertà sulla spiaggia

  • Martedì, 28 Luglio 2015 10:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
28 07 2015

Derubato e aggredito, quasi ucciso, nell’indifferenza generale. E’ accaduto ieri, domenica 26 luglio, a un ragazzo di diciassette anni in uno stabilimento della spiaggia di Torre Chianca, sul litorale leccese. Erano le 15.30 e il giovane, originario della Nuova Guinea, stava percorrendo il litorale vendendo oggetti ai bagnanti, quando due uomini si sono avvicinati sottraendogli un paio di occhiali da sole e una somma di denaro. Alla richiesta avanzata dal ragazzo di avere indietro le proprie cose, i due uomini lo hanno aggredito, trascinandolo in mare e trattenendolo sott’acqua, rischiando di farlo affogare. Il tutto nel silenzio generale dei bagnanti: nessuno è intervenuto in aiuto del ragazzo. Non solo: l’arrivo delle forze dell’ordine, raggiunte da una telefonata anonima, é stato ostacolato dai presenti, che hanno circondato le volanti insultando gli agenti e la vittima con frasi razziste e agevolando la fuga di uno dei due aggressori, in seguito rintracciato. Solo l’arrivo di altre pattuglie ha permesso di porre fine alla situazione.
I due uomini sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio: hanno 25 e 37 anni e risulterebbero vicini a gruppi della criminalità leccese. Uno dei due è un sorvegliato speciale con obbligo di dimora – cosa che evidentemente non gli ha impedito di essere in spiaggia. Altre tre persone sono state denunciate per offese razziste.

La vittima è stata portata in ospedale, da cui è stato dimesso con una prognosi di dieci giorni.

Alla brutale aggressione si è aggiunto un altro episodio allarmante: nella notte, un ordigno è esploso nei pressi dello stabilimento balneare teatro dell’aggressione. Gli inquirenti non escludono che possa trattarsi di un gesto di ritorsione contro il gestore del lid, cui i responsabili dell’aggressione potrebbero avere attribuito la chiamata alle forze dell’ordine.

“Un fatto di una gravità eccezionale che merita la massima delle punizioni per i responsabili”, commenta l’associazione Sportello Diritti che opera a Lecce, e che insieme all’associazione Teranga informa di volersi costituire parte civile durante il processo, in solidarietà con la vittima.

Libertà di satira non di razzismo

  • Venerdì, 24 Luglio 2015 08:28 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
24 07 2015

DOVE FINISCE LA LIBERTÀ di espressione e iniziano le minacce? Qual è il confine tra ciò che l’individuo può permettersi di dire e ciò che dovrebbe tacere?

Dopo la strage alla redazione di “Charlie Hebdo” tutti abbiamo preso posizione in favore della libertà di espressione e moltissimi quotidiani, riviste e siti internet hanno pubblicato le vignette di Cabu, di Tignous e di Wolinski per dimostrare che non esiste censura possibile, che il sangue non ferma la satira.

In quei mesi mi trovavo negli Stati Uniti dove accanto al grido di dolore «Je suis Charlie» c’è stato anche chi non ha ripubblicato le vignette di Cabu, Tignous e Wolinski in nome di un politicamente corretto che nel nuovo continente segue regole con le quali io spesso non mi trovo d’accordo, ma che vale la pena conoscere, perché le nostre prese di posizione siano sempre frutto di ragionamento e mai di pigrizia, di mera voglia di seguire l’onda. Regole che sono il frutto di una convivenza che deve essere pacifica tra culture diversissime in aree urbane dove spesso le differenze diventano l’unico segno distintivo, ciò che ricorda a ciascuna comunità le proprie origini. Dove la differenza viene vissuta come un plusvalore, come unico legame rimasto con il proprio sangue.

Questo l’Europa lo sta sperimentando ora. E lo sta sperimentando nella prima lunga fase pacifica della propria storia. Eppure la memoria di ciò che sono state le due grandi guerre del Novecento è nella carne, anche nella nostra, e quello che resta è ciò che il Nuovo Mondo non può avere: la necessità di voler scrivere, dire, urlare che tutti sono liberi di essere quel che sono nel rispetto delle origini di ciascuno, e allo stesso tempo la libertà di poter essere leggeri, di poter rendere tutto oggetto di satira.

Questa libertà è quanto di più prezioso possa esserci quando si sono sperimentati governi che hanno reso la satira illegale e hanno eliminato, fisicamente eliminato, chiunque provasse a mettere in discussione il potere con il sorriso. Ma questa libertà ha un solo limite, fondamentale, irrinunciabile, pena la dannazione e conseguenza il ritorno a un’epoca nera: la discriminazione. Le ferite dell’esperienze nazista e fascista ci hanno lasciato questa unica grande paura, quella di non voler mai più sentire o leggere offese a persone che sono di un’altra nazionalità, che hanno una diversa origine o che professano una diversa religione. E soprattutto, offese che poi come conseguenza prevedono l’allontanamento, la reclusione o addirittura lo sterminio. Si può prendere in giro chiunque, perché l’ironia serve a smussare gli spigoli, a notare eccessi, che nella convivenza vanno necessariamente ridimensionati, ma la linea di demarcazione la fanno le intenzioni.

È NOTIZIA DI QUESTI GIORNI il rinvio a giudizio di 25 persone con l’accusa di odio razziale; erano tutti animatori del sito internet neonazista Stormfront che negli scorsi anni più volte ha preso di mira extracomunitari e chi fosse a favore di politiche di accoglienza, la comunità ebraica e chi avesse origini ebraiche. Con me poi hanno trovato la summa di ciò che ritengono massimamente detestabile e le accuse quotidiane erano le solite: ebreo (usato come insulto) e sionista (perché parlo di pace, di due popoli e due stati). Mi odiano perché invoco lo Ius soli per i cittadini stranieri che nascono, studiano, vivono, lavorano e amano nel nostro paese.

IN TELEVISIONE raccontai la storia, bellissima e commovente, di Yvan Sagnet un giovane camerunense innamorato dell’Italia che studiava ingegneria al Politecnico di Torino e d’estate partecipava alla raccolta dei pomodori in Puglia. Yvan è un ragazzo istruito e grazie a lui molti extracomunitari sono riusciti a ribellarsi e denunciare le condizioni di vita nei campi, una moderna, ingiustificabile e vergognosa schiavitù. Dopo quell’intervento in tv sul sito Stormfront apparve questo commento «L’ebreo Saviano vuole candidare un nero come sindaco di Castelvolturno». Non c’è ironia in questa frase, non è satira, non prende in giro me, né Yvan. Ecco perché mi sono costituito parte civile in questo processo, perché sono convinto che ogni individuo sia libero di esprimere il proprio pensiero, ma esiste una linea, che si ferma davanti a cicatrici che si stanno rimarginando ora. Il nostro compito è di vegliare su quelle ferite, medicarle e fare in modo che mai più nessuno possa permettersi di infettarle dicendosi superiore. Non esistono razze superiori, solo individui stupidi, ignoranti e pericolosi.

Roberto Saviano

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