Connessioni Precarie
08 07 2015

Il fatto che domenica scorsa il «No» abbia ottenuto una maggioranza schiacciante nel referendum in Grecia è ben noto a tutti. Le osservazioni, le conclusioni, gli argomenti, le possibili conseguenze che possono essere tratte da questo evento sono praticamente infinite. Con questo testo, necessariamente breve, ci interessa però trasmettere un elemento semplice, al quale non è stato dato spazio sufficiente nei resoconti mainstream e che per noi è importante almeno quanto il risultato stesso del voto. La scorsa settimana in Grecia si è assistito alla rottura del silenzio – durato quasi tre anni – delle masse e al loro ritorno in primo piano nell’arena delle mobilitazioni sociali e politiche. Tutto questo è accaduto in poco più di quattro giorni.

La sera del 29 giugno, due soli giorni dopo l’annuncio del referendum da parte di Tsipras, emergeva un’immagine della società greca segnata dal silenzio, dalla paura e dalla confusione. Questi aspetti sono stati accentuati e continuamente ritrasmessi dai mezzi di comunicazione di massa. Molti dei funzionari e degli intellettuali legati a SYRIZA sembravano condividere questo imbarazzo e sembrava che alcuni di loro – ministri inclusi – prefigurassero la caduta del governo e si preparassero ad abbandonare la nave. In effetti, non è un segreto che tanto in Grecia quanto all’estero ci siano stati sforzi coordinati per trovare una via semi-legale per liberarsi del governo.

In questo clima, sono stati organizzati un raduno e un concerto in piazza Syntagma a sostegno del «No». La partecipazione è stata mediocre, caratterizzata principalmente dalla presenza di membri «duri a morire» della «Piattaforma di Sinistra» di SYRIZA, trotzkisti e altri soliti sospetti. Poco prima di mezzanotte l’ultima band, di cui faceva parte anche il veterano del rock Dimitris Poulikakos, si è esibita di fronte a poco più di cinquecento persone. È stato deludente, soprattutto in confronto al raduno di circa 7000 persone mobilitato con lo slogan Ménoume Evrópi [Restiamo in Europa] una settimana prima (quindi, prima della proclamazione del referendum) e sponsorizzato da partiti di opposizione, canali e celebrità televisive, ONG, preti ortodossi e funzionari dell’UE. Alcuni commentatori hanno paragonato questo raduno alla mobilitazione di Maidan in Ucraina.

Nel corso della settimana, le rispettive campagne sono andate avanti. Molti ministri e quadri di SYRIZA erano ancora latitanti o sostenevano il «No» con scarsa convinzione. Così i mass media, senza opposizione, hanno continuato a bombardare il pubblico con messaggi terroristici, assicurandoci che, se avessimo votato «No», saremmo stati cacciati dal paradiso dell’Unione europea, saremmo diventati «come lo Zimbabwe», il turismo e l’economia in generale sarebbero collassati, sarebbe scoppiata una guerra civile e la Grecia sarebbe affondata nel mare come una seconda Atlantide (l’ultima minaccia non l’abbiamo sentita con le nostre orecchie, ma non ne saremmo stati sorpresi).

Alla fine, il venerdì prima del voto un altro evento è stato organizzato nella stessa piazza di Atene (come pure di fronte alla Torre Bianca di Salonicco e in luoghi centrali di molte altre città). Nessuno, neppure lo stesso Alexis Tsipras, mentre si rivolgeva al pubblico, poteva credere ai propri occhi: in piazza c’era una folla di almeno 100.000 persone, e folle altrettanto numerose erano presenti ovunque. Va osservato che molte di queste persone avevano venti o trent’anni, e apparentemente non avevano alcuna precedente esperienza politica o affiliazione. Ed è importante notare che l’ingresso di Tsipras è stato accompagnato da una colonna sonora davvero inconsueta – unica, per quello che noi possiamo ricordare: una canzone degli anni Settanta di Thanos Mikroutsikos, basata sulla poesia «Microcosmo» di Nazim Hikmet, scritta da un poeta turco che racconta un fatto accaduto a Calcutta, in India. Certo, la poesia era tradotta in greco, ma anche così rompeva la lunga tradizione delle scelte estetiche fatte in queste circostanze, che negli ultimi quarant’anni sono state fortemente stereotipizzate attorno a un repertorio fisso fatto di eroici sacrifici, un repertorio prodotto da «vacche sacre» della nazione come Mikis Theodorakis, Elytis, Seferis e altri artisti-profeti.

Questa impressionante partecipazione in qualche modo ci ha scaldato i cuori ma, anche così, sabato sera molta della gente con cui abbiamo interagito, a Salonicco e Atene, era esitante e in apprensione rispetto al risultato. Solo gli amici e compagni di Nicea, un quartiere tradizionalmente operaio costruito negli anni ’30 del Novecento da rifugiati dell’Asia Minore, comunicavano la certezza della vittoria del «No».

Ascoltando i loro messaggi, abbiamo pensato che fossero troppo ottimisti.

Sia come sia, i canali televisivi hanno preparato i loro palchi e un esercito di sondaggisti e specialisti vari ha cominciato la sua parata. Tutti hanno sostenuto «che la battaglia si sarebbe combattuta sul filo e che sarebbe stato molto difficile predire il risultato, dato probabilmente per un confronto tra il 51 e il 49%». Quando però i primi risultati sono apparsi sullo schermo, è stato chiaro che non sarebbe accaduto questo. Le cifre arrivate da piccoli villaggi di provincia, sperduti negli angoli più remoti del paese, anche da zone note per il loro background ultra-conservatore, davano tutte uniformemente il 60% a favore del «No». Gli spogli delle grandi città, compresa Atene, non hanno cambiato il risultato. Il «No» ha vinto in tutti i 52 distretti elettorali, non c’è stata una singola regione che abbia concesso la maggioranza al «Sì».

Che cosa ha spinto tutte queste persone a rientrare sulla scena politica e a prendere le cose in mano, quando nessun altro lo avrebbe fatto?

In una qualche misura, è stata l’indignazione. Molte persone si sono infuriate e hanno votato «No» per reazione ai tentativi sfacciati di ricattarli e manipolare il loro voto, per reazione alla loro infantilizzazione da parte di funzionari altezzosi e coloniali dell’Europa Nord-Occidentale, ma anche a quella implicita nel moralismo auto-colonizzante esibito dalla (auto-proclamata) «elite intellettuale modernista» in Grecia. Questi personaggi non sono stati in grado di gestire o mascherare la propria arroganza e il proprio spirito di vendetta, quando per pochi giorni sono stati convinti che avrebbero vinto[1], e ciò è stato lampante.

Abbiamo però l’impressione che ci fosse un senso di dignità, persino di speranza, nell’impegno di così tanti giovani. Può sembrare curioso usare la parola speranza in una situazione di precarietà generalizzata, miseria prolungata e impoverimento, nello scenario di una corsa alle banche su vasta scala. Ma sembra che la gente in tutti questi anni abbia avuto talmente tanta paura da avere superato una certa soglia. Questo non significa che siano stati disperati; almeno, non tutti loro, almeno, non sempre. Può anche significare che non possono più essere terrorizzati, che alcune minacce non siano per loro abbastanza spaventose. Oltre questa soglia, ci può essere ancora una forza che assicura stabilità e pace alla mente, anche nel più grande scompiglio, persino una certa creanza e virtù civica, che è tale in quanto può funzionare come un conatus democratico.

È allora possibile che questa speranza, a prima vista irrazionale perché non può trovare alcuna giustificazione nei fatti dell’«economia» e della «realtà esterna» in generale, sia una speranza generata dal nostro essere insieme, dal nostro essere e agire in comune. Qualcosa che non scaturisce «dall’interno» di un’essenza o di un soggetto pre-esistente, che si chiami «il popolo» o «la nazione». È una speranza che sorge all’interno di singolarità che si incontrano, che nasce tra di loro. Una speranza della moltitudine.

[1] Un esempio dovrebbe bastare: durante un dibattito televisivo Antigoni Lyberaki, professore di sociologia e parlamentare del partito «To Potami» [Il Fiume] di Stavros Theodorakis, ha affermato senza vergogna che «i poveri non sono necessariamente cattiva gente [sic], ma fanno scelte sbagliate nei momenti critici».

Comunianet
07 07 2015

Oxi! No! Malgrado la campagna di terrore che ha preceduto il referendum, più del 61% dell’elettorato ha votato contro il piano dei creditori internazionali, BCE e Fondo Monetario Internazionale, a cui era stato trasferito il debito greco per salvare gli istituti di credito tedeschi e francesi. I giovani hanno dato un contributo decisivo alla vittoria: il 37% degli over 55 e il 67% delle persone nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni hanno votato per il no. Le ragioni sono ovvie, ma il dato merita una forte sottolineatura, che aiuti a comprendere di che cosa il risultato del referendum davvero ci parli. Molti, amici e nemici del governo greco, temevano o speravano la vittoria del sì. In modo particolare la direzione politica della Germania e le istituzioni europee, che nel referendum avevano visto l’insperata occasione di liberarsi di Syriza. Non è andata così e bisognerebbe aver chiaro che cosa questo significhi, per evitare sia di banalizzare il risultato in vista dei gravissimi problemi del presente e del futuro prossimo, sia di non vederli in nome dello straordinario risultato.

Chi avesse avuto voglia di passare la notte del 5 luglio, saltando da un canale all’altro per ascoltare i commenti, avrebbe goduto di un istruttivo spettacolo. Notabili di partito, giornalisti al soldo ed economisti scriteriati hanno dato il meglio di sé in quanto ad attitudine alla menzogna o pura e semplice incapacità di spingere lo sguardo oltre la punta del proprio naso. L’insonne sarebbe stata colpit@ soprattutto dalla ripetizione. E’ probabile che con l’aspettativa dell’affermazione del sì non abbiano fatto in tempo ad aggiornare gli argomenti, che l’esito del referendum ha reso lisi come abiti troppo usati, indossati in una ricorrenza che avrebbe richiesto qualche capo nuovo. Insomma, i Greci hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità, possono accedere a laute pensioni poco più che adolescenti e pretendono di vivere a sbafo a spese degli altri 18 popoli dell’eurozona. Ma il mantra dominante e più diffuso attribuisce la crisi della Grecia al nuovo governo: seguendo i buoni consigli delle istituzioni europee, l’economia greca aveva ricominciato a crescere, quando un governo irresponsabile ha deciso di precipitarla nella disperazione e nella miseria. Anche i canali che di solito per decenza lasciano spazio a voci critiche, hanno dato l’impressione di avere elevato un muro che impedisse ad altre voci di passare.
Tra gli elementi che spiegano le prime reazioni non c’è solo il servilismo nei confronti dei mercati finanziari, ma anche un meccanismo di autodifesa. I successi elettorali di Syriza e di Podemos avevano già rappresentato l’apertura di un nuovo orizzonte rispetto a quello dell’ossequio universale al liberismo. L’ottusa convinzione che non esistano alternative alla sottomissione ai mercati finanziari si infrange sulla realtà: emerge un’altra sinistra capace di resistere a suo modo alla troika, conquistando consensi e spazi. La novità consiste nella rottura di uno stereotipo consolidato che dagli anni Settanta del secolo scorso ha regolato i rapporti tra quelle che venivano chiamate le “due sinistre”. L’una maggioritaria, capace di sporcarsi le mani, ottenendo così ciò che era realistico sperare e possibile ottenere; l’altra minoritaria e testimoniale, incapace di raccogliere i consensi elettorali necessari a contare qualcosa che andasse oltre l’etica, l’estetica e una ridotta capacità di pressione. Ciò che l’ex-sinistra dovrebbe più di ogni altra cosa temere, è di subire la stessa sorte dei partiti liberali dei primi due decenni del secolo scorso. Essi divennero a un certo punto strumenti inservibili a garantire il consenso o la rassegnazione dei sudditi, a vantaggio di partiti di classe, rivoluzionari o riformisti o di formazioni politiche di destra aggressive e militanti. La storia si ripete? No naturalmente, ma le dinamiche sociali hanno proprie logiche e quelle logiche sono caratterizzate anche da costanti.

Il breve discorso di Tsipras, quando le dimensioni della vittoria sono state chiare, mostra la consapevolezza che la posta in gioco non è solo greca e che Syriza deve ora misurarsi con la dimensione europea della critica. Il 3 luglio Repubblica ha intervistato Thomas Piketty, docente di economia alla Paris School Economics e autore di un testo assai citato “Il Capitale del XXI secolo” (2013). Nell’intervista Piketty, oltre a pronunciarsi per il no ma a temere il sì, rivolge al capo del governo greco la critica di non aver saputo comunicare che si trattava per trovare soluzioni per tutta l’eurozona e non solo per la Grecia. Dopo il referendum Tsipras ha rilanciato proprio su questo terreno, cioè sull’esigenza di riarticolare il debito di tutti per tutti. E questo è proprio ciò che la troika e i partiti ossequienti vogliono evitare, come vogliono evitare anche qualcosa d’altro che il referendum ha messo invece a rischio. La cosa riguarda le modalità e i siti delle decisioni più importanti per la sopravvivenza di una comunità. E’ noto e stradetto (ma non è una buona ragione per non dirlo ancora) che in Europa i luoghi delle decisioni e del potere reale si sono collocati in zone umbratili del tutto al riparo dall’opinione popolare e dai suoi tradizionali strumenti di partecipazione. Se è utile ricordare che la sostanza della democrazia liberale è in ultima analisi questa, non serve ridurre a uno ciò che è molteplice e a semplice ciò che è invece complesso. La democrazia liberale ha come minimo due facce, una quando subisce la pressione di un movimento che organizza e politicizza i settori popolari subalterni organizzati in classe. L’altra quando questa pressione viene a mancare per fenomeni di depressione o di frammentazione oppure perché il potere si è reso scarsamente visibile. L’Europa delle banche si è imposta non solo ma anche, sottraendosi a ogni forma di controllo, anche se parziale o in gran parte illusorio. Si potrebbe dire, utilizzando le tre categorie che costituiscono il 61% dell’oxi, che con il referendum cittadinanza, popolo e classe hanno invaso per un momento il territorio riservato alle élites di potere e ne hanno provocato fibrillazioni e inquietudini.

Qualcosa di importante è quindi accaduto. Eureka, come titola stamattina Il Manifesto; oxi! Oxi! Come ha gridato ieri sera piazza Sintagma. Ma i nodi da sciogliere sono per il governo greco particolarmente stretti. Anche se Tsipras ostenta ottimismo, che l’accordo con le istituzioni europee sia dietro l’angolo è tutto da dimostrare. Anzi le prime reazioni lascerebbero pensare il contrario. Il vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel (Spd) dice che Tsipras ha rotto ogni possibilità di compromesso, mentre Martin Sculz, presidente dell’europarlamento, parla di aiuti umanitari alla Grecia. Non è ben chiaro che cosa questo significhi. Significa che il popolo greco sarà messo a tal punto in mutande da aver bisogno di latte per i bambini e tende per gli ammalati, come i più poveri del mondo colonizzato? A mettere in mutande la Grecia del resto ci ha già provato la BCE, chiudendo i rubinetti della liquidità al suo sistema bancario. Abbiamo spesso e opportunamente criticato la pratica di soccorrere le banche con i soldi dei contribuenti, ma con la vicenda greca si verifica che la troika può fare persino di peggio. Vale a dire non soccorrere il sistema bancario di un paese che decide di mettere in ginocchio. Intanto la polizia greca controlla supermercati e banche per il timore di assalti e le banche prevedono di non poter consentire nemmeno i prelievi quotidiani di 60 euro. E tuttavia non è affatto detto che la trattativa non riprenda. Una Grecia lasciata senza altra alternativa che scelte radicali, per le quali la maggioranza di Syriza non sarebbe vocata, è politicamente forse più pericolosa di una Grecia a cui finalmente sia concessa la ristrutturazione del debito che le era stata promessa. I dirigenti europei avevano infatti promesso che si sarebbero impegnati per una ristrutturazione del debito greco, quando il paese fosse stato in una situazione di avanzo primario del bilancio statale. Questo risultato è stato raggiunto nel 2014, ma l’impegno non è stato mantenuto ed è stata questa una delle ragioni della caduta del governo Samaras.

Ciò di cui oggi dovremmo discutere non è quel che accadrà nel prossimo futuro, anche perché molto presto ce lo diranno i fatti. E nemmeno che cosa dovrebbe fare Syriza. Dobbiamo chiederci come prima cosa in assoluto che cosa possiamo fare noi per la Grecia e in ultima analisi per noi stess@. La partenza per Atene di una pattuglia di rappresentanti di ceto politico nostrano e gli entusiasmi per il risultato non possono farci dimenticare che troppo poco è stato fatto in Italia finora, mentre da tempo l’esigenza di mutuo soccorso bussa alle nostre porte.

"Atene ha respinto un colpo di Stato"

  • Martedì, 07 Luglio 2015 13:22 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Alexis TsiprasRoberto Ciccarelli, Il Manifesto
7 luglio 2015

"Il referendum contro l'austerità in Grecia è stato politicamente importante per l'intera Europa - sostiene Luciano Gallino -. Se un popolo ridotto in miseria, che conta 11 milioni di abitanti, riesce a creare seri problemi ai paesi più importanti d'Europa, con un peso economico e politico come la Germania, ad un certo numero di persone potrebbero venire delle idee." ...

Cronaca di una vittoria non annunciata

  • Lunedì, 06 Luglio 2015 13:49 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
06 07 2015

Impressioni da Atene: un racconto della storica giornata referendaria in cui il NO vince con il 61,3 per cento, a cura della redazione di Dinamopress in Grecia con Blockupy goes to Athens. In mattinata le dimissioni di Varoufakis, domani convocato l'eurogruppo.

Atene il giorno del voto era calma, ma in trepidante attesa. La maggior parte dei cittadini con cui abbiamo parlato fuori dai seggi di Exarchia e Neapolis, strapieni di propaganda per il no, ci hanno raccontato con orgoglio e senza paura di aver votato no, al contrario dei pochi votanti per il si, quasi sempre non disposti a dichiararlo con altrettanta facilità. La linea di demarcazione è chiara: a Kolonaki e Aghios Panteleimonas la propaganda è tutta per il sì. E i voti pure, fino a raggiungere circa l’85 per cento. Nei quartieri popolari di Atene invece, dove la povertà è diventata norma con le politiche di austerità nei cinque anni di memorandum, il no ha raggiunto percentuali altrettanto alte. La divisione è netta nella società, tra chi ha pagato troppo e non accetta più l’arroganza dell’austerità, la violenza dei tagli e della povertà, e chi si arricchisce sfruttando, privatizzando, impoverendo.

Nel pomeriggio la tensione è molto alta, nessuno sa cosa potrà accadere, così come nessuno si sbilancia in previsioni; i sondaggi, dal giorno prima, avevano cambiato segno: parità per il si e per il no. Si giocherà tutto su poche percentuali di voto, dicono i giornali, greci ed europei, parte del sistema di potere impegnato fino in fondo in una battaglia di classe, di “terrorismo mediatico” contro il no. Di fronte alle sedi di alcune televisioni private, sponsor efferati del si al referendum, si erano radunati spontaneamente centinaia di manifestanti già sabato pomeriggio per una decisa contestazione.

Ma chi ha organizzato la campagna per il no, compagni ed attivisti che incontriamo di fronte le scuole, nelle sedi delle realtà di movimento, nei bar di Exarchia e poi anche nella sede di Syriza, piano piano comincia ad affermarlo, a crederci: “Vincerà il no, la piazza di venerdì ce l’ha fatto capire. La campagna mediatica di costruzione della paura non ha funzionato, vedrete che vincerà il no”. La settimana scorsa, ci raccontano, il numero dei cittadini per il No è cresciuto fino a strabordare nella manifestazione di venerdì. C’è ancora paura di dirlo apertamente, ma si diffonde nell’aria la possibilità di una vittoria. Più si avvicina la chiusura dei seggi, più la tensione sale, non si rilasciano più interviste e ci si prepara alla lunga attesa dello spoglio. I compagni sorridono, molti cominciano a crederci, ce la faremo dicono, si aspetta ancora ma la sensazione è positiva.

Dalla sede di Syriza, torniamo verso Exarchia, anche il nostro taxista ha votato no e ne è convinto: “I greci sono pazzi, vincerà il No, abbiamo pagato già abbastanza”. Pian piano si riempiono i tavolini del bar Atinaion, di fronte allo steki del Dyktio dove ci troviamo con i compagni di Blockupy, e sul maxischermo montato per arrivano le prime previsioni: tutte positive. Il no può avere un distacco del 2-3%, forse anche qualcosa di più. Inizia lo spoglio: il no è in testa. Sempre più compagni iniziano ad arrivare, le vie di Exarchia si riempiono di centinaia di persone in trepidante attesa. 8% scrutinato, 10% scrutinato, 15% scrutinato: la via è piena, il No è al 60%! Abbiamo vinto!

Più il conteggio avanza, più il risultato migliora, si profila una storica vittoria: la maggior parte dei greci ha votato contro la proposta di accordo, contro la troika, contro questa Europa, contro questo modo di negoziare, l’austerità, l’arroganza del potere finanziario.

La gioia esplode, ci muoviamo in corteo verso piazza Syntagma: ad ogni angolo nuove persone si aggiungono al corteo, dai palazzi si sentono applausi, gli automobilisti suonano i clacson e applaudono, bisogna festeggiare, questa è una vittoria di tutti! Atene si è riversata nelle strade: migliaia di persone incredule si sono abbracciate, hanno cantato e ballato per le strade, gioiose per un risultato netto che nessuno si aspettava ma che tutti desideravano.

La strana sensazione di vivere un momento storico, di aver ottenuto un risultato importante. Una rottura affermata con forza, un rifiuto netto che riconquista il futuro. Una vittoria che parla all’Europa, alle lotte contro l’austerity che da cinque anni hanno cominciato a costruire mobilitazioni da nord a sud dalle piazze occupate all’assedio della BCE.

Oxi ha vinto nonostante e contro il terrore mediatico della troika, ha rispedito al mittente la paura e l’arroganza. Ci si è cominciati a liberare dal destino già scritto dei sacrifici, della povertà imposta dal ricatto dei mercati finanziari. O meglio, un passaggio, decisivo e significativo, è stato fatto. Uno spazio di politicizzazione è stato ri-aperto, nella società greca, e in Europa. Una rottura costituente si sta dando con forza, articolata su più piani, dall’alto e dal basso, con lo sguardo rivolto alle lotte transnazionali, all’interno di un campo segnato da tensioni e contraddizioni ancora tutte da giocare, che già oggi si dispiegano nel campo della politica europea e globale. La paura, adesso, comincia a cambiare lato della barricata. La gioia è immensa a piazza Sintagma, una piazza composita in cui migliaia di persone cantano slogan, ballano e si abbracciano, scadendo: oxi, oxi, oxi!

Samaras annuncia, mentre avvengono i festeggiamenti in piazza, le dimissioni da segretario di Nea Democratia. Gli effetti del no travolgono chi con questo referendum voleva giocarsi la partita del ritorno di quelli di sempre, di quelli che hanno gestito con la paura e i tagli di cinque anni di aggiustamenti strutturali. Loro, gli alleati della Merkel e dei poteri forti europei, sono gli sconfitti greci di questo straordinario voto popolare.

La piazza è variegata, ci sono famiglie, attivisti, precari, pensionati e giovanissimi alla riconquista del protagonismo politico, ma anche tanti europei, italiani, francesi, spagnoli e tedeschi, venuti a supportare i greci, perché se gli Stati stanno provando ad isolare la Grecia, le piazze e le strade d’Europa sanno bene da che parte bisogna stare. Ha vinto l’Europa nata dalle lotte sociali, un’Europa costruita dagli incontri nelle proteste contro l’austerità, che con coraggio ha sfidato i poteri tecnocratici e finanziari, costruendo una solidarietà oltre ogni confine e divisione.

E farà bene, il governo Renzi, e i governi allineati con la tecnocrazia europea, ad avere paura da oggi in poi: la Grecia ci ha mostrato che è possibile rifiutare il ricatto, l’austerity e le misure che in questi anni hanno reso milioni di europei poveri e ricattabili, sacrificando nel nome degli interessi dei ricchi il futuro di intere generazioni. Un nuovo inizio, che necessita di una riapertura del conflitto. Un no che segna una significativa battuta arresto nella costruzione di questa Unione Europea, aprendo uno spazio inedito per il cambiamento. Come questo processo si dia poi concretamente, è la sfida che ci troviamo davanti.

La redazione di Dinamopress ad Atene

 

Dopo il referendum greco: cogliere l’occasione

  • Lunedì, 06 Luglio 2015 09:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Euronomade
06 07 2015

Che sarebbe stata una vittoria travolgente lo abbiamo capito a ora di pranzo, quando un disperato Martin Schulz, un secolo dopo il tradimento della socialdemocrazia tedesca con il voto sui crediti di guerra, è intervenuto a urne aperte, in spregio a ogni “regola”, che pure da buon tedesco avrebbe dovuto onorare (le dimissioni dalla presidenza del Parlamento europeo sarebbero un atto dovuto, ancorché improbabile considerata la statura etica del personaggio).

Già da ore, dai quartieri popolari di Atene e Salonicco, dal porto del Pireo, dalle campagne e dalle isole il voto greco, con la violenza oggettiva del suo segno di classe, stava travolgendo il castello di carte costruito da una macchina di propaganda quale non si era mai vista nella storia europea. Resterà un’onta incancellabile per la socialdemocrazia europea, per uomini meschini come Hollande e Schulz, avere avallato questa penosa macchinazione. Non sappiamo come definire Renzi: lo spettacolo più squallido lo ha offerto proprio lui, genuflettendosi di fronte ad Angela Merkel, nella pietosa speranza di poter riscuotere, tra qualche mese, qualche “concessione”, in fondo non così distante da quel che hanno chiesto in questi mesi Tispras e il satanico Varoufakis.

Con assoluta chiarezza, le prime parole di Alexis Tsipras vanno all’essenziale: la questione del debito da ieri sera è agli occhi di tutti sottratta all’esclusiva disponibilità del comando finanziario. È limpidamente questione di riappropriazione della decisione democratica. Meglio ancora: non c’è democrazia oggi se non a partire dalla capacità di intervenire con forza, in termini di rottura, sul terreno del debito. È questa la possibilità che il referendum greco ci presenta: la riconquista del futuro, la liberazione della vita e della cooperazione sociale dall’ipoteca del debito, la lotta contro la povertà, la precarietà e i sacrifici come destino. La formidabile continuità della lotta contro l’austerità in Grecia negli ultimi anni si è tradotta in un rifiuto che si esprime direttamente sul terreno del governo: rompe la continuità del management europeo della crisi, si apre a una moltiplicazione delle lotte su scala europea e impone un orizzonte costituente che non può essere limitato a livello nazionale.

La campagna elettorale è stata caratterizzata dal terrore dell’“effetto domino”. È esattamente questo terrore che si ritorce contro l’oligarchia europea. Questo terrorismo, morbosamente nutrito con immagini a effetto e con un impressionante dispiegamento di strumenti mediatici, ha sortito l’effetto contrario a quello che si prefiggeva. Ora, davvero, la paura è passata nel campo di chi pensava di essere ormai immune da ogni minaccia. Si è parlato di “azzardo”, di inesperienza e di irresponsabilità da parte del governo Tsipras. Non vogliamo qui entrare nei dettagli del modo in cui sono state condotte le trattative. Ma è certo: ogni salto politico contiene un elemento di azzardo, una capacità di cogliere l’occasione. Qui, però, questo salto è radicato profondamente in tutto quello che è successo in Europa dal 2008 in poi, attraverso l’irruzione di movimenti che legavano insieme in modo indissolubile questione del debito ed esperimenti di democrazia costituente. Non a caso, Tsipras ieri sera ha richiamato le mobilitazioni europee, che quella fase ha reso possibili.

È questo lo spettro, prima di tutto mediterraneo: nulla di astratto, ma l’azione politica di quei movimenti che hanno aperto il campo per una rottura democratica e popolare sul terreno europeo. Proprio di quei movimenti nulla aveva capito la socialdemocrazia europea (che anzi li aveva violentemente avversati), e nulla avevano capito le variopinte e tradizionali sinistre. È del resto questo il momento nel quale, nelle economie “forti” del nord Europa, le mobilitazioni sociali e sindacali potrebbero strappare – contro i dogmi del rigore e della competitività – aumenti salariali, reddito, ed estensione del welfare. L’occasione che si presenta è quindi quella di praticare una rottura dei diktat dell’austerity, non solo nei Paesi indebitati dell’Europa mediterranea, ma più in generale a partire dalla costruzione di una coalizione degli sfruttati su scala continentale.

La situazione è tutt’altro che semplice. La ferocia e l’odio di classe dei “creditori” possono rispecchiarsi in un’analoga ferocia delle destre xenofobe e nazionaliste, in crescita in molti Paesi d’Europa. La ripresa dei “negoziati” dovrà tenere conto non tanto di irrilevanti fattori contabili quanto di questa deriva politica e culturale – mentre la guerra continua a segnare i confini dell’Europa e minaccia di presentarsi, ancora una volta, come catastrofico strumento contro l’approfondimento della lotta di classe e della dinamica democratica. E tuttavia, la crepa che si è aperta nell’“estremismo di centro” con le elezioni greche di gennaio, e che si è allargata con le amministrative spagnole, è ulteriormente approfondita dall’esito del referendum greco.

La violenza della finanza si trova ora di fronte un elemento di contropotere, alimentato da un rapporto inedito tra mobilitazione sociale e azione di governo e in grado di introdurre contraddizioni e divisioni nella stessa costituzione materiale dell’Unione Europea. Anche gli scenari globali, con le contraddizioni emerse all’interno del Fondo monetario internazionale e dei suoi rapporti con il Congresso statunitense e con le evidenti inquietudini di Paesi emergenti come la Cina e in generale i BRICS, presentano possibilità inedite. I greci hanno fatto la loro parte, e c’è da credere che continueranno a farla: hanno dimostrato che è possibile rifiutare il ricatto dell’austerity e del debito. Svolgere questo rifiuto nelle forme di una politica affermativa, dimostrare che si può vincere, non sarà possibile senza il contributo di tutte e tutti noi.

 

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