Corriere della Sera
11 04 2013

GERUSALEMME - Ci è voluto il tweet di Sarah Silverman per dare popolarità globale a una battaglia che va avanti da ventiquattro anni e per far capire a Benjamin Netanyahu che era tempo di trovare un compromesso. A metà febbraio la comica americana ha condiviso in 140 caratteri con i suoi 4 milioni di lettori l'orgoglio familiare per l'arresto della sorella Susan e della nipote Hallel. Tutt'e due colpevoli - secondo i rabbini ultraortodossi e pure la Corte Suprema israeliana, sentenza del 2003 - di voler pregare al Muro del Pianto come fanno gli uomini e come alle donne è proibito.


Il Muro del Pianto a Gerusalemme
Il primo ministro ha allora incaricato Natan Sharansky, eroe della dissidenza sovietica, di trovare una soluzione per queste dissidenti religiose. Che chiedono di presentarsi davanti alle pietre più sacre per l'ebraismo con indosso i tallit (lo scialle da preghiera), i tefillin (scatolette di cuoio legate con le cinghie, contengono versetti sacri) e di poter recitare la Torah ad alta voce ( t'fila in ebraico vuol dire preghiera). Sono le quattro «T» simbolo della protesta che i rabbini haredim leggono come una sola parola: tradimento dell'ortodossia.
Da quando Anat Hoffman ha fondato il movimento nel 1988, il primo di ogni mese secondo il calendario ebraico si ritrovano a Gerusalemme e l'appuntamento è fissato anche per stamattina. Arrivano al Muro del Pianto, entrano nell'area destinata alle donne - non mettono in discussione la separazione - ma si comportano come gli uomini. Gli agenti di solito intervengono per arrestarle e Yossi Parienti (il capo della polizia nella città) ha già annunciato che oggi la manifestazione verrà impedita: «Quando cominciano a pregare indossando gli scialli, sfidano le decisioni dei giudici».

Sharansky propone di allargare la zona per i riti, di aprire all'ingresso gratuito la parte di scavi archeologici vicino all'arco di Robinson. La soluzione è sostenuta da Shmuel Rabinowitz, il rabbino incaricato di vegliare sul Muro Occidentale e gli altri luoghi sacri, ed è stata accettata con perplessità dalle leader del gruppo. «Sharansky promette che i lavori termineranno in un anno e mezzo - commenta Hoffman al quotidiano Haaretz -. Il rischio è che ne passino dieci per l'opposizione degli archeologi, dei giordani, dei musulmani. Stiamo parlando di intervenire nel sito religioso più delicato e spinoso al mondo. Verremo arrestate fino ad allora?». Il progetto prevede di toccare il ponte dei Mugrabi che porta alla Spianata delle Moschee. «Quando nel 2004 gli israeliani volevano ripararlo perché rischiava di crollare per la neve, gli islamici hanno protestato ovunque».

Netanyahu vuole risolvere la disputa anche perché ha generato una frattura con gli ebrei americani. Le Donne del Muro ricevono l'appoggio dei movimenti riformisti e conservativi, le congregazioni sono molto diffuse negli Stati Uniti ed esasperano gli ultraortodossi con decisioni come quella di permettere alle donne di venir ordinate rabbino. Tra loro la sorella di Sarah Silverman, che vive a Gerusalemme e che ha spiegato ad Haaretz le ragioni delle femministe: «Da un punto di vista teologico mi oppongo al monopolio ultraortodosso sull'ebraismo. Per convinzioni democratiche sono contraria all'idea che un gruppo di cittadini spadroneggi sugli altri».

Anche chi ha conquistato quelle pietre antiche adesso vuole espugnarle agli ultraortodossi. Yitzhak Yifat è il soldato più popolare della storia di Israele per la foto scattata da David Rubinger che lo ritrae a occhi in su davanti al Muro: è il 1967, la parte est di Gerusalemme è appena stata presa ai giordani durante la guerra dei Sei giorni. «Non abbiamo combattuto perché il Muro diventasse proprietà esclusiva di pochi».

"Per me Ofir resta ha commentato in un'intervista al Canale 7 - una giovane con una forte moralità, molti nel villaggio la difendono. Ma nessun leader religioso può permettere che una donna canti davanti agli uomini". ...
Femminismo a Sud
21 01 2013

da Sopravvivere Non Mi Basta:

Sono queer, per alcun@ lesbica per altr@ bisex. Come tutt@ ho letto la notizia del professore di Mestre e, quelle parole piene di odio, mi hanno ferita e mi feriscono sempre. Ho letto anche le numerose risposte a questa vicenda in cui si parlava di licenziamento, di sanzioni, pene e quant’altro ed io non riesco che a dissociarmi. Non vi consento di legittimare giustizialismo, ovvero altra violenza, in mio nome, dietro le mie ferite, il mio dolore.

Quella cultura, quell’odio mi colpisce da anni ma anche il giustizialismo mi uccide. Nel mio nome, anche nel mio nome, chiedete azioni che io non chiederei, e non permetto a voi e a nessun’altr@ di parlare per me. Io sono tra quelle persone che vivono l’omofobia persino in seno alla propria famiglia, quindi so quanto fa male, quante lacrime si versano e quanto dolore si prova all’idea di essere non accettate. LO SO, LO PROVO TUTTI I GIORNI. Ma questo mio dolore non verrà strumentalizzato da altr@ per generare altra insana e deleteria violenza. Il giustizialismo, la folla indignata che si scaglia sul singolo e ne chiede la testa è qualcosa che mi fa male, quanto e come quelle parole omofobe.

Quel professore si è espresso in  modo omofobo, non c’è da discutere. Quel professore ha veicolato odio e discriminazione, che alimentano le mille violenze che subiamo ogni giorno. Non lo nego ne mai lo negherò. Quel professore insegna religione e questo non è un dato neutro. La chiesa è una delle violenze più grandi mai generate. Ne sono certa. Quel professore è stato addestrato dalla chiesa, ha ricevuto un’educazione che incita alla violenza, alla discriminazione. Quel professore era programmato a dire ciò che ha detto. Tutt@ i professori di religione direbbero ciò che lui ha detto. Tutt@ sono stat@ programmati per diffondere l’omofobia perché è un peccato, è una violazione delle leggi del loro Dio. Noi questo lo sappiamo, noi sappiamo cosa insegna la Chiesa.

Noi sappiamo tutto, sappiamo chi è il  responsabile eppure puntiamo il dito contro il singolo. Quanto è facile la battaglia contro questo professore? Quanto è miope questo linciaggio che appiattisce il discorso e scarica la colpa sul singolo? A chi fa comodo questo appiattimento? Vi siete davvero soffermati su questa notizia o siete partiti in quarta, sull’onda di un’emotività che provo anch’io ma che non giustifica le vostre scelte.

Io sono incazzata, incazzata da morire. Ho stretto i pungi quando ho letto questa notizia, li ho stretti forte perché quello che vivo è colpa di questa cultura omofoba, sessista, maschilista. Io so quanto le parole possano ferire. Eppure non mi scaglierò solo contro questo professore. Io non voglio il suo licenziamento, perché ciò permetterebbe alla chiesa di lavarsene le mani insieme allo stato. Chi ha permesso alla chiesa di accedere nelle scuole? Chi le dà un potere così forte? Chi la finanzia per assicurarsi i voti?

Dei linciaggi ad personam me ne frego. Io non voglio una stupida sanzione, non ci credo neanche nel metodo delle punizioni, non si è mai insegnato nulla attraverso l’imposizione. Io voglio e chiedo che si rimetta in discussione la presenza della chiesa nelle scuole, voglio che ai/alle ragazz@ vengano garantite lezioni alternative a quelle di religione, voglio che si parli di educazione sessuale in modo libero, voglio che il circolo di violenza si interrompa. Ora.

Se otteneste anche il licenziamento di questo professore, cosa cambierebbe? La chiesa cambierebbe il suo testo sacro? Le parole di Cristo diverrebbero più gay friendly?  Ditemi, quale miracolo vi aspettate? Quale punizione ha mai cambiato realmente le cose? Volete davvero combattere l’omofobia o solo punire un tizio in cui state riversando tutto il dolore che ingiustamente ci infiggono e che proviamo ogni giorno?

Vi chiedo di non legittimare altra violenza in nome di un dolore che non appartiene solo a voi, ma anche a me. Le vostre parole mi fanno male, perché io vorrei altro per noi, vorrei altro da ciò che ci prospettano, a partire dalle soluzioni. La soluzione all’omofobia non è il giustizialismo, non è il linciaggio del singolo ma del sistema. Chi ha legittimato l’esistenza di quel pensiero? Chi permette tutt’oggi che questo pensiero venga diffuso? Chi ha legittimato questo professore a veicolare parole discriminatorie?

La responsabilità del singolo non la nego, ma come per i femminicidi vi chiedo di allargare lo sguardo e vedere che c’è un mostro enorme dietro quell’individuo. Io vorrei che i genitori di quella scuola, come di tutte le altre, togliessero i/le propri@ figli@ dalle ore di religione e la smettessero di aver paura dell’educazione sessuale. Conoscere è l’arma più grande che abbiamo contro l’ignoranza e il pregiudizio.

Se io mando mi@ figli@ da un professore che insegna una materia che alimenta odio e discriminazione verso me, verso tutti i soggetti che mettono in discussione l’idea che esistano solo due generi e un solo orientamento sessuale, non posso indignarmi se è ciò che apprenderà. No, non posso proprio indignarmi. Sapete cosa è la Chiesa, cosa insegna, quali sono i suoi pensieri quindi non indignatevi quando vengono palesati. Sono e sono sempre stati quelli, non è una novità. Sapete che l’ora di religione in realtà è l’ora della religione cattolica, dato che gli/le insegnanti sono scelti e piazzati dalla chiesa. Quindi non stupitevi. Se accettate che i/le vistr@ figl@ vengano educat@ al cattolicesimo, che è intriso di sessismo e omofobia, non fate poi i/le sorpres@. Se avete scelto quell’ora invece che un’altra è perché volevate che i/le vostr@ figl@ ricevessero quelle idee e se non lo volevate allora siete degli/lle sprovvedut@ e non so quale dei due mali sia peggio.

La responsabilità dell’omofobia coinvolge più soggett@ di quanti in questi giorni si indichino. Non appiattite i discorsi, non deresponsabilizzate nessun@, non fatevi rendere ciech@ dal dolore. Non veicolate altra violenza solo perchè ne subite. Il giustizialismo non è resistenza, è violenza. Lo è e lo è sempre stato e io non vi consento di alimentarla in mio nome.

P.S. ho letto anche la smentita del professore ma continuo a chiedermi perchè raccogliere solo opinioni omofobe e non quelle che invece parlano di lotta alla discriminazione. Un dibattito dovrebbe prevedere più punti di vista.

Giulia globalist
10 01 2013

In Norvegia le agenti di polizia non potranno indossare il velo sopra l'uniforme. Ad annunciarlo e' stata la ministra della Cultura, Hadia Tajik, che ha respinto una proposta in questo senso della commissione per le Questioni religiose. "La commissione ha sollevato la questione dei simboli religiosi e delle uniformi. Il governo se ne e' occupato nel 2009 e ha deciso che i simboli religiosi non vanno usati in connessione con le unformi della polizia", ha spiegato Tajik, che e' di origine pachistana ed e' stata la prima persona di religione musulmana ad entrare nel governo norvegese. Sia la polizia che i principali partiti norvegesi si erano gia' espressi contro l'uso del velo da parte delle agenti di polizia. La questione e' stata sollevata nel 2008 quando una giovane donna musulmana ha chiesto d'indossare l'hijab durante l'addestramento come ufficiale di polizia.

Usa, le ribelli mormoni: vogliamo i pantaloni. In chiesa

  • Lunedì, 24 Dicembre 2012 09:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giulia globalist
24 12 2012

L'iniziativa, lanciata su Facebook da Stephanie Lauritzen si sta diffondendo in decine di comunità americane e nel mondo. Scatenando ritorsioni e perfino minacce di morte.

Un gruppo di donne mormone ha deciso di esercitare il diritto di indossare i pantaloni in chiesa, scatendo ritorsioni e perfino minacce di morte. L'iniziativa, lanciata su Facebook da Stephanie Lauritzen, mormona di Salt Lake City, in Utah, si sta diffondendo in decine di comunità americane e nel mondo. La scorsa domenica, riporta il New York Times, migliaia di donne, da Austin, in Texas, a Heidelberg, in Germania, si sono presentate al rito mormone in pantaloni.

Il gesto di ribellione ai codici di abbigliamento si inserisce in una più ampia lotta per la parità dei diritti tra i fedeli della Chiesa di Gesù Cristo e i Santi. Solo poche settimane fa, la chiesa mormone ha fatto anche un passo avanti verso l'accettazione delle coppie omosessuali, lanciando un nuovo sito internet per invitare alla tolleranza. Ma la battaglia delle donne non è stata accolta bene da tutti."Cosa c'è che non va con tutte voi, donne? Se non siete felici della vostra Chiesa andatevene, trovate un altro luogo di preghiera, non cambierete la dottrina mormona", ha scritto Jo Ellen Swarts, un fedele californiano, sulla pagina Facebook creata da Lauritzen. Sebbene tra le regole del credo religioso non ci sia nessun esplicito rifermineto al divieto dei pantaloni, il gesto rivoluzionario ha infatti scatenato le ire degli uomini più conservatori tanto che qualcuno, sempre su Facebook, ha minacciato di sparare alle ribelli. Tanto per cambiare.

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