La Repubblica
30 09 2014

Ventiduesimo anno della campagna Nastro Rosa per la prevenzione del tumore al seno. Per tutto il mese di ottobre, come di consueto, i 397 ambulatori della Lilt, la lega italiana per la lotta ai tumori, promotrice dell'iniziativa insieme a Estée Lauder Companies, saranno a disposizione per visite senologiche e controlli diagnostici clinico strumentali gratuiti (per giorni di apertura e orari numero verde 800.998877 o www.lilt.it e www.nastro rosa.it).

La campagna si svolge contemporaneamente in 70 nazioni e punta a sensibilizzare le donne - e le famiglie che condividono il percorso di diagnosi e cura - nei confronti di un tumore che ha un'incidenza sempre maggiore, soprattutto tra le donne più giovani, prima dei 50 anni, e che può essere sconfitto solo con una diagnosi precoce. Per questo sui siti delle due associazioni è consultabile e scaricabile un libretto con indicazioni precise sui fattori di rischio, sulla diagnosi e sugli esami strumentali da effettuare con regolarità, sulla tipologia di tumore e sulle cure.

"In Italia ci sono circa 46.000 nuovi casi all'anno di tumore mammario - precisa Francesco Schittulli, presidente Lilt, senologo e chirurgo oncologo - con un aumento di incidenza del 14% negli ultimi sei anni. Per le donne tra i 25 e i 44 anni, però, l'incremento è stato ben più alto, del 30% circa. Oggi, grazie a nuove tecnologie diagnostiche di imaging sempre più sofisticate, insieme alla risonanza magnetica mammaria, possiamo individuare lesioni millimetriche in fase iniziale, quando il grado di malignità e l'indice di aggressività del tumore sono bassi e il processo di metastatizzazione quasi nullo. Scoprendo un carcinoma sotto un centimetro la probabilità di guarigione sale al 90 per cento e questo consente anche interventi conservativi, che non provocano danni estetici".

Essenziali dunque il fattore tempo e i controlli periodici. Per ricordare alle donne l'importanza della prevenzione, anche i monumenti si tingeranno di rosa, in tutto il mondo. La notte del primo ottobre brilleranno di rosa le Cascate del Niagara, l'Empire State Building a New York, passando per l'Opera House di Sidney, la Torre di Tokyo, la Torre 101 di Taipei, il Ponte di Nan Pu a Shangai, l'Arena di Amsterdam e, in Italia, il Campidoglio a Roma e, a Milano, la Tower Unicredit e le vie dello shopping di lusso nel Quadrilatero della moda (sabato 4 ottobre), i cui negozi devolveranno alla Lilt il 10 per cento degli incassi. Stessa cosa per la Estée Lauder, che destinerà parte delle vendite di alcuni prodotti nel mese di ottobre per sostenere l'attività degli ambulatori della Lilt.

Lo sforzo di tutti è di far aumentare la consapevolezza nelle donne: non rimandare gli esami e i controlli può salvare la vita. La testimonial italiana di quest'anno è l'attrice Nicoletta Romanoff. Negli ultimi 20 anni, la Breast Cancer Research Foundation (BCRF) ha dedicato quasi 42 milioni di dollari di finanziamenti a 166 progetti di ricerca in tutto il mondo. Il tema della campagna di quest'anno è "Siamo più forti insieme" ed è incentrato sulla condivisione del percorso di cura della donna con cancro al seno con le persone care. Insieme per continuare nel percorso di terapia e sconfiggere la malattia.

Womenareurope
20 08 2014

Ecco cosa succede in Irlanda, dove le donne non possono decidere del loro corpo.

Violenza su violenza: perché l’Irlanda costringe una donna che fa lo sciopero della fame a partorire il figlio del suo stupratore? Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, imponendo la volontà di altri.

Quando le donne in Irlanda potranno dire “no”? Oggi scopriamo che la risposta è “mai”, no davvero – no, se un uomo ha altre idee, se lo Stato decide di imporre l’uso di un corpo di donna.
La storia riportata nel Sunday Times di oggi è un catalogo di violazioni. In primo luogo, una donna è stata violentata (violenza numero uno).

Cercò di abortire ma a quanto pare i medici le impedirono di ottenere il trattamento di cui aveva bisogno (violenza numero due); anche se molte donne irlandesi viaggiano verso il Regno Unito in questa situazione, la donna in questo caso non avrebbe potuto perché era una cittadina straniera con incerto status di immigrazione, e il suo inglese limitato probabilmente ha aggravato la sua vulnerabilità.

Disperata, in questa fase, ha espresso l’intenzione suicida ed ha continuato sciopero della fame e della sete: la Health Service Executive (HSE) ha ottenuto un ordine del tribunale sulla base dell’atto “Protezione della vita durante la gravidanza Act 2013″ per la reidratazione forzata della donna (violenza numero tre).

Infine, i primi di agosto, un certificato è stato rilasciato consentendo una procedura medica da effettuare sulla donna: il giorno dopo, il bambino è stato partorito con un cesareo (violenza numero quattro), a 24-26 settimane di gestazione, che è la stessa cuspide di vitalità. Il bambino continua a ricevere cure mediche. Non è stata segnalata la condizione della donna.

Il carattere provvisorio del controllo sul proprio corpo è un fatto che le donne in Irlanda devono negoziare giorno dopo giorno, una resistenza a disagi che possono essere maggiori o minori secondo a quali risorse bisogna resistere e a quanto urgente è la loro condizione.


Per alcune, è una questione di shopping in giro per trovare un medico che non insista sul controllo di cosa il vostro marito pensa della vostra routine contraccettiva; per altre, si tratta di fare un biglietto aereo per una clinica di Londra per ottenere l’aborto che non si può fare a casa; per alcune, si tratta di mangiare fagioli al forno per cena mentre si conservano i soldi per quel biglietto; per Savita Halappanavar nel 2012, è stata la morte, quando i medici si sono rifiutati di interrompere la sua gravidanza, anche se lei stava avendo un aborto spontaneo che ha portato ad una infezione fatale.

In effetti, la norma sulla protezione della vita durante la gravidanza è stata introdotta in seguito alla morte di Halappanavar, e all’orrore della popolazione per l’evidente mancanza di riguardo per la salute e la sopravvivenza di una donna. Vi è, tuttavia, un grave problema in questa norma: in conformità con la legge sull’Ottavo emendamento della Costituzione del 1983, la vita del feto è considerato una “vita umana” tanto quanto quella della donna in stato di gravidanza e sono concessi uguali diritti.

Nella sezione sulla interruzione per le donne suicide, nella legge 2013 si legge:

(1) È lecito eseguire una procedura medica per una donna incinta conformemente alla presente sezione nel corso della quale, o come risultato di cui, una vita umana nascente è finita dove
– (a) soggetto alla sezione 19, tre medici, dopo aver esaminato la donna in stato di gravidanza, hanno certificato congiuntamente in buona fede che-
(i) vi è una reale e sostanziale rischio di perdita della vita della donna per mezzo del suicidio, e
(ii) a loro avviso ragionevole (essendo un parere formato in buona fede che tenga conto della necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile), tale rischio può essere evitato solo eseguendo la procedura medica”.
In altre parole, quello che è successo alla donna nel caso di oggi non è solo assolutamente barbaro, sembra anche essere stato assolutamente di competenza della legge: se “la necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile” è un obbligo di legge, perché ignorare le suppliche di una donna per l’interruzione e forzarla con l’alimentazione liquida, invece?

Perché non estrarre chirurgicamente il feto non appena ha il potenziale di vita indipendente? Il feto è stato anche fornito con un proprio team legale separato dai giudici irlandesi, in una illustrazione drammatica della bagarre per il controllo del corpo femminile che si svolge durante la gravidanza.

Lei diventa solo una risorsa requisita dallo Stato in nome di quella “vita nascente”, che ha inspiegabilmente molto più valore che la vita ex utero della donna traumatizzata.

E che trauma. Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, che impongono la volontà di altri.
Il pene dello stupratore introdotto in lei con la violenza.

Il sondino nasogastrico bloccato nella sua narice e giù contro la sua gola che resiste.
Il bisturi dei medici che la tagliano, le mani nel suo ventre, l’orrore in movimento di un altro corpo all’interno della vostra carne trattenuta.

L’orrore incredibile di essere costretta a offrire la vita al figlio dell’uomo dal quale si è stata violentata.
E il terribile silenzio di non partecipazione, una donna senza una lingua che possa essere udita.

Questa è la violenza dello stato irlandese impone alle donne.

Questo è il motivo per cui le donne irlandesi stanno facendo una campagna per “Abrogare l’Ottavo”: perché le donne sanno che siamo esseri umani, e nessuno di noi dovrebbe essere costretta a vivere sotto una legge che dice il contrario.

http://www.newstatesman.com/politics/2014/08/violation-after-violation-why-did-ireland-force-woman-hunger-strike-bear-her

Nella foto: le proteste per la morte di Savita Halappanavar nel 2012. Foto: Getty

 

Irlanda: una donna costretta a partorire

Dopo che le è stato negato un aborto, una donna è stata costretta a partorire con taglio cesareo.

Domenica scorsa, una giovane donna è stata costretta a partorire, giuridicamente, dal diritto irlandese. Nelle prime 8 settimane di gravidanza, la donna aveva chiesto di abortire sulla base di uno stato di fragilità psicologica, con tendenza al suicidio. Dopo esserle stato negato l’aborto, lei ha minacciato lo sciopero della fame per protestare contro la decisione. Le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale per farla partorire prematuramente – a 25 settimane – per garantire la sua salute. Il bambino è stato immediatamente preso e messo in cura.

Questo nuovo caso non è un caso isolato in Irlanda, dove l’aborto è vietato dopo il referendum del 1983 sancito dalla Costituzione. Solo un “rischio reale e sostanziale” per la donna in stato di gravidanza, che deve essere certificato da medici, permette l’aborto secondo la “Legge sulla protezione della vita durante la gravidanza”, firmata dal presidente. L’aborto resta vietato, in caso di “semplice rischio” per la salute delle donne, in circostanze di stupro, incesto, ma anche se il feto ha una malformazione grave. Questa decisione ha suscitato le reazioni di coloro che già criticavano la mancanza di considerazione delle donne nella legge. Questo caso mette in luce anche le istruzioni mediche fornite ai medici irlandesi: la donna deve avere l’approvazione di sette esperti prima di procedere ad un aborto; la Commissione per i Diritti Umani ha descritto tutto ciò come “ulteriore tortura mentale.”

Mairead Enright, un avvocato e docente in materia di diritti umani presso l’Università di Kent, ha detto che a molte donne di origine immigrata è stato spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare, nel Regno Unito, per esempio, dove l’aborto è legale in determinate condizioni, e di solito ricevono poche informazioni circa la portata dei loro diritti. “

“Questa sentenza rende molte donne vulnerabili in Irlanda, come migliaia di altre donne nelle comunità tradizionalmente svantaggiate,” ha detto.
Avvocati in lotta per l’aborto hanno presentato alla Commissione sulla Condizione delle Donne delle Nazioni Unite un rapporto con i “grandi difetti” nella legge sull’aborto irlandese. Il documento legale osserva che “nelle circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, è responsabilità dei medici e non le donne ad essere custodi del diritto all’aborto.”
Se il comitato delle Nazioni Unite accetterà le argomentazioni del consiglio, sarà la seconda volta quest’anno che il divieto di aborto in Irlanda sarà sfidato dalle Nazioni Unite.

http://www.i24news.tv/fr/actu/international/europe/40698-140818-irlande-une-femme-forcee-de-donner-a-la-vie

27ora
10 06 2014

Indosseremo tutte qualcosa di rosa il 17 giugno, ci faremo un selfie, lo posteremo su twitter e facebook con hashtag #dirittodicura o #breastunit: saremo in migliaia quel giorno sui social network, unite in una battaglia che ci riguarda tutte, ed accompagneremo virtualmente altre di noi – tante, tantissime – che interverranno al convegno Tumore al seno: dalla prevenzione alla cura di qualità (9,30, Auditorium Giorgio Gaber, Palazzo Pirelli Milano) e usciranno di lì alle 13 con la parrucca rosa simbolo di quello che vogliamo dire.

Non è un convegno come gli altri questo, è un’occasione per una richiesta frutto di studi e storie sperimentate sul campo. Emozioni, non solo aridi numeri che pure colpiscono

una donna su otto si ammala di tumore al seno, 50.000 casi ereditari l’anno (8% del totale), e sempre più spesso prima dei 50 anni; con probabilità di guarigione alte (85%) solo a patto che la malattia sia “ben” curata.

E allora eccola, l’istanza che arriva a gran voce da Europa Donna Italia e da tutte noi. Riguarda le Breast Unit, centri multidisciplinari ad hoc per assistere dal punto di vista umano e medico chi si ammala di cancro alla mammella. Sono troppo poche oggi, in Italia. Insufficienti. «Ce ne vuole subito almeno una per ogni Regione ed entro il 2016 una ogni 500.000 abitanti, in linea con la Risoluzione europea del 2006 che va resa effettiva», sprona Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna che in 20 anni di storia ha fatto convergere le associazioni sensibili al tema. «La cura in sedi specializzate riduce la mortalità fino al 20%», fa eco Corrado Tinterri, direttore della Breast Unit Humanitas di Rozzano.

Ma sono le storie, soprattutto, a parlare. Quelle di chi resiste, combatte e vince grazie all’assistenza di centri come quelli che chiediamo. «Sono passati sei anni da quando mi hanno diagnosticato un cancro al seno destro e cinque dalla fine delle cure, e posso dire di essere fortunata. Perché quando sono entrata in clinica la mattina del 24 dicembre per l’ennesima seduta di chemio non programmata, le infermiere mi hanno accolto con le orecchie d’alce in testa e il sottofondo di musica natalizia, strappandomi un bel sorriso. All’epoca della diagnosi abitavo a Milano ed ho potuto curarmi allo IEO, che è stato tra i primi in Italia a creare una Breast Unit – che cura la persona, oltre la malattia», dice Luigia, 52 anni, sopravvissuta al cancro. «Mi chiamo Deliana, ho 42 anni, nel 2007 sono stata operata per neoplasia mammaria che ha richiesto una ricostruzione. Il mio percorso di cura presso la Senologia Clinica dell’Ospedale di San Remo è stato fin da subito bello, l’umanizzazione della struttura, l’assistenza emotiva e non solo clinica mi hanno fatto rinascere e dato la forza di continuare. Essere in una Breast Unit non è stata un’opportunità, per me ha significato la vita». E se Luigia e Deliana non avessero avuto accesso alla Breast Unit? Se fossero vissute altrove, dove questi centri non esistono?

La battaglia è importante, va condotta senza ritrosie. E poi, dopo il 17 giugno, ce ne saranno altre. Europa Donna si batte per il potenziamento dei programmi di screening (da accordare anche prima dei 50 anni), la garanzia per l’accesso a cure di qualità certificata e più investimenti in ricerca. Un successo è quello della mozione per esentare dal ticket le donne ad alto rischio genetico: raggiunte 1.000.000 di firme, è ora al vaglio della commissione bilancio della Regione Lombardia. Nata nel 1994 su ispirazione di Umberto Veronesi e European School of Oncology la onlus promuove la consapevolezza dell’opinione pubblica sui temi del tumore al seno (quelli guaribili e quelli di cui si parla meno, con metastasi, curabili solo per certi periodi), sensibilizza le donne sui loro diritti di cura ma anche sui doveri di informazione e conoscenza. «Vent’anni di movimento a convincere istituzioni, opinion leader e medici non sono passati invano. Il 17 giugno è il prossimo appuntamento e nessuna deve mancare», scalda la D’Antona. Noi siamo con lei, pronte a rispondere alla call to action.

Udi Nazionale
29 04 2014

A seguito dell’episodio accaduto a Bari, dove a una donna, che si era rivolta al Pronto Soccorso ginecologico per la prescrizione della pillola del giorno dopo, è stato richiesto di pagare un Ticket di 100 Euro per la prestazione di Pronto Soccorso di Codice Bianco e in aggiunta anche il prezzo del costo del farmaco in farmacia, l’UDI - Unione Donne in Italia lancia una raccolta di firme per chiedere che detta pillola sia esente da ricetta e che comunque, nel frattempo e da subito, sia indicata come Codice Verde nei Pronto Soccorso di tutto il paese.
In tutta Europa la pillola del giorno dopo è un prodotto da banco e quindi esente da obbligo di ricetta medica, dunque la situazione dell’Italia è, ancora una volta, di retroguardia e lesiva della salute e della dignità delle donne.
Indicando la strada della demedicalizzazione come quella da percorrere, l’UDI chiede nell’immediato alla Ministra della Sanità Beatrice Lorenzin e alla Presidente della Conferenza Unificata Stato Regioni Maria Carmela Lanzetta, Ministra per gli Affari Regionali e Autonomie, di indicare la prescrizione della pillola del giorno dopo come Codice Verde, come già succede nella Regione Piemonte, affinché le donne non debbano pagare per avere la prescrizione.
Chiediamo di promuovere, al tempo stesso, una Direttiva a tutti i Presidenti delle Regioni volta a non penalizzare in questo o in altro modo le donne che si trovino nella situazione di dover ricorrere ad un Pronto soccorso per la prescrizione di detta pillola e a fornire informazione corretta in questo senso ovunque sia possibile.

per firmare:
http://www.udinazionale.org/donne-in-italia/comunicati-udi/comunicati-udi-2014/859-petizione-no-al-codice-bianco-nei-pronto-soccorso-per-la-prescrizione-della-pillola-del-giorno-dopo.html

Dimessa dopo il parto. Dieci giorni e muore

  • Martedì, 15 Aprile 2014 13:11 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
15 04 2014

Il 2 aprile scorso aveva dato alla luce Francesco. Diventata madre per la seconda volta. Angela Giannone, 35 anni, di Venaria, era raggiante. Sfinita dalla gravidanza, dal travaglio e dal parto, ma felice. È morta, improvvisamente, l’altro pomeriggio. «Svengo, svengo», ha detto con un filo di voce alla madre. S’è accasciata sul divano. Nel giro di cinque, sei minuti, il suo cuore ha smesso di battere. E ora, su questa fine, c’è l’ombra di un sospetto. La Procura di Ivrea ha aperto un’inchiesta, perché la donna, dopo le dimissioni, aveva gambe e piedi sempre più gonfi. Aveva confessato alle amiche di aver chiesto un parere al medico, ma di essersi sentita dire: «Aspettiamo, passerà». Quale medico? Ora il fascicolo sulla vicenda è sul tavolo del pm Giuseppe Drammis, che ha ordinato l’autopsia.

Il sospetto
L’esame autoptico servirà a chiarire se la Giannone sia rimasta vittima di complicazioni post-parto sottovalutate da qualcuno. I giorni successivi alle dimissioni dal Maria Vittoria sembravano scivolare via tranquilli: «Come quando era nata Miriam, la primogenita, quattro anni fa – ricorda il marito, Fabrizio Romboli -. È stato un parto naturale ma faticoso perché Francesco pesava 4 chili e due etti». Anche l’elettrocardiogramma prima di entrare in sala era regolare. Ma qualcosa di non previsto potrebbe essere accaduto dopo il parto.

Il ricovero e le dimissioni
In reparto, dopo la nascita di Francesco, l’educatrice professionale di Venaria è rimasta quattro giorni. Torna a casa sabato pomeriggio, 5 aprile. Nell’alloggio di via Pavesio si respirava aria di festa per il nuovo arrivato. L’unica cosa che preoccupava la donna e il marito era un gonfiore ai piedi. «Erano gonfiati parecchio – conferma il marito - ma non abbiamo dato molto peso alla cosa, anche perché Angela sdrammatizzava: “Come è venuto passerà». «Anche al momento delle dimissioni dall’ospedale non aveva potuto indossare le scarpe, tanto erano gonfi i piedi», ricordano alcune amiche alle quali aveva scritto su Facebook. A casa Angela allatta Francesco al seno, sempre molto stanca, sfiancata. «La notte restava quasi sempre sveglia per dare il latte al bimbo», dice il marito.

L’ultimo weekend
La famiglia Romboli ha deciso di trascorrere sabato e domenica scorsi nella frazione Gatto di San Martino Canavese, dove i genitori di Fabrizio possiedono una casa. Doveva essere una giornata di relax per Angela. Che però, intorno alle 13,45, comincia ad accusare un dolore al petto. «Abbiamo iniziando a pranzare, ha assaggiato qualche antipasto, poi ha cominciato a lamentarsi: “Non sto bene”», racconta sempre il marito. Questione di minuti: Angela allontana il neonato dal seno, lo affida a nonno Filippo. Poi cade sul divano, perde i sensi tra i famigliari disperati che cercano di rianimarla.
«Mi è morta tra le braccia», scuote la testa disperato il papà di Angela. In località Gatto arrivano anche i soccorsi, ma la situazione è già disperata.
In un amen la notizia della scomparsa di Angela Giannone ha fatto il giro di Venaria dove lei è nata, cresciuta, e dove si è spesa nell’impegno sociale nella parrocchia di Santa Maria. «Questa tragedia mi lascia senza parole», dice don Vincenzo Marino.

facebook