E' tempo di osare, è tempo di Sciopero Sociale

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 07:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

Blog Sciopero Sociale
14 09 2015

Rimettere in cammino la sfida dello Sciopero sociale: questa la discussione che si è svolta lo scorso 5 luglio presso l’iFest; questo lo sviluppo messo in campo ad Acrobax, lo scorso giovedì 10 settembre. Un’assemblea partecipata e ricca, dedicata quasi per intero alla definizione dell’agenda politica, locale ed europea. Un momento di convergenza importante per prendere le misure e rilanciare la sperimentazione pratica sul terreno programmatico già delineato lo scorso anno: salario, reddito e welfare, fisco, governo della mobilità. A maggior ragione dopo il completamento del Jobs Act, con l’approvazione degli ultimi decreti attuativi, l’introduzione del piano Scuola, l’emergenza migranti. E mentre il governo Renzi, con la prossima legge di stabilità, si appresta a imporre nuovi e pesantissimi tagli al welfare, in particolare alla Sanità.

Restituiamo in modo sintetico le proposte condivise durante la discussione:

* 17 ottobre: giornata mondiale contro la povertà, mobilitazione europea contro l’austerità, giornata nazionale di mobilitazione per il reddito e il welfare universali. Come affermato già il 5 luglio, e dopo le verifiche fatte nei mesi estivi, il 17 ottobre ci pare una grande occasione per estendere e rafforzare la battaglia per il reddito garantito. Pretesa da sempre propria dei movimenti radicali, oggi posta all’attenzione della scena pubblica anche dal cattolicesimo di base e da Libera, dalla FIOM e dalla Coalizione sociale, dalle proposte di legge di diverse forze politiche. Pretesa, non ci stanchiamo di ripetere, decisiva per rompere il ricatto della disoccupazione giovanile di massa, della precarietà, della sotto-occupazione. Pretesa, chiaramente, che non possiamo disgiungere da quella del salario minimo europeo e del permesso minimo di soggiorno, soprattutto in questo momento epocale in cui il fenomeno migratorio pone l’urgenza di ridefinire anche il sistema di accoglienza. Senza dubbi, riteniamo oggi più che mai necessaria una mobilitazione che vada oltre i perimetri di ciascuno, con uno sguardo alle mareas spagnole in difesa delwelfare. Ancor di più perché proprio ora Renzi, dopo aver tacciato la proposta del reddito garantito di incostituzionalità e assistenzialismo, sta progettando misure caritatevoli per la famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta (Reddito di Inclusione Sociale). Fondamentale la giornata del 17 ottobre, che dovrà essere, a nostro avviso, corteo nazionale a Roma. Altrettanto fondamentale costruire una campagna comunicativa e di conflitto degli strikers, verso e oltre il 17 ottobre, che sappia attraversare con forza il piano territoriale, dimensione cruciale per l’organizzazione delle coalizioni sociali.

* Prima del 17 ottobre, tra il 2 e il 4 di ottobre, saremo in tante e tanti a Poznan, per il Transnational Social Strike Meeting. Un salto di scala necessario, per nulla scontato, che da Poznan prende le mosse. Si tratterà in prima battuta di approfondire gli aspetti programmatici, mappare e condividere pratiche e dispositivi organizzativi. Ma sarà anche fondamentale ipotizzare prime forme di comunicazione degli scioperi locali che segneranno l’autunno europeo e sperimentazioni di nuove forme di sciopero sul piano transnazionale.

* Dopo Poznan e dopo il 17 ottobre, lo Strike Meeting tornerà locale, con una due giorni di confronto serrato sugli strumenti comuni. La vera sfida avviata lo scorso anno con i Laboratori per lo Sciopero sociale va ripresa e approfondita. Alla forza degli eventi di lotta occorre accompagnare dispositivi organizzativi e discorsivi che sappiano, in modo situato e continuativo, connettere le figure del lavoro autonomo e migrante, dipendente e precario, gli studenti e i disoccupati. Lo Strike Meeting si svolgerà il 24 e 25 ottobre in una città ancora da individuare e di cui daremo presto comunicazione.

* Il 17 ottobre è una tappa, importante se inserita all’interno di un processo che riproponga e rinnovi l’esperimento dello Sciopero sociale. Tutte e tutti sono consapevoli, però, che questo secondo esperimento deve superare i perimetri soggettivi del 14 novembre dello scorso anno. Lo scontro sulla Scuola, già da solo, impone un’estensione delle relazioni sociali e sindacali. Così il campo della Coalizione sociale, il rinnovo contrattuale dei meccanici e della funzione pubblica. Auspichiamo dunque ‒ e lavoreremo in questo senso ‒ un’ampia convergenza su uno Sciopero sociale e generale che blocchi veramente il paese, con pratiche innovative e includenti. Uno Sciopero che sappia rimettere al centro il protagonismo dei e delle precarie, operai, migranti, capace nell’immediato di combattere la legge di stabilità che proprio nella seconda metà di novembre verrà approvata, imponendo una spending review recessiva a sostegno della riforma fiscale, regressiva, di Renzi.

A partire da questa prima traccia di agenda, con il desiderio che venga sconvolta da lotte inedite e impreviste, lo Sciopero sociale si rimette in cammino. È tempo di osare, è tempo di rovesciare rassegnazione e guerra tra poveri in conflitto costituente, per rompere la gabbia neoliberale.

Coalizione dello Sciopero sociale

Assemblea nazionale della coalizione per lo Sciopero Sociale

  • Lunedì, 07 Settembre 2015 08:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Blog Sciopero Sociale
07 09 2015

Sembrano passati anni dalla straordinaria vittoria dell’OXI al referendum del 5 luglio in cui il popolo greco è stato in grado di porre all’attenzione europea e globale un’alternativa possibile alla dittatura del debito e della finanza. Proprio in quella importante giornata, la Coalizione dello Sciopero sociale si metteva di nuovo in cammino indicando i sentieri su cui immaginare un autunno in grado di dare consistenza organizzativa e attitudine maggioritaria alle lotte contro l’austerity e i processi di precarizzazione nel nostro paese.

Quello che è accaduto in Grecia riguarda e coinvolge tutti, perché negli ultimi mesi l’Europa dell’austerity si è rivelata come la più potente offensiva di classe dall’alto verso il basso, basti pensare ai muri alzati contro i migranti e la gestione criminale delle frontiere.

L’attacco portato dal governo Renzi alla scuola, ai servizi pubblici e ai beni comuni, ai diritti sul lavoro, al salario e al welfare continua la sua azione implacabile. Il piano nazionale delle riforme imposto dalla Commissione EU ad un Paese ormai commissariato, ha aperto la strada all’affondo diretto contro il diritto di coalizione e il diritto di sciopero, tema su cui si è concentrato il dibattito estivo aperto dal Governo e continuato da Confindustria.

Dopo gli errori clamorosi del Ministero del Lavoro, all’ufficio propaganda di Renzi è bastato ritoccare i dati sull’occupazione per annunciare l’efficacia della riforma del mercato del lavoro e l’avvio della ripresa, proprio mentre nei prossimi giorni andrà in approvazione il decreto del Jobs Act riguardante i dispositivi del welfare to work. Ma sappiamo che disoccupazione, precarietà espansiva e carenza di reddito rimangono gli elementi strutturali ed in crescita nella vita di milioni di soggetti. Nella crisi di rappresentanza sociale delle grandi organizzazioni sindacali confederali, ormai inoffensive e trasformate in burocrazie di servizio, la Lega, responsabile delle recenti politiche di precarizzazione ha lanciato un blocco di tre giorni del paese. Ma soltanto forme inedite di coalizioni, di organizzazione e di sindacalismo sociale potranno contrastare le forze reazionarie ed unire in un auspicato sciopero sociale e generale le molteplici vittime degli ultimi 8 anni di crisi.

Respingere l’offensiva significa sperimentare coalizioni e organizzazione, connettere lavoro precario e disoccupati, lavoro autonomo e stabile, sindacalismo conflittuale e reti sociali. Praticare, verificare e reinventare continuamente un mutualismo delle lotte a partire da istanze programmatiche comuni: reddito di base, salario minimo e permesso di soggiorno minimo europei .

Costruire l’alternativa anti-austerity vuol dire ricominciare a camminare verso una campagna d’autunno dar fa vivere nei territori in connessione con i movimenti europei. Il 17 ottobre, la giornata mondiale contro la povertà, in cui la Coordination Blockupy ha rilanciato il contro vertice Ue di Bruxelles, è un’occasione importante di convergenza delle lotte nazionali e transazionali, una tappa importante per rimettere al centro nei movimenti sociali le battaglie per l’uguaglianza e per il welfare universale.

Il successivo appuntamento di Poznan del 2-3-4 Ottobre è un momento di connessione e verifica per costruire uno sciopero transnazionale e sociale e che si possa tradurre nel nostro paese, ancora una volta come lo scorso 14 novembre, coinvolgendo su tutto il territorio nazionale precari, disoccupati, cassintegrati e lavoratori autonomi. Per bloccare il paese, per chiedere reddito e diritti, per aprire una nuova stagione di protagonismo sociale.

Un inedito processo sociale tutto da costruire, con coalizioni, soggettività e reti sociali non rassegnate alla miseria del presente.

Invitiamo tutte e tutti all’assemblea pubblica che si terrà giovedì 10 Settembre presso il Loa Acrobax (via della vasca navale n.6 – Roma), a partire dalle ore 14.00 pm.

Connessioni Precarie
04 08 2015

Intendiamo contribuire al dibattito aperto da Plan C e Angry Workers perché lo riteniamo particolarmente importante in vista del meeting verso uno sciopero sociale transnazionale che si terrà a Poznan il prossimo ottobre. Di questo dibattito, compreso il più recente commento di Australian Left, condividiamo pienamente la necessità di un’analisi politica che metta sul piatto con onestà i problemi effettivi delle lotte e della loro organizzazione, e quindi l’urgenza di un discorso all’altezza di queste sfide. Non costruiremo perciò il nostro intervento su tutti i punti sollevati finora, ma ci concentreremo su alcuni nodi che ci paiono particolarmente importanti: qual è il problema dello sciopero sociale? Come pensare il rapporto tra le lotte nei singoli posti di lavoro e l’organizzazione transnazionale dei movimenti? Come affrontare il problema dell’espansività delle lotte e del rapporto tra le condizioni contemporanee del lavoro e la sua dimensione sociale?

Messo accanto alla parola «sciopero», l’aggettivo «sociale» cerca di rispondere al problema dell’organizzazione e dell’accumulazione di forza in un’epoca segnata da trasformazioni radicali dei rapporti di lavoro. Negli ultimi decenni, queste trasformazioni sono state descritte come la fine del regime di fabbrica e del lavoro operaio – spesso considerato la reliquia di un passato fordista ormai dimenticato – oppure come l’estensione della fabbrica all’intera società. Mentre cerca di afferrare cambiamenti concreti e di lungo periodo, questa lettura corre parallela al tentativo capitalistico di nascondere il lavoro operaio, relegandolo in quelle che sono state considerate le «periferie» del globo in Europa, in Asia o nelle Americhe, per dichiararne il carattere numericamente e politicamente residuale. Affermare che tutta la vita è messa al lavoro, indicare una situazione talmente generalizzata da diventare universale, rischia perciò di intrappolare in questo incanto metropolitano del capitale anche quelle sezioni del movimento che in Europa si pongono il problema di rimettere al centro della propria iniziativa il lavoro e lo sciopero. Per evitare questo rischio, e con esso quello di assecondare l’imperativo neoliberale all’individualizzazione e all’autoimprenditorialità, non è però sufficiente ridurre la nostra iniziativa al rovescio di quella del capitale. Non basta dichiarare la centralità politica del lavoro operaio, nonostante la sua presenza numericamente rilevante e la sua importanza indiscussa in ampie zone del pianeta. Non è neppure sufficiente dare visibilità al lavoro precario, come se questo fosse solo una parte del lavoro al quale garantire rappresentanza attraverso identità politico-sindacali che hanno già chiaramente dimostrato i loro limiti. È invece necessario riconoscere che, più o meno lontani dalle fabbriche, sono sorti centinaia di altri luoghi i quali, pur non avendo direttamente a che fare con la produzione materiale, non solo la rendono possibile, ma soprattutto replicano le sue modalità e l’intensità dello sfruttamento. Piuttosto che discutere della scomparsa del regime di fabbrica, allora, ci sembra necessario pensare a come esso si è trasformato, a quale logica sociale risponde, in che modo la fabbrica è direttamente connessa ad altri luoghi di lavoro.

Capire come si è trasformato il comando complessivo imposto sulla forza lavoro è essenziale a capire quale possa essere il soggetto dello sciopero sociale transnazionale. La nostra domanda può quindi essere formulata come segue: che rapporto c’è tra fabbrica e cooperazione sociale? Se la fabbrica non è più la forma esclusiva del comando capitalistico, quale scambio e quale scontro si dà tra le norme della fabbrica e le norme della cooperazione sociale, una volta che la società non ambisce più a risarcire la condizione operaia perché è stata irrimediabilmente cancellata la dimensione sociale dello Stato? Tra cooperazione sociale e lavoro c’è un conflitto latente, una crepa che non è immediatamente lo spazio dell’azione politica, ma che i movimenti hanno il compito di individuare e trasformare nella possibilità di quell’azione.

Partiamo allora da un assunto: non esiste alcuna identità tra fabbrica e cooperazione sociale che possa risolvere il problema dell’organizzazione dentro e contro la catena globale dello sfruttamento. Con una formula forse troppo semplice si potrebbe dire che non è la fabbrica a essersi estesa alla società, ma viceversa è la società che è entrata in fabbrica spazzando via il mito della sua immediata omogeneità interna. Persino nel punto più alto del «passato fordista», la cooperazione necessaria alla valorizzazione del capitale non è stata garantita semplicemente dal comando assoluto e autonomo della fabbrica e non è stata confinata al posto di lavoro, ma è stata supportata dall’esistenza di un piano universale di mediazione, ovvero dalla garanzia di un risarcimento «sociale» dello sfruttamento attraverso la concessione diritti legati al lavoro. Ben lungi dall’essere un luogo omogeneo di organizzazione del lavoro e della cooperazione, la fabbrica è oggi trasformata dal venir meno della società intesa come ricomposizione e mediazione di rapporti di potere. Ora il capitale impone il suo comando producendo individualizzazione e segmentazione dei rapporti sociali dentro e fuori il lavoro. La dimensione «sociale» del lavoro si traduce perciò in una privazione di diritti e prestazioni sociali e in una produzione di gerarchie tra gli individui al lavoro che si dispiegano su scala transnazionale. Dire che la società entra in fabbrica, allora, significa dire che i rapporti sociali sono disarticolati in segmenti che si trovano l’uno accanto all’altro e sottoposti direttamente al dominio del capitale, che non viene più neutralizzato né compensato, seppur parzialmente, come in passato. Dire che la società entra in fabbrica significa rilevare che la condizione sociale dell’individuo non è esaurita dall’essere lavoratore, sia perché gli individui hanno sempre meno un legame costante con un singolo luogo di lavoro, sia perché la posizione che ciascuno ricopre di fronte al ricatto del salario non è misurata su un insieme di diritti e doveri in teoria uguali per tutti, ma su una scala differenziale di prestazioni, benefici e sacrifici. Dal punto di vista organizzativo e politico, dire che la società entra in fabbrica significa che non esistono di fatto processi di comunicazione, dentro e fuori la fabbrica, che possano essere semplicemente rovesciati nel segno dell’insubordinazione. Il «sociale» non è più immediatamente terreno di connessione tra gli individui messi al lavoro, sia perché la cooperazione è l’effetto di una segmentazione che entra nella fabbrica imponendosi come dominio, sia perché l’assenza del welfare State e le condizioni politiche dello sfruttamento rendono sempre più difficile individuare rivendicazioni e terreni comuni di lotta. E questo è tanto più vero, quanto più ogni eventuale beneficio sociale è ancora erogato a livello nazionale, mentre l’organizzazione della produzione si dispiega su scala transnazionale.

Bisogna allora chiedersi che cosa s’intende per «catena globale dello sfruttamento». Non si tratta semplicemente di registrare le trasformazioni causate dai processi di esternalizzazione e quindi di prendere atto del modo in cui una sola merce è prodotta lungo una filiera che va dall’Europa al vicino ed estremo oriente e ritorno. Le connessioni globali dello sfruttamento lanciano la sfida di costruire connessioni altrettanto costanti tra spazi lavorativi che, pur essendo anelli della stessa catena, non sono in comunicazione tra loro e non hanno nell’immediato il potere di romperla. Per rispondere a questa sfida è importante comprendere la funzione di quella che chiamiamo la «nuova logistica europea», che non coincide con le infrastrutture che supportano la distribuzione di materie prime e di merci su scala continentale, ma con una specifica modalità di organizzare il comando e la cooperazione a partire dalla segmentazione e dalla divisione. Di conseguenza, non si tratta soltanto di individuare nodi strategici nei quali lo sciopero come blocco della distribuzione possa tradursi in un’efficace interruzione di segmenti più o meno ampi della produzione, ma domandarsi come sia possibile trasformare le connessioni globali dello sfruttamento in una comunicazione costante e sistematica tra quei segmenti. Altrettanto importante è pensare al rapporto fra produzione e riproduzione sociale, soprattutto nel momento in cui quest’ultima riscrive la tradizionale divisione sessuale del lavoro all’interno del nuovo regime della mobilità dando vita a nuove catene globali dello sfruttamento.

Pensare il rapporto tra la fabbrica e la cooperazione sociale permette allora di portare alla luce la fabbrica nascosta e di mostrare politicamente che cosa la fabbrica nasconde. L’aggettivo «sociale» deve riferirsi all’organizzazione politica dello sciopero. Si tratta cioè di costruire una comunicazione politica tra i luoghi di lavoro e della cooperazione sociale riconoscendo che il comando capitalistico che si esprime attraverso il salario agisce su scala transnazionale, che esso produce i suoi effetti dentro e fuori i luoghi di lavoro e li rende funzionali l’uno all’altro. Se il comando capitalistico si impone disarticolando il legame sociale, il fatto che i lavoratori siano concentrati all’interno di uno stesso luogo di lavoro non è sufficiente a far sì che il lavoro operaio si riconosca autonomamente come nucleo centrale della classe.

In questo quadro, il problema dello sciopero sociale transnazionale non può risolversi in una divisione del lavoro in virtù della quale i movimenti diventano il supplemento sociale di forme tradizionali di sciopero organizzate dai sindacati. Ciò significherebbe riprodurre una separazione tra fabbrica e cooperazione sociale che dà per scontata sia la capacità dei sindacati di produrre l’organizzazione del lavoro, sia la capacità dei movimenti di sottrarre la cooperazione sociale al comando del capitale, offrendo un tessuto di connessione a ciò che altrimenti è sconnesso. Dal lato dell’iniziativa sindacale, è invece sempre più evidente che anche le vertenze più radicali e di successo, come quelle nel settore della logistica in Italia, rischiano di risolversi in conquiste limitate e parziali, proprio perché confinate a un singolo settore produttivo, a una singola categoria di lavoratori, a una singola impresa, a un singolo contesto nazionale. Il carattere globale dello sfruttamento neutralizza costantemente gli esiti delle vertenze locali, mettendone drammaticamente in evidenza i limiti. Il problema non è solo la pigrizia politica di chi considera le lotte che capitano nel suo cortile di casa come le uniche rilevanti. Anche quando sono vittoriose, le vertenze locali non assumono un carattere esemplare e faticano ancor di più ad avere un significato simbolico riconosciuto, quindi una capacità espansiva. Allo stesso tempo, la solidarietà offerta dai movimenti alle lotte sul lavoro non risolve il problema della loro politicizzazione, perché si scontra con il limite dell’allargamento e deve essere ripensata alla luce del rapporto tra l’interno e l’esterno dei luoghi di lavoro. L’iniziativa locale, mutualistica e comunitaria, deve fare i conti con una società che si configura globalmente come assenza di legame. Al di là della funzione che le strutture mutualistiche possono avere in caso di scioperi di successo, parlare di «socializzazione della società» significa sottovalutare il fatto che, mentre si dà in termini di individualizzazione e isolamento, l’idea della società come possibile luogo di composizione degli interessi rafforza l’illusione di una cooperazione sociale di per sé svincolata dal dominio e dal ricatto che la legano alla produzione. Così, si rischia di indicare la via di una ricomposizione che, invece di fare i conti con le contraddizioni esistenti, tende a escluderle per costruire la propria omogeneità interna e difficilmente esce dai confini dell’attivismo esistente.

Una «ricomposizione di classe» che immagini la classe operaia come un soggetto unitario e omogeneo non è un progetto praticabile oggi. La classe operaia è una moltitudine attraversata da differenze che sono strategicamente rilevanti per aggredire punti cruciali delle catene globali dello sfruttamento. Lo sciopero sociale transnazionale dovrebbe allora muoversi simultaneamente in due direzioni, capaci di fare valere politicamente tanto i caratteri generali del lavoro contemporaneo, quanto le differenze che lo attraversano fuori e dentro la fabbrica, fuori e dentro i luoghi di lavoro. Mobilità e precarietà ci sembrano i caratteri generali a partire dai quali pensare l’organizzazione su una scala realmente transnazionale. Mobilità e precarietà sono simultaneamente l’effetto delle politiche dell’Europa e dei suoi Stati e ciò che queste politiche non riescono mai a governare fino in fondo, al punto da doversi imporre con violenza per realizzare un comando efficace sui movimenti del lavoro. Tuttavia, per creare materialmente uno spazio condiviso dove i limiti del comando capitalistico possano essere evidenziati e dove l’isolamento possa essere rotto da una comunicazione capace di produrre mobilitazione espansiva e continua, è necessario far valere politicamente le differenze che attraversano il lavoro contemporaneo.

In questa direzione ci sembra strategicamente rilevante l’individuazione di rivendicazioni condivise. Esse non costituiscono di per sé una soluzione, né risolvono il rapporto con le istituzioni, benché possano forzarne i limiti. L’individuazione di rivendicazioni condivise va considerata come una possibilità di produrre comunicazione politica e organizzazione attraverso i confini, di creare una connessione tra segmenti altrimenti separati dal dominio del capitale. Parlare di salario minimo europeo significa stabilire un rapporto tra le lotte sui posti di lavoro capace di aggredire il comando capitalistico lungo le catene globali dello sfruttamento in ogni singolo punto. Significa trovare un collegamento politico sistematico tra il lavoro operaio e le molteplici figure del lavoro precario che si dispiegano lungo una medesima filiera. Significa superare i limiti che la contrattazione collettiva nazionale ormai incontra ovunque, rilanciando lo scontro su un livello più alto. Parlare di reddito minimo e welfare europei significa riconoscere il modo in cui la società è entrata nella fabbrica, riconquistare quote di potere sociale contro la segmentazione e l’impoverimento del lavoro, a partire dal rapporto indissolubile tra la precarietà nel lavoro, quindi il salario, e le trasformazioni contemporanee del welfare. Parlare di un permesso di soggiorno minimo europeo per tutti i migranti significa infine assumere i movimenti del lavoro vivo come elemento di forza e non più solo di debolezza, riconquistando la possibilità pratica di sottrarsi ai regimi di globali dello sfruttamento e del governo della mobilità.

Queste rivendicazioni non possono essere separate l’una dall’altra e non possono essere considerate prerogativa di questo o quel segmento del lavoro. Piuttosto, è il loro rapporto ciò che dovrebbe permetterci di innescare una comunicazione politica efficace attraverso i confini delle categorie, dei luoghi di lavoro, degli Stati. Queste rivendicazioni possono costituire il terreno di una connessione reale tra precarie, migranti e operai e offrire gli strumenti per una politicizzazione dello sciopero sociale su scala continentale. Affermare il carattere europeo di queste rivendicazioni significa aggredire le condizioni politiche dello sfruttamento al livello delle istituzioni europee, sottraendo le lotte a un orizzonte esclusivamente nazionale che, come dimostra la vicenda greca, rischia di essere continuamente schiacciato dal comando finanziario dell’Unione.

Per tutte queste ragioni è per noi fondamentale che l’assemblea verso lo sciopero sociale transnazionale si svolga a Poznan: la scelta conferisce centralità a un luogo che il comando del capitale pretende politicamente periferico. La nostra scommessa è invece quella di rovesciare questa pretesa, indicando quei luoghi strategici lungo le catene globali dello sfruttamento dove sono più evidenti gli effetti dell’irruzione della società in fabbrica. Dove, in altri termini, all’intreccio tra regime del salario, governo della mobilità e segmentazione del legame sociale si rende più evidente la posta in gioco globale della nostra iniziativa.

Il sindacalismo sociale vince a Roma

  • Martedì, 28 Luglio 2015 08:16 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
28 07 2015

Le lavo­ra­trici e i lavo­ra­tori del cen­tro di ria­bi­li­ta­zione Ce.Fi. Ciam­pino hanno vinto. L’incontro con le camere del lavoro auto­nomo e pre­ca­rio (Clap). Sto­ria della prima ver­tenza di un nuovo modo di fare sindacato
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I tren­ta­sette dipen­denti, fra tera­pi­sti, ammi­ni­stra­tivi e medici del cen­tro di ria­bi­li­ta­zione neu­ro­mo­to­ria e logo­pe­dica Ce.Fi. di Ciam­pino (Roma) hanno vinto la bat­ta­glia. Per oltre un anno hanno lavo­rato senza sti­pen­dio con pazienti con vari gradi di disa­bi­lità e si sono auto-organizzati con la rete del sin­da­ca­li­smo sociale delle Camere del lavoro auto­nomo e pre­ca­rio (Clap) di Roma. Oggi hanno tro­vato la solu­zione a uno dei rebus della sanità locale.

Nicola Zin­ga­retti, pre­si­dente della regione Lazio, ha fir­mato un decreto com­mis­sa­rio che vol­tura l’accreditamento defi­ni­tivo dal Ce.Fi. all’Associazione Ita­liana Ria­bi­li­ta­zione e Rein­se­ri­mento Inva­lidi (Airri) — gestore di cen­tri di ria­bi­li­ta­zione nel Lazio e in altre regioni — che ha assi­cu­rato la riat­ti­va­zione dei ser­vizi secondo i ter­mini pre­sta­bi­liti. L’Airri farà ripar­tire il cen­tro di ria­bi­li­ta­zione, garan­tendo la con­ti­nuità del ser­vi­zio, il paga­mento degli sti­pendi e dei com­pensi non ero­gati dal Ce.Fi, pari a 12–14 men­si­lità, che saranno recu­pe­rati a rate. Il cen­tro di Ciam­pino è salvo e, con lui, i posti di lavoro dei dipen­denti e dei pro­fes­sio­ni­sti a par­tita Iva. I pazienti in lista d’attesa potranno ripren­dere le cure, bam­bini e per­sone con disa­bi­lità potranno affi­darsi agli spe­cia­li­sti che li hanno seguiti nono­stante le con­di­zioni proi­bi­tive di (non) lavoro. Il cen­tro di ria­bi­li­ta­zione ambu­la­to­riale e domi­ci­liare (Ce.Fi.), ope­ra­tivo sul ter­ri­to­rio di Ciam­pino dal 1974, è stato uno dei nume­rosi cen­tri sani­tari privati-convenzionati che rap­pre­sen­tano il 75% della sanità laziale.

Dall’ente gover­nato dal centro-sinistra di Nicola Zin­ga­retti ha rice­vuto un bud­get da 1 milione di euro annuo per 143 posti in con­ven­zione, il 20% dei quali desti­nati ai bam­bini con disa­bi­lità moto­rie o cogni­tive. Un ser­vi­zio fon­da­men­tale, visto che nella zona tra Roma sud, Morena e Vel­le­tri non ne esi­stono di simili per un’area che conta almeno mezzo milione di abi­tanti. Ritardi di paga­mento della regione e la mala gestione del cen­tro hanno por­tato al tra­collo: 1,7 milioni di euro di debito con Equi­ta­lia. In que­sto con­te­sto, i lavo­ra­tori hanno fatto la scelta di auto-organizzarsi con le Clap, una nuova forma di sin­da­cato che lavora con par­tite Iva e pre­cari ed è basato, da oltre un anno, nelle Offi­cine Zero occu­pate nella zona di Por­to­nac­cio a Roma, nell’atelier Esc a San Lorenzo, Lab Puzzle e al cen­tro sociale Corto Cir­cuito. Insieme hanno aperto una ver­tenza con la regione Lazio che ora è arri­vata ad una svolta gra­zie al lavoro dei con­si­glieri regio­nali Marta Bona­foni e Simone Lupi, del sin­daco di Ciam­pino Gio­vanni Ter­zulli, Satur­nino Sal­va­gni, del Vice­go­ver­na­tore del Lazio Mas­si­mi­liano Smeriglio.

“Que­sto risul­tato ci dà una gioia che can­cella la fatica e rende tutto meno opaco – afferma Fran­ce­sco Rapa­relli delle Clap — Una vit­to­ria otte­nuta dalla nostra mobi­li­ta­zione, capace di bat­tere lo scon­forto e la soli­tu­dine, la fram­men­ta­zione e la com­pe­ti­zione che segna il mondo del lavoro soprat­tutto di fronte alle crisi azien­dali”. Venerdì 24 luglio i lavo­ra­tori rac­con­te­ranno que­sta sto­ria in una con­fe­renza stampa al comune di Ciampino.

Connessioni Precarie
15 07 2015

L’austerità è la nuova normalità in Europa. Negli ultimi anni, le politiche monetarie sono state usate per realizzare riforme del lavoro neoliberiste, privatizzazioni dei beni comuni, tagli al welfare e ai diritti civili. I governi europei e le istituzioni finanziarie usano il debito e parametri tecnici come strumento politico per mettere lavoratori e popoli gli uni contro gli altri, come dimostra il ricatto contro la Grecia. Un nuovo governo della mobilità sta creando gerarchie tra le regioni europee e sta cercando di limitare i movimenti dei migranti dall’interno e dall’esterno dell’Unione Europea. Le catene globali della produzione e della riproduzione attraversano lo spazio europeo usando le differenze tra i regimi del salario e le legislazioni sul lavoro per fare profitti, producendo una forbice crescente tra i pochi ricchi e i molti poveri. A causa delle esternalizzazioni e del sistema dei subappalti la forza e il potere degli scioperi è messa in discussione.

Le molte lotte che attraversano l’Europa sul salario, la casa, il welfare e la libertà di movimento stanno aggredendo, da diversi lati, l’attuale attacco alle condizioni di vita e di lavoro. Tuttavia, di fronte alla dimensione transnazionale di questo attacco, esse devono affrontare il problema di come superare il loro isolamento e trovare priorità comuni. Le nuove forme di mutualismo e di auto-organizzazione locale si confrontano con le difficoltà dell’allargamento e della comunicazione con le lotte sul salario e sulle condizioni di lavoro e di vita. Le divisioni tra lavoratori a tempo indeterminato, determinato e disoccupati, tra migranti e locali, tra settori formali e informali creano ostacoli all’organizzazione di lotte vincenti dentro e fuori dai luoghi di lavoro, attraverso tutta la società. Mentre i sindacati, le associazioni e i movimenti concentrano le loro azioni soprattutto sul piano nazionale, la dimensione transnazionale del governo europeo della mobilità e del lavoro richiede la capacità di costituire un potere sulla stessa scala dell’attacco sferrato.

Di fronte a questa situazione, vogliamo costruire un processo verso uno sciopero transnazionale e sociale capace di creare connessioni, organizzazione, comunicazione transnazionale e forza tra le lotte sociali e sul lavoro. Lo sciopero sociale transnazionale parte dai limiti delle forme tradizionali di lotta e di organizzazione sindacale, e dalla perdita di potere che gli scioperi, anche se generali, hanno subito a causa della precarizzazione e della dimensione transnazionale della produzione. Lo sciopero indica una pratica e un processo di organizzazione che afferma la necessità di riportare il lavoro, in tutte le sue forme, al centro dell’agenda dei movimenti. Nello stesso tempo, la questione è come rendere lo sciopero sociale transnazionale un processo di organizzazione capace di estendere la scala dell’insubordinazione esistente e produrre nuove e più potenti lotte, dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Dopo l’assemblea a Francoforte dello scorso 19 marzo, vogliamo fare un passo avanti e incontrarci a Poznan il 2-3-4 Ottobre. La location offre l’opportunità di favorire la partecipazione a quei paesi dell’Europa orientale che si trovano al centro dell’attuale regime di sfruttamento e di promuovere uno scambio tra lotte sociali e sul lavoro attraverso i confini e le regioni. In una tre giorni di discussioni, assemblee e workshop vogliamo continuare a confrontarci sulle situazioni locali, condividendo esperienze e tattiche, e a discutere di come costruire una prospettiva politica capace di essere un punto di riferimento per le lotte esistenti e per quelle a venire. Come organizzare resistenze e rivendicazioni di fronte al carattere transnazionale della produzione? Come costruire un sapere comune sulle differenti condizioni? Come scioperare laddove i confini tra il dentro e il fuori dai posti di lavoro si stanno dissolvendo? Le rivendicazioni di un salario minimo, un welfare, un reddito e un permesso di soggiorno minimo europei possono funzionare come strumenti di organizzazione transnazionale e di connessione delle lotte già esistenti in diverse città e paesi dell’Europa e oltre? Come organizzarsi collettivamente contro la frammentazione e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro? Come creare connessioni tra lavoratori «garantiti» e lavoratori precari? Come attaccare le condizioni sociali dello sfruttamento?

Chiunque sia interessato a costruire questo processo e a contribuire alla sua organizzazione è il benvenuto al meeting.

Programma:

Venerdì 2 Ottobre (tardo pomeriggio):

Introduzione

Tavola rotonda: sfide e possibilità di uno sciopero sociale transnazionale

Sabato 3 Ottobre:

Plenaria iniziale

Due sessioni di workshop (3 ore l’uno)

Domenica 4 Ottobre (fino al primo pomeriggio):

Report dei workshop e assemblea generale

Workshop:

Ciascuno può proporre e organizzare un workshop. Consigliamo di costruire i workshop con almeno tre gruppi già in una dimensione transnazionale. Ogni workshop dovrà essere introdotto da un breve testo. Chi vuole organizzare un workshop, mandi una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. La scadenza per la preparazione dei workshop è il 7 Settembre 2015.

In linea con i contenuti del testo di convocazione, pensiamo che i workshop dovrebbero considerare alcuni temi generali come focus principale. Siamo interessati a discutere come le catene transnazionali della produzione e della distribuzione – e la loro combinazione con operazioni finanziarie – hanno trasformato la produzione e, quindi, come le lotte sul lavoro e gli scioperi debbano essere ripensati, compreso cosa significhi oggi organizzarsi all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro. Pensiamo sia fondamentale affrontare il ruolo del lavoro migrante e della mobilità, il problema della precarietà e della disoccupazione e le trasformazioni del sistema di welfare come parte dell’organizzazione transnazionale del lavoro. Infine, crediamo sia un obiettivo importante del meeting discutere ed elaborare possibili rivendicazioni comuni. Intendiamo queste rivendicazioni più che come semplici rivendicazioni, come strumenti per organizzarsi e per promuovere una comunicazione transnazionale laddove lo sfruttamento e il comando producono divisioni e gerarchie.

Chi pensa di partecipare al meeting è pregato di mandare una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 Settembre per aiutarci a organizzare il pernottamento e i pasti. La principale lingua di comunicazione sarà l’inglese, ma cercheremo di offrire traduzioni in altre lingue e per questo chiediamo di annunciare in anticipo se ci sarà bisogno della traduzione.

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