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Sgombero e rioccupazione di SCuP: una pioggia di denunce

  • Martedì, 28 Luglio 2015 11:58 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 07 2015

Il 7 maggio 2015, all’alba, veniva sgomberato SCUP, spazio occupato a San Giovanni. Il 7 maggio 2015, al tramonto, veniva occupato il nuovo SCUP da un corteo cittadino che denunciava lo sgombero, ma anche l’arroganza e le procedure anomale utilizzate dalla proprietà a scapito della volontà di un intero territorio.

Nelle ultime ore stanno sopraggiungendo decine di denunce per quei fatti. La celerità, generalmente anomala alla magistratura romana, ci restituisce l’idea che evidentemente quella giornata non sia andata molto giù all’amministrazione, al prefetto e alle forze dell’ordine.

In effetti, ammettiamo, che le facce basite della questura siano un ricordo piacevole di quel pomeriggio. Ma ancor più soddisfacente è stato vedere tanti e tante, dopo essere stati tutta la mattina sotto al sole inermi a vedere le ruspe fare a pezzi Scup, attraversare le strade di San Giovanni con il preciso intento di non far precipitare nelle macerie la ricchezza che quello spazio ha significato per il territorio.

Nato da quella voglia collettiva, infatti, Scup ha ritrovato non solo casa, ma una vera complicità con la Roma solidale. Una soluzione di continuità che leggiamo come una piccola ma significativa vittoria, e certo non scontata nella fase che stiamo attraversando. Una fase che a suon di sgomberi, intimidazioni, ammende economiche e svendita del patrimonio pubblico al miglior offerente privato, sta determinando un tabula rasa ed un’aperta guerra agli spazi sociali.

Come rete per il diritto alla città abbiamo ben chiaro che le coercizioni che gli spazi sociali ed i suoi attivisti subiscono sono il ritratto di un cambio di paradigma più generale. Non è una casualità che proprio in questi giorni di afa, la giunta Marino (sotto lo scacco direttivo della segreteria nazionale del PD), stia sancendo la definitiva messa a bando di un gran numero di servizi, dal trasporto alla gestione dei rifiuti, per citarne qualcuno. Così, mentre i romani in questi giorni afosi trovano rinfresco tra i nasoni di Roma (ancora per poco pubblici), la versione renziana della giunta Marino sta meschinamente predisponendo una sicura – ma non piacevole – doccia gelata per settembre che spazzerà definitamente quel poco che rimaneva dei servizi pubblici, di tutele sociali, garanzie e diritti.

Mentre il vergognoso scempio di Mafia Capitale ha lentamente consumato, depauperato e spremuto fino al midollo le casse del Campidoglio rendendo proficue persino le emergenze sociali, Roma viene investita dall’ignaro compito di essere archetipo e modello da seguire per risanare il dilapidato debito di bilancio comunale. E allora ecco che parallelamente a qualche bacchettata moralista contro il corrotto di turno e alla privatizzazione strategica delle politiche sociali e dei servizi, compaiono grandi e piccoli processi speculativi che in nome della rendita finanziaria ed immobiliare cementificheranno lupaettari di verde a Roma Sud per costruire il “necessario” stadio della Roma, costruiranno centri commerciali a Tor Pignattara, capovolgeranno la città in nome della candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024.

Siamo di fronte ad una città allo sbaraglio, dove le sacche di resistenza, di denuncia politica e contrarietà vengono pedissequamente colpite in termini repressivi, mentre il resto di Roma si trova nel mezzo tra l’incudine del populismo grillino e il martello di una destra fascista che rimodula il suo pericoloso intervento politico e sociale. Una città che nel sociale cavalca la dottrina del decoro scambiando e riducendo il concetto di “qualità della vita” a quello della “sicurezza” e nel politico istituzionale propone l’uscita neoliberista di Mafia Capitale.

Che la situazione fosse complicata lo sapevamo da tempo ed è per questo che è da altrettanto tempo che stiamo sperimentando e scommettendo su forme nuove di rapporti sociali, su nuovi processi di definizione delle relazioni, di complicità, di mutualismo e di cooperazione che provino a ristabilire un equilibrio ed un’equità sociale che ad oggi è ridotta all’osso. L’esperienza di Roma Comune è stata solo l’inizio e non saranno certo le ennesime denunce intimidatorie che fermeranno le nostre rivendicazioni.

Una città come Roma non si amministra con gli sgomberi

Internazionale
13 05 2015

E così qualche giorno fa a Roma hanno sgomberato Scup. Ossia un palazzo a via Nola, tra San Giovanni e Pigneto, che era stato occupato tre anni fa e riqualificato, fino a diventare uno spazio multifunzionale (cucina, biblioteca, palestra popolare, cinema, ludoteca, anche luogo di incontro per l’associazionismo). A dire la verità, Scup non è stato solo sgomberato: sono arrivate le ruspe alle 6 del mattino e hanno distrutto quello c’era, raso al suolo le mura.

Nonostante la violenza dell’azione di sgombero, c’è da dire che per molti versi non è stata una sorpresa. Sono almeno un paio d’anni che la questione degli spazi pubblici a Roma viene considerata un mero problema di ordine pubblico. Per esempio a febbraio scorso le ordinanze e i sigilli erano toccati al Rialto, e nel 2014 all’Angelo Mai, al Valle, al cinema America. Certo, ognuno di questi spazi ha una storia a sé (in alcuni casi ci sono delle trattative in corso, in altri il posto è stato riassegnato), ma che ci sia una tendenza a considerare la questione solo dal punto di vista dell’ordine pubblico è chiaro anche dalla notizia di un altro sgombero, quello di un insediamento di migranti, tra cui vari rifugiati eritrei, a Ponte Mammolo.

A essere costante è anche l’imbarazzo dell’amministrazione comunale, o almeno di parte di essa. Ogni volta il vicesindaco Luigi Nieri (Sel) rilascia sconfortate dichiarazioni del tipo: “Non voglio entrare nel merito delle decisioni della magistratura, ma queste realtà vanno difese”. Il che lo fa sembrare più un simpatizzante o addirittura un attivista che un uomo di governo. E lascia capire, quanto meno, che questa ondata di sgomberi sia l’espressione di una tensione tra poteri, in cui la giunta comunale di Ignazio Marino o è connivente o è imbelle.

Gli occupanti di Scup, mentre le ruspe ancora erano in azione, hanno trovato un altro luogo abbandonato, un vecchio deposito molto malmesso a via della Stazione Tuscolana, e da una settimana sono all’opera per ricostruire, con molta fatica, l’esperienza di Scup. Tre giorni fa sono stato a un’assemblea molto partecipata (duecento persone) in cui ci si chiedeva come riorganizzarsi, controllare che non ci siano strutture pericolanti, rimuovere i calcinacci, eliminare la polvere, programmare attività.

Quando si ha a che fare con le occupazioni ci si accorge che mostrano sia un’esigenza sia una proposta e che le amministrazioni non sono in grado di capire.

In un’intervista che feci qualche mese fa all’assessora alla cultura Giovanna Marinelli a proposito della disastrosa – non per colpa sua – situazione dei teatri a Roma (sì, agli sgomberi vanno aggiunte le chiusure del Palladium e dell’Eliseo, per dire, il taglio dei fondi al festival RomaEuropa, il collasso di molti piccoli teatri), lei distingueva giustamente le diverse situazioni e poi difendeva una politica capace di far interagire il pubblico e il privato, a seconda dei casi (“Il teatro del Lido a Ostia l’abbiamo pensato con una gestione diversa da quella del Quarticciolo”).

Ma su una questione sembrava impreparata: l’idea che la gestione del teatro Valle si potesse trasformare in una fondazione dei beni comuni, ossia in quel progetto politico-amministrativo che era nato e cresciuto nei tre anni di occupazione del teatro. “Mi sembrano immaturi”, disse, e più che un’affermazione ingenerosa e liquidatoria, mi parve riflettere un pregiudizio culturale e un deficit politico.

Quello che non viene riconosciuto da amministratori pur abili come Marinelli è che né il pubblico né il privato intercettano alcuni bisogni della città sempre più pressanti, né riescono a valorizzare una vitalità artistica e immaginativa.

Parliamo ancora di teatri. Non c’è bisogno di ricordare come dal Rialto, per esempio, o dal Valle, o dal Kollatino Underground, siano venute fuori tra le compagnie più interessanti della scena romana degli ultimi dieci anni, e come di fatto uno spazio occupato come il Nuovo Cinema Palazzo sia uno dei pochi posti dove poter vedere spettacoli interessanti oggi.

E che se è vero che per fortuna ci sono direttori capaci di gestire spazi pubblici (Antonio Calbi al Teatro di Roma) o spazi privati (Fabio Morgan al Teatro dell’Orologio), la maggior parte dei teatri a Roma è in mano a dei locatari, a gente che affitta la sala e guadagna in questo modo, senza nessuna progettualità artistica, spesso senza nemmeno sensibilità teatrale: cercando di far cassa sull’economia dell’offerta, invece di provare a far crescere la domanda.

Per questo negli ultimi anni, gli attori, i registi, gli scenografi, i tecnici hanno cominciato a occupare. Non in nome di una libertà artistica, come poteva essere nelle cantine degli anni settanta, ma semplicemente per poter fare teatro, per incontrare un pubblico. Con una concezione delle politiche culturali che, anche nei casi in cui è spontanea, mostra un che di rivoluzionario.

Questa rivoluzione è quella descritta in un libro importante uscito qualche settimana fa per Derive Approdi, Del comune, o della rivoluzione nel XX secolo di Pierre Dardot e Christian Laval: ed è la sfida di rivendicare un diritto d’uso che vada a sostituire il diritto di proprietà.

Facciamo un esempio: il processo costituente avviato durante l’occupazione del Valle – la scrittura dello statuto della fondazione – andava proprio in questa direzione. Tentare di fare tesoro del fatto che decine di migliaia di persone sono entrate nel teatro non solo per vedere gli spettacoli, ma per partecipare ad assemblee, per tenere puliti gli spazi, per dare e ricevere formazione, per progettare spettacoli.

Quello che non è stato compreso in quel caso è che gli occupanti, e anche i semplici utenti, non erano semplicemente contro la privatizzazione o per il recupero del teatro alla gestione pubblica, ma ambivano a governare direttamente quel luogo. In nome del fatto che lo “usavano” (il che vuol dire anche lo custodivano, lo volevano trasformare, l’avevano imparato a vivere veramente come loro), volevano ripensare delle regole che fossero adatte al reale uso che le persone richiedevano. Biglietti accessibili, per esempio, aperture lunghe, gestione partecipata, ampliamento delle funzioni.

I critici delle esperienze di occupazione, che sia quella del Valle o quella di Scup, le stigmatizzano accusandole di essere delle privatizzazioni di fatto, che operano nell’illegalità. Questi critici non notano che queste esperienze incarnano delle forme di cittadinanza molto matura, studiata e presa a modello da studiosi dei beni comuni come Elinor Ostrom, che Dardot e Laval citano spesso per sottolineare soprattutto “le pratiche del comune”, piuttosto che i beni comuni. Non si tratta di appropriarsi di qualcosa, ma di renderlo utilizzabile, e vivo.

All’interno della società esistono delle modalità collettive di accordarsi e di creare regole di cooperazione non riconducibili al mercato e allo stato. E questo può essere empiricamente dimostrato in quei numerosi casi in cui dei gruppi hanno fatto a meno della coercizione statale o della proprietà privata.

Il punto è questo: che fare della qualità dell’organizzazione espressa dalle occupazioni? E delle relazioni che si creano? Le buttiamo? Le riduciamo a un problema di ordine pubblico?

Ecco che anche senza studiarsi Dardot e Laval, per leggere quello che accade a Roma basta l’evidenza. Chiunque può riconoscere che viviamo in una città asfittica, provinciale, governata come si può o da una gestione pubblica che ha sempre meno fondi o da società private che erodono pezzi sempre più significanti di amministrazione (come ben racconta per esempio Tomaso Montanari nel suo ultimo Privati del patrimonio). O ancora: una città perduta tra le retoriche dell’indignazione (quelle incarnate da siti tipo romafaschifo, prese in giro da Zerocalcare domenica scorsa su Repubblica e criticate da dinamopress) e un’invasione commerciale che sta trasformando in pochi anni una presunta e potenziale metropoli in una fiera.

In un giorno qualunque, andate a farvi un giro in una qualunque delle periferie vecchie e nuove – Ponte Mammolo, Casalotti, Spinaceto, Palmarola – per vedere come sono luoghi che vivono solo del riflesso di quello che non possono essere, senza nessun progetto se non quello di una sempre più evanescente “riqualificazione”.

Oppure, andate a farvi una passeggiata nel centro storico: la “grande bellezza” è solo una proiezione, che si dissolve nel fumo di decine di nuovi negozi di patatine olandesi o delle costose apericene di sedicenti wine bar. Non esiste uno spazio in cui non si debba pagare per entrare: e quest’economia quasi mai produce relazioni, cultura, e alla fin fine sicurezza (cos’altro è la cosiddetta movida con le risse di Campo de’ Fiori se non un rituale riot del consumo?). Così il tentativo meritorio di Andrea Valeri, l’assessore alla cultura del primo municipio, di censire per poi riassegnare gli spazi abbandonati del centro, ha incontrato di fatto solo ostacoli.

Roma – e non è un caso isolato – è una città logora, che viene abusata invece di essere usata. Il mancato decoro è l’evidente riflesso di una città non vissuta dai suoi stessi abitanti. Le casse comunali si riempiono grazie alle licenze commerciali e alle multe di chi cerca di accedere agli spazi comuni senza riuscirci: varchi elettronici e strisce blu finiscono per diventare il dispositivo di un’amministrazione classista della città.

Quaranta anni fa un assessore alla cultura, Renato Nicolini, portava alla luce, con l’estate romana e la politica dell’effimero, l’ambizione di far sentire i cittadini parte di un vissuto comune.

E per questo è ovvio che se quest’idea di città non parte da un desiderio di appartenenza, ma di consumo, non si potrà mai pensare di modificarne la cultura del governo, e sarà sempre una città amministrata sul filo dell’emergenza o sull’orlo del tracrollo.

Globalist
08 05 2015

Vale di più la vetrata di una banca o un posto dove i bambini possono fare vita sociale, dove leggere, fare palestra, dove posso andare bimbi autistici? Non si sa, sicuramente dopo aver letto le parole del vicesindaco Luigi Nieri, viene da pensare che nella Capitale col cavolo che comanda l'amministrazione. Comandano altri poteri, in grado di cacciare via occupanti che rendevano attivo, partecipato e utile un edificio abbandonato, per restituire la proprietà vuota nelle mani di proprietari che non potranno fare altro che lasciarla così. Abbandonata. Se l'amministrazione non cambia destinazione d'uso.

Una storiaccia brutta brutta. Che fa venire in mente i Superpoteri di Mafia Capitale. Riassunti così da un comunicato del Teatro Valle Occupato, altra storia vergognosa di uno sgombero fine a se stesso, capace solo di privare la città di un luogo vivo di cultura.

Cos'è Scup? Chi sono Morelli-Pagliuca, i proprietari dell'immobile di via Nola, il cui sacro diritto di proprietà - l'unico garantito da questa amministrazione comunale e da questo governo - è stato oggi ristabilito a colpi di ruspa e mucchi di macerie? Cos'è legale, cos'è illegale? Dove sta la giustizia? ... Morelli-Pagliuca, i due capitani coraggiosi proprietari dell'immobile dove aveva sede SCUP, e che oggi hanno mandato le ruspe, lo comprarono all'asta dal Demanio nel 2012. Il Demanio, in attesa del lento passaggio di proprietà, per un po' di mesi intanto sborsò 20.000 euro di soldi pubblici d'affitto al mese ai nostri due valenti imprenditori.

Ma i due investirono altri danari in città! Sempre all'asta, altro momento generatore di miracolose moltiplicazioni di capitali, acquistarono un capannone in un'ex-area industriale sul G.R.A. all'estrema periferia est di Roma. Pochi mesi dopo, il magazzino abbandonato e senza finestre, registrato al catasto c/2 come deposito merci, per miracolo viene individuato dal direttore del dipartimento Servizi sociali dell'era Alemanno, Angelo Scozzafava ("Scozzi" per il suo caro amico Carminati), indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso nelle indagini su Mafia Capitale (che riceveva biglietti d'auguri dal noto Salvatore Buzzi "per un 2013 pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori"), quale struttura idonea per ospitare i nomadi sgomberati dai campi. Un magazzino/capannone industriale senza finestre, senza luce, circondato da filo spinato!

Le gestione della struttura viene affidata, in affidamento diretto e senza alcuna gara d'appalto, alla cooperativa InOpera che la gestisce dal 2012 e la continua a gestire ancora oggi (all'opposto delle promesse della giunta Marino), anche dopo i dossier e le denunce sul suo vergognoso stato di degrado apparse su ogni organo di stampa grazie al lavoro dell' Associazione 21 luglio. La gestione della struttura, che si chiama senzavergogna "Best House Rom", dove vivono circa 300 rom di cui la metà minori e "dove è in atto una sistematica violazione dei diritti umani" (Commissione diritti umani della Camera) costa al Comune di Roma 3 milioni di euro all'anno di finanziamenti pubblici dati alla cooperativa. Il 90% sono costi di gestione della struttura.

Pietro Manigas

Sgomberato SCUP, tutti in via Nola!

  • Giovedì, 07 Maggio 2015 08:24 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Dinamo Press
07 05 2015

In corso lo sgombero dello spazio, ruspe e operai all'interno stanno radendo al suolo l'edificio. Attivisti in presidio al di fuori dei cancelli. Lanciata conferenza stampa ore 11,30.

In mattinata, alle prime luci dell'alba, l'intervento dei carabinieri nello spazio occupato in via Nola, quartiere San Giovanni. Numerosi blidati e automezzi hanno circondato lo stabile e hanno eseguito lo sgombero. Attualmente all'interno dello stabile sono presenti due ruspe e una squadra di operai che stanno demolendo l'edificio. Già rasa al suolo la palestra e l'ingresso principale dello stabile. Alle 11,30 è stata convocata una conferenza stampa.

Fuori dallo spazio è in corso un blocco stradale da parte degli attivisti del centro sociale e della Rete per il Diritto alla Città.

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07 05 2015

Sono cominciate all'alba le operazione di sgombero di Scup, lo spazio sociale occupato in via Nola a San Giovanni. Fuori l'edificio, ancora circondato da un ingente spiegamento di forze dell'ordine si stanno radunando attivisti da tutta la città ma al momento non si registrano tensioni. Scup, acronimo che sta per "Sport e cultura popolare", ospitava una palestra, una biblioteca, un'osteria, lo studio di una radio web e decine di attività sociali e culturali. "Siamo un punto di riferimento per questo territorio, un presidio di socialità e democrazia. Non ci vogliamo arrendere allo sgombero di uno spazio che era stato davvero restituito alla cittadinanza per farne un bene comune e sottrarlo alle speculazioni", racconta Bartolo uno degli occupanti accorso alle prime luci dell'alba. Le foto sui social network ritraggono le ruspe in azione mentre sventrano l'edificio. Convocata per le 11.30 una conferenza stampa.

Non è la prima volta che Scup viene sgomberato: le camionette erano arrivate già nel il 25 gennaio del 2013 ma, dopo poche settimane lo spazio era stato nuovamente invaso dagli attivisti. Nel week-end gli occupanti avrebbero festeggiato i 3 anni di occupazione, dove erano attesi per un dibattito sul futuro dell'immobile diversi rappresentanti istituzionali, tra cui il parlamentare del Pd Marco Miccoli e quella di Sel Celeste Costantino.

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