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CateneOltre 15.000 giovani italiani si trovano attualmente in Australia con un visto temporaneo di "Vacanza Lavoro". Hanno meno di 31 anni e, spesso, una laurea in tasca. Alla partenza, molti di loro neppure immaginano di rischiare condizioni di aperto sfruttamento, con orari di lavoro estenuanti, paghe misere, ricatti, vere e proprie truffe. [...] storie degradanti di molestie, abusi verbali e persino violenze sessuali.
Roberta Giaconi, Corriere della Sera ...

La rivolta degli schiavi bengalesi

Costretti a lavorare per pochi soldi anche 14 ore al giorno, una decina di migranti bengalesi, impiegati nelle "sartorie" clandestine intorno a Napoli, ha trovato il coraggio e ha denunciato alla procura la condizioni di schiavitù in cui venivano tenuti. Ora vivono sotto regime di protezione e hanno ottenuto il permesso di soggiorno.
Adriana Pollice, Il Manifesto ...

Lavoro migrante e nuovo mutualismo nelle campagne del Sud

  • Martedì, 17 Febbraio 2015 09:22 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
17 02 2015

La questione dello sfruttamento del lavoro migrante nelle filiere agricole è ormai nota all’opinione pubblica: dai braccianti africani ed est-europei impiegati nella raccolta del pomodoro nel foggiano e degli agrumi in Calabria, ai “ghetti” e alle baraccopoli che si ingrossano stagionalmente nelle campagne da Campobello di Mazara, a Saluzzo, ma anche i maghrebini, occupati nelle serre ragusane e salernitane, e gli indiani nell’allevamento e nell’orticoltura laziale. Si tratta di situazioni conosciute e spesso denunciate dai media di tutta Europa.

I braccianti stranieri sono resi vulnerabili da una serie di fattori concorrenti: dalla legge sull’immigrazione alla segregazione abitativa, dalla mancanza di alternative al caporalato per trovare un impiego a filiere agricole che impongono agli imprenditori di abbassare il costo del lavoro, fino a una crisi economica che li ha estromessi dagli altri settori produttivi. Raramente gli enti locali si impegnano per una soluzione strutturale e non meramente emergenziale del problema e, sempre più spesso, sono le piccole associazioni che provano a sostenere i lavoratori.

In questo quadro, stanno emergendo alcune pratiche di tipo cooperativo e mutualistico: progetti di agricoltura “etica” o “solidale” che vedono direttamente protagonisti – o almeno coinvolti – i braccianti. Esperimenti che partono dalla consapevolezza che, per eliminare lo sfruttamento del lavoro migrante, è necessario ripensare completamente le filiere agro-alimentari, cambiare le relazioni non solo tra datore di lavoro e dipendente ma anche tra produttori e consumatori, campagne e città. Sono progetti che si rifanno all’esperienza accumulata negli anni dai movimenti dell’agricoltura contadina, dai gruppi di acquisto e dal commercio equo-solidale, che talvolta nascono all’interno di centri sociali e che riprendono le pratiche cooperative che furono patrimonio dei grandi movimenti bracciantili italiani.

L’esperienza più nota è quella di SOS Rosarno, un’associazione che unisce piccoli contadini calabresi e braccianti africani nata dopo gli scontri avvenuti nel gennaio 2010. Attraverso la vendita diretta di agrumi, olio e marmellate ai Gas (Gruppi di acquisto solidale) di tutta Italia, SOS Rosarno non solo garantisce un reddito equo ai contadini e un salario regolare ai braccianti ma, soprattutto, sviluppa progetti politici ed economici e sostiene realtà militanti vicine e lontane.
La consapevolezza delle storture provocate dalla monocultura agrumicola nella Piana di Gioia Tauro ha portato l’associazione a dare vita a degli orti per una produzione rivolta soprattutto al mercato locale; inoltre, nel gennaio 2014 l’associazione ha promosso una campagna nei confronti di Coop Italia e di altri marchi della GDO per chiedere trasparenza sui prezzi corrisposti alle aziende agricole. Ad oggi si sta ragionando – assieme ad altre realtà – su come costruire piattaforme logistiche per la distribuzione dei prodotti dell’economia solidale.

Costituitasi sull’esempio di altre realtà agrumicole e contadine, soprattutto siciliane, SOS Rosarno ha mostrato con forza come il mondo dell’economia solidale debba mettere al centro della propria attenzione temi come lo sfruttamento del lavoro bracciantile e la devastazione ambientale di molti territori.
Accanto e assieme a SOS Rosarno altre realtà stanno provando a praticare progetti simili. Un esempio sono i “pomodori solidali”, promossi dalle associazioni Fuori dal ghetto e Osservatorio Migranti Basilicata e prodotti nel 2013 e nel 2014 da un bracciante burkinabé nelle campagne di Boreano, nel Nord della Basilicata. Nel trapanese, invece, alcune associazioni attive a sostegno dei braccianti stanno progettando la produzione di olive da tavola e olio.

Non si tratta solo di campagna: anche nelle città vi sono esperienze interessanti. A Roma, ad esempio, alcuni lavoratori africani fuggiti da Rosarno dopo gli scontri del 2010 hanno dato vita alla Cooperativa Barikamà: ora producono yogurt biologici e li consegnano in bicicletta in tutta la città. Oppure a Bari, dove l’associazione Solidaria, che supporta le rivendicazioni dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici – ad esempio attraverso l’occupazione dell’ex-liceo Socrate a scopo abitativo, ora riconosciuta dal Comune di Bari – ha prodotto nel 2014 la salsa di pomodoro Netzanet assieme ai migranti della struttura occupata.

Queste sperimentazioni, pur consapevoli dei limiti e delle contraddizioni in cui operano, si pongono l’obiettivo di dare un reddito dignitoso ai lavoratori migranti e italiani cercando l’alleanza di gruppi di consumatori consapevoli e politicizzati.
SOS Rosarno coinvolge una decina di contadini e una quindicina di braccianti: pochissimi, se pensiamo che in tutta la Piana di Gioia Tauro vi sono circa 1.500 aziende agrumicole dove, ogni anno, si riversano migliaia di lavoratori stagionali. Inoltre, la sostenibilità economica di questi progetti è sempre in bilico e le associazioni, spesso piccole e con pochi mezzi, fanno molta fatica a combinare questi esperimenti con le necessarie pratiche di solidarietà e supporto ai moltissimi braccianti sfruttati che si spostano stagionalmente in questi territori.

Per i migranti partecipare a queste esperienze è spesso difficile, perché non garantiscono immediatamente un reddito sicuro e perché è necessario stabilirsi su un territorio anche nei mesi in cui non vi sono sufficienti occasioni di lavoro, tuttavia le pratiche di mutualismo potrebbero essere un supporto importante per percorsi di rivendicazione, soprattutto se unite anche a serie inchieste sulle filiere e, eventualmente, a campagne di boicottaggio dei prodotti delle imprese che sfruttano il lavoro.

Una strada tutta da percorrere. Nonostante le criticità attuali, queste pratiche contribuiscono a mostrare le ben più acute contraddizioni delle filiere agro-industriali legate alla grande distribuzione e a ragionare sul fatto che, se si intende operare per un miglioramento delle condizioni dei lavoratori agricoli, non si può non lavorare su un’organizzazione della produzione, della distribuzione e del consumo del cibo che siano profondamente differenti da quelle attuali.

*http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/02/09/come-si-combatte-dal-ba...

Rosarno, la giovane sindacalista che sfida i caporali

  • Lunedì, 19 Gennaio 2015 10:27 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
19 01 2015

Ha guidato una manifestazione dei braccianti africani. Ha invitato in Calabria i sindacalisti senegalesi. Col furgone va nei campi alle cinque di mattina e spiega ai raccoglitori i propri diritti. Celeste Logiacco ha 32 anni ed è nata in un paese della zona. Da meno di un anno è segretaria della Flai Cgil della Piana di Gioia Tauro. Prova a fare una rivoluzione nella stagione agrumicola più difficile di sempre. “Prima o poi le cose cambieranno anche qui”, dice all’Espresso.

Lo scorso 11 dicembre ha organizzato un corteo aperto dallo striscione «lavoratori italiani e immigrati insieme per chiedere diritti». Un percorso breve per unire due luoghi simbolo: la tendopoli e il capannone. Il primo è l’insediamento del ministero dell’Interno. E' ormai al collasso, ci vivono circa mille africani, dieci per tenda. Il secondo è un capannone abbandonato nella zona industriale fantasma. Senza elettricità e bagni, è occupato dai braccianti da qualche settimana. Un edificio senza infissi. Teli neri di plastica impediscono al freddo di entrare. La scala interna non ha ringhiera.

Ma una caduta non è il pericolo più grande. C'è il rischio di incendi, dentro ci sono decine di bombole a gas. Basta una fiammella e cento tende possono diventare torce. Insieme a coperte, cartoni, stivali e valigie.

Da una fontanella i lavoratori prendono l’acqua, ma probabilmente non è potabile. Il rischio sanitario è alto, commentano gli operatori di Emergency. «Ici c’est boutique», hanno scritto gli africani all’ingresso del negozietto che vende di tutto. C’è chi sopravvive con la fede, chi con l’ironia.

Sindacato di strada
Celeste ci introduce nel suo ufficio. Ha ridipinto da sola le pareti della stanza. “Preferisco il giallo vivace, mette allegria”, spiega. Il 12 dicembre circa 150 migranti hanno partecipato a Reggio Calabria allo sciopero generale. «Per la prima volta decine di braccianti non sono andati al lavoro ma a una manifestazione per chiedere i loro diritti». Con lo stesso spirito, fa sindacato di strada. Da queste parti significa prendere un furgone e andare nei campi alle cinque di mattina. In un territorio storicamente dominato dai clan. Poi spiegare ai raccoglitori i propri diritti, sotto l’occhio dei caporali. E dei commercianti che usano i loro servizi, come dimostrano almeno quattro inchieste della magistratura. Il 18 dicembre, per la giornata del migrante, ha inviato Elisabeth Ndaye e Coumba Ndong, sindacalisti senegalesi. Anche questo un modo di globalizzare i diritti. La prossima sfida sarà quella delle vertenze. Far recuperare i soldi dai furbi delle campagne. “Aspetto quello che mi spetta da giorni e ogni volta mi dicono: richiama domani”, ci dice Steven, gambiano, che vive con altri sette compagni in una stanza del capannone.

Rifugiati, operai e napoletani
Boubakar viene invece da Dakar. O, meglio, da Livorno. Faceva l’ambulante e viveva in un normale appartamento. Lo aspettano gli amici alla fine dell’inverno. È vittima di una truffa, quella della sanatoria come colf fittizio. Ma era l’unico modo di avere un permesso di soggiorno. Lo Stato gli sottrae cento euro al mese per un pezzo di carta. Anche lui vive al capannone.

I migranti che arrivano in Calabria possono essere divisi in tre categorie. I “rifugiati”, gli “operai” e i “napoletani”. I primi provengono dall’“emergenza Nord Africa” del 2011. Da anni vivono tra centri d’accoglienza, pratiche burocratiche per l’asilo e lavoro in campagna. Gli operai lavoravano nelle fabbriche del Nord e vivevano in normali appartamenti. Sono stati i primi a pagare la crisi e a cercare nuove opportunità in agricoltura. Infine tutti gli africani che vivono nell’area di Castel Volturno (che chiamano genericamente “Napoli”) e si spostano stagionalmente per le raccolte, ma anche per organizzare negozietti e servizi ai margini dei ghetti. Nel complesso, secondo i dati di Emergency, due migranti su tre hanno il permesso di soggiorno e dunque sono perfettamente regolari.

Effetto domino
Appena arrivati, Rosarno sembra un paese come tanti. Invece è uno dei luoghi dell’economia globale. Collegato con il Brasile, la Russia e l’Africa. Braccia migranti, multinazionali del succo, grandi commercianti sono gli attori di un gioco che rischia di saltare.
La prima questione è l’embargo russo seguito alla guerra in Ucraina. A Rosarno si producono due tipi di agrumi. Clementine per i supermercati e arancia bionda da spremitura, quella che va a finire nelle aranciate industriali.

I mercati dell’Est, da qualche anno, sono uno sbocco importante per il prodotto locale da banco. La chiusura del mercato russo è stato un primo colpo. A questo si sono aggiunte le particolare condizioni climatiche. Un inverno stranamente caldo. I produttori sono esasperati, il Comune ha chiesto lo stato di calamità. Nel frattempo sono più di duemila i braccianti africani arrivati per la raccolta, molti dei quali qui per la prima volta. A loro si sommano bulgari e rumeni, in genere residenti sul territorio.

La catena
“Coca Cola è partner di Expo”, dice Coldiretti. “Usi le arance di Rosarno e le paghi a prezzi equi”. “Quattro anni fa l’amministratore delegato della multinazionale aveva incontrato l’allora ministro dell’Agricoltura Mario Catania”, dice all’Espresso Pietro Molinaro di Coldiretti. “Si era impegnato a potenziare l’attività in Calabria e a remunerare la filiera. Non ha fatto né l’uno né l’altro”.

Come funziona la catena in tutta Italia? Il produttore agricolo raccoglie le arance e le conferisce agli spremitori che, a loro volta, vendono il succo concentrato alle tre multinazionali monopoliste. I segretari della Cgil locale Celeste Logiacco e Nino Costantino evidenziano che il calcolo economico non può ignorare i diritti di chi lavora. Coldiretti si è detta d’accordo e ha coniato lo slogan “Coltiviamo gli stessi interessi”, che unisce italiani e migranti. “Con meno di 15 centesimi la filiera non è remunerativa”, evidenziano i produttori. E chiedono alle grandi aziende il rispetto della legge. Che prevede un minimo di frutta nelle bibite del 20%. Come se non bastasse, nel porto di Gioia Tauro, spesso arriva illegalmente succo brasiliano. Lo usano per “tagliare” quello locale.

Antonello Mangano

Corriere della Sera
10 11 2014

di Livia Firth e Monique Villa

La schiavitù nella filiera di produzione è uno dei temi trattati nella prossima conferenza Trust Women, che si terrà a Londra il 18-19 novembre. La conferenza è organizzata dalla fondazione Thomson Reuters; “La 27esima ora” è tra i media partner.

Ogni giorno noi eseguiamo due semplici gesti: ci nutriamo e ci vestiamo. Ma se prestiamo sempre maggior attenzione al cibo che acquistiamo, quando si tratta di moda, invece, l’origine dei prodotti raramente suscita il nostro interesse.

Nel decennio passato, assieme ai capi di abbigliamento a poco prezzo, ci hanno venduto anche una frottola, e cioè che tutti noi abbiamo il sacrosanto diritto, in virtù dei principi della democrazia, ad acquistare una maglietta a due dollari. La verità è che non vi è nulla di democratico nell’acquisto di vestiti a prezzi così poco realistici. L’equazione è molto semplice: se vogliamo più capi in vetrina, gli operai dovranno produrli più velocemente. E se vogliamo pagare di meno, allora anche i costi di produzione – compresi i salari – dovranno calare.


Oggi assistiamo al fenomeno mondiale della “moda veloce”: le marche più diffuse richiedono un ricambio settimanale e incalzante di nuove collezioni, le scorte sono tenute volutamente basse per stimolare l’accaparramento impulsivo da parte del cliente e la catena dei rifornimenti si vede costretta a rispondere all’istante alle ultimissime tendenze, modificando la produzione nel giro di poche ore. Di conseguenza, i capi di vestiario costano sempre di meno, rimpinguando le casse dell’industria globale dell’abbigliamento, che viaggia su circa 3 trilioni di dollari all’anno.

L’anno scorso, il crollo del complesso manifatturiero di Rana Plaza in Bangladesh (nella foto) – una fabbrica che produceva capi per alcune delle marche occidentali più famose – ha causato la morte di 1.200 operai. È stato il più grave incidente sul lavoro degli ultimi 30 anni e ha contribuito a far luce sul costo umano della moda veloce, costringendo finalmente il pubblico a porsi la domanda cruciale: chi c’è dietro ai vestiti che indossiamo?

La risposta si ricollega spesso a una dinamica complessa, un meccanismo di sfruttamento che è alla base della filiera moderna della produzione e affonda le radici nella povertà, nell’incuria, ma soprattutto nella corruzione, il lubrificante che muove gli ingranaggi della schiavitù moderna. Secondo Walk Free, nel mondo oggi ci sono circa 30 milioni di esseri umani ridotti in stato di schiavitù, un numero altissimo, senza precedenti nella storia, equivalente pressappoco alla popolazione complessiva di due paesi come Australia e Danimarca. Purtroppo il traffico di esseri umani è un’attività criminale in forte crescita, del valore di circa 150 miliardi di dollari l’anno, più del Pil della maggior parte dei paesi africani, e tre volte i profitti di Apple.

La schiavitù è una tragedia globale, che va ben al di là dell’industria della moda. Alcune recenti analisi hanno evidenziato il dramma dei manovali nepalesi in Qatar, pagati 57 centesimi l’ora per 20 ore di lavoro giornaliero, e degli immigrati birmani in Thailandia che vengono venduti, pestati brutalmente e schiavizzati sui pescherecci d’altura per pescare i gamberetti che finiscono nei nostri piatti.

Oggi, se confrontiamo il Pil degli Stati ai profitti netti, le multinazionali risultano più grandi e potenti di molte nazioni. Eppure, queste gigantesche entità transnazionali sfuggono impunemente a qualsiasi controllo. La catena della produzione e della distribuzione si fa sempre più lunga e complessa, e sempre di più si delocalizza la responsabilità della certificazione a soggetti terzi, che in realtà non garantiscono un bel nulla. La realtà è che persino quando le multinazionali vogliono agire con correttezza, spesso non sanno che cosa accade realmente lungo le filiere della manifattura.

E poi c’è la corruzione. Molte fabbriche in Bangladesh, dove i lavoratori hanno perso la vita, come pure centinaia di fabbriche in India, dove giovanissime operaie sono costrette a lavoro coatto, sono state sottoposte a controlli da parte di “revisori etici”. Gran parte di queste revisioni altro non sono che una messinscena assai redditizia gestita da professionisti locali corrotti, ai quali le multinazionali hanno affidato il compito di eseguire i controlli.

Secondo le Nazioni Unite, sia i governi che le aziende sono chiamati a rispondere. In altre parole, gli Stati hanno l’obbligo di stabilire per legge un salario minimo equo, e le aziende sono tenute a rispettarlo. Ma la deliberazione dell’Onu stabilisce inoltre chiaramente che pur in assenza di una legislazione precisa in materia da parte dei governi, le aziende hanno sempre l’obbligo di rispettare il diritto di tutti gli esseri umani a un salario minimo per una vita dignitosa, e pertanto hanno il dovere di intervenire in tal senso.

Un’economia sempre più globalizzata esige l’introduzione di standard e regole internazionali. Se l’aviazione civile si è dotata di normative e standard di sicurezza a livello mondiale, che cosa ci impedisce di introdurre misure universali, atte a far sparire la schiavitù dalle filiere produttive?

Una regolamentazione globale, peraltro, non è l’unica risposta. Anzi, se volessimo usare il mercato come una forza positiva, i cambiamenti sarebbero molto più veloci e incisivi. I governi ci impiegano anni a varare leggi che poi forse non sanno nemmeno far rispettare, mentre le grandi multinazionali hanno la capacità immediata di introdurre una retribuzione equa e imporre prezzi di produzione realistici, come pure di cambiare fornitori in un solo giorno, creando un vero impatto nel mercato globale e risollevando le sorti di milioni di esseri umani, semplicemente scegliendo dove far produrre i loro capi e quanto pagare i loro operai.

Un salario dignitoso è un diritto umano ed è importantissimo che i consumatori siano informati dettagliatamente del potere che hanno tra le mani. Sapremo di essere sulla strada giusta quando un vestito a 10 euro ci sembrerà non più un affare, bensì un campanello d’allarme.

 

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