LinKiesta
10 09 2015

Che la foto del piccolo Aylan sia riuscita a cambiare la percezione del conflitto siriano e del dramma dei profughi laddove anni di reportage, testimonianze e campagne di sensibilizzazione avevano fallito è un fatto. Che ci piaccia o no, una foto scattata al momento giusto e diffusa al momento giusto può cambiare il mondo, o almeno la percezione di una fetta consistente della comunità internazionale.

Se nell’era dell’immagine il click dell’otturatore di una reflex può quindi acquistare un potere enorme, questo potere deve anche vedersela con altre distorsioni del moderno mondo della comunicazione. Ed ecco che il giorno dopo sui giornali italiani e di tutto il mondo gran parte dei commenti (ma non tutti, va riconosciuto) si dividevano in due linee tematiche principali: da una parte chi cercava in maniera ossessiva informazioni biografiche su Aylan, sua madre, suo padre, il fratellino, la casa a Kobane e qualunque cosa potesse aumentare il volume drammatico della vicenda isolandola dal suo macro-contesto, ovvero il conflitto siriano.

Dall’altra, invece, dotti commentatori cercavano di lanciare più o meno profonde riflessioni sulla forza dell’immagine nell’era moderna, il crescente ruolo dell’emotività nella politica e nel giornalismo e altre simili considerazioni intellettuali. Meno chiaro era invece dove si fosse perso il filone forse un po’ più “banale” che dall’immagine che aveva “scosso gli animi” cercasse di risalire alla notizia (o alle notizie) che avevano generato il fenomeno di cui era divenuta simbolo: cosa accade in Siria? E, soprattutto, cosa accade in Siria che spinge milioni a lasciare in fretta e furia il proprio paese in proporzioni (ormai siamo a cinque su una popolazione di 22 milioni) sempre più epocali?

Scartabellando infatti tra i numerosi – e spesso ignorati – materiali giornalistici, report e ricerche di ottima qualità pubblicati sul tema in questi anni emerge infatti un quadro assai più complesso delle spiegazioni standard “scappano dalla guerra” o “fuggono dall’Isis” con cui la questione viene liquidata il più delle volte.

In generale, quello che andrebbe detto e ripetuto in maniera molto più netta è che la guerra in Siria è una guerra che ha visto, molto più di molti conflitti passati, una trasformazione sistematica dei civili in veri e propri obiettivi militari.

Già molto prima che l’Isis si palesasse in tutta la sua forza nel giugno 2014, erano già oltre tre milioni e mezzo i profughi che dalla Siria avevano raggiunto i paesi limitrofi e cominciavano a dirigersi verso l’Europa. Ma se non scappavano dall’Isis da cosa scappavano?

Innanzi tutto dai bombardamenti a tappeto del regime. Dall’inizio del conflitto armato con i ribelli, Assad ha sempre avuto come principale preoccupazione quella di evitare che l’opposizione formasse nelle zone da essa liberate una amministrazione effettivamente funzionante in grado di fornire quei servizi e quelle istituzioni che fino a quel momento erano stati monopolio del suo regime. Non era accettabile che un governo funzionante e una “vita civile” avessero luogo al di fuori del suo controllo rappresentando una pericolosa alternativa per una futura transizione politica.

È successo soprattutto ad Aleppo e a Ghouta, sobborgo fuori Damasco divenuto tristemente noto per l’attacco chimico dell’agosto 2013. Ad Aleppo, già a partire dal 2012, le forze ribelli avevano iniziato a rimettere in funzione servizi come scuole e ospedali, divenuti presto tra gli obiettivi principali dell’aviazione di Damasco. Molte Ngo internazionali come Human Rights Watch hanno documentato l’uso intensivo di armamenti progettati e costruiti esattamente a questo scopo tra cui l’uso di “armi chimiche minori” come il chlorine e, soprattutto, le famigerate “barrel bomb”: veri e propri “barili bomba” che, riempiti di esplosivo mischiato a piccoli pezzi di ferraglia e scagliati a mano dagli elicotteri, si abbattono sulle zone abitate con lo scopo preciso di terrorizzare, ferire e uccidere il maggior numero possibile di persone.

In zone come Aleppo l’uso è stato così intensivo da causare un fenomeno assai raro e paradossale perfino per un conflitto civile: il trasferimento di moltissimi civili in prossimità del fronte dei combattimenti, e non in direzione opposta come normalmente accade. Questo perchè l’uso di queste armi molto imprecise è raro in zone di combattimento visto l’alto rischio di colpire le proprie truppe.
Molti altri invece hanno scelto la fuga. Da Aleppo e dal nord verso la Turchia, dalla zone di Damasco, Homs e dal Qalamoun verso il Libano, mentre nel sud, nella zone di Daraa’ (anch’essa bombardata pesantemente) verso la Giordania. E da lì spesso verso l’Europa.

Ma se il monopolio sull’aviazione militare ha reso il regime di Assad certamente la fazione più efficace nel trasformare i civili in obiettivi militari per i propri scopi politici, la radicalizzazione dell’opposizione ha portato a gravi violazioni dei diritti umani in molte zone contese. Specialmente le minoranze, a cominciare dagli alauiti (la setta a cui appartiene il clan Assad), sono state sottoposte a pesanti attacchi, rapimenti e stragi. In particolare, in molte regioni si è assistita una vera e proprio ridislocazione interna su base settaria. Villaggi misti sono stati spesso abbandonati dai gruppi etnico-religiosi in minoranza ridisegnando, forse in maniera permanente, la mappa etnico-settaria del paese.

A questo fenomeno, e alle violenze che lo hanno accompagnato, hanno partecipato anche le milizie curde del Ypg, divenute molto note in Occidente dopo la battaglia di Kobane e spesso celebrate come eroi, ma che molti testimoni accusano di aver eseguito vere e proprie pulizie etniche nei villaggi misti kurdo-arabi all’interno del Kurdistan siriano, probabilmente in vista di una futura possibile spartizione del paese.

Infine l’Isis. La formula, per quanto banale, “scappano dall’Isis” non è infatti priva di verità. Come è noto, lo Stato Islamico ha reso la persecuzione delle minoranze religiose e l’applicazione rigida e spietata del suo brand di Sharia il proprio marchio di riconoscimento. Esecuzioni e stupri sono purtroppo diventate all’ordine del giorno e, al contrario dei crimini di altre fazioni, hanno trovato molto più spazio sulle pagine dei giornali internazionali.

Quel che è meno noto è il crescente sospetto che l’Isis abbia cominciato a usare anche armi “non convenzionali” per terrorizzare avversari e popolazione civile nelle zone di combattimento. Secondo alcuni esperti, vi sarebbero numerose prove dell’uso di armi chimiche da parte dell’Isis come il mustard gas (gas mostarda o iprite), che nonostante il nome dall’apparenza buffa è uno dei gas più letali in circolazione. L’ipotesi più accreditata su come l’Isis ne sia venuto in possesso è che le abbia sottratte dai depositi del regime caduti nelle sue mani. Già nel 2013, dicono gli esperti, erano forti i sospetti che il regime non avesse dichiarato tutte le armi chimiche di cui era in possesso, e il rispuntare di queste armi a distanza di un anno e mezzo confermerebbe questi sospetti.

Per fermare questo uso intensivo e diffuso dei civili come obiettivi militari nel febbraio 2014 il Consiglio di Sicurezza ha approvato all’unanimità (Russia compresa) la risoluzione 2139 che chiedeva esplicitamente a tutte le fazioni sul terreno (e specialmente al regime di Assad) di interrompere questo genere di operazioni militari indirizzate specificamente contro la popolazione civile. La pressione internazionale ha portato effettivamente a una diminuzione degli attacchi subito dopo l’approvazione. Ma l’avvento della minaccia dell’Isis pochi mesi dopo ha interrotto questo processo. E, mentre il mondo guardava atterrito le bandiere nere, bombardamenti e stragi sono riprese con intensità perfino maggiore di prima nella noncuranza generale. Una noncuranza che oggi, con milioni di profughi che bussano alle nostre porte, ci sta costando molto cara.

Eugenio Dacrema

"Via dalla guerra". L'esodo delle donne

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 08:17 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Donne-Migranti-SiriaFrancesca Ghirardelli, Avvenire
8 settembre 2015

Le siriane accampate alla stazione di Belgrado: in fuga dalla minaccia dell'Is. Riordina le coperte stese per terra e il sacco a pelo militare aperto sull'erba, poi prende il biberon con il latte in polvere da dare a Jasmine ...

Il Fatto Quotidiano
08 09 2015

Quattro milioni di profughi pronti a lasciare la Siria e i Paesi vicini per arrivare in Europa. Non si ferma l’emergenza migranti. Nel giorno in cui la commissione Europea prepara la sua proposta di ripartizione profughi da avanzare ai Paesi dell’Unione, il capo dell’ufficio di Ginevra delle Nazioni Unite Michael Moeller avverte: almeno 4 milioni di profughi sono pronti a partire e arrivare in Europa se la comunità internazionale non fornirà sostegno e aiuti ai tre paesi confinanti con la Siria – e cioè Giordania, Libano e Turchia – dove ora vivono.

Numeri più alti invece quelli forniti Staffan de Mistura, inviato speciale Onu, in una conferenza stampa dopo un incontro con l’alto rappresentante Federica Mogherini. “Con 7,6 milioni di sfollati, di cui uno in più solo nel 2015 la crisi dei rifugiati siriani è la maggiore al mondo oggi e potrebbe diventare il più grande caso della storia”, ha detto l’ex viceministro degli Esteri. “Le persone in stato di bisogno sono invece 12,2 milioni, con l’80% della popolazione che attualmente vive in povertà”. De Mistura ha spiegato che a fuggire del Paese sono gli appartenenti alla “classe media del paese” e partono “perché dopo 5 anni di guerra hanno perso la speranza“.


Proprio oggi sulla stampa spagnola sono state anticipate le proposte della commissione Europea in vista del vertice straordinario del prossimo 14 settembre, quando i paesi dell’Unione dovranno definire un piano d’azione per affrontare la crisi umanitaria in corso. A Germania, Francia e Spagna sarà proposto di accogliere circa il 60% dei 120 mila rifugiati presenti in Italia, Grecia e Ungheria: nell’ordine 31.433 a Berlino, 24.031 a Parigi e 14.931 a Madrid.

Seguono, nella proposta della commissione Europea, la Polonia, con 9.287 rifugiati, pari al 7,7% del totale. Quindi l’Olanda (7,214), laRomania (4,646), il Belgio (4564), l’Austria (3,640) e ilPortogallo (3,074). A parte la Polonia, che nelle ultime settimane ha ammorbidito la sua posizione, Bruxelles ha ridotto di molto la quota di rifugiati da assegnare alla Repubblica Ceca (2978), alla Slovacchia (1,502). Infine, quanto all’Ungheria, è stata dispensata dall’accoglimento di rifugiati. Saranno 15.600, invece, i richiedenti asilo che saranno ricollocati dall’Italia, sui 120mila previsti dalla nuova proposta della Commissione Ue. I 15.600 si aggiungono ai 24mila del precedente schema di maggio. Il totale di ricollocamenti dall’Italia per le due proposte è di 39.600 profughi su 160mila. L’ammontare di 120mila migranti da ricollocare, secondo i calcoli della Commissione, rappresenta appena il 36% degli ingressi che si sono registrati in Italia, Grecia e Ungheria. Il piano costa alle casse dell’Unione 780 milioni di euro.

Fuori classifica” invece il Regno Unito che accoglierà altri 20mila rifugiati siriani, provenienti dai campi profughi delle Nazioni Unite, fino al 2020.”Manterremo il nostro approccio di prendere i rifugiati direttamente dai campi”, ha spiegato il premier britannico David Cameron, nel suo intervento in Parlamento in cui ha ignorato ancora una volta gli appelli perché il suo Paese aderisca alla redistribuzione dei profughi già in territorio europeo.

E mentre l’Europa cerca di fare fronte all’emergenza, gli Stati Uniti si apprestano ad aumentare sostegno ai ribelli che combattono l’Isis in Siria. Fonti del Pentagono parlano di un aumento del numero di ribelli da addestrare in Turchia e in Giordania per poi dispiegarli in zone della Siria dove possano godere di un maggior sostegno rispetto al passato. Previsto anche un aumento degli sforzi sul fronte della raccolta di informazioni sul terreno da parte dell’intelligence: informazioni da fare avere poi ai ribelli.

Proprio oggi la Francia ha annunciato di aver dato il via a voli di ricognizione sul territorio siriano, già da domani. “Ho chiesto al ministro della Difesa – ha spiegato il presidente Françoise Hollande– di organizzare voli di ricognizione sulla Siria, in vista di eventuali raid contro lo Stato islamico. In Siria vogliamo sapere cosa si prepara contro di noi e cosa si fa contro la popolazione siriana. Per questo ho deciso di organizzare questi voli di ricognizione, in collegamento con la coalizione. Secondo le informazioni che raccoglieremo potremo condurre dei raid”. La guerra all’Isis , in pratica, torna prepotentemente tra le possibilità vagliate dalla comunità internazionale. Il premier Matteo Renzi, però, intervenendo a Porta a Porta ha annunciato: ” L’Italia non partecipa a iniziative che Francia e Inghilterra hanno annunciato di studiare. In Siria c’è un presidente, Bashar al Assad, che controlla una parte del territorio”.

 

"No ai rifugiati siriani. Sì a un nuovo muro"

Palestina-BarriereAnnunciata un'altra barriera, la quarta: dividerà lo Stato israeliano dalla Giordania. [...] "Non lasceremo che Israele sia sommerso da un'ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche", ha aggiunto Netanyahu.
Michele Giorgio, Il Manifesto ...

L'Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria

  • Lunedì, 07 Settembre 2015 09:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Wired 
07 09 2015

Dal 2001 il regime di Assad ha acquistato da noi quasi 17 milioni di euro di armamenti, tra cui i visori per i carri armati. L'inchiesta di Wired Italia

L'Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria
Dal 2001 il regime di Assad ha acquistato da noi quasi 17 milioni di euro di armamenti, tra cui i visori per i carri armati. L'inchiesta di Wired Italia
04 settembre 2013 di Davide Mancino
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali." Facile a dirsi, lo prevede la Costituzione – articolo 11. Ma la realtà è molto diversa: basta guardare in Siria. Secondo i documenti ufficiali dell'Unione Europea e i dati resi disponibili dal Campaign Against Arms Trade (Caat), l' Italia è il primo partner europeo per le spese militari del regime di Assad. Dal 2001 la Siria ha acquistato in licenza armi nel vecchio continente per 27 milioni e 700mila euro. Di questi, quasi 17 arrivano dal nostro Paese.

Il Regno Unito, al secondo posto, supera appena i due milioni e mezzo; segue l' Austria che ha fornito veicoli terrestri per altri due milioni, poi Francia e Germania, e infine Grecia e Repubblica Ceca, con poco più di un milione di euro. Dai dati ufficiali si scopre che Parigi e Atene hanno ceduto soprattutto aerei e droni, mentre mancano all'appello armi per altri cinque milioni di euro, non dichiarate.

E l' Italia, invece, cosa ha venduto esattamente? Non sappiamo con precisione quali armi abbiamo esportato, ma qualche indizio ci viene dalla Rete, guardando uno dei tanti video in cui si vedono carri armati siriani fare fuoco – anche sui civili. In quei fotogrammi si distingue il sistema Turms: un visore termico e laser che consente ai carri di sparare con altissima precisione anche in movimento, commercializzato da Selex Es. Ovvero un'impresa del gruppo Finmeccanica – a partecipazione pubblica – firmataria nel 1998 di una mega-commessa da 229 milioni di dollari durante i governi Prodi-D'Alema.

Equipaggiamenti che non sono stati certo fermi: nel 2003 – con Silvio Berlusconi in carica – le consegne raggiungono il loro picco, per poi proseguire fino al 2009. Nel mezzo, però, c'è l' invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti. Proprio nel 2003, dopo un'inchiesta del Los Angelese Times, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld accusava il regime di Assad di aver fornito armi a Saddam Hussein aggirando l'embargo militare imposto all'Iraq. Gli equipaggiamenti forniti da Damasco sarebbero visori per il puntamento notturno dei carri armati: proprio come quelli venduti dal nostro Paese.

Il dubbio, che successive indagini non hanno mai confermato né smentito, è che a beneficiare dei sistemi prodotti da Selex sia stato proprio l' esercito iracheno. Non proprio un colpo di genio per la politica estera italiana, chiamata poco più avanti a partecipare alla stabilizzazione del Paese con un proprio contingente.

La storia continua fino ai giorni nostri, quando la guerra civile sconvolge la Siria e spinge Assad a schierare il proprio esercito. I carri armati che sparano sui ribelli – ma anche su semplici civili – hanno la mira più accurata, una precisione garantita dalla migliore tecnologia italiana.

Ma la Siria non è quasi più una nazione che possa definirsi tale: il livello del conflitto è tale che persino l'esercito non ha più il controllo delle proprie armi. Anche i ribelli sono entrati in possesso di carri armati catturati o consegnati da ufficiali disertori, in un crescendo che rende la possibilità (o la necessità) di un intervento militare straniero sempre più incerta e confusa.

Abbiamo ricostruito la storia delle vendite di armi italiane in Siria in una visualizzazione interattiva che vi proponiamo qui di seguito. Per andare avanti nella lettura basta cliccare sulla freccia a destra sulla vostra tastiera oppure a schermo. Per un risultato migliore vi consigliamo di ingrandire la finestra a schermo intero.

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