La Stampa
04 09 2015

C’è un’altra faccia dell’Europa che affronta l’emergenza dei profughi siriani. Non è quella della polizia ceca che marchia con un numero i migranti, nè quella delle forze dell’ordine ungheresi che transennano la stazione di Budapest per impedire a chi fugge dalla Siria di raggiungere la Germania. È la faccia di oltre 15 mila cittadini che stanno chiedendo al governo islandese di fare di più per aiutare quelle persone che bussano alla nostra porta. Come? Facendo tutti insieme la propria parte, mettendo a disposizione il proprio tempo e anche la propria casa per prestare soccorso e assistenza, e superando così la quota di 50 rifugiati che spetta all’Islanda.

Il movimento si chiama Syria Calling ed è nato su Facebook per iniziativa di un gruppo di comuni cittadini e in poco tempo ha raccolto migliaia di adesioni: «Non tutti offrono le loro case» spiegano gli organizzatori «ma questo spazio può essere usato per fare pressioni sul governo e condividere idee e informazioni per fare di più». La loro forza è una semplice email per invitare il ministro del welfare Eygló Harðar a rivalutare le quote per l’accoglienza dei siriani: «Nel 1973 - si legge nella lettera rivolta a Harðar - abbiamo accolto 4 mila sfollati dall’arcipelago di Vestmannaeyjar a causa di un’eruzione vulcanica. Allora tutti hanno aiutato».

La scadenza per raccogliere i messaggi rivolti al ministro è per venerdì 4 settembre ma il messaggio, recapitato da circa il 4% della popolazione, è arrivato già forte e chiaro al governo islandese, che ha annunciato una rivalutazione delle quote per l’accoglienza dei richiedenti asilo.

Francesco Zaffarano

Cosa ci dicono quei volti dei bimbi in fuga dalla guerra

migrantiNella foto in cui è accanto al fratellino maggiore Galip e alla loro orsacchiotta, Aylan è davvero piccolo e, come si pretende dai bambini, felice: ha gli occhi chiusi perché ride. Sulla spiaggia sembra che dorma, ha detto qualcuno: sembra piuttosto che abbia voltato la testa alla terra, a tutto.
Adriano Sofri, la Repubblica ...

Così muore un piccolo profugo

diversitàA vederlo non sembra avere più di tre, quattro anni. E' steso sulla battigia con la testa rivolta verso il mare, i pantaloncini blu e la maglietta rossa zuppi d'acqua. [...] Sembra sia solo caduto, o che si sia addormentato lungo la spiaggia come spesso capita ai bambini. Invece è morto. 
Carlo Lania, Il Manifesto ...

La guerra che fa morire di sete

huffingtonpost
01 09 2015


In pochi sanno che ogni giorno un bambino, in Siria, rischia la vita per andare a raccogliere l'acqua per sé e per la propria famiglia. Il compito di riempire bottiglie e pesanti taniche dalle fontanelle pubbliche o dai punti di distribuzione in strada, aspettando per ore sotto il sole, spetta in quella terra devastata dalla guerra a loro, i più piccoli. Nelle ultime settimane, a causa dei continui attacchi ai rifornimenti idrici, tre bimbi sono stati uccisi mentre tornavano a casa.

E sono quasi cinque milioni le persone che soffrono per la carenza di questo bene vitale. Proviamo a immaginare cosa significhi aprire tutti i rubinetti di casa e non vedere cadere nemmeno una goccia d'acqua per più di due settimane, come è accaduto ad Aleppo e a Damasco, oppure addirittura per più di un mese, come è successo in altre zone. Pensiamo anche che, sotto un sole cocente e una temperatura che supera quasi costantemente i 40 gradi, il prezzo dell'acqua sia aumentato di oltre 30 volte dall'inizio del conflitto, in un momento in cui la guerra e i bombardamenti hanno raso al suolo, oltre alle case, anche i negozi, privando la popolazione di beni di sostentamento economico. Sembra un'immagine da apocalisse e invece è quello che succede oggi ad Aleppo, a Damasco e in molte altre città siriane soprattutto della zona nord.

Ora, forse, potremmo capire la frustrazione di una bambina che, qualche giorno fa a Damasco, dopo aver trascorso ore in fila insieme ai suoi coetanei per riempire due piccoli recipienti da una pompa d'acqua pubblica, è scoppiata in lacrime quando si è accorta che per lei erano troppo pesanti da trasportare. E ancora, possiamo immaginare la forza di un uomo anziano, probabilmente malato e solo, che è andato a fare rifornimento d'acqua stringendo in una mano una tanica vuota e nell'altra un kit medico. Con molte probabilità non aveva altra scelta. Il sistema idrico può saltare in qualsiasi momento perché a decidere, in modo arbitrario, se interrompere o meno le forniture di acqua sono i gruppi armati che ne hanno fatto una nuova arma.

Ancora una volta a subirne tutte le conseguenze è la popolazione. Quando riescono a fuggire dalla Siria la situazione non migliora. Quest'estate mentre noi eravamo al mare, sdraiati sulla spiaggia, a prendere il sole, a Zaatari in Giordania (il campo profughi che ospita il più grande numero di rifugiati siriani al mondo arrivando a contenerne oltre 250 mila, quasi quanto il numero dei migranti arrivati nel 2015 in Europa) su migliaia di bambini si abbatteva una tempesta di sabbia. Il problema e' che il numero degli sfollati continua ad aumentare e le risorse devono essere divise tra più persone.

Anche qui il rifornimento di acqua potabile è discontinuo perché, di tanto in tanto, i camion che trasportano quest'oro blu vanno in sciopero. Bisogna essere parsimoniosi e pazienti a Zaatari, attendere qualche giorno prima di poter tornare alla normalità, per bere, per lavarsi, per cucinare. La popolazione siriana fa parte di quei circa 750 milioni di persone nel mondo che ancora non hanno un accesso continuo alle risorse di acqua potabile, la guerra gli ha portato via anche questo e in Europa...be' è una storia che conoscete benissimo.

(Post redatto in collaborazione con Flavia Testorio)

Huffington Post
27 08 2015

Vedono la foto di questo profugo siriano nei social, lo rintracciano a Beirut per aiutarlo a sfamare la figlia

Un profugo siriano è stato rintracciato a Beirut grazie al passaparola degli utenti Twitter che si sono mobilitati dopo aver visto una foto dell'uomo mentre vende penne Bic lungo la strada.

L'immagine è stata condivisa centinaia di volte anche su Facebook, provocando una intensa commozione soprattutto per il fatto che il profugo porta in braccio la figlioletta addormentata.

"Vorrei aiutarlo, chi sa come trovarlo?", propone a un certo punto un commentatore. Sul profilo di Sakir Khader improvvisamente un utente, molto probabilmente libanese, dichiara di avere già visto l'uomo e indica la strada dove pensa di averlo incontrato con la figlia. A quel punto nasce un account Twitter con il nome #BuyPens (compera le penne) per provare a rintracciare il protagonista della foto e aiutarlo.

In poche ore l'attivista di una ong di Beirut, "Lebanese for refugees", annuncia di aver trovato il richiedente asilo.

Laura Eduati


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