×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

La 27 Ora
29 01 2015 

Oltre un milione di messaggi che prendono di mira donne, le offendono e denigrano, quasi sempre con insulti di natura sessuale. Sono quelli (1.102.494 per la precisione) registrati in otto mesi, tra gennaio e agosto dell’anno scorso, da Vox Osservatorio sui diritti, che per la prima volta analizzato il social network Twitter per costruire una mappa dell’odio e dell’intolleranza in Italia. E indagare quali sono i presupposti culturali della violenza di genere. Ne emerge che la misoginia, l’odio contro le donne, è la forma di intolleranza più diffusa, in tutta Italia, ma con con picchi in Lombardia, Friuli, Campania, tra il sud dell’Abruzzo e il nord dell Puglia e il Salento (qui sopra e in basso in versione ingrandibile, la mappa geolocalizzata della misoginia). Molti, oltre centodiecimila, anche i messaggi contro gay e lesbiche: la regione più omofoba su Twitter è la Lombardia, seguita da Friuli e Campania (sotto, la mappa geolocalizzata dell’omofobia).

I ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, della Sapienza di Roma e dell’Università di Bari le hanno costruite dopo aver raccolto oltre due milioni di tweet che prendevano di mira donne, gay, immigrati, disabili ed ebrei, scorporando quelli geolocalizzati (circa 43 mila, il 2,3% del totale, in linea con analisi analoghe effettuate dalla Humboldt University negli Stati Uniti) e usandoli per stabilire tra l’altro dove si concentravano statisticamente i messaggi misogini e omofobi (i risultati sono poi stati nomralizzati sulla base del campionamento di tweet localizzati).

Gli insulti che ricorrono più spesso passano (quasi) sempre per la dimensione sessuale e corporea: corpi sessualizzati, deformati, mutilati, mortificati. È il presupposto a livello psicologico della stessa mentalità che porta alla violenza materiale, ai corpi picchiati o violentati. Quando si offende una donna, anche all’epoca del web 2.0, si rinfaccia la «colpa» di sempre, quella di essere sessualmente troppo disponibile.

L’omofobia esplicita, invece, si rivolge quasi esclusivamente ai gay maschi, per ridurli a un mero atto sessuale, considerato di per sé denigratorio, privandoli della loro umanità e accostandoli a ciò che suscita più disgusto.

«Il tweet misogino od omofobo replica la logica del bullo in versione 2.0 — spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra, professore di Psicologia alla Sapienza di Roma e uno dei consulenti scientifici della ricerca di Vox —: il debole incapace di affrontare la propria debolezza si trasforma in prepotente e fa il forte con chi percepisce come ancora più debole». Il comune denominatore dell’intolleranza è spesso il machismo: «Gli insulti sono mirati sulle donne e “usano” il corpo come luogo di umiliazione e dileggio perché sono un modo sbagliato di reagire a mutamenti sociali che mettono in discussione le supposte certezze del maschio vecchia maniera — aggiunge Lingiardi — Sono saltate le opposizioni tradizionali maschio/femmina, forte/ debole, attivo/passivo. Si è attaccano gli altri perché si è incapaci di fare fronte a queste trasformazione. O come diceva Cesare Pavese: “si odiano gli altri perché si odia se stessi“».

Elena Tebano

l'Espresso
09 01 2015

Era scontato: l’hashtag #JeSuisCharlie è diventato trending topic su Twitter. “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha riempito anche le cronache dei giornali e le trasmissioni televisive.

Ma cosa vuol dire “Siamo tutti Charlie Hedbo”? Di quali contenuti dobbiamo riempire questa frase perché non resti solo una forma moderna, digitale, per esprimere solidarietà alle vittime di un atto di barbarie? Probabilmente non c’è una risposta unica. Proverò allora a spiegare cosa significa per me.

La rabbia. Ognuno di noi ha una percezione di cosa è giusto e di cosa invece non lo è. Quando subiamo o siamo testimoni di un atto che percepiamo come profondamente ingiusto, proviamo rabbia, vorremmo reagire immediatamente, mettere in campo azioni che ripristino il corretto andamento delle cose per come le vediamo noi. Ma agire sotto impulso della rabbia quasi mai aiuta. Meglio riflettere, capire, soppesare le reazioni cercando di valutarne i benefici e le possibili conseguenze. Quindi agire per ristabilire il corretto equilibrio delle cose.

Al processo contro Charlie Hebdo, nel marzo del 2007, il Presidente della Repubblica François Hollande, chiamato a testimoniare in qualità di segretario del Partito socialista disse: «La libertà d’espressione è un principio assoluto. Possiamo denunciare il terrorismo escludendo il legame con la religione quando invece sono i terroristi stessi a fare questo legame?».

Nella sentenza di assoluzione del giornale satirico francese i magistrati ricordarono che la libertà di espressione vale anche per le idee che “feriscono, scioccano o inquietano”.

La libertà. L’assalto a Charlie Hebdo non è solo un attentato contro la libertà di stampa. E’ un attentato contro la libertà di tutti. Una libertà conquistata con battaglie che alcuni giornali quotidianamente cercano di difendere. Libertà di critica, di satira, di controllo sui poteri. Questo fanno, o dovrebbero fare, i giornalisti. Questa libertà di esprimere le proprie opinioni, anche in modo a volte irriverente, grazie alla Rete e ai social media, oggi è garantita a tutti. E a tutti è dato facoltà di difenderla.

Ecco perché “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha un significato preciso per ognuno di noi. Vuol dire difendere l’identità, la cultura, i valori, i diritti, il modo di vivere e di lavorare in cui crediamo. #JeSuisCharlie vuol dire continuare a fare le cose che abbiamo scelto, che riteniamo giuste. Vuol dire rispettare la libertà che vogliamo difendere. Vuol dire continuare a fare quello che abbiamo scelto di fare ogni giorno, difendere il nostro modo quotidiano di vivere in mezzo agli altri. Senza cedimenti. Battersi per i diritti di tutti, anche con una penna contro i kalashnikov, è la risposta.

Marco Pratellesi

Facebook, cosa succede se Zuckerberg scopre i libri

  • Giovedì, 08 Gennaio 2015 10:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
Pagina 99
08 01 2015

Forse non lo ha scoperto in questi giorni, ma Mark Zuckerberg ha inaugurato il nuovo anno dichiarando pubblicamente (chiaro, su Facebook) che per lui leggere libri “è un'attività intellettualmente gratificante”, dal momento che “i libri ti consentono di esplorare a fondo un tema e di immergerti in esso in un modo molto più completo di quanto oggi faccia la maggior parte dei media”. La conseguenza di questa folgorazione è che Zuckerberg si ripromette di modificare la sua “dieta mediatica” dando maggiore peso alla lettura. E nell'immediato, come grande proposito per il 2015, ha annunciato che nei prossimi mesi leggerà un libro ogni due settimane.  

Non solo: per evitare che qualcuno pensi a una furbesca vanteria e per contagiare il maggior numero possibile di persone della sua passione per i libri, Zuckerberg ha inaugurato un gruppo di lettura, quasi inutile dirlo di nuovo, su Facebook, intitolato A Year Of Books, a cui chiunque può partecipare, a patto naturalmente “di avere letto il libro scelto di volta in volta e di avere qualcosa di significativo da dire”.  

In un baleno il primo titolo selezionato, The End Of Power dell'economista/politologo/giornalista Moisés Naím (un'indagine “su come il mondo stia cambiando per dare agli individui un potere in precedenza detenuto dai governi e dai militari”), si è ritrovato catapultato ai primi posti delle classifiche di vendite. E i commenti postati sulla pagina in cui Zuckerberg ha svelato il suo “challenge 2015” sono quasi unanimemente entusiasti, anche se bisognerà vedere come il fondatore di Facebook se la caverà con le centinaia di “amici” che gli chiedono di inserire fra le sue letture il Corano.  

Qualcuno che critica il buon proposito di Zuckerberg tuttavia c'è. Tra gli altri, Jeremy Sidabras di Chicago, che scrive: “Con il dovuto rispetto, cosa rende questa sfida tanto speciale? Tu sei un imprenditore, amministratore delegato di un'azienda che si espande a livello globale. Penso che di cultura tu ne sappia già a quintali. Sei anche andato a Harvard, il che vuol dire che devi essere parecchio bravo nel leggere e nello studiare”.

Secondo Sidabras, Zuckerberg avrebbe dovuto “fare qualcosa al di fuori della sua zona di sicurezza”, aiutando i milioni di persone normali che seguono Facebook, ma non sono pronte a seguire i percorsi di lettura del suo capo: “Spero tu sappia – è infatti la conclusione – che le decine di migliaia di like che hai avuto per questa iniziativa, le hai avute perché ti chiami Mark Zuckerberg e non perché quelle persone leggeranno i libri del tuo gruppo di lettura”.  

Un'obiezione sensata, a cui si può ribattere che molti fra quelli che hanno messo automaticamente il loro “mi piace” potrebbero poi incuriosirsi e decidere di dedicare parte del loro tempo a quegli strani oggetti desueti che sono i libri.  

Sono interrogativi che ci si potrebbe, e dovrebbe, porre anche in Italia, dove la lettura è una pratica sempre meno frequentata e dove, a dispetto delle periodiche grida d'allarme, poco si fa per promuoverla. Il piano nazionale per la lettura, promesso dal precedente governo, è in fase di stallo. E da parte sua Romano Montroni, attuale presidente del Cepell, il Centro nazionale per il libro e la lettura, nell'ambito della recente fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, ha dichiarato di fronte a una platea stupefatta che per stimolare i ragazzi alla lettura bisogna puntare su volontari che vadano nelle scuole a leggere ad alta voce. (A chi gli ha fatto notare che una pagina letta malamente non rappresenta un grande incentivo, Montroni ha risposto: “Siamo in una fase di emergenza e come nelle alluvioni chiunque prenda la pala in mano è benemerito”). Quanto agli adulti, sono abbandonati a loro stessi.  

Per compiere il miracolo, si potrebbero fare avanti – sull'esempio dell'ad di Facebook – dei “testimoni della lettura”, disposti non solo a dire sorridendo che “leggere è bello”, ma anche a confrontarsi, come Zuckerberg, su libri ai quali si sono consacrati tempo e attenzione. Uno sforzo troppo grande?

Maria Teresa Carbone

Twitter, giro di vite contro le molestie

  • Giovedì, 04 Dicembre 2014 11:17 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
04 12 2014

Molestare qualcuno con un cinguettio da oggi sarà più difficile. Questo almeno è l’intento di Twitter che ha introdotto una serie di nuove misure per rendere più efficiente, spedita e dettagliata la possibilità di segnalare comportamenti offensivi, minacciosi, o in violazione dei termini di servizio della piattaforma.

La decisione - annunciata ieri sul blog ufficiale, con un articolo intitolato " Costruire un Twitter più sicuro " - arriva dopo una serie di casi celebri in cui alcune persone, perlopiù donne, erano state oggetto di attacchi di massa attraverso il social network da 140 caratteri. Basti ricordare la vicenda di Zelda Williams, la figlia dell'attore Robin Williams, che dopo la morte del padre era stata vittima di messaggi crudeli e offensivi. O la sviluppatrice di giochi Brianna Wu che ha ricevuto minacce di morte ed è stata costretta a cambiare residenza. Ma l’elenco è lungo e potrebbe continuare.

Ora Twitter prova a dare un giro di vite su questo fenomeno con un nuovo sistema di segnalazioni, ottimizzato per il mobile, per ora attivo solo su alcuni profili ma che verrà esteso progressivamente a tutti nelle prossime settimane. L’Espresso ha potuto accedere a uno di questi account e verificarne il funzionamento.

Quando si vuole fare una segnalazione, basta andare sul simbolo della rotellina del profilo che si vuole indicare. A quel punto compare un menù con varie opzioni, tra cui le due che possono interessare: Mute oppure Block or Report.

La prima serve solo per non vedere i tweet del profilo “zittito” nella propria timeline senza dover bloccare o smettere di seguire l’account. Che in questo modo non si accorgerà di essere stato silenziato. Si può decidere di zittire e ridare voce a un account in qualsiasi momento e c’è chi usa questa funzione anche solo per non essere travolto, in determinati periodi, da profili che cinguettano troppo.

Carola Frediani

Corriere della Sera
13 11 2014

«Lei si è spogliata. Poi mi ha chiesto di fare altrettanto», racconta Giulio (nome di fantasia). Non si sta parlando di un incontro reale ma di un incontro sul web. Ci sono decine di social network (primo fra tutti «Facebook») ed alcuni nascono con l’obiettivo di favorire nuove conoscenze fra gli utenti (come «Chatroulette»). Su questi siti ci sono alcuni profili di donne disinibite che adottano sempre la stessa truffa: trovare un uomo disposto a spogliarsi di fronte ad una web-cam e registrare il tutto.

«Mi sono spogliato. E dopo cinque minuti mi è tornato indietro il mio video, era stato registrato tutto e si vedeva il mio viso ed io nudo», Giulio viene minacciato. «Mi ha mandato l’elenco dei contatti dei miei parenti, preso da Facebook. E mi ha chiesto di offrirle una somma perché cancellasse il video». Bernardino Ponzo – vicequestore aggiunto della Polizia postale – sconsiglia di pagare: «Se si paga, si rischia di essere sottoposti ad ulteriori richieste di denaro». Le truffe provengono da paesi esteri: fra i principali il Marocco.

È difficile risalire a chi truffa: la polizia italiana raccoglie la denuncia e la passa alla polizia marocchina: a quanto pare è facile che la cosa non abbia conseguenze e che i truffatori rimangano impuniti. Sembra poi che le ragazze non siano da sole, ma che qualcuno collabori con loro: in alcuni casi le fasi di minaccia sono state gestite da persone che si identificavano come uomini; probabilmente c’è una piccola organizzazione dietro. Se uno non paga (in media vengono chiesti dai 300 ai 500 euro), la minaccia continua: fino a telefonate sul proprio cellulare (sempre preso da Facebook) e a messaggi intimidatori anche sui profili dei propri amici. In rari casi, il video viene reso pubblico ed inviato ad alcuni dei propri contatti. In altri casi, il truffatore indispettito crea un sito web con un dominio col nome e cognome del truffato e ci carica il video.

È un fenomeno sommerso: se si è truffati non si sa con chi parlarne. Luca Milletarì ha creato un forum, denunceitaliane.it, per raccogliere le denunce di persone in difficoltà. I post riguardanti le truffe sessuali online sono centinaia, così Luca ha anche creato una mini-guida su come affrontare il tutto: sostanzialmente non bisogna pagare, bisogna denunciare e poi bloccare tutti i contatti con chi truffa. È probabile che dopo un po’ il truffatore desista perché è più facile per lui impiegare il proprio tempo su altre vittime. «Io ho chiamato mia moglie, ma fortunatamente aveva il cellulare spento. Ho sentito poi due miei amici che mi hanno aiutato nel bloccare il profilo».

Giulio non ha più avuto conseguenze e sua moglie non ha più saputo nulla. Sostiene che come esperienza gli è servita per riflettere e migliorare il proprio rapporto di coppia, avendo vissuto dei forti sensi di colpa. Purtroppo ci sono stati due casi di suicidi, in Francia, che sono stati ricondotti a questo tipo di truffa. Uscirne non è facile; ma basta stringere i denti e cercare aiuto per capire come comportarsi. E cercare di prendersi cura dei propri contatti reali. «Se non mi fossi trovato solo, quel giorno, tutto questo non sarebbe successo».

facebook