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Facebook rifiuta nomi di transgender e drag queen

Huffington Post
18 09 2014

Facebook rifiuta nomi di transgender e drag queen. Attivisti LGBT lanciano l'hashtag #mynameis (TWEET)

Facebook non è solo un raccoglitore di volti, ma anche un raccoglitore di nomi. La prima regola d'oro per usare il social network è proprio inserire il proprio nome e cognome reale, pena il rifiuto dell'iscrizione. Per chi vive con una nuova identità, come i transgender o le drag, questa regola ferrea di Facebook costituisce un vero problema. A San Francisco, attivisti LGBT hanno criticato i suoi termini di registrazione, allargando la polemica su Twitter.

È stata soprattutto la famosa drag Sister Roma a lanciare l'allarme: non solo il suo profilo, ma anche quello di tanti altri, era stato chiuso per aver usato un nome diverso da quello di battesimo. Per accedere al social l'unico modo per la drag era sostituire "Sister Roma" con "Michael Williams", un nome che non usava da trent'anni.

Facebook is really getting on my last nerve today #MyNameIs #BeBeSweetbriar pic.twitter.com/jCa1JKFnll
— BeBe Sweetbriar (@bebesweetbriar) 16 Settembre 2014

"Mi ha commosso vedere quante persone mi hanno mostrato la loro vicinanza. Ho ricevuto centinaia di mail con storie di persone che non possono usare il loro nuovo nome su Facebook", ha scritto Roma. A partire dalla sua denuncia, su Twitter è stato lanciato l'hashtag #mynameis, che raccoglie le storie e le testimonianze. Mentre su change.org, una petizione ha già raccolto 17mila firme.

Ma ad essere tagliati fuori non sono solo i transgender. Le vittime di violenze domestiche, che vogliono usare un nome fittizio su Facebook, sono costrette a rivelare la loro vera identità per usare il social network.

My account has been suspended. After my article about the right to self-identify was shared a bunch. #mynameis pic.twitter.com/A0uG7W0twP
— AKA DoubleCakes (@jetta_rae) 15 Settembre 2014

Nella sezione "Assistenza" di Facebook, alla domanda "Perché il mio nome è stato rifiutato al momento dell'iscrizione?", il social risponde: "Tutti devono utilizzare i propri nomi e cognomi reali, in modo che ogni utente sappia con chi si sta connettendo. Blocchiamo l'uso di determinati nomi per impedire alle persone di creare account falsi o malevoli, che potrebbero compromettere la tua capacità di condividere contenuti con i tuoi amici. Siamo spiacenti se il tuo vero nome è stato bloccato per sbaglio!".

Una policy di trasparenza che non piace a Scott Wiener, "supervisor" di San Francisco: "Capisco la necessità di Facebook di mantenere i profili degli utenti trasparenti e di combattere le false identità. Ma il fatto è che per molte drag queen il loro nome attuale è il loro nome vero e proprio, rappresenta quello che sono davvero. Facebook deve capire questa realtà e deve aprirsi alla diversità".

Ladies, do NOT let @facebook have the power! #MyNameIs Switch to #Dragbook today! No name changes, no censorship! pic.twitter.com/nX8Hyg7wPw
— Dragbook.com (@dragbook) 16 Settembre 2014

I don't believe that "Facebook" will listen to the #mynameis campaign stuff either.
It does not involve money, their bottom line.
— Snowden Pirate (@SpikedUpFrog) 17 Settembre 2014

Facebook suspended me for not using a legal name months ago. #mynameis
— small affair (@small_affair) 17 Settembre 2014

Facebook shut down my account 3 days ago. Not sure when I'll reactivate it. I'm a single lady with fears, a past & I live alone #MyNameIs
— Holy McGrail (@HolyMcGrail) 17 Settembre 2014

#MyNameIs picked up by @Queerty, @WSJ, & now @CNN. You thought we were joking about the world domination thing? http://t.co/IkMREI4kNb
— Sister Gaia Love (@SrGaia) 16 Settembre 2014

Atlas
29 05 2014

Più di 30 milioni di account di Facebook sono stati bloccati ieri in Thailandia, quasi una settimana dopo che i militari hanno effettuato un golpe, esautorando il governo e applicando la censura sui media.

Gli utenti hanno iniziato ad avere problemi di connessione con i propri computer e telefoni cellulari a partire dalle 15:00 ora locale, riporta il quotidiano Bangkok Post.

Finora, la giunta militare ha bloccato 219 portali di internet, sostenendo che questi rappresentano una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

L’esercito ha annunciato che chiederà alle società di social network, come Facebook e Twitter, e di applicazioni di messaggistica mobile e chat, come Line, la loro collaborazione per eliminare gli account degli utenti che diffondono “contenuti illegali”, secondo il portale di notizie Prachathai.

Il segretario permanente del ministero dell’Informazione, Tecnologia e Comunicazione, Surachai Srisakam, ha dichiarato questa settimana in conferenza stampa che sta lavorando ad un piano più efficiente di vigilanza del web.

Ha inoltre ricordato che le persone che diffonderanno “informazioni illegali” saranno arrestate dalle autorità militari e sconteranno pene detentive.

Sempre ieri, la giunta militare ha annunciato di aver rilasciato 124 delle 200 persone che, dallo scorso venerdì, sono comparse davanti giustizia militare. Il portavoce dell’esercito ha detto che tra le condizioni per la loro messa in libertà c’è il divieto di esprimere idee politiche in pubblico, continua Prachathai.

In totale, 253 politici, intellettuali, accademici, attivisti e giornalisti sono stati citati in giudizio dopo il colpo di stato della giunta, anche se Prachathai stima che siano almeno 303.

Ma in un paese dove la dispersione scolastica è ancora alta e soltanto il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per comprendere testi più complessi, siamo certi che sia sufficiente lanciare un allarme? ...
La sorte di Olesya è incerta. Non sappiamo se sia già morta o se ancora lotti per sopravvivere in un letto di ospedale in Ucraina. Quello che è certo è che il suo ultimo atto pubblico, cosciente, è stato inviare un "tweet". Ogni rivoluzione, in ogni epoca, ha i suoi simboli. ...

Corriere della Sera
17 02 2014

L’anno scorso, un’amica di mia nipote, una ragazza bella, solare, con una famiglia unita alle spalle, ha preso la pistola del padre e si è ammazzata, lasciando dietro di sé poche parole. Giorni vuoti e senza significato.

Sempre più spesso le cronache ci riportano atti di autodistruzione da parte di adolescenti, come se un’invisibile marea avesse trascinato con sé la loro energia vitale. Al di là della cronaca, che può essere falsata dall’obbligo del sensazionalismo, chiunque abbia a che fare con dei ragazzi, sa che la cifra fondamentale di molti di loro è la disperazione. Una disperazione ovattata, rassegnata, che conduce a una vita di autodistruttiva sregolatezza, quando non di apatia patologica.

Ragazzi che, da un giorno all’altro, decidono di abbandonare la scuola senza una vera ragione, rinchiudendosi nelle loro camere a vivere una vita puramente virtuale - sindrome già diffusa nel decennio scorso in Giappone - sono ormai una realtà diffusa, così come lo è il ricorso a un continuo stato di stordimento, vuoi per l’eccesso di alcol, vuoi per l’uso protratto di droghe. La sensazione che si prova, frequentandoli, è quella che cavalchino un’onda che li mantiene sempre sulla superficie della realtà. L’irrompere del mondo digitale, con la conseguente smaterializzazione dei sensi reali e il predominio del chiacchiericcio, lo sgretolarsi di quello che fino a trent’anni fa erano delle realtà educative - scuola, chiesa, famiglia - e l’imporsi di un mondo ormai drammaticamente femminilizzato - privo cioè di un qualsiasi principio di autorità, che li aiuti a portare lo sguardo al di là dell’orizzonte ovattato del sentimentalismo - rendono sempre più difficile immaginare una qualche forma di intervento.

Eppure, da qualche parte bisogna pure incominciare, perché lo strazio di queste adolescenze non più in grado di impiegare la magnifica energia della loro età non è più tollerabile. Innanzi tutto, dato che non siamo monadi senza porte e senza finestre, ma veniamo al mondo in un contesto sociale - del quale un giorno verremo chiamati a fare attivamente parte - chiediamoci cosa offre la nostra società a chi viene al mondo. Il primo ambiente sociale ad accogliere i bambini sono i giardinetti, che spesso sono sporchi, trasandati, ricoperti di scritte. Poi c’è la scuola. La maggior parte degli edifici scolastici sono in uno stato di assoluto degrado. E non si parla di lavagne elettroniche, ma semplicemente di pareti, di banchi e di gabinetti. E il degrado, purtroppo, non è soltanto quello degli ambienti, ma riguarda anche la didattica. Insegnanti sottopagati, sottoposti alla continua tirannia della precarietà, ridotti all’impotenza educativa per la continua ingerenza dei genitori, avviliti nel loro desiderio di essere parte fondamentale di un processo educativo necessario alla persona e alla società.

Una mia nipote ha lasciato il liceo italiano per trasferirsi all’estero dove frequenta una scuola tedesca. La prima cosa che mi ha detto è stata: «Zia, è incredibile. Qui ti rispettano. Ti spingono sempre a dare il meglio di te, così noi studenti facciamo a gara per essere migliori. Ma quando torno in Italia vedo che i miei ex compagni fanno invece a gara per essere i peggiori. Chi riesce a prendere il voto più basso viene portato in trionfo dai suoi amici».

Dunque, un passo per innestare un vero cambiamento sarebbe quello di smettere di considerare la scuola unicamente un luogo di contrattazioni elettorali e sindacali, ponendosi invece come primo obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale educativo basato sul rispetto intergenerazionale e sulla riqualificazione edilizia, restituendo autorevolezza agli insegnanti e limitando fortemente le continue e deleterie intrusioni delle famiglie nella scuola.

Incoraggiare tutti a fare il meglio è l’unica base su cui costruire una società civile, degna di questo nome. Giardinetti latrina e scuole conseguenti aiutano a produrre quello che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. Una società che sta scendendo sempre più i gradini dell’inciviltà, del cinismo, dell’ignoranza e dell’arroganza ottusa. Certo, ci sono i media che amplificano tutto, ci sono i tempi che cambiano vertiginosamente ma, sotto tutto questo, esiste sempre l’essere umano. E l’essere umano, nonostante i continui tentativi di manipolazione a cui assistiamo, possiede una sua natura specifica. Ed è proprio su questa natura che dobbiamo intervenire, se vogliamo cercare di cambiare davvero qualcosa.

«Ma lei davvero crede ancora nell’esistenza del bene e del male?» mi chiese un giornalista, una quindicina di anni fa. La domanda mi sconvolse, perché fino a quel momento avevo sempre considerato l’esistenza di questi due poli come un lapalissiano fondamento della realtà. Invece improvvisamente scoprivo che non era così, che quello che io credevo fondamento, non era altro che il residuo di una credenza arcaica. Nel mondo esaltato dai media, infatti, il bene e il male non hanno più alcun senso di esistere. Il «mi piace» e il «non mi piace» sono diventati il confine etico del mondo. Ma l’essere umano trova veramente la sua realizzazione nel «mi piace» o «non mi piace»? O si tratta piuttosto di una pietosa anestesia per impedire di alzare lo sguardo e correre il rischio di farsi domande più grandi?

Aver cancellato la linea di demarcazione tra il bene e il male, trasformando quest’imprescindibile scelta in qualcosa di voluttuosamente relativo, ha contribuito fortemente a trascinare le giovani generazioni in questo stato di desolante degrado, privo di orizzonti. L’essere umano, per diventare veramente tale, ha bisogno di sfide. E la prima sfida è quella di sapere cos’è il giusto e cos’è l’ingiusto, per poter poi scegliere da che parte schierarsi.

L’altro asse cartesiano di riferimento è quello del tempo. Senza la consapevolezza che il vivere, prima di ogni altra cosa, è confronto con il termine - cioè con l’oscurità che ci attende tutti - è impossibile costruire un reale cammino di crescita. Invecchiare vuol dire crescere in saggezza, e in questa crescita dovrebbe essere racchiuso il senso vero di ogni vita. Se il tempo è scandito soltanto dal soggiacere agli impulsi e dall’inseguire i consumi, non c’è alcuna speranza di poter aiutare i ragazzi a uscire dalla circolarità banalizzante che questa società ci impone.

Da che mondo è mondo, il senso della vita degli esseri umani è sempre stato compreso tra queste due coordinate. Il tempo che mi è concesso e la sfida di scegliere tra il bene e il male. Altrimenti si finisce per vagare nell’indistinto. E l’indistinto è qualcosa che genera angoscia profonda nelle persone. Per questo, per uscire dall’opacità tristemente distruttiva che li sta fagocitando, i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di offrire loro delle sfide in questo campo, sottraendoli alla palude del «mi piace». Hanno bisogno che si riprenda a parlare loro del bene e del male e della coscienza - che è il luogo in cui questo discernimento avviene; un bene e un male non relativi, ma assoluti, il cui primo universale comandamento è «Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso». Hanno bisogno soprattutto di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti.

Susanna Tamaro

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