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Huffington Post
20 01 2014

Kordale e Kaleb probabilmente non avrebbero mai immaginato che un semplice ritratto di famiglia pubblicato su Instagram avrebbe potuto scatenare un tale dibattito. Questa coppia di uomini neri, padri di tre figlie, è stata travolta da una valanga di insulti, prima di ricevere approvazione e solidarietà.

"Una tranquilla mattinata a casa" recita la didascalia affianco alla foto. Immagini di vita reale e quotidiana: preparano i bambini, li vestono, giocano e scherzano con loro. E postano le immagini sul social network fotografico. Nonostante i moltissimi like, tuttavia le reazioni di centinaia di utenti sono di stampo razzista e omofobo.

In risposta, Kordale e Kaleb hanno scritto un articolo pubblicato dall'HuffPost statunitense:

"Per quanto riguarda gli aspetti positivi: sì, siamo due uomini gay con tre figli, ci prepariamo ogni mattina per andare a scuola. I nostri figli sono fortunati ad avere tre genitori (Kordale , Kaleb e la loro madre) che li amano, si prendono cura di loro e li sostengono in tutte le loro decisioni presenti e future. Abbiamo la possibilità di soddisfare le loro esigenze. Il nostro obiettivo come genitori è quello di fornire loro l'amore, istruzione, sostegno, incoraggiamento e ancora amore!"

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, le persone non si rendono conto che siamo genitori come loro che hanno figli che li amano. E' triste che veniamo discriminati a causa delle nostre preferenze sessuali e/o della nostra privacy. La foto è stata posta su un social network ed è stata esposta alle opinioni, non ci causa problemi se le persone si limitano a questo: a dare un parere . La gente pensa che i gay non possono crescere i figli eterosessuali. Immaginano che c'è il pericolo che vengano "contaminati " o che possano avere dei "guai" in relazione al fatto che la società considera sbagliato essere gay. I gay hanno gli stessi diritti, non sono meno capaci di amare e di vivere con passione.

Di quelle mamme attaccate a facebook…

  • Giovedì, 19 Settembre 2013 09:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
19 09 2013

Fila dal dottore. C’ho le vampate. Mi devono dire se è pre-menopausa, se è menopausa conclamata, se mi va a fuoco la testa perché ho pensieri troppo hot o rivoluzionari. Non so che altro. In ogni caso ho da chiedere una montagna di informazioni.

Mi porto dietro un cruciverba. Finisce che coinvolgo due o tre persone vicine, tra cui una signora rumena che mi dice un paio di notizie di cui non avevo proprio idea. Arriva la signorotta del quartiere, con tanto di passeggino allegato che pare un’arma di distruzione di massa. Il figlio che sta dentro è l’optional. Il bimbo è già in età da camminamento, ricordo che il passeggino nella mia infanzia era una specie di sdraio da mare in miniatura e con le ruote e due manubri. Oggi puoi metterci dentro i bagagli per partire per una settimana.

Il figlio vuole scendere ma c’è la cintura extra-sicurezza di quelle che se anche si ribalta piuttosto si trancia a mezzo il corpo ma non si slaccerà mai. La donna ha in mano un telefonino ultima generazione, giochicchia, chatta, sta su facebook, noi continuiamo a fare cruciverba. Non so qual è l’urgenza impellente che la tiene dipendente dal social network anche quando fa la fila dal dottore e esce con il figlio. La guardo meglio, non mostra la minima attenzione per il figlio, lo chiama solamente un paio di volte a mo’ di monito per dirgli che deve fare silenzio. La stessa cosa avevo visto fare ad un signore ben vestito qualche settimana prima in pizzeria. Lui attaccato al cellulare e il bimbo a maturare solitudine e trascuratezza.

Insomma la partecipazione è zero e l’alienazione è altissima. Il bimbo strilla, lei è infastidita perché lo strillo la riporta alla realtà. La sua realtà. E dunque eccomi con la simil/scema analisi sociologica del problema, se così si può dire. E quanti sono i genitori alienati che quando cade un figlio invece che andare a soccorrerlo gli scattano una foto e la mettono sul web? Quanti quelli che girano il video per mandarlo a quei programmi idioti in cui i bimbi si fanno male e tutti ridono? Quanti sono i genitori che prima di fare qualcosa di concreto con i bambini scrivono dettagliati status su facebook su quanto puzza la loro cacca? E secondo voi, no, davvero, ditemi, tutto ciò è sano?

Non sono solita patologizzare, né giudicare le abitudini altrui, ma tutto fa spettacolo, i figli non sono altro che parte di tutto questo mondo schizofrenico in cui da un lato apri il gas per suicidarti e dall’altro scrivi l’ultimo twitt per dire in 140 battute il motivo per cui l’hai fatto.

E intendo che se sei adulto e non c’è nessuno che dipende da te puoi fare quello che ti pare ma se hai un figlio o una figlia piccola, io voglio dire, ti rendi conto che mentre metti le foto su facebook, armeggi con i giochini e poi descrivi minuziosamente il momento in cui ha messo i dentini da latte, quel figlio sta crescendo senza di te?

Non so se ritenete che sia una cosa intelligente ma quando diventi dipendente da qualcosa secondo me coi figli bisogna smettere. Io quando ebbi mi@ figli@ smisi di fumare. Non fu difficile. Si fa e basta. Smettere di alienarsi con i social o utilizzarli per davvero soltanto come mezzi di comunicazione non sarebbe meglio?

Al solito: non serve demonizzare il mezzo, perché la tecnologia va bene, è utile, fantastica. Il punto è l’uso che ne fai. No?

Corriere della Sera
15 09 2013

Alla fine del film, la ragazzina con la sua bici si precipita in strada a cercare il coetaneo Abdullah. Non cerca un "guardiano", ma un amico con cui gareggiare    
 
di Viviana Mazza
 
Deve essere bizzarro essere la prima regista donna di un Paese dove non esistono cinema. Ma Haifaa Al Mansour non si lamenta. Preferisce “celebrare i passi nella direzione giusta”. O, meglio, le pedalate. Quando, l’anno scorso, uscì in Italia il suo commovente film “La bicicletta verde“, alle donne del suo Paese, l’Arabia Saudita, era proibito andare in bicicletta proprio come alla ragazzina protagonista. Da qualche mese, le saudite sono autorizzate ad andare in bici. Certo, “le cose sono cambiate fino a un certo punto”, osserva Haifaa con cui ho chiacchierato mentre era in Italia, tra i membri della giuria della Mostra del Cinema di Venezia. Devono infatti essere accompagnate da un guardiano maschio (“in caso di cadute o di incidenti”, ha spiegato la polizia religiosa) e devono indossare l’abaya.

Il film non nasconde le limitazioni nella vita delle donne saudite. Eppure le autorità del Paese hanno scelto di candidarlo agli Oscar (cosa mai accaduta prima per un film prodotto nel Regno), definendolo una “rappresentazione autentica” della società e della cultura locali.
La trentanovenne Haifaa, che è cresciuta in un paesino non lontano da Riad, in una famiglia tradizionale ma aperta abbastanza da consentirle, da piccola, di avere una bici (per girare solo dentro casa, si intende), dice che per quanto dall’esterno i cambiamenti possano risultare impercettibili, la società saudita è, di fatto, molto meno conservatrice oggi che negli anni Ottanta e Novanta quand’è cresciuta.
    Quando sono andata a studiare in Egitto, la gente diceva che era un ‘suicidio sociale’, che poi nessuno mi avrebbe mai sposata, che i miei valori sarebbero stati corrotti. Adesso invece tutte le ragazze presentano domanda per andare nelle università americane e possono anche chiedere una borsa di studio al governo: lo fanno anche nel mio piccolo villaggio d’origine, è una cosa accettata. Questo, per esempio, è un cambiamento enorme, che da fuori non si vede.

La regista saudita Haifaa al-Mansour e l’attrice Waad Mohammed l’anno scorso al festival del cinema di Venezia (Reuters)
All’attrice undicenne della “Bicicletta verde” i genitori, conservatori, hanno permesso di recitare fino a 16 anni perché non è ancora una donna; poi dovrà mollare e trovarsi un “mestiere rispettabile”. Haifaa crede che, con il suo carattere forte, la ragazza lotterà per fare ciò che vuole, proprio come nel film.

    L’Arabia Saudita – spiega la regista – appare per tanti versi come un Paese moderno per via delle sue infrastrutture, ma la gente è molto tradizionale. Tradizione e modernità cozzano e coesistono. Gli anziani e anche molte persone di mezza età si oppongono al cambiamento, ma i giovani sono tanti. Crescono in una società tribale e collettivista, imparando valori come il rispetto per gli anziani, ma allo stesso tempo desiderando di essere moderni, di innamorarsi, di costruirsi la propria vita.

Il 51% della popolazione ha meno di 25 anni. La crescita di Twitter è fenomenale: la maggioranza di chi è collegato a Internet usa già il sito di microblogging (tre milioni di persone) e più di 6 milioni di sauditi sono su Facebook.
    I social media hanno consentito di creare un mondo virtuale dove è possibile superare le barriere di segregazione tra i sessi, di distanza tra parti lontane del Paese, e anche la barriera tra pubblico e privato, per cercare di essere se stessi.
Anche la campagna per il diritto alla guida che pure viene combattuta ormai da decenni (alcune cugine di Haifaa sono state arrestate nel 1991 a Riad in una delle prime manifestazioni di donne al volante) usa oggi  i social media.

Alla fine della Bicicletta Verde, la protagonista con la sua bici nuova si precipita in strada a cercare il coetaneo Abdullah. Non cerca un “guardiano”, ma un amico con cui gareggiare. “Quando avrò la mia bicicletta e ti batterò, allora saremo pari”, gli aveva infatti giurato all’inizio. E con le sue gambe lunghe, alla fine, lo supera rapidamente.

“E’ importante avere amici e alleati: io non credo che le donne possano governare il mondo da sole”, dice Haifaa. Per ora, comunque hanno conquistato il sellino. E c’è parecchio da pedalare.

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