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Il Fatto Quotidiano
02 12 2014

Quella scritta sul muro virtuale di facebook è piaciuta. E’ piaciuta a centinaia di persone, uomini e donne che hanno messo un like a: “Sei morta troia“.

Nel mondo reale si era appena concluso il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza alle donne e Maria D’Antonio moriva a trentadue anni per aver osato entrare in conflitto con l’ex marito. La sua morte è stata accompagnata da un collettivo gradimento con un orribile botta e risposta tra realtà e virtualità.

Le tecnologie ci illudono di essere più evoluti e civili ma si rivelano, spesso, strumenti sofisticati con i quali esprimiamo antiche inciviltà o sentimenti immondi. Irridiamo alla morte e incitiamo alla violenza sul web come se fosse un grande videogioco perché siamo convinti che la tastiera sia innocua e che non sia un’arma.

L’assassino un’arma l’ha impugnata davvero perché come altri uomini che lo hanno preceduto non ha tollerato la separazione della moglie e i sentimenti di abbandono e solitudine.

Ha ucciso perché non pensava che una donna possa scegliere, possa dire di no, possa sottrarsi alla relazione, possa opporsi al volere e alle aspettative altrui.

Antonella Picchio, il 25 novembre al convegno di D.i.Re , commentava che la disparità tra uomini e donne è alimentata dal sogno maschile che vuole le donne onnipotenti e infinitamente sacrificabili. Un sogno antico e contemporaneo che genere l’aspettativa che la donna resti inchiodata al ruolo di madre che accoglie, cede, rinuncia in nome dell’amore. Se rifiuta di negare se stessa e cerca il proprio piacere e la propria felicità allora è troia, mignotta, puttana. Sono i soliti insulti e le denigrazioni di sempre, parole che accompagnano quotidiane violenze contro le donne, dentro e fuori le pareti domestiche, sui media e sul web.

Quelle centinaia di utenti facebook che hanno cliccato “mi piace” non conoscevano le reali intenzioni di quell’uomo ma ne condividevano il sogno che esige l’infinito sacrificio del femminile. Nella cultura del femmicidio le donne hanno il dovere di aderire al sogno e gli uomini hanno il diritto di accarezzarlo e le “troie” che non si adeguano devono essere punite. Per questo Maria è morta in mezzo a un coro di “mi piace” per la sua legittima e bella ricerca della felicità.

@Nadiesdaa

l'Espresso
02 10 2014

Sono centinaia gli account di tutto il mondo che usano il social network per condividere foto porno di minori. Un giro di pedofili tutto alla luce del sole, non protetto da password o da altri accorgimenti, fin troppo facile da raggiungere. E che da mesi continua le sue operazioni indisturbato

C'è una rete dentro la rete su Twitter. Un network in chiaro composto da centinaia di account internazionali impegnati a scambiarsi materiale pedopornografico sul social network cinguettante, attivo da molti mesi e passato fino ad oggi inosservato agli occhi di chi controlla il sito.

E' quanto rivela l'Espresso con la sua inchiesta, in edicola venerdì e visibile anche su Espresso+, partita dalla segnalazione di un lettore e che ha permesso di ricostruire un'estesa rete di profili pedopornografici seguendo i contatti di un singolo account. Un circuito molto vasto su cui adesso è al lavoro la Polizia Postale e che lo stesso social network, in seguito alla denuncia del settimanale, sta provvedendo a smantellare.

Come cinguetta il pedopornografo. Il modo di agire di questi account varia di caso in caso. Ci sono persone che condividono con frequenza foto e video con immagini molto esplicite e c’è chi invece preferisce retwittare gli altri o lasciare commenti, in genere in inglese, arabo o spagnolo. C’è anche chi dopo aver attivato il profilo e aver inserito alcune foto, rimane in silenzio ad aspettare e a guardare i contenuti degli altri.

Centinaia di pedofili si scambiano materiale a luci rosse su minori su uno dei siti più famosi e frequentati al mondo. 
Un lettore ci ha segnalato un account sospetto e da questo abbiamo ricostruito un vero e proprio network. Su cui ora indaga anche la polizia
Gran parte dei profili e dei contenuti di questo giro inquietante sono del tutto visibili sia agli utenti sia ai motori di ricerca come Google, mentre solo una piccola parte dei criminali nasconde i suoi scatti e deve approvare personalmente i suoi “follower” prima che possano accedere a questi materiali.

La scarsa preoccupazione per la segretezza è dimostrata anche dall’uso di immagini esplicite nella foto profilo e nella copertina (una grande immagine orizzontale usata sulle pagine personali di Twitter) e non è raro imbattersi in veri e propri hashtag usati dalla comunità dei pedofili per segnalarsi l’un l’altro i contenuti per loro di valore.

Le regole del sistema. l termini d'uso di Twitter sono molto chiari nel vietare l'utilizzo del sito per scopi illegali ed è anche presente una specifica policy per la tutela dei minori: «Non tolleriamo lo sfruttamento sessuale minorile su Twitter», si legge nel documento: «Quando veniamo a conoscenza di link a immagini o contenuti che promuovono lo sfruttamento sessuale minorile, tali contenuti verranno rimossi dal sito senza e segnalati al Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati».

Con 500 milioni di tweet postati ogni giorno non stupisce però la presenza di alcune falle nei sistemi di controllo. E se è vero che gran parte della rete di account segnalati da “l’Espresso” è stata rimossa poche ore dopo la nostra denuncia presso la Polizia Postale, alcuni profili sono sopravvissuti. Oppure hanno messo in atto altre precauzioni.

Nascosti nelle chat. Tanti pedopornografi, forse preoccupati dal possibile allontanamento da Twitter, rimandano con un link dalla propria breve biografia ad altri luoghi virtuali in cui conoscersi meglio e, probabilmente, scambiarsi materiale illecito lontano da occhi indiscreti. Ad andare per la maggiore per questo tipo di traffici sono i nuovi sistemi di messaggistica istantanea, come le app per smartphone Kik, Snapchat e perfino il popolare Whatsapp, considerate più sicure e meno rintracciabili dalle forze dell’ordine, spesso erroneamente.

Mauro Munafò

La buona arte della disconnessione

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  • Pubblicato in Il Libro
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Sotto sotto siamo tutti troll

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Troll su internetSerena Danna, Corriere della Sera
21 settembre 2014

L'anonimato è da sempre l'imputato numero uno quando si tratta di ricercare le cause dell'aggressività online. Che si tratti di un professionista del disturbo - il cosiddetto troll - o, semplicemente, di un utente che inquina la conversazione con linguaggi e pensieri volgari, la soluzione per molti è sempre la stessa: abolire l'anonimato online. ...

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