Il Post
17 06 2014

L’organizzazione ambientalista Greenpeace ha comunicato di aver perso circa 3,8 milioni di euro a causa di una speculazione finanziaria che non ha avuto il risultato auspicato da un dipendente del gruppo che, dice Greenpeace, «ha agito eccedendo i suoi poteri, senza rispettare le procedure e commettendo un grave errore di giudizio». L’identità del dipendente non è stata rivelata, tuttavia Greenpeace ha detto di averlo licenziato.

Come funzionava la speculazione è piuttosto semplice. Greenpeace, che ha formalmente sede ad Amsterdam ma opera in diversi paesi, aveva chiuso contratti impegnandosi ad acquistare valuta estera a tasso di scambio fisso, attendendosi che un indebolimento dell’Euro avrebbe reso l’operazione profittevole: in pratica, se io penso che tra un mese avrò bisogno di 1 dollaro e stimo che tra un mese il dollaro varrà più di oggi (ovvero mi serviranno più euro per comprarlo), posso impegnarmi a comprare tra un mese 1 dollaro al valore di oggi. Se ho ragione tra un mese comprerò il dollaro a un valore minore del valore di mercato, se ho torto comprerò il dollaro a un valore più alto del valore di mercato. Nel caso di Greenpeace l’euro è aumentato di valore (ovvero il dollaro è sceso) e quindi Greenpeace ha perso diversi milioni.

A causa della pesante perdita, ha comunicato Greenpeace, il bilancio del 2013 che sarà presentato nelle prossime settimane registrerà un passivo di 6,8 milioni di euro. Greenpeace, che si finanzia esclusivamente grazie a donazioni, si è scusata con i suoi sostenitori e ha detto che riuscirà a riassorbire la perdita nei prossimi due o tre anni di attività, ma che sarà costretta a rivedere alcuni investimenti programmati per il miglioramento delle sue infrastrutture e attività. I fondi destinati al finanziamento delle attività di campagna “di prima linea”, tuttavia, non verranno ritoccati per far fronte alle perdite inaspettate.

Per prevenire che una situazione simile possa ripetersi, Greenpeace ha detto di aver commissionato a un’agenzia indipendente una revisione completa dei suoi conti, di alcune procedure gestionali e di controllo, oltre a un’indagine per capire come sia stato possibile a un dipendente agire all’insaputa dei suoi superiori ed eludendo i sistemi di controllo.

deLiberiamoRoma, occupato il Governo Vecchio

  • Martedì, 22 Aprile 2014 14:32 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
22 04 2014

Centinaia di persone aderenti alla campagna deLiberiamo Roma hanno aperto le porte del Governo Vecchio, la vecchia sede della casa delle donne per pretendere l'utilizzo sociale del patrimonio immobiliare pubblico. Oggi pomeriggio alle 15 in Campidoglio saranno consegnate le proposte sulle quattro delibere cittadine d'iniziativa popolare su acqua, scuola, patrimonio, finanza pubblica.

I cultori dell’estimo edilizio definiscono Palazzo Nardini di via del Governo Vecchio (rimasta nell’immaginario cittadino “la casa delle donne” che nel 1976 l’occuparono a seguito di una manifestazione notturna dipanatasi nell’intera città al grido “riprendiamoci la notte”) “un limbo catastale” perché le istituzioni (Comune e Regione) che, da decenni nulla fanno per la sua manutenzione, si scaricano a vicenda la proprietà. Il risultato? Oggi un arrugginito catenaccio e un altrettanto terrificante lucchetto, serra il portone quattrocentesco di questo edificio misurando, come un qualsiasi metro alla Moccia, il doppio bugnato a punta di diamante che l’incornicia.

Eppure siamo all’interno di quel sistema viario che il Papa del Rinascimento Sisto IV, su suggerimento del Bramante (che alcuni vogliono come autore anche di questo edificio), volle realizzare per aprire e connettere il Vaticano, ad oriente, oltre il Tevere, con lo sviluppo della città.

Quella che oggi chiamiamo “Governo Vecchio” è infatti la vecchia via del Parione che, con via di Panico e dei Coronari rappresentava il sistema dei percorsi urbani disegnati nella pianta della città “a ventaglio” che, convergenti verso il ponte di Castel S.Angelo, esaltavano l’accesso al Vaticano. Una via importantissima che ha determinato una sistemazione urbanistica restata immutata fino agli sventramenti fascisti degli anni ’30.
Oggi Palazzo Nardini è stato riaperto con un occupazione simbolica fatta dai molti (oltre 70 le organizzazioni che animano la campagna “deLiberiamo Roma”) che lo hanno assunto quale convitato di pietra del riutilizzo a fini sociali del tanto abbandonato e inutilizzato patrimonio immobiliare cittadino, che Renzi e Marino vorrebbero alienare per “fare cassa”. Riprendersi l’esistente come “diritto alla città” però non basta. Le delibere d’iniziativa popolare, che oggi stesso saranno presentate al Comune per iniziare la raccolta delle firme e poi discuterle in aula Giulio Cesare, così come impone lo statuto capitolino, sono quattro. Insieme a strappare agli energumeni della rendita e all’appetito del mercato immobiliare il patrimonio pubblico, le delibere interessano la ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero: la difesa del referendum del 2011; spezzare il Patto di Stabilità interno con "l’introduzione di altre misure di finanza pubblica e sociale che contrastino gli effetti che la crisi economico-finanziaria rovocano nella popolazione"; il diritto allo studio, il potenziamento delle risorse per le scuole pubbliche e dire basta ai finanziamenti alle scuole private.

Un panorama "romano"molto diverso da quello che Marino e i suoi assessori si accingono a disegnare, in ossequio a Renzi e al co-sindaco Alfano, fatto di austerità, tasse e privatizzazioni. L’inizio della raccolta delle firme è fissato per il 25 Aprile nel corso delle molte iniziative che ricordano la fine della tirannide fascista.

Firme e parole per continuare a riportare Roma a riprendersi i propri diritti non poteva che avere inizio, molto più che simbolicamente, dal palazzo di via del Governo Vecchio, dove le donne riuscirono a reinventare, con quella lunga occupazione sul finire degli anni ’70, le tematiche del movimento con cui seppero parlare alla città. Governo e Sindaco oggi vogliono continuare a minare questo rudere e criminalmente abbandonarlo a vantaggio di una miriade di luoghi del consumo alimentare e del vestiario, che giorno dopo giorno cancellano il suo essere stato nel corso dei secoli, pur per motivi differenti, uno spazio pubblico della città. A noi impedire questo e tanto altro.

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