×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

L’arrampicata di Alessia, campionessa paraolimpica

La 27 Ora
30 01 2015

Alessia Refolo è una ragazza molto bella di 24 anni di origine piemontese; impiegata bancaria, amante dello sport. Apparentemente sembra una delle tante giovani donne della sua età, con una vita tranquilla in cui ogni conquista è stata facilmente raggiunta. Non è stato propriamente così. A un anno e mezzo è stata colpita da un tumore nella zona addominale, un Neuroblastoma Pediatrico, patologia molto rara e difficile da curare. In seguito, la somministrazione di farmaci molto forti le hanno danneggiato in modo irreversibile il nervo ottico e la retina.

Nonostante la perdita della vista, Alessia si ritiene fortunata ed orgogliosa di se stessa; è giusto che sia così. Infatti, vive da sola, pratica molti sport. Non molto tempo fa si è imbattuta nell’arrampicata e, mettendoci passione e impegno, è diventata una campionessa paraolimpica.

Alessia, ci vuoi parlare della tua partecipazione ai campionati del mondo di arrampicata lo scorso settembre in Spagna?
«Il 2014 è stato il mio primo anno da agonista nell’arrampicata su roccia e dopo aver vinto le tre gare di Coppa Italia sono entrata a far parte della nazionale italiana paraclimber con la quale sono partita per i Campionati Mondiali in Spagna. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di confrontarmi con atlete straniere molto forti ed è speciale il rapporto di complicità che si è creato con i compagni di viaggio che, pur avendo disabilità diverse dalla mia, si sono dimostrati altruisti e pronti a dare consigli. Faccio ancora adesso fatica a credere di aver vinto l’oro in questa gara, la più importante. Per me è stato come un regalo dopo un anno di allenamenti costanti e intensi».

Quali sono le tue specialità nell’arrampicata?
«Pratico tutte le 3 discipline dell’arrampicata – boulder, lead e speed – in modo da essere un’atleta più completa possibile. Nella prima ci si muove soprattutto in orizzontale dato che l’altezza massima della parete è circa di 4 metri, si tratta principalmente di blocchi brevi ma faticosi da eseguire ed è importante cercare di atterrare sul materasso in modo corretto, per evitare di farsi male. Nella lead le pareti sono alte diversi metri e le vie sono più o meno dure in base al grado di difficoltà che viene deciso dal tracciatore e in gara vince chi arriva più in alto. Infine la speed è la velocità, quindi si tratta di una via sempre uguale strutturata in modo semplice. Viene studiata e imparata a memoria in modo da farla più rapidamente possibile in gara dato che in questo caso conta il tempo. Nella lead e nella speed si scala in coppia poiché è necessario che una persona faccia sicurezza dal basso mentre l’altra scala e vengono utilizzati strumenti tecnici oltre all’imbrago e alla corda».

Quanto e come ti alleni?
«Mi arrampico da settembre 2013 e nutro una forte passione per questo sport che mi ha portata ad intraprendere la strada dell’agonismo. Svolgo tre allenamenti intensi a settimana sia in parete che in sala pesi: in primis al CUS di Torino ma anche alla palestra K3 di Ivrea e all’Algim diIivrea. Mi piace scalare autonomamente scegliendo da sola il percorso utilizzando il tatto ma ci sono sempre delle vie tracciate da seguire con le prese di diverso colore in base alla difficoltà. Quando mi arrampico il mio allenatore diventa anche la mia guida;: mi comunica i comandi per raggiungere gli appigli tramite un auricolare bluetooth. Il mio codice di comandi si basa sulle ore dell’orologio ed è come se io mi trovassi al centro di un grande orologio. È molto importante il rapporto di fiducia tra l’atleta e la guida. È necessario capirsi rapidamente perché non bisogna perdere tempo dato che le varie posizioni del corpo in parete sono scomode».

Oltre al successo sportivo, nella vita quotidiana hai raggiunto un altro risultato, forse molto più importante, quello di andare a vivere da sola.
«Vivo da sola da qualche mese e questa mia indipendenza l’ho ottenuta impegnandomi negli studi e riuscendo a vincere un bando di concorso presso la banca Monte dei Paschi di Siena, dove lavoro attualmente. Penso in generale che appena si ottiene una stabilità economica, sia giusto allontanarsi dai genitori, e questo vale anche per me. Anzi, forse a maggior ragione quando si ha un problema, si tende a ricevere molto aiuto in particolare dalla famiglia e questo mi ha fatto sentire una forte voglia di essere autonoma in tutto chiedendo meno aiuto possibile agli altri. Questa scelta importante mi dà molte soddisfazioni: ho imparato a cucinare pietanze semplici, faccio le pulizie e le lavatrici, usando l’acchiappacolore, che mi tranquillizza. Tengo molto al mio aspetto fisico, mi piace vestire in modo elegante e da sempre memorizzo bene l’abbigliamento che acquisto facendomi dire i vari colori così che i miei abbinamenti risultino sempre ben fatti».

Anna Gioria

Donneuropa
23 12 2014

Non importa se a vincere sarà lei: quel che conta è che per la prima volta nella storia una donna contenderà a due uomini il premio Puskas, il riconoscimento assegnato al gol più bello dell’anno. Stephanie Roche, irlandese di 25 anni, il 12 gennaio sfiderà i capolavori che James Rodriguez e Robin Van Persie hanno regalato nel mondiale brasiliano rispettivamente in Colombia-Uruguay e in Spagna-Olanda. Poco a che vedere con la partita del campionato irlandese tra Peamont United e Wexford Youth, dove una sola telecamera ha immortalato la splendida azione della Roche: stop di piatto, destro al limite dell’area, sombrero su un’avversaria e sinistro al volo che si è piazzato con precisione chirurgica sotto l’incrocio dei pali.

E se la dublinese è riuscita ad attirare l’attenzione di tutti, il merito va proprio a quel filmato che, grazie a un fitto lavoro di squadra (non solo gli irlandesi ma anche gli inglesi hanno contribuito), ha fatto il giro del mondo su Youtube con più di 3 milioni di visualizzazioni: talmente perfetto, quel lampo, da essere uno dei più votati e, di conseguenza, da essere in lizza per la rete più bella. In effetti, la Roche ha già battuto un record, visto che l’Irlanda non ha mai avuto un calciatore tra i candidati al premio.

Il risultato fin qui ottenuto spazza via le critiche e i preconcetti che tuttora avvolgono la realtà del calcio femminile: “Oltre alla soddisfazione personale, l’aspetto più bello è che il mio gol è servito a dare un po’ di visibilità a uno sport considerato ancora prerogativa maschile”, racconta lei. Certo, un po’ di fortuna, come sempre, aiuta: sono rarissime le partite che vengono riprese dalle telecamere. “Appunto, di solito nessuno vede in video le nostre prestazioni. Proprio per questo sono convinta che la presenza quel giorno – nell’ottobre del 2013 – della telecamera sia un segno del destino”.


Stephanie in estate è approdata all’Albi, in Francia, dopo aver disputato tre stagioni nel Peamont United e aver vinto il campionato, la Coppa d’Irlanda e la classifica cannonieri con 24 reti. Ma l’amore per il calcio le appartiene da sempre: “Prima giocavo con i maschi. A nessuno pareva strano e spesso scendevo in campo con loro, magari con i più giovani”. Soltanto quando è diventata professionista ha fatto parte di una squadra composta unicamente da ragazze, “e lì ho capito quanto ancora le donne non venissero prese sul serio in questo sport”. Questo però accadeva tempo fa: adesso con la grinta, la passione e la determinazione di chi come lei porta avanti la propria ambizione la situazione sta cambiando profondamente.

E sognare, dopo aver superato le magie di Zlatan Ibrahimovic e Diego Costa – “bocciati” per farle spazio nelle nomination – non fa più così paura: “Arrivati a questo punto posso persino vincere. Perché no?”. Per l’eventuale annuncio Stephanie dovrà attendere ancora qualche giorno, ma già oggi, grazie a lei, il calcio femminile ha vinto.

la Repubblica
20 11 2014

Il libro di Thuram contro il razzismo. "Quando a Parigi diventai un nero"LILIAN Thuram è un grande campione. Ha giocato per anni in Italia. Prima nel Parma e poi nella Juventus. Ma ha iniziato in Francia, nel Monaco. E ha concluso la sua carriera nel Barcellona, a 36 anni, fermato da una malformazione cardiaca. Nella sua carriera ha vinto molto. Un campionato del mondo e uno d'Europa. In Italia, due scudetti e tre supercoppe. Ma Thuram non è solo questo. Dopo, ma anche durante, la carriera di calciatore, ha contribuito, in modo, direi, militante (anche se all'autore l'espressione non piace), a promuovere l'integrazione. Sul piano sociale.
Contro ogni forma di discriminazione. Contro ogni forma di razzismo. A questo fine, ha costituito una Fondazione, che porta il suo nome. E che svolge numerose attività, soprattutto in ambito educativo, nei luoghi della socialità giovanile. Non sorprende, dunque, che Thuram abbia trasferito questa esperienza in un libro, scritto in collaborazione con molti fra coloro che partecipano alla Fondazione. Intellettuali e studiosi, come Todorov e Viewiorka.

Il volume ha un titolo programmatico: "Per l'uguaglianza" (ADD editore, 16 euro). È, in parte, autobiografico. In parte, analitico e riflessivo. Racconta, nei primi capitoli, la sua vicenda personale. Thuram, nato in Guadalupa, penultimo di una famiglia con cinque figli nati da padri diversi. Una condizione normale, nella terra d'origine. Ma non in Francia, dove si trasferisce a nove anni. E lì si trova, immediatamente, a porsi domande. Thuram, d'altronde, è curioso. E tutto il libro è una sequenza di domande. Che nascono dalla sua esperienza. E riguardano, dapprima, la "differenza" - vistosa - fra il suo modello di famiglia e quello dei compagni di scuola e di gioco. La sua famiglia, d'altronde, si regge e si fonda sul ruolo della madre. Per questo Thuram afferma di aver voluto figli "molto presto, forse, inconsciamente, per essere il padre che non avevo avuto". Al tempo stesso, è in Francia che l'autore scopre la questione del razzismo. Perché "è stato al mio arrivo a Parigi che sono diventato nero". Prima, non si era mai posto il problema.

Ma a Parigi il colore della pelle è causa di stigmatizzazione. La differenza diventa diversità. Tuttavia, "non si nasce razzisti, lo si diventa", sottolinea Thuram. È una costruzione sociale che si trasmette di generazione in generazione. Fino a divenire "un'abitudine, un riflesso inconscio". Il calcio, nella visione di Thuram, serve a spezzare quest'abitudine. Questo pregiudizio, dato per scontato. Perché "dopo la scuola, il campo è il luogo più importante dove si educano i figli". Ma il calcio è anche uno spazio pubblico, un teatro che permette di comunicare valori, in modo "esemplare". Thuram, non a caso, ha messo in scena, in diverse occasioni, la tolleranza, denunciando apertamente l'intolleranza. Come nel 1998, quando polemizzò con Jean Marie Le Pen, che criticava il numero eccessivo di "neri" presenti nella nazionale di calcio. Gli replicò, allora, che per far parte della nazionale, non conta essere neri o bianchi. Ma francesi.

Ma anche di recente, è intervenuto criticamente contro l'allenatore del Bordeaux, Willy Sagnol, che aveva recriminato contro il ricorso al "giocatore tipico africano, che ha il vantaggio di costare poco, al momento dell'acquisto, e di essere pronto alla lotta, sul terreno di gioco". Ma non sarebbe altrettanto intelligente e tecnico. Parole in libertà, ha osservato Thuram, che rinforzano pregiudizi antichi e resistenti. Parole che, peraltro, echeggiano discorsi pronunciati da figure autorevoli del nostro calcio. Impossibile non rammentare Carlo Tavecchio, quando, alcuni mesi fa, parlava degli "Opti Pobà, che prima mangiavano le banane e oggi giocano alla Lazio". Tavecchio è divenuto presidente della Federazione Italiana di Calcio. Nonostante (non oso dire: grazie a) quella battuta. Perché in Italia non vedo - non ci sono testimoni della tolleranza e dell'integrazione, come Thuram. Fra i dirigenti, gli allenatori e gli stessi giocatori. Anche se tutte le squadre, ormai, sono multietniche. Per questo, il libro di Liliam Thuram è utile. Perché, al di là del valore letterario, restituisce al calcio il valore della relazione e dell'integrazione. Andrebbe, dunque, adottato e letto dove si insegna - e dove si insegna a insegnare - calcio. A Coverciano, anzitutto. Infine, un consiglio: a Natale regalatene una copia a Tavecchio.

Ilvo Diamanti

Mia Hamm, speriamo non sia un token

Il Fatto Quotidiano
31 10 2014

Dopo pochi minuti dalla nomina di Mia Hamm nel cda della Roma, sia Espn sia Usa Today (tra i primi ad averla data) hanno lanciato la notizia in maniera molto sobria, come fosse normale, al contrario di quanto avvenuto invece nei nostri media. Molti, anche i siti delle testate più importanti, hanno tenuto subito a mostrare le foto della Hamm in versione starlette, foto con abiti lunghi luccicanti o mini e comunque tante paillettes (sarà capitato pure a lei di indossare quegli abiti, ma non è certo passata alla storia per questo), come se la notizia dell’ingresso della più grande calciatrice di tutti i tempi possa attirare l’attenzione degli uomini solo per questo.

Ma il punto è un altro. La Hamm porta con sé una dote immensa, lontana anni luce dalla cultura italiana che ruota intorno al calcio, ha la capacità di trasmettere esattamente quello che lo sport del calcio deve tornare ad essere. Gioco, appunto. E divertimento. Spulciando negli articoli del New York Times che le sono stati dedicati nel corso degli anni, tutto questo ti arriva in maniera lampante. Dunque, come è arrivata alla Roma? Due anni fa aveva presentato la Roma a Disneyworld, un mese fa era intervenuta al premio Golden Foot di Montecarlo lanciando grandi lusinghe al club italiano (“il mio giocatore preferito è Francesco Totti“, nominare Totti e fargli i complimenti davanti un microfono è sempre il Mia Hammprimo passo per avere l’abbraccio di una cerchia molto importante che ruota intorno al club, tutti i giornali il giorno seguente lo scrivono e le radio romane ne parlano; se avesse detto “il mio giocatore preferito è Di Natale”, nessuno lo avrebbe saputo), e non per ultimo: suo marito, Nomar Garciaparra gioca a baseball nei Red Sox di James Pallotta.

La dote positiva che porta con sé Mia Hamm fa intravedere una luce, uno spiraglio anche per il nostro ambiente: annunciò il ritiro dall’attività sportiva a soli 32 anni, rifiutò di posare per alcune copertine di settimanali (se non con la propria squadra), rivendica come arma vincente per la sua carriera da calciatrice la dedizione al lavoro. Ora vediamo lo spazio che le verrà concesso e se sarà adeguatamente protetta nel caso lanci nuove idee e proposte (il guaio è sempre questo per le singolarità che entrano in un contesto omogeneo…come la fisica ci insegna).

Pochi giorni fa ho scritto un post sul fenomeno Soccer Mom, che ho conosciuto da vicino durante il mio viaggio a San Francisco. Perdonate la parentesi autoriferita, ma volevo solo ricordare che il calcio è lo sport più praticato dalle donne al mondo (i dati dicono questo). In Italia tante ragazze lo praticano, però questa cosa non fa notizia, come non fanno notizia i loro nomi, nemmeno a livello di nazionale italiana: basti pensare che la partita di mercoledì scorso contro l’Ucraina, valida l’accesso ai playoff per qualificarsi al Campionati del Mondo, era possibile guardarla solo nel web, perché piuttosto che trasmetterla si è preferito mandare in onda il biliardo.

Ancora si nomina la Morace, se proprio si vuole cercare un nome che la rappresenti. O, se ci va bene, al massimo si arriva alla Panico. Mentre di esponenti valide, con una bella testa, ce ne sono tantissime. Sconosciute, certo. Magari con un secondo lavoro. Ma che possono aprire un mondo dove trovare ancora i valori e il senso stretto di gioco, che per certi aspetti il calcio dei maschi ha perso da tempo. Comunque, speriamo che l’ingresso di Mia Hamm tutto non sia solo uno specchietto per le allodole, non sia una trovata di marketing per promuovere qualcos’altro. Insomma, speriamo non sia solo il token woman (come fanno gli americani quando allestiscono il cast di una serie tv, e scelgono sempre un uomo dai tratti indiani, una donna bianca, un uomo colored e così via, per coprire tutte le classi sociali, la gente si identifica e applaude).

Gabriella Greison

la Repubblica
11 09 2014

L'imbarazzo del calcio italiano ha preso consistenza ieri all'Hotel Parco dei Principi a Roma. A pochi passi dalla Federcalcio, al  convegno Uefa "Respect Diversity", primo impegno internazionale per Carlo Tavecchio, il neo presidente non c'era: ragioni di opportunità.

Insomma, il calcio europeo di raduna per parlare di razzismo e il padrone di casa è in attesa di giudizio della Disciplinare per l'uscita sui mangia-banane. ...

facebook