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Il problema però è a monte, e va molto al di là delle stravaganze di turisti che qui pagano 4.000 euro per una settimana di vacanza con la famiglia. Ed è quello della pinkification, ovvero degli stereotipi color confetto. ...

Maternità: è tutto talmente obbligatorio.

  • Martedì, 20 Maggio 2014 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminile plurale
20 05 2014

La prima assemblea aveva come titolo “Dei legami e dei conflitti” ed era organizzato dal Gruppo del Mercoledì. L’invito all’incontro partiva da un documento [qui il testo in pdf] che proponeva la cura come «nuovo paradigma della convivenza» in Europa, liberandone la pratica dalla “gabbia” del privato e facendone emergere le potenzialità politiche e di contrasto. Non a caso, durante l’incontro si è parlato poco di Europa (c’è una difficoltà crescente nel dialogare con gli appuntamenti elettorali) e molto di cura: specificamente, quanto essa possa risultare controproducente rispetto allo stesso patto sociale che pure con essa si vorrebbe non solo proteggere ma rinnovare; quanto essa possa risultare – contro e nonostante le intenzioni di chi la pratica – uno strumento del potere al quale invece ci si vorrebbe opporre. Riporto, tra tutte, due testimonianze che hanno esemplificato questo paradosso.


La prima riguarda un gruppo di fisioterapiste che avevano in cura dei bambini. Nonostante non siano state pagate, per cura del rapporto con i piccoli pazienti e del proprio lavoro, hanno continuato ad operare. Questo sicuramente ha favorito i bambini, ma anche il sistema economico-sanitario che aveva creato questa situazione. La cura, benevolmente rivolta ai pazienti, è stata irreparabilmente altrettanto benevola verso coloro che proprio quei pazienti mettevano deliberatamente a rischio.

La seconda testimonianza veniva da una ricercatrice universitaria, concorde con altre colleghe presenti nell’attaccare l’opinione per la quale in università non ci sarebbe lavoro. «Ce n’è moltissimo – diceva, – ma non si vuole pagarlo». Il suo rendersi disponibile a un sistematico carico di lavoro extra e non retribuito andava ancora una volta a favore delle sue studentesse e studenti, ma avvallava l’organizzazione che rendeva quel suo stesso lavoro ingiustamente necessario (lasciando magari fuori dall’università persone qualificate che quel lavoro avrebbero potuto svolgere). Il derby non è dunque tra una “bontà oblativa” e un atteggiamento da tanto-peggio-tanto-meglio, bensì riguarda le conseguenze previste, ma contrarie, di un atteggiamento che invece di produrre attriti crea paradossali connivenze. Complicità. In entrambi i casi la “cura pubblica” spesa da queste donne diventa contemporaneamente sconsigliabile e obbligatoria. Obbligatoria perché, nonostante se ne tenga aperta e presente la problematicità, semplicemente non è possibile sottrarvisi rimanendo sé stesse.

Aggiungo a questi esempi un’altra fattispecie della cura, che è quella che deriva dalla precarietà: specie per le donne, ma non solo per loro, l’infinita sostituibilità nelle mansioni lavorative prodotta dai rapporti di lavoro precari induce a spremere da sé stesse un surplus non pagato di performatività, che traduce lo sforzo di aggiungere all’anonimato del precariato un poco di insostituibilità. Anche in questo caso si configura un lavoro di cura – in questo caso rivolta al lavoro stesso – sistematico e gratuito, e non raramente in chiave competitiva. Questo atteggiamento di cura del lavoro come auto-sfruttamento della lavoratrice ha in comune con la cura pubblica di cui sopra il fatto di essere percepito da chi lo traduce in pratica come obbligatorio. Non si può fare altrimenti (per non farsi rubare la propria deontologia e sensibilità professionale da un sistema che penalizzerebbe i bambini, per resistere a un sistema universitario che metterebbe studenti e studentesse sempre all’ultimo posto della gerarchia di priorità, per non perdere, o perdere il più tardi possibile, il posto di lavoro che ci è necessario per vivere – eccetera).

Il secondo incontro si intitolava “Il grembo insostituibile. Nuove famiglie, cosa cambia nell’intreccio tra tecniche, fantasie e pratiche”, un invito al dialogo da parte di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire [qui il testo dell'invito e il calendario degli incontri, sono ancora in corso]. In questa assemblea si è affrontato il tema di come le nuove tecniche procreative abbiano reso superfluo l’incontro sessuale tra un corpo di uomo e un corpo di donna ma anche di come il potere (la potenza) del corpo femminile sia enfatizzato perché, appunto, al netto di tutte le tecniche, è inaggirabilmente un corpo di donna a dover portare avanti la gravidanza. Un senso del limite per la scienza, e di insostituibilità per le donne.

Cosa hanno in comune questi due filoni di discorso e di sapere, anche esperienziale, e come si arriva alla riflessione sulla maternità? Riflettendo in prima persona, li collego nella cifra della sottrazione. Premesso che se portassi avanti una gravidanza, allora sarei anche madre (avrei tutti gli strumenti culturali, sanitari ed economici per evitare scelte possibili ma estremamente traumatiche a parto avvenuto), sento che la maternità mi interroga profondamente, e raramente in positivo, proprio nella misura in cui l’insostituibilità delle cure materne per il bambino rendono di fatto queste cure obbligatorie. E obbligatorie in un contesto, come ho provato a spiegare, di obbligatorietà diffusa. Per la mia generazione di donne non sono solo obbligatori tutti i classici compiti femminili di cura nella sfera privata, quale quella per gli anziani, gli ammalati, la casa (salvo riversarli su altre donne, parenti o pagate) ma ad essi si sono aggiunti i lavori di cura della sfera pubblica, quali quelli che spendiamo nelle attività sociali, politiche e nel lavoro (precario, dunque “ad ogni costo”) alla cui incertezza, come provavo a illustrare, le donne reagiscono spesso mettendo in campo caratteristiche “rosa”, così apprezzate dai padroni, quali la responsabilità e la dedizione.

Dunque almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione. Essa, che non può fare a meno di me e del mio corpo di donna e di madre, può essere da me rifiutata non per l’effettiva assenza di un desiderio bensì perché questo desiderio non può nemmeno essere interrogato liberamente, dato che la libera scelta che mi porterebbe a intraprendere la strada della procreazione viene tradotta – in un contesto in cui l’obbligatorietà è diffusa in modo così capillare – in un obbligo ulteriore, difficilmente sostenibile, probabilmente sproporzionato rispetto alle mie forze in spasmo.

Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo.

 

"Donne toste", la scrittura femminile oltre il rosa

La 27 Ora
09 05 2014

Il precariato. Le mamme in carriera. Le umiliazioni di una colf peruviana. Non solo rosa, nella nuova antologia di racconti «Buon lavoro!», pubblicata da Emma Books, casa editrice femminile, solo digitale, del gruppo Bookrepublic. Al centro della raccolta – oggi la presentazione al Salone del Libro di Torino (spazio Book to the future, ore 14) – è infatti il tema dell’occupazione, dal punto di vista di dodici diverse protagoniste donne.

«Con il nostro marchio pubblichiamo anche romanzi sentimentali ma la scrittura femminile non si riduce solo a quello» spiega Maria Paola Romeo, direttrice editoriale di Emma Books. «Le autrici spaziano tra generi diversi, dal giallo al racconto di viaggio – aggiunge -. E nel tempo hanno sfatato almeno due luoghi comuni sulle donne: che siano meno inclini alla tecnologia e che non sappiano fare rete».

Oltre a pubblicare solo in formato elettronico, infatti, Emma Books ha dato vita a una vivace community di scrittrici e lettrici raccolte attorno a un blog e agli account su Twitter e Facebook. «Nata tre anni fa, la casa editrice è cresciuta parallelamente a questa attività online, spesso diventata confronto e aiuto anche nella vita reale» racconta Romeo.

Che il genere femminile non sia così a disagio con il digitale era stato ribadito anche, lo scorso lunedì, nel corso del convegno «Le donne preferiscono l’ebook?», organizzato a Roma dall’associazione delle imprenditrici Aidda.

E la spinta a superare il sentimentalismo e gli stereotipi torna pure in un altro evento in programma oggi al Salone (Spazio Incontri, ore 13): la presentazione della nuova collana «Donne toste», della casa editrice torinese Effatà. Una serie che raccoglie le biografie di alcune figure femminili esemplari per capacità e forza. Da Natalia Ginzburg a Rita Levi-Montalcini, fino alla ceca Milena Jesenská, intellettuale che visse un intenso legame con Franz Kafka, poi oppositrice del nazismo, deportata e uccisa nel campo di concentramento di Ravensbrück a causa della sua resistenza.

Alessia Rastelli

Donneuropa.it
07 05 2014

In Italia circa tre milioni di persone soffrono di anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata e molteplici altre forme “sottosoglia”, che hanno sempre come centro dell’attenzione il corpo, il peso e il cibo. Nella società contemporanea, basata sull’immagine e sull’apparenza, per molte donne essere magre significa automaticamente essere belle, e questo le costringe a vivere sotto la tirannia di un modello estetico imposto, pensando che sia l’unico modo per avere un valore, per evitare l’esclusione e per essere amate e desiderate.

Questo ideale estetico della magrezza, incentivato dall’industria della moda, associato a difficoltà emotive, in persone fragili, può sfociare in un disturbo alimentare. Se queste patologie in passato colpivano principalmente le giovani adolescenti, negli ultimi tempi emerge un preoccupante allargamento delle fasce d’età, dalle ragazzine prepuberi alle donne in età della menopausa.

A scatenare questo sintomo sono spesso cause multifattoriali, cioè complesse interazioni fra fattori biologici, psicologici, familiari e sociali. È importante precisare che i disturbi alimentari non sono malattie dell’appetito ma sintomi di un disagio e di una sofferenza profonda che non hanno trovato altro modo per esprimersi se non attraverso il corpo e il cibo.

Il corpo diventa teatro della mente, le esperienze profonde ed emotive utilizzano il corpo per manifestarsi, mentre il cibo diventa l’oggetto amato e odiato da cui si dipende. Potremmo, quindi, affermare che queste patologie sono una sorta di auto-cura, una soluzione che il soggetto ha trovato per anestetizzare una sofferenza psichica. La vita di queste persone inizia così a girare intorno ad un circuito sempre uguale costituito da corpo-peso-cibo.

L’esordio di queste patologie, solitamente caratterizzato da un tentativo di restrizione e controllo unito da un’attenzione sul corpo e sul peso e sulla propria immagine corporea, può sfociare in un’anoressia vera e propria, caratterizzata da un graduale o repentino rifiuto del cibo, da un’ossessione e dispercezione della propria immagine corporea, da iperattività e amenorrea, oppure in abbuffate alimentari.

La fase di controllo assoluto sul cibo, ma anche sul mondo emotivo e sulle relazioni, fa sperimentare al soggetto una sorta di trionfo e di felicità dandogli la sensazione di aver trovato la soluzione a tutti i suoi problemi. Spesso questa fase non dura a lungo e il soggetto, o perché ha ingoiato anche un solo boccone “non previsto” o perché si lascia travolgere dalla propria fame, cade in abbuffate bulimiche illimitate e disordinate che lo fanno sentire disperato e pieno di sensi di colpa.Seguono spesso vari tentativi di compenso volti a “rimediare i danni” come il vomito, l’abuso di lassativi o l’iperattività, nel disperato tentativo di recuperare il controllo perduto.

In questi ultimi anni assistiamo al diffondersi del disturbo da alimentazione incontrollata, responsabile di molti quadri di obesità, che colpisce in egual misura uomini e donne di tutte le fasce d’età. In questa patologia le persone sono soggette a frequenti abbuffate, non accompagnate da strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso, e questo determina il sovrappeso e l’obesità.

È un sintomo che s’insinua nella vita quotidiana delle persone, talvolta senza che queste neanche se ne accorgano. Si mangia spesso in assenza di fame, ci si abbuffa in particolare di dolci e carboidrati, di nascosto e in completa segretezza provando poi un intenso senso di vergogna, frustrazione e depressione.

Queste persone solitamente si sottopongono a continui regimi alimentari per cercare di perdere peso senza ottenere nessun successo duraturo ma, anzi, spesso ottenendo l’effetto contrario, non riuscendo a comprendere il perché del fallimento di tutte le diete. E i continui fallimenti non fanno altro che alimentare gli aspetti depressivi che diventano nuovamente un fattore di spinta verso una nuova abbuffata, utilizzata come trattamento anti-depressivo, designando così un circolo vizioso.

Dai disturbi del comportamento alimentare non si guarisce da soli ma è necessario farsi aiutare. Per la complessità e multifattorialità di queste patologie è necessario che la cura sia effettuata da équipe multidisciplinari integrate che possano trattare e tenere insieme tutti gli aspetti della persona coinvolti in questo sintomo. La richiesta di cura in queste patologie rappresenta un punto di difficoltà e criticità molto elevato proprio perché, come abbiamo sottolineato, il sintomo alimentare rappresenta già una soluzione ad un disagio.

La tendenza è sempre quella di riuscire a farcela da soli, spesso ci si aggrappa al pensiero magico e illusorio che “… da domani, da lunedì tutto sarà diverso…” per poi accorgersi che passano gli anni e mai nulla cambia. Difficilmente si riconosce che la preoccupazione per corpo, peso e cibo è solo la punta di un iceberg che nasconde un sommerso di dolore, disagio e difficoltà emotive.In Italia circa tre milioni di persone soffrono di anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata e molteplici altre forme “sottosoglia”, che hanno sempre come centro dell’attenzione il corpo, il peso e il cibo. Nella società contemporanea, basata sull’immagine e sull’apparenza, per molte donne essere magre significa automaticamente essere belle, e questo le costringe a vivere sotto la tirannia di un modello estetico imposto, pensando che sia l’unico modo per avere un valore, per evitare l’esclusione e per essere amate e desiderate.

Questo ideale estetico della magrezza, incentivato dall’industria della moda, associato a difficoltà emotive, in persone fragili, può sfociare in un disturbo alimentare. Se queste patologie in passato colpivano principalmente le giovani adolescenti, negli ultimi tempi emerge un preoccupante allargamento delle fasce d’età, dalle ragazzine prepuberi alle donne in età della menopausa.

A scatenare questo sintomo sono spesso cause multifattoriali, cioè complesse interazioni fra fattori biologici, psicologici, familiari e sociali. È importante precisare che i disturbi alimentari non sono malattie dell’appetito ma sintomi di un disagio e di una sofferenza profonda che non hanno trovato altro modo per esprimersi se non attraverso il corpo e il cibo.

Il corpo diventa teatro della mente, le esperienze profonde ed emotive utilizzano il corpo per manifestarsi, mentre il cibo diventa l’oggetto amato e odiato da cui si dipende. Potremmo, quindi, affermare che queste patologie sono una sorta di auto-cura, una soluzione che il soggetto ha trovato per anestetizzare una sofferenza psichica. La vita di queste persone inizia così a girare intorno ad un circuito sempre uguale costituito da corpo-peso-cibo.

L’esordio di queste patologie, solitamente caratterizzato da un tentativo di restrizione e controllo unito da un’attenzione sul corpo e sul peso e sulla propria immagine corporea, può sfociare in un’anoressia vera e propria, caratterizzata da un graduale o repentino rifiuto del cibo, da un’ossessione e dispercezione della propria immagine corporea, da iperattività e amenorrea, oppure in abbuffate alimentari.

La fase di controllo assoluto sul cibo, ma anche sul mondo emotivo e sulle relazioni, fa sperimentare al soggetto una sorta di trionfo e di felicità dandogli la sensazione di aver trovato la soluzione a tutti i suoi problemi. Spesso questa fase non dura a lungo e il soggetto, o perché ha ingoiato anche un solo boccone “non previsto” o perché si lascia travolgere dalla propria fame, cade in abbuffate bulimiche illimitate e disordinate che lo fanno sentire disperato e pieno di sensi di colpa.Seguono spesso vari tentativi di compenso volti a “rimediare i danni” come il vomito, l’abuso di lassativi o l’iperattività, nel disperato tentativo di recuperare il controllo perduto.

In questi ultimi anni assistiamo al diffondersi del disturbo da alimentazione incontrollata, responsabile di molti quadri di obesità, che colpisce in egual misura uomini e donne di tutte le fasce d’età. In questa patologia le persone sono soggette a frequenti abbuffate, non accompagnate da strategie per compensare l’ingestione di cibo in eccesso, e questo determina il sovrappeso e l’obesità.

È un sintomo che s’insinua nella vita quotidiana delle persone, talvolta senza che queste neanche se ne accorgano. Si mangia spesso in assenza di fame, ci si abbuffa in particolare di dolci e carboidrati, di nascosto e in completa segretezza provando poi un intenso senso di vergogna, frustrazione e depressione.

Queste persone solitamente si sottopongono a continui regimi alimentari per cercare di perdere peso senza ottenere nessun successo duraturo ma, anzi, spesso ottenendo l’effetto contrario, non riuscendo a comprendere il perché del fallimento di tutte le diete. E i continui fallimenti non fanno altro che alimentare gli aspetti depressivi che diventano nuovamente un fattore di spinta verso una nuova abbuffata, utilizzata come trattamento anti-depressivo, designando così un circolo vizioso.

Dai disturbi del comportamento alimentare non si guarisce da soli ma è necessario farsi aiutare. Per la complessità e multifattorialità di queste patologie è necessario che la cura sia effettuata da équipe multidisciplinari integrate che possano trattare e tenere insieme tutti gli aspetti della persona coinvolti in questo sintomo. La richiesta di cura in queste patologie rappresenta un punto di difficoltà e criticità molto elevato proprio perché, come abbiamo sottolineato, il sintomo alimentare rappresenta già una soluzione ad un disagio.

La tendenza è sempre quella di riuscire a farcela da soli, spesso ci si aggrappa al pensiero magico e illusorio che “… da domani, da lunedì tutto sarà diverso…” per poi accorgersi che passano gli anni e mai nulla cambia. Difficilmente si riconosce che la preoccupazione per corpo, peso e cibo è solo la punta di un iceberg che nasconde un sommerso di dolore, disagio e difficoltà emotive.

Il Fatto Quotidiano
29 04 2014

Nonostante i veti del Vaticano, c’è chi continua ancora a credere che, per una società più civile, sia necessario educare bimbi e ragazzi a combattere gli stereotipi di genere, causa di intolleranza, discriminazioni e disparità. Così fa la casa editrice Settenove che ha pubblicato due libri. Il primo, “Ettore, l’uomo straordinariamente forte“, è un volumetto illustrato realizzato da Magali Le Huche, autrice francese che a soli 34 anni ha all’attivo già una trentina di libri per l’infanzia.

Il suo ultimo lavoro tradotto in italiano racconta la storia di un circense, Ettore, capace di imprese straordinarie, come sollevare due lavatrici con un dito oppure tirare un carrello pieno di leoni con i denti. Saltimbanchi, ballerine e giocolieri lo ammirano. Ettore però ha un segreto: lontano dal tendone, nella sua roulotte, ama fare la maglia e lavorare all’uncinetto. Un’attività che tiene nascosta perché, nell’immaginario comune, a un vero uomo non s’addice dilettarsi con ferri e merletti. Un giorno il suo segreto viene scoperto da due colleghi, i domatori di leoni, invidiosi del suo talento, che lo deridono davanti a tutti per la sua passione. Non tutto il male vien per nuocere, comunque, perché Ettore riuscirà a dimostrare che fare la maglia è più utile di quanto si creda in seguito a una tempesta che porta via tutti i vestiti del circo e anche il tendone.

Il secondo libro, dal titolo “Mi piace Spiderman e allora?“, è scritto da Giorgia Vezzoli – che cura anche il blog ‘Vita da streghe’ - con illustrazioni di Massimiliano Di Lauro e racconta la storia di Cloe che ha sei anni e adora fare cose “da maschi”. Le piace andare a scuola con la cartella di Spiderman che tutti, ad eccezione dei suoi genitori, considerano però non adatta a una bimba. Cloe vorrebbe anche giocare a calcio con i suoi compagni, adora le magliette dei supereroi e ha un pungiball coi guantoni per sfogarsi “come Rocky” quando è arrabbiata. Il libro affronta varie tematiche legate agli stereotipi, alla graduale consapevolezza della propria identità di genere ma anche al confronto tra i bambini: il problema dei giocattoli sessisti e la distanza tra la complessità sociale e culturale che Cloe incontra e il mondo ritratto nei libri per l’infanzia.

Entrambi i testi si inseriscono in una tendenza presente anche all’estero, di libri, giocattoli e film, per la decostruzione degli stereotipi di genere nell’infanzia. Molto popolare, negli Stati Uniti, è “A mighty girl” (Una ragazza potente), un sito dove è possibile acquistare fumetti, romanzi, libri illustrati, giochi in scatola, costumi da supereroe, per bambine fuori dagli schemi del rosa e delle bambole. E per fare capire l’importanza di un’educazione al di là del genere è da poco uscito un documentario che ha fatto discutere. Si intitola “The mask you live in” (“La maschera che ti porti addosso”) e si occupa del modo in cui vengono educati gli uomini alla “mascolinità” fin da piccoli: a non piangere, a non mostrare emozioni, a non chiedere aiuto quando si sentono in difficoltà, ad atteggiarsi a forti e senza paura, ad associare il rispetto alla violenza. Una modalità di educazione che causa gravi problemi, dei quali si preferisce non parlare. Secondo il documentario, negli Stati Uniti più della metà degli uomini e dei teenager che si trovano in situazioni di difficoltà psicologica non chiede aiuto, una situazione che può portare fino al suicidio.

Il video fa parte di un progetto più ampio chiamato “The representation project” (“Il progetto rappresentazione”) che nel 2011 ha portato alla realizzazione di un documentario sugli stereotipi mediatici con cui crescono le bambine e le ragazzine , con interviste a celebrity come Jane Fonda e Rosario Dawson, che ha partecipato a numerosi festival (tra cui il Sundance) e che ha vinto diversi premi.

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