Ribellarsi in rosa

  • Martedì, 01 Aprile 2014 08:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
01 04 2014

Rosa è rosa è rosa è rosa. Che male c’è? Il rosa è il simbolo del femminile. Ma non è che un simbolo e non conta.
Balle, i simboli contano sempre. Anzi: senza agire sui medesimi tutto fugge via. Rosa, dunque, è ancora oggi, anno 2014, il mondo delle donne (quote rosa, governo rosa) e delle bambine. Rosa la loro Playstation, i loro telefonini, le copertine dei loro magazine, i capelli delle ninja dei cartoni animati, rosa i blog delle dodicenni, rosa la letteratura usa e getta della sorelle appena più grandi.
Nel saggio Spot generation, la psicologa Francesca Romana Puggelli scriveva:

“E’ opinione comune che i maschi desiderino il potere, l’azione e vogliano avere successo. Al contrario, si crede che le femmine vogliano esercitare fascino. Nonostante l’idea della forza femminile (l’idea che le ragazze siano energiche e attive) sia oggi entrata a far parte del pantheon dei bisogni primari, permangono tuttavia gli stereotipi, e il femminile – anche se energico- rimane legato alle tradizionali idee di fascino e femminilità. Nelle pubblicità, queste idee si traducono in formule standard. … Per esempio, nelle pubblicità di prodotti unisex, tre protagonisti su quattro saranno maschi. Le bambine vengono mostrate solo nelle pubblicità di prodotti femminili. Il motivo di questa convenzione è che i bambini sono più intolleranti per quanto riguarda l’identità sessuale e molto sensibili a qualunque cosa sappia di femminile. Un’altra differenza è che le femmine vengono più spesso ritratte negli spazi domestici, mentre i bambini all’aria aperta. Anche se alle ragazze non è più richiesto un atteggiamento passivo, le differenze comportamentali permangono: per esempio, i maschi sono più frequentemente ritratti in comportamenti antisociali, mentre le femmine agiscono esclusivamente all’interno dei codici conformi alle consuetudini sociali”.

Dall’indagine di Puggelli, insomma, appare che gli spot rivolti ai bambini sono ancor più stereotipati nella rappresentazione di genere rispetto a quelli degli adulti: le femmine sono più basse e più simili fra loro, sono più passive, conformiste, presentate in ambienti chiusi. Gli spot con bambini usufruiscono di musica ad alto volume e rapidi cambi di camera, quelli con le bambine hanno poche inquadrature, molte dissolvenze, e i colori sono inevitabilmente quelli del rosa o, al massimo, del rosso. “Anche dal punto di vista delle azioni mostrate, solo ai maschi sono concessi comportamenti anti-sociali (atti di aggressione, confronto fisico, ecc.), mentre gli spot rivolti alle femmine tendono a essere caratterizzati da modelli di comportamento più passivi e meno fisici, in quanto devono essere inquadrate nel socialmente accettabile”. Ancora. Mentre le bambine interagiscono con il giocattolo (che in genere è rosa, morbido, legato ad attività di cura materna o di sviluppo della bellezza), i maschi corrono, saltano, entrano in competizione o sono impegnati in esperimenti, “perpetuando così l’immagine del maschio intelligente, curioso, sempre pronto a sperimentare e imparare cose nuove”.

Questo avveniva nove anni fa. Avviene ancora? Per molta parte sì. Certo, ci sono nuove eroine che vengono proposte, e molte di queste eroine sono coraggiose, libere, carismatiche. Basti pensare a Daenerys Targaryen di Game of Thrones (che è riservata alle sorelle maggiori, ma come si sa gli oggetti del desiderio non hanno età) o a Katniss Everdeen di Hunger Games.
Dunque, l’industria dei giocattoli si adegua, e provvede a fornire le ragazze di pistole e archi. Un segno? Forse. Un simbolo? Ancora e per sempre.
Perché quegli archi e quelle pistole sono, naturalmente, rosa.

Piccoli oltre le differenze di genere

  • Mercoledì, 26 Marzo 2014 10:35 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Corriere della Sera
26 03 2014

Per la prima volta in 51 edizioni non c’è Roberto Denti. Ma la Fiera del libro per ragazzi ieri ha voluto ricordarlo con una tavola rotonda e una targa consegnata a Gianna Vitali, per quarant’anni compagna di vita e e di lavoro dello scrittore, fondatore della Libreria per ragazzi di Milano, esperto raffinato ma senza spocchia della letteratura infantili, scomparso lo scorso maggio ...

Un altro genere di comunicazione
26 03 2014

Qualche mese fa scrivevamo, riferendoci ai vari quotidiani con il “ghetto rosa”, questo:
Oggi non esiste quotidiano online che non abbia il suo bel ghetto rosa. Nei ghetti rosa si parla di “cose da donne”, tipo la famiglia, i figli, i femminicidi. Sono le donne che curano la famiglia, sono le donne che fanno i figli, sono le donne che vengono ammazzate. Cose da donne, appunto, che trovano spazio in sezioni separate, quelle che gli uomini non leggono, quelle che non riguardano gli uomini, quelle in cui si parla di violenza contro le donne, cosa vuoi che c’entrino gli uomini? Nei ghetti rosa c’è una netta separazione tra maschile e femminile, non si mischia niente, i ruoli sono quelli dati e non si mettono in discussione, al massimo si cercano strategie per stare più comod* in questo status quo.

Ad esempio, il fatto che siano le donne a doversi occupare di casa e figli è un dato insindacabile, ma dal momento che siamo donne emancipate e progressiste lavoriamo pure fuori di casa, disoccupazione e precariato permettendo, e dobbiamo quindi trovare un modo per riuscire a fare splendidamente bene tutte e due le cose.

In particolare, andavamo a criticare un articolo de “La 27esimaora” dove si andava ad inneggiare il multitasking femminile. È passato qualche mese da quell’articolo e ci ritroviamo ora, nuovamente, in disaccordo con una serie di approfondimenti dal titolo “Come si muovono le donne in città”, sempre pubblicate sul medesimo giornale.

Il primo articolo di questa serie di approfondimenti si apre così:
Mozzate, provincia di Como, sabato 1 marzo: Lidia Nusdorfi, 35 anni, va all’appuntamento con il suo ex che la uccide nel sottopasso della stazione. Per non fare un sottopasso, invece, la sera dello scorso 20 ottobre, domenica, muore Magda Niazy Sehsah, 29 anni, al settimo mese di gravidanza, che prende per mano il suo bambino di quattro anni, Yassè, attraversa in superficie viale Famagosta — periferia sudovest di Milano — e viene travolta da un’auto che corre a più di cento all’ora.

Due casi molto diversi tra loro e decisamente poco attinenti al tema.
Partendo dal secondo possiamo dire che quello di essere travolti da un’auto che viaggia ad altissima velocità potrebbe capitare a chiunque, donne incinte o meno, uomini, bambini, anziani.

Il primo caso ancora meno ci sembra attinente, viene citato l’ennesimo femminicidio, accaduto meno di un mese fa, dove una donna veniva uccisa nel sottopasso della stazione di Mozzate dal suo ex compagno. Come si può, anche solo lontanamente, pensare che una delle cause scatenanti del tragico epilogo di questa donna possa, in qualche modo, trovarsi in un sottopasso buio?

In tutti questi anni, da quando i femminicidi e la violenza sulle donne sono balzati al centro di tanti dibattiti interessando sempre più i media e l’opinione pubblica, abbiamo notato che nessun posto è veramente sicuro e che l’unico posto che in qualche modo ci dovrebbe garantire un certo tipo di sicurezza, ovvero le mura domestiche, è più che mai il luogo dove si consumano più violenze.

Le strade, i parcheggi e i sottopassi poco illuminati possano esporre tutti, e non solo le donne, ad un pericolo maggiore di aggressione. È davvero fuori luogo – in un paese dove le donne vittime di violenza non vengono tutelate in alcun modo (citiamo, tra gli altri, l’inutilità del Ddl femminicidio e la legge sullo stalking, che andrebbe totalmente rivisita), i centri anti-violenza continuano a chiudere e la cultura non vuole saperne proprio di cambiare- addossare le responsabilità ad una strada buia. Ma procediamo col resto dell’articolo.

Le differenze negli spostamenti tra uomini e donne nascono dalla diversità dei ruoli. I dati dell’eurobarometro considerati nel rapporto di Trt, relativi all’Unione Europea, indicano che le donne usano l’auto meno degli uomini (il 45,8% contro il 57,5%) e prendono di più imezzi pubblici (23% contro 18%): «Quando in famiglia c’è una sola macchina — spiega Patrizia Malgieri — in genere resta a disposizione dell’uomo». Anche spostamenti e tempi sono diversi: le donne vanno e tornano dal lavoro, ma hanno anche la spesa, i figli da accompagnare, le commissioni, i nonni. Cosa serve? «Conoscenza, accessibilità e sicurezza», riassume Silvia Maffii. In pratica, si legge nella carta della mobilità, bisogna studiare come si muovono le donne e tenerne conto nei piani dei trasporti. Chi se ne deve occupare? Le amministrazioni, ma anche le aziende di trasporto pubblico.
Ci risiamo con la diversità dei ruoli: è compito solo ed esclusivamente delle donne fare la spesa, sbrigare commissioni e accompagnare e accudire i figli, ovvio.

Quindi, invece di discutere sulla disparità dei compiti tra uomo e donna spostiamo l’attenzione sui trasporti e sulle modalità che agevolerebbero il multitasking e quindi tutti i compiti che deve svolgere una donna nell’arco della giornata.

La 27esimaora si premura poi di farci sapere che per fortuna c’è già chi ha cominciato ad adottare queste splendide misure volte a favorire le donne. Perché, ci tengono a precisarlo, “migliorare i trasporti per le donne significa alzare la qualità del servizio per tutti”.

Vuoi mettere avere una moglie che torna a casa prima dal lavoro-scuola dei figli-supermercato-dopo scuola dei figli-commissioni-cura dei nonni per poter cucinare? È un vantaggio anche per i mariti, per tutti noi! E allora, ecco che a Parma e a Reggio ci sono stati i primi studi sulla mobilità delle donne.

Risultato: tragitti più irregolari, grande uso di bici e mezzi pubblici e necessità di far quadrare le ore tra casa e lavoro (oggi a maggior ragione, visto che per l’Europa il 2014 è l’anno della conciliazione tra la vita lavorativa e quella familiare). Ricorda da Reggio Emilia Natalia Maramotti, avvocato e assessore alla Cura della comunità: «Abbiamo introdotto il servizio di bicibus e pedibus». Una mamma che a turno accompagna i bambini a scuola per tutti. Poi il taxi rosa.

Che bel quadretto. Le mamme che fanno i turni per accompagnare i bambini di tutti a scuola. E lo fanno pure con i mezzi pubblici e le biciclette, perché sono eco-friendly. E i padri dove sono? Al lavoro con i SUV? A casa che aspettano qualcuno che torni per cucinare?

A Cesena, Cagliari e Rimini il bollino rosa, un tagliando che consente il parcheggio gratuito alle donne incinte e alle neomamme.
Ma i neopapà esistono o sono una figura mitologica? E se esistono, che fanno? Pagano le righe blu a differenza delle neomamme?

A Bolzano ci sono invece i parcheggi rosa e taxi rosa. I parcheggi rosa sono parcheggi illuminati, sicuri, di facile accesso e vicini alle uscite.

I taxi rosa sono normali taxi che durante le ore serali e notturne applicano tariffe agevolate a chiunque sia di sesso femminile.
Attente donne: noi per proteggervi vi diamo i parcheggi rosa con tanta luce e sicurezza, le zone franche degli stupri e delle aggressioni, ma poi se vi avventurate al di fuori di questi parcheggi, non venite a lamentarvi se qualcuno vi importuna. Ve la siete cercata.

La stessa cosa dicasi per i taxi rosa. Dovete viaggiare in taxi di notte. Pagate meno degli uomini, che volete di più? Se andate a piedi, oppure usate i mezzi pubblici/la bicicletta/la moto, poi non diteci che non vi avevamo avvisato. Ve la siete cercata.
Il secondo articolo dell’inchiesta riporta la “Carta della mobilità delle donne”, un decalogo riguardante esclusivamente le donne e promosso da Federmobilità in collaborazione con “Trt Trasporti e Territorio”, una società di consulenza che nel 2012 ha curato uno studio per il Parlamento europeo dal titolo “Il ruolo delle donne nella green economy: la questione dei trasporti.”

Ecco i dieci punti:

Agevolare l’accesso ma anche la messa in sicurezza delle fermate dei mezzi pubblici

Adeguare gli allestimenti interni dei veicoli del trasporto collettivo alle esigenze delle donne

Introdurre, nei treni a lunga percorrenza e notturni, carrozze e scompartimenti riservati alle donne

Prevedere parcheggi «rosa» illuminati, sicuri, di facile accesso (vicini alle uscite) e anche parcheggi riservati alle donne in gravidanza

Promuovere taxi «rosa» con tariffe preferenziali per le donne nelle ore serali e notturne
Incentivare tariffe «rosa» per i servizi alla mobilità (car sharing scontato di sera e di notte, biglietti multicorsa)

Estrapolare statistiche e dati disaggregati per genere sulla domanda di mobilità così da capire come meglio rispondere alle esigenze femminili

Pensare a una «valutazione di genere» degli strumenti di pianificazione dei trasporti urbani. Vale a dire: attenzione alle donne nei piani urbani del traffico, della mobilità e nei programmi triennali dei servizi dei trasporli pubblici locali

Favorire la ricerca e la conoscenza sui temi della mobilità al femminile, sugli impatti delle tecnologie sul mercato del lavoro e sulle abitudini delle donne

Affermare la presenza delle donne nella governance delle aziende di trasporto e nelle strutture della Pubblica amministrazione

Questo decalogo ha decisamente superato il limite di imbarazzo che ci aveva provocato l’iniziativa di ottobre 2010 fatta da “Trenitalia” che offriva viaggi gratuiti a tutte coloro che avessero deciso di viaggiare accompagnate in determinati treni su tratte a lunga e media percorrenza.

I mezzi di trasporto andrebbero adeguati con degli allestimenti interni adatti alle donne: magari dividendo anche qui la zona donne da quella degli uomini? Tinteggiamo le pareti di rosa, inseriamo corrimano e più posti a sedere ché si sa, essendo il sesso debole, le donne hanno poca stabilità fisica e tendono facilmente a cascare per terra.
Poi facciamo delle carrozze rosa, ma non sarebbe meglio fare degli interi treni rosa? Ancora meglio sarebbe creare due stazioni separate, in modo che le donne scendano nella stazione dove incontreranno solo donne e non correranno alcun rischio.
Poi agevoliamo l’accesso alle fermate, è noto che le donne abbiano poco senso dell’orientamento, tendono spesso a perdersi per strada e quindi a non trovare o ricordare dove siano esattamente le fermate, per non parlare degli odiosi marciapiedi che spesso si trovano in prossimità delle fermate e che puntualmente fanno capitombolare decine di donne ogni giorno. Visto che ci siamo inseriamo anche delle tettoie più forti e ampie: gli uomini potrebbero cascare dal cielo da un momento all’altro mentre noi aspettiamo il nostro autobus.

Ironia a parte, si tratta, in sostanza, di 10 punti volti a separare e segregare il sesso femminile, quello debole, bisognoso di protezioni.
Non escludiamo che l’intento di chi ha formulato il decalogo possa essere stato nobile. Ma parte da presupposti sbagliati e porta a conseguenze inaccettabili.
Le donne non sono soggetti deboli da proteggere. Non abbiamo bisogno di essere “messe in sicurezza”. Le aggressioni, gli stupri non sono causati da strade buie, dai sottopassaggi, da taxi economicamente inaccessibili. La causa di uno stupro è solo lo stupratore.
Gli stupri non avvengono solo di notte, ma avvengono anche sotto il sole di mezzogiorno, quando i taxi non hanno le tariffe agevolate per le donne, quando i parcheggi rosa non sono illuminati dal neon. Gli stupri avvengono anche e soprattutto all’interno delle mura domestiche.

Vengono i brividi a leggere il decalogo della mobilità rosa. Nei treni carrozze separate per sole donne, parcheggi per sole donne, taxi per donne. Metà della popolazione avrà il suo spazio e i suoi tempi (quello del multitasking). Siete davvero convinti che la segregazione, l’apartheid, impedirà gli stupri e le aggressioni? Un aggressore si fermerà dinanzi ad un parcheggio illuminato meglio o ad una carrozza del treno di colore rosa? La cronaca ci dice di no, un no secco, senza sbavature. E poi, cosa accadrebbe se una donna decidesse di non prendere il taxi di sera o di sedersi in un vagone ferroviario per maschi? Sarebbe una donna imprudente, sciocca, una donna che se l’è cercata.
Sembra che l’ultima frontiera del paternalismo sia la segregazione benevola e sciorinare decaloghi e vademecum su come ci dovremmo comportare. Ricordate il famoso decalogo anti-stupro di Alemanno e la sua giunta?

Ti chiudo in una gabbia, ti privo della tua libertà, ma lo faccio per il tuo bene.
Noi le gabbie non le vogliamo, neppure se sono rosa. Vogliamo invece la libertà. Libertà di camminare per le strade, di viaggiare in treno, in auto, in metropolitana, in moto, in bicicletta, in skateboard. E vogliamo andare ovunque, non solo a prendere i figli a scuola o a fare la spesa. Vogliamo strade più sicure, parcheggi più illuminati, treni decenti, per tutti. Per i nostri compagni, compagne, figl*, per tutta la società.

Ele e Faby

Settenove
18 03 2014

COMUNICATO STAMPA

"Mi piace Spiderman... e allora?"
Lo sguardo di Cloe sul mondo, oltre gli stereotipi e il sessismo

“«Io dalla vita voglio amore, felicità e calmezza». Questo è il punto d'approdo. Per arrivarci, la bambina Cloe dovrà attraversare un piccolo e agguerrito mondo di pregiudizi: ma per vincere gli stereotipi basta la cartella di Spiderman, e la certezza che mamma e papà sono dalla sua parte. Non è difficile, basta saperlo, e volerlo, e naturalmente leggere questa storia." (Loredana Lipperini)

Cloe ha sei anni, racconta storie che la sua mamma trascrive al computer e ha una passione: la sua cartella nuova di Spiderman che lei ha scelto per cominciare la prima elementare. Intorno a Cloe tutti – ad eccezione dei suoi genitori – giudicano questo acquisto con un'unica frase: “Ma è da maschi!”. Cloe vorrebbe giocare a calcio con i suoi compagni, adora le magliette dei supereroi e ha un pungiball coi guantoni per sfogarsi «come Rocky» quando è arrabbiata.
Intorno a lei, il mondo della scuola, dei giocattoli e persino degli inviti alle feste è rigidamente diviso tra maschi e femmine. Cloe gioca con Johanna che «coi maschi non ci gioca mai perché il suo papà non vuole». Vorrebbe essere libera di chiedere alla parrucchiera di pettinarla con una bella cresta come i suoi compagni maschi «perché i maschi possono fare tutto». Non le sfuggono i riflessi sessisti nelle parole impiegate dagli adulti e nemmeno lo sfruttamento del corpo femminile nei programmi televisivi o nelle immagini pubblicitarie.

Il libro affronta varie tematiche legate agli stereotipi, alla graduale consapevolezza della propria identità di genere ma anche al confronto tra i bambini e una realtà sempre più multiculturale: il problema dei giocattoli sessisti («come faccio a convincere i miei amici che anche i maschi possono giocare con le cose da femmine se nemmeno io conosco dei maschi che lo fanno?», si chiede Cloe), la percezione delle coppie omosessuali da parte dei bambini («adesso so che quando sarò grande potrò avere un fidanzato oppure una fidanzata», commenta Cloe dopo aver conosciuto una coppia lesbica amica della madre), la distanza tra la complessità sociale e culturale che la bambina incontra e il mondo ritratto nei libri per l'infanzia («Mamma perché non ci sono tante storie di bambine nere?»).

Cloe racconta in prima persona la realtà che ha intorno, affiancata e incoraggiata dai suoi genitori che con semplicità e chiarezza la aiutano a smontare i meccanismi di rigida opposizione tra maschi e femmine che feriscono Cloe e il suo desiderio di libertà, autonomia e conoscenza. Ne esce un libro di narrativa ricco di numerosi spunti di identificazione per i bambini e di riflessione per gli adulti.

Mi piace Spiderman...e allora? nasce dal lavoro di Giorgia Vezzoli che ne ha curato il testo. Esperta di comunicazione di genere e blogger, Giorgia Vezzoli è curatrice del sito “Vita da streghe” e cofondatrice del progetto Zero Stereotipi.
Il testo è accompagnato dalle tavole di Massimiliano Di Lauro, giovane e già noto illustratore italiano, autore di numerosi albi per bambini e Premio speciale della giuria del concorso Lucca Junior 2013.

Mi piace Spiderman... e allora? è l'ultimo libro di Settenove, il primo progetto editoriale interamente dedicato alla prevenzione della violenza di genere. Settenove affronta la discriminazione e la violenza contro le donne attraverso tutti i generi letterari e pone un’attenzione particolare alla narrativa per ragazzi, con il meglio della letteratura infantile europea e con progetti italiani diretti alla prevenzione e alla rottura degli stereotipi di genere. Settenove nasce da un'idea Monica Martinelli con l'obiettivo di proporre nuovi linguaggi, partendo dai bambini e dai ragazzi.

pp. 64 illustrato a colori e b/n
euro 12,00

Contatti: Maria Chiara Rioli, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., tel. 333 3301720
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I culi tornano in tv (Angela Azzaro, Gli Altri)

A un certo punto erano stati oscurati. O forse si erano auto oscurati per protesta. Sta di fatto che a un certo punto i culi erano spariti dalla tv. Non culi qualsiasi. Culi di donna, messi in bella mostra per suscitare l'attenzione e gli appetiti maschili. ...

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