×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Le inchieste pericolose

  • Mercoledì, 12 Marzo 2014 12:45 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
12 03 2014

L’assunto base, anzi il leitmotiv sempre presente è che sex sells, ovunque: pubblicità (in tv e nei cartelloni stradali), tv, internet ecc, ecc… e un po’ dappertutto, senza starsi a dilungare troppo. Anche nelle “inchieste giornalistiche”, ogni tanto va di moda spendere qualche riga su un tema che poi rimbalza nell’infosfera e diventa oggetto di estenuanti discussioni su twitter, social, e che si traduce quasi automaticamente, spesso e volentieri, in argomento topic di dibattiti televisivi: sesso e adolescenti, un binomio sempre pronto a destare attenzione, oggetto di studi sociologici, antropologici, filosofici, materia per libri di vario genere, serie televisive, film, e chi più ne ha più ne metta.

Gli adolescenti, dunque, queste figure che si aggirano per le case di adulti che cercano di scrutarli, stentando spesso a carpirne gli “oscuri segreti”; giovani in attesa di potersene andare a vivere per conto proprio benché qualcuno tenti ogni tanto di declamare il contrario (leggi: “giovani che stanno bene a casa” secondo il rampollo Elkann, tra l’altro cognato della Borromeo, autrice della “scottante” inchiesta Sex and Teens,), che frequentano e occupano scuole, università, che lavorano per pochi spiccioli nei call center, nei bar e ristoranti, che fanno tirocini gratuiti (leggi: sfigati), che si diplomano e si laureano sapendo già che non potranno arrivare ad avere il lavoro dei propri sogni (leggi:choosy). Personaggi strani, questi adolescenti: spesso, quelli che rifuggono dalla monotonia (leggi: giovani che non vogliono fare lavori umili) amano occupare luoghi e abitazioni perché non possono permettersi un affitto, oppure invadere le strade in corteo per manifestare e conquistarsi il diritto a decidere della propria vita. In Italia vengono spesso bistrattati e insultati anche da ministri e politici vari, perché vogliono troppo o perché non vogliono niente, perché sono pigri (leggi: “bamboccioni”) oppure perché appartengono alla “Generazione sazia” secondo un’altra giornalista che ne sa sempre una più del diavolo,Concita De Gregorio, atterrata sul pianeta Terra da una navicella spaziale proveniente da un pianeta ignoto.

Fiumi d’inchiostro, di parole, di immagini sfocate, ognuna delle quali tenta di categorizzare, catalogare, classificare ed esemplificare attitudini, comportamenti, esperienze sessuali, con uno sguardo paternalista, ideologico e moralista (quando non fascista!), in cui il sesso diventa dispositivo di valutazione e di controllo per stabilire il livello di maturità, la saggezza, l’equilibrio, oppure il disagio dell’adolescente, in base all’età in cui lo si fa la prima volta, alla sua frequenza, con chi lo si fa, come, quando, perché e così via all'infinito...

Aggettivi, sostantivi, verbi ridondanti, tutti sotto l’egida della grande parola che abbaglia o terrorizza i “benpensanti”: trasgressione. Un termine inventato, un parametro senza riferimenti, per descrivere atteggiamenti e abitudini umani. Una parola che nessuno pronuncia mai a voce, men che meno per descrivere se stess*.

Siamo tutti figli e figlie di quell’ immaginario e di quell’estetica delle tv commerciali che si è affermata a partire dagli anni’80, e si è reinventata, diramata, anche nella rete, con la conseguente potenziale fruizione, produzione e condivisione di materiale audio e video di ogni genere. Ma questo accesso sempre diretto, diffuso e alla portata di tutti, non implica e non stimola necessariamente la capacità di analisi e di ricerca dei soggetti interconnessi, anche se, potenzialmente, costituisce una possibilità reale di autoformazione in materia di sessualità.

E così, l’America che si “scandalizza” per l’esibizione diMiley Cyrus agli MTV Award nel 2013, con un video che è rimbalzato negli apparecchi telematici di tutto il mondo, le adolescenti “giovani e belle”che la vogliono imitare, che si vestono provocanti, truccate, sui mezzi pubblici e sulle auto per minorenni, in periferia come nei quartieri alti. Trasgressione?

Il corpo è la prima cosa che appare e va mostrato dove e come si può, perché solo se ti fai vedere e ti mostri diventi reale, al centro del mondo e degn* di attenzione. Parlare di sé, raccontarsi davanti allo schermo di un pc, esistono molti siti e social network per farlo, ma alcuni sono brutali, come Ask.fm, che offre la possibilità di scrivere domande e commenti spesso pesanti sul profilo degli altri membri in assoluto anonimato, seguendo gli “amici” senza che loro lo sappiano. Insulti, che hanno spinto a febbraio una giovane 14enne a buttarsi da un tetto di un hotel. E poi, ricatti di adolescenti che filmano altri adolescenti in momenti intimi, minacciandoli di caricarli su youtube e renderli pubblici. E poi vessazioni verso chi è debole, timido, fragile, introverso, oppure diverso perché non eterosessuale, quindi non “normale”.

Adolescenti spesso annoiati nelle loro case del centro, oppure rinchiusi nelle zone rosse delle periferie delle città, collegate solo da autobus malconci che passano, bene che va, ogni ora. Il centro commerciale è il castello che le sovrasta, e poi, sale giochi, baretti, muretti, location in cui alcune dinamiche di gruppo si autoalimentano, il branco, il cannibalismo verso l’elemento debole. Il cannibalismo di gruppo diventa emblema dell’individualismo dell’uno e dell’altro.

In quest’ottica anche il sesso è godimento solitario, consumo, prevaricazione, rapporto di subordinazione, l’altr* è ridotto a mero oggetto. Ma non si tratta di un problema solo di età a questo punto, perché la mercificazione delle relazioni affettive è trasversale, quando si percepisce la società tutta, come un grande supermercato pieno di prodotti stanziati sugli scaffali, costosi o a metà prezzo. Cose.

Si nota sempre un certo voyeurismo negli occhi e nelle penne di certi “adulti” che descrivono e stigmatizzano alcuni comportamenti degli adolescenti, questi sconosciuti, quando sviscerano luoghi comuni oppure quando “indagano” in maniera un po’ morbosa sui piccoli e grandi aspetti della loro vita, con l’incedere di chi ha il sentore di avvicinarsi ad un universo parallelo abitato da alieni.

Alcuni miti da sfatare: quello dell’aspettativa sulla prima volta come qualcosa di magico e di perfettamente sintonico o l’importanza della verginità, la verginità come valore che contraddistingue le “ragazze perbene”, oppure la verginità come un peso, qualcosa di cui liberarsi, per poter essere come le altre, “quelle sveglie” che l’hanno fatto, ed entrare a far parte del mondo degli adulti sessualmente attivi.

Le adolescenti sono già giovani donne, sono precoci, mentre spesso i loro coetanei sembrano molto più piccoli. E il sesso inizia alle medie, difficile che tutti abbiano acquisito piena consapevolezza sul tema della contraccezione, sui rischi delle malattie sessualmente trasmissibili (in costante aumento). Maggiori investimenti sull’educazione sessuale nelle scuole, invece di nenie moralistiche, attuazione di serie politiche di prevenzione, invece di un bigottismo ipocrita e insopportabile, sarebbero molto auspicabili!! Ma educare a una sessualità libera e consapevole non è concesso! Del resto siamo pur sempre nel paese in cui contraccezione d’emergenza o IVG sono diritti, conquistati ormai tempo fa dalle lotte delle donne e, però, rimessi ogni giorno discussione, quando non direttamente e brutalmente negati (lo abbiamo visto ieri con il caso della donna abbandonata ad abortire da sola nel bagno dell'ospedale Pertini, dove medici e portantini erano tutti obiettori di coscienza).

Si potrebbe perciò smettere di semplificare un mondo e un periodo complesso come l’adolescenza, banalizzando tutto e incolpando ora le ragazzine “disponibili” ora i ragazzini bulletti. Queste giovani ragazze che terrorizzano e brutalizzano i poveri maschietti che ignorano la pratica del cunnilingus e sono perennemente affetti dall’ansia di prestazione, che sognano la fanciulla rassicurante che legge gli sms che le inviano, e non riescono a contenere gli impeti delle loro coetanee assatanate, sembrano comparse di una serie televisiva scadente, tanto colorita quanto patinata e finta.

Inadeguatezza è la sensazione che coglie quegli individui che si sentono immobilizzati da costrutti sociali e culturali precostituiti che vogliono l’adolescente e la donna (a prescindere dalla sua età anagrafica) legata sempre a quell’immaginario mainstream che riproduce perennemente quella noiosa dicotomia tra la cinica, ammaliatrice, senza scrupoli, che usa il sesso e il corpo come merce per “arrivare” un po’ ovunque (altrimenti detta puttana) e la virtuosa, ingenua, dolce, vittima sacrificale (altrimenti detta santa).

Per riassumere, mi viene in mente il romanzo di William Makepeace Thackeray, Vanity Fair, un ritratto e un atto d’accusa (intriso di un invasivo moralismo tipicamente vittoriano), una celebrazione e un affresco grottesco e terribile dell’ipocrisia umana che si riflette nella società: apparentemente si esalta la condotta secondo moralità, ma in realtà di ogni cosa si reclama solo l'apparenza e il vittorioso è sempre il più furbo. L’esistenza umana come una fiera (delle vanità), un mercato in cui gli individui mettono sempre e comunque in mostra ciò che hanno e che possono vendere. E alla fine vince sempre il più forte e il più tenace. Becky l’arrivista mette in mostra tutta se stessa, in ogni modo, per la “scalata sociale”, Amelia l’ingenua, invece rifugge la vita e la realtà conducendo la sua esistenza verso una condotta votata solo alla rispettabilità sociale.

Ma immaginare, evocare, non basta. Occorre individuare nuovi luoghi in cui è possibile un accesso laico, libero e gratuito all'educazione e alla prevenzione, per poter costruire, ogni giorno, nuovi e altri immaginari sessuali ma non solo, aprire un nuovo ragionamento sulla sessualità, e quindi sul nodo sesso-potere, ripartendo dal corpo, anzi, dai corpi, perché è da lì che comincia tutto. Il corpo come soggetto indocile, ribelle, insubordinato, ostinato e in ogni caso protagonista. Protagonista anche più o meno consapevole di un certo tipo di accanimento trasversale che incrocia le questioni di genere, gli effetti dei tagli alla sanità pubblica, l’assenza di una seria politica di prevenzione, il razzismo. Corpi visibili, spesso strumento di ostentazione di potere, e corpi invisibili che smettono di essere tali quando decidono di emergere e di ribellarsi. Sono i corpi che vengono colpiti quotidianamente dai dispositivi di controllo e normazione propri di un potere diffuso, orizzontale e multiforme, un potere che si accanisce trasversalmente sugli stessi con le sue politiche di austerity.

In alcuni casi questi corpi diventano solo carne da sfruttare, reprimere, nascondere, espellere, imprigionare dentro e fuori lo spazio metropolitano.

Solitudine e marginalizzazione sociale è ciò che spetta di fatto a quei soggetti percepiti come appartenenti alle categorie socialmente ed economicamente "deboli": donne, minori, migranti, malati.

“Una cattiva, cioè inadeguata, percezione dei corpi, della società, dell’altro condurrà a una cattiva composizione sociale, esattamente come il veleno è una cattiva composizione per il corpo”.

Ridare dignità alla vita, al corpo e alla sessualità, ricomponendo, prima di tutto, piacere, desiderio e cura di sé. Autodeterminazione vuol dire anche prendere in carico su di sé la responsabilità della salute, della prevenzione, di una sessualità libera senza delegare alcunché alla presunta assolutezza del sapere medico, né, tantomeno, a questioni morali o religiose. Far saltare i recinti, le barriere, i confini, le definizioni, rovesciare l’ordine del discorso, riaprire il conflitto, perché niente è neutro e dato una volta per tutte, perché i nostri desideri, le nostre passioni sono quelli che portiamo e che raccontiamo nei luoghi che attraversiamo quotidianamente, nelle piazze, nelle scuole, nelle università, nei posti di lavoro, quelli che prendono corpo diventano carne, sangue, sudore, vita e su cui, nessun altro, se non noi, può mettere bocca!

Il giocattolo è troppo sessista

  • Martedì, 11 Marzo 2014 09:09 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
11 03 2014

Tre bambine accovacciate su un tappeto guardano la tv. Dal televisore, modello anni Cinquanta col cinescope incorporato, parte un motivetto, canticchiato da tre ragazzine in rosa. L’istante dopo nella stanza scoppia la rivoluzione: pentoline, borsette, passeggini si animano magicamente, fanno strike contro tiare, tazzine e tutto l’universo rosa che affolla le camerette delle bambine. E, assemblandosi come un domino, un pezzo dopo l’altro, nell’entusiasmo della battaglia, danno vita a una sorprendente opera di ingegneria.

È diventato virale, un video su YouTube da milioni di visualizzazioni, “Princess Machine”, la trovata pubblicitaria di GoldieBox, azienda di “giocattoli per future ingegnere” che mette il dito nella piaga: il sessismo nei giocattoli.

Polemica che, dagli Stati Uniti all’Italia, infiamma i dibattiti. Con produttori e genitori l’un contro l’altro armati: perché il mondo delle bimbe è ancora colorato di rosa e quello dei maschi di azzurro? Che senso ha, oggi che la donna ha conquistato autonomia e nessuna professione le è preclusa; oggi che il machismo non è un obbligo e che anzi l’identità maschile si rimodella in chiave più soft, proporre ancora separazioni di genere nei giocattoli, armi e costruzioni da una parte, corone e bamboline dall’altra? Per di più disposti in scaffali separati. Apartheid, nei negozi, ribadito dai colori rosa e blu.

“Pink stinks”, il rosa puzza, appesta, scandiscono già da qualche anno le organizzazioni contro gli stereotipi di genere da Londra a New York. A Natale è finito nel mirino di Mumsnet, potente network delle mamme inglesi, e della campagna “Let Toys Be Toys” il grande magazzino Marks & Spencer, reo di aver promosso la vendita di due giocattoli come uno for boys, l’altro for girls. «Stabilire con quali giocattoli i bambini devono divertirsi da piccoli definisce i sogni che coltiveranno e il ruolo che giocheranno nella società», ha tuonato Jenny Willott, parlamentare attenta ai diritti dei bambini: «È una selezione a monte intollerabile. Da questa divisione comincia il gap negli stipendi tra uomini e donne». E Anne Dowling, capo del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge, l’ha ribadito: incoraggiare le bambine a giocare con le costruzioni e con altri giochi considerati da maschi può favorire carriere importanti.

In Italia, “ Un altro genere di comunicazione ”, blog di un gruppo di ragazze tra i 24 e i 38 anni, ha trasformato l’attenzione al mondo dell’infanzia in un’azione militante: vanno nei negozi e attaccano adesivi sulle confezioni dei giocattoli sessisti. Stickers scaricabili online e stampabili, pronti ad aggredire quei prodotti che evocano ruoli stereotipati, che evidenziano discriminazioni sul lavoro o che suggeriscono la tirannia dell’estetica a tutti i costi, sin dalla più tenera età. «C’è una “genderizzazione” persino degli ovetti di cioccolato», denuncia Enrica, che vive a Cesena e fa parte del collettivo virtuale: «La campagna “La discriminazione non è un gioco” vuole evidenziare che anche di fronte a giochi apparentemente neutri, persino il packaging non rinuncia a suggerire, attraverso la foto, il destinatario del giocattolo. Basta guardarsi intorno: tecnologia, avventura restano campi da maschi, cura e attività domestiche, campi riservati alle bambine».

Intanto, in Gran Bretagna, la polemica ha preso una piega così infuocata da indurre Marks & Spencer a fare marcia indietro. Giurando via Twitter che entro questa primavera introdurrà la “gender neutrality” dei giocattoli: proposte senza distinzioni e senza collocazioni separate in negozio. Una decisione analoga a quella presa, sempre a Londra, da Hamleys, che ha riorganizzato i suoi locali per non distinguere più tra reparti. Rilancia da Stoccolma la catena Toys “R” Us che, con tanto di catalogo con bimba con pistola e maschietto con una bambola, ribadisce il concetto: lasciamo giocare i bambini con quello che gli va.

«Ottimo», interviene la pedagogista ed esperta di genere Barbara Mapelli dell’Università di Milano Bicocca. Che invita a non sottovalutare: «Sembrano polemiche eccessive, se non addirittura ridicole. Invece, sono prese di posizione utili. Queste forzature tra giochi da maschi e da femmine creano gabbie, in tenerissima età, che si incardinano nella soggettività e diventano difficilissime da combattere», dice: «Sono distinzioni limitative. Stereotipi oltretutto falsati». Perché è questo il paradosso: oggi che le identità vivono profondi cambiamenti, proporre alle bambine ruoli domestici e accudenti, e fare dei maschi gli unici destinatari di prodotti avventurosi e creativi è un clamoroso falso storico.

«Crea confusione. Le bambine che sognano il principe azzurro si scontrano, nella realtà, con mamme dinamiche e superimpegnate. Lo stesso vale per i maschi: giocano con le armi, davanti a genitori spesso compiacenti. Da adulti si ritrovano in un mondo dove la loro identità è in mutamento», nota Mapelli: «Perché proprio ora gli stereotipi si stanno radicalizzando? Il cambiamento fa paura: le culture si difendono, alzano gli scudi».

Ma davvero crescere in un mondo rosa confetto e in uno tutto azzurro può condizionare il futuro? Davvero dare in mano a una bambina camion e scavatrici può fare di lei una donna più indipendente? E, al contrario, non reprimere nei maschi la curiosità di giocare con cucine e corredi da bebè formare adulti più completi? È l’eterno dibattito tra biologia e cultura: quanto siano i fattori sociali a influenzare il comportamento e le scelte, quanto tutto sia scritto nel Dna.

Oggi la bilancia delle teorie sembra propendere dalla parte dei fattori culturali, sociali e familiari: troppo forti ed evidenti le pressioni del mondo adulto sulle scelte dei più piccoli. Ma queste, di per sé, sarebbero neutre? Non è univoco: c’è chi sostiene che giocattoli per maschi e per femmine siano solo etichette del marketing. Ma non sono pochi gli studiosi pronti a dimostrare, se non che i giochi siano intrinsecamente maschili o femminili, almeno che certe forme e caratteristiche risultino più attrattive per gli uni o per gli altri.

«Le differenze biologiche esistono, ma più di tutto contano educazione e aspettative», nota la neuroscienziata Lise Eliot, che in “Pink brain Blu brain” questo dimostra: quanto il cervello sia malleabile nell’infanzia. «I maschi gravitano intorno alle macchine, le femmine intorno alle bambole, e questo è un risultato sia naturale che culturale. Non possiamo modificare gli aspetti naturali, ma possiamo cambiare quelli culturali. Per esempio, non accettare codici di colore che rappresentano limiti culturali, invece che possibilità», ripete la docente di Psicologia a Cambridge Melissa Hines, che con i suoi saggi (“Brain gender”) è un’autorità in materia.

«Questione di possibilità, appunto», spiega Mapelli: «Limitarle preclude l’accesso ad altri immaginari. Questi temi non sono stravaganze: è accertato che problemi seri, dal bullismo all’anoressia, possono avere origine in modelli sbagliati di gioco. Ma è difficile difendersene: le famiglie provano soluzioni alternative, ma i giocattoli più desiderabili restano quelli posseduti dalla maggioranza dei bambini. Deve essere una battaglia di tutti: genitori e scuola».

La soluzione? Allargare il più possibile gli stimoli. Anche perché i tempi lo consentono: i giocattoli gender-neutral sono in aumento, basta cercarli. Alice Brooks e Bettina Chen sono due ingegneri della Stanford University, convinte che cominciare a esporre le bambine alla tecnologia può creare una generazione di innovatrici. Loro stesse sono la dimostrazione che un’infanzia più ricca di stimoli apre la mente: Alice è cresciuta nel laboratorio di robotica del padre; Bettina Chen ha trascorso l’infanzia tra i giochi dei fratelli. Poiché, sostengono, ognuna è potenzialmente un’artista, un’architetto, un’ingegnere e una visionaria, hanno ideato Roominate , casa per le bambole che le bambine possono costruire da sole.

All’interno, circuiti elettrici, impianti, meccanismi tecnici, tipici terreni di applicazione dei maschi. «Da 21 anni cerchiamo di costruire un mondo migliore, e ci chiediamo come preparare i bambini ad affrontare il futuro, siano essi maschi o femmine», interviene Monica Cigognini, regional director per il Sud Europa di Imaginarium, azienda spagnola di giocattoli educativi: «La nostra offerta non presenta una marcata connotazione sessista, ma puntiamo a diversificare i prodotti per fasce di età e per livello di apprendimento. Abbiamo prodotti che stimolano l’intelligenza musicale, altri che sollecitano la capacità cinetica e motoria, altri ancora l’intelligenza matematica o quella manuale e creativa».

Intelligenze multiple. E ogni persona ne possiederebbe almeno sette. Altro che divisione per numeri binari.

Criminalità sui generis

  • Venerdì, 07 Marzo 2014 10:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
07 02 2014

Qualche settimana fa, guardando in rete il video di bullismo femminile avvenuto a Bollate, ho notato che molti utenti, oltre ad esprimere commenti/insulti sessisti (appellativi quale “troia”, “puttana” et similia, giudizi sull’aspetto fisico, etc…), si sono indignati in particolare per il fatto che a compiere un atto di violenza sia stata proprio una donna.

In generale, la donna violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

L’odierna rappresentazione mediatica e sociale della donna delinquente risente ancora delle vecchie teorie positiviste (a testimonianza del fatto che poco è cambiato da allora) sulla criminalità femminile.

Tra tali teorie vi è quella formulata nel 1893 da Cesare Lombroso, il quale, nel libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, sosteneva che la causa della minore diffusione della criminalità femminile era da individuarsi nella maggiore debolezza e stupidità della donna rispetto all’uomo.

Le cause dell’ “onestà femminile” erano da collegarsi alla “pietas materna, all’incoscienza e all’incapacità di scegliere”. Se nonostante queste innate caratteristiche la donna commetteva delitti era “segno che la sua malvagità era enorme”.

Secondo l’autore, la donna criminale aveva caratteristiche maschili, in quanto era più intelligente, più audace, più forte e più erotica della “donna normale”. A questo si aggiungevano “le caratteristiche femminili peggiori” quali l’inclinazione alla vendetta, la menzogna, etc…, “formando così dei tipi di malvagità che sembrano toccare l’estremo”.

Tali teorie sono rimaste in auge per molto tempo, almeno fino agli anni ’70 del Novecento, quando l’attivarsi dell’emancipazione femminile ha comportato una nuova attenzione anche all’aspetto criminologico.

Per completezza d’informazione, va detto che, nel frattempo, vi sono state altre teorie, aventi un seguito minore, che in questa sede possono essere solamente accennate.

Mi riferisco, ad esempio, alle teorie c.d. classiche (nate negli anni ’60), che ritengono che in realtà le donne commettano illeciti tanto quanto gli uomini, anche se in modo “mascherato”.

Questo per vari motivi, tra cui “il subdolo limitarsi della donna al ruolo d’istigatrice o mediatrice di delitti”, oppure per il fatto che i giudici e le forze dell’ordine avrebbero nei confronti del “gentil sesso” un atteggiamento “cavalleresco”, protettivo e benevolo.

Tralasciando tali marginali teorie, riprendiamo il discorso dagli anni ’70, quando la criminalità femminile è divenuta materia d’indagine anche da parte di studiose che hanno tentato di guardare il problema da un’ottica diversa.

Tra queste, la più importante è Freda Adler, che pone la criminalità femminile delle società occidentali in relazione con l’emancipazione, la differenziazione dei ruoli e le opportunità.

Secondo l’autrice, la donna non delinquerebbe tanto quanto l’uomo perché ancora sottomessa nel ruolo familiare e sociale. Soltanto quando la donna avrà raggiunto la stessa posizione sociale sarà in grado di commettere reati tanto quanto lui.
La Adler evidenziò, altresì, come l’emancipazione avrebbe portato ad un mutamento non solo quantitativo, ma anche qualitativo della criminalità femminile, che non sarebbe stata più relegata ai reati minori. L’emancipazione offrirebbe quindi alle donne più opportunità, sociali ed economiche, sia lecite che illecite.

Tale teoria ebbe un notevole seguito e condizionò largamente tutti gli studi successivi (ad. es. la teoria del controllo del potere di Hagan), che, in sostanza, finivano per riproporre, seppur con varianti, la teoria emancipazionista.

Tuttavia le teorie emancipazioniste sono state periodicamente messe a confronto con i dati statistici, i quali ci dicono che, nonostante l’emancipazione in itinere, il tasso di criminalità femminile è rimasto nettamente inferiore rispetto a quello maschile. Da una verifica ISTAT relativa all’anno 2010 è emerso che in Italia le donne condannate sono state 36.346, contro 193.494 uomini condannati, rappresentando quindi il 15,81% del totale.

L’andamento percentuale delle condanne femminili rispetto al totale maschi-femmine è rimasto, seppure con qualche oscillazione, sempre costante nel corso degli anni (intorno al 15% di media), toccando una minima del 12,17% nel 1991 ed una massima del 34% nel 1945.

Dunque, come interpretare i dati statistici? Perché le donne, nonostante una maggiore emancipazione rispetto a decenni fa, continuano a commettere meno reati?

Non è facile rispondere ad una simile domanda e probabilmente, data la complessità della materia, non esiste neppure una sola risposta. Sono tanti i fattori e le concause in gioco.

Forse le teorie emancipazioniste hanno, in parte, ragione. Nonostante alcuni proclami di una raggiunta parità, i dati ci dicono che le donne ancora oggi lavorano meno degli uomini e lo spazio ad esse destinato è ancora in prevalenza quello domestico. I salari femminili sono inferiori a quelli maschili e le posizioni lavorative apicali (consigli di amministrazione, ruoli direttivi, etc…) sono ancora appannaggio maschile.

Va da sé che molti reati che presuppongono posizioni di comando (ad esempio i c.d. reati d’impresa) ancora sono compiuti prevalentemente da uomini.

Ma, oltre a questo, è bene riflettere su un paio di questioni fondamentali.

Tutte le teorie fin qui esaminate, comprese quelle emancipazioniste, hanno come comune denominatore il fatto che l’osservazione e lo studio della questione siano condotte da un’ottica esclusivamente femminile: “perché le donne delinquono meno?” “Le donne arriveranno un giorno a delinquere quanto gli uomini?”

Come mai le domande non sono state queste: “perché la criminalità maschile è così estesa?” “Gli uomini arriveranno mai a delinquere quanto le donne?

La risposta risiede nel fatto che gli uomini hanno continuato e continuano ad incarnare il canone, il prototipo, la norma, con la conseguenza che tale “neutralità” ha reso invisibile il genere maschile, al quale è stata dedicata un’attenzione qualitativamente e quantitativamente inferiore a quella ricevuta dal genere femminile.

In questo modo, l’uomo, che rappresenta il genere umano universale, non ha bisogno di pensare in termini di genere e perciò può convincersi di non essere condizionato dalla sua mascolinità.

In realtà, come scrive Chiara Volpato in “Psicosociologia del maschilismo”, “se Simone de Beauvoir ci ha insegnato che non si nasce donna ma lo si diventa, allo stesso modo, non si nasce uomo, lo si diventa.

La costruzione del proprio genere di appartenenza (“doing gender”) è un compito che inizia nella primissima infanzia e dura tutta la vita.

E la costruzione della mascolinità è spesso assai ardua: i maschi devono costantemente dimostrare di essere “veri uomini”, attraverso riti formativi e prove di virilità che hanno a che fare con l’aggressività, la dimostrazione dell’attitudine al comando, la difesa dell’onore, l’enfatizzazione della sessualità, etc….

L’identità sessuale femminile è messa in discussione meno frequentemente di quella maschile e gli uomini, per preservare la loro virilità e quindi il loro genere, sono costretti ad allontanare da sé tutto quello che è “in odore di femminilità”. Per questo motivo, quando ci si riferisce ad un prodotto “neutro”, è sempre il maschio ad essere rappresentato e mai la femmina (ad es. nei giocattoli). Perché l’uomo è più intransigente sulla sua identità sessuale.

Gli studiosi (Volpato, Bereska) hanno dimostrato che “vi è una stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità. Negli ultimi decenni, l’attenzione si è concentrata sul mondo femminile, lasciando inalterato quello maschile. Così il mondo delle ragazze è cambiato, quello dei ragazzi poco.”

Mentre lo stereotipo femminile appare relativamente dinamico (oggi le donne sono percepite più capaci, assertive ed ambiziose), quello maschile appare statico, caratterizzato ancora da un’aggressività sentita come naturale e legittima e dal costante rifuggire dal lavoro domestico e di cura, lasciato ancora quasi totalmente in mano alle donne.

Quindi, tornando alle ultime teorie criminologiche e alla luce delle riflessioni fatte, ritengo che la Adler e i suoi successori, parlando di “emancipazione femminile” e “mascolinizzazione della donna” abbiano, in primo luogo, focalizzato l’attenzione sul soggetto sbagliato e, in secondo luogo, abbiano finito con il confondere l’emancipazione con il passare, “saltellare” da uno stereotipo di genere all’altro.

Emancipazione significa invece liberare, decostruire, sfaldare gli stereotipi di genere, partendo in primis da quello maschile, ancora così granitico nei suoi postulati e prescrizioni e che ha contribuito in buona parte a produrre quelle conseguenze che i dati ISTAT ci ricordano quotidianamente.

Azzurro contro rosa (Sabina Minardi, L'Espresso)

  • Venerdì, 07 Marzo 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Con produttori e genitori l'un contro l'altro armati: perché il mondo delle bimbe è ancora colorato di rosa e quello dei maschi di azzurro? Che senso ha, oggi che la donna ha conquistato autonomia e nessuna professione le è preclusa; Che senso ha, oggi che la donna ha conquistato autonomia e nessuna professione le è preclusa; oggi che il machismo non è un obbligo e che anzi l'identità maschile si rimodella in chiave più soft, proporre ancora separazioni di genere nei giocattoli, armi e costruzioni da una parte, corone e bamboline dall'altra? ...

In tv donne "normali" per contratto

Corriere della Sera
05 03 2014

«Nella bozza inviata in Commissione, Catricalà ha tenuto conto dell'85% delle richieste di Donne in quota. Ma la battaglia continua soprattutto su contenuti e pubblicità»

di Carlotta De Leo

Casalinghe con tacchi 12 sempre pronte a portare in tavola manicaretti. E trasmissioni tv in cui gli esperti sono sempre e solo uomini. Alla Rai qualcosa sta per cambiare, l’immagine della donna sta per cambiare.

Ne sono certe le battagliere Donneinquota che da anni combattono per aprire la rete di Stato e il mondo della pubblicità a una rappresentazione plurale e stratificata del mondo femminile.

«I media in generale, e la Rai in particolare, hanno forti responsabilità nei confronti delle donne e dei danni provocati da un’immagine femminile non corretta, non veritiera che nei fatti si traduce nella sotto-rappresentanza politica ed economica, ma anche nella mancata crescita culturale del nostro Paese, ancora legato al maschilismo e alla misoginia» spiega Donatella Martini di DonneinQuota.

Dopo anni di impegno, l’associazione sembra raccogliere – a nome di tutte – qualche successo (nero su bianco) nel nuovo contratto di servizio pubblico 2013-2015 che sarà discusso oggi in Commissione di vigilanza (i tempi per l’approvazione, però, non sono ancora noti).

«A fine luglio abbiamo inviato al viceministro dello Sviluppo Economico, Antonio Catricalà, le nostre osservazioni su come migliorare la rappresentazione di genere nella tv pubblica e a settembre, insieme alle amiche della Piattaforma Lavori in corsa: 30 anni Cedaw, l’abbiamo anche incontrato» afferma Martini. «Nella sua bozza di contratto inviata in Commissione, Catricalà ha tenuto conto delle nostre posizioni nell’85% dei casi – aggiunge – e ci riteniamo abbastanza soddisfatte. Ma la battaglia continua e, all’inizio di gennaio, siamo andate in Commissione a chiedere quello che mancava. Oltre a noi, è stato ascoltata anche Donne e Media, la rete che già nel 2009 aveva proposto 13 emendamenti sull’immagine della donna al vecchio contratto e negli anni si è battuta per farli applicare».

Tre i punti più importanti.

Il primo riguarda la pubblicità sessista. «Noi lavoriamo su questo tema dal 2008 e ci siamo rese conto che è una zona franca dove le regole sono poche e aggirabili – spiega Martini – Chiediamo un monitoraggio anche sulla pubblicità, non solo sul nudo a sproposito ma soprattutto sui più dannosi stereotipi che la pubblicità continua a veicolare. Come quello, per esempio, della mamma che passa l’aspirapolvere mentre il marito e i figli sono spapanranzati sul divano… ».
Il monitoraggio (pubblicità esclusa) a dir la verità, era uno dei 13 emendamenti, «ma quando lo scorso maggio ne abbiamo chiesto notizie all’attuale presidente Rai, Anna Maria Tarantola, abbiamo scoperto che non era ancora stato effettuato. Sappiamo però che a fine dicembre l’Osservatorio di Pavia ha finalmente consegnato i dati e stiamo aspettandone la pubblicazione. Eppure si tratta di uno strumento importante perché esiste una stretta connessione tra immagini sessiste e quella violenza di genere che spesso sfocia in femminicidio».

Il secondo punto è il cosiddetto Role Modeling, ovvero la molteplicità dei modelli di donne proposti. «Non solo Miss Italia, ma anche donne impegnate – spiega Martini – Le esperte, le intellettuali, le politiche devono trovare lo stesso spazio dei loro colleghi: basta con i talk show pieni sempre e solo di uomini. Insomma, vorrei vedere in tv tutte le donne, quelle “normali” come me e come tante altre. Voglio che la società si accorga, anche attraverso la sua rappresentazione tv, che la maggioranza della società italiana è composta di donne e non tutte fanno le modelle».

Al terzo punto, infine, il punto più politico: «La Rai è pubblica e nel suo cda dovrebbero sedere in egual numero donne e uomini. Siamo convinte che non esista vera democrazia se la composizione delle istituzioni non rispecchia quella della società, attualmente 52% di donne e 48% di uomini. La nostra associazione, che ha vinto il ricorso al Tar Lombardia contro l’ex giunta Formigoni, chiede l’ingresso di un membro in più nel cda Rai, nominato dal ministero delle Pari Opportunità con il «compito di fare un’analisi comparativa di genere dei diversi format della tv pubblica. Perché bisogna soddisfare la richiesta sacrosanta delle donne che vogliono vedere qualcosa di diverso, più profondo e approfondito».

facebook