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La Stampa
11 06 2015

Dopo le polemiche, le dimissioni. Il premio Nobel britannico Tim Hunt ha lasciato il suo incarico di professore ad honorem alla University College London (Ucl) dopo aver detto che le donne nei laboratori costituiscono un «problema».

A dare le notizie delle dimissioni è stata la Bbc. Il Nobel 2001 per la medicina aveva lasciato di stucco il pubblico ad una conferenza di medicina mondiale, sottolineando che è meglio non aver donne nei laboratori perché «ci innamoriamo di loro, si innamorano di noi e quando le criticate, si mettono a piangere». Il polverone non si è placato nemmeno dopo le sue scuse.

Questa mattina è arrivato il comunicato dell’Università. «L’Ucl conferma che Sir Tim Hunt si è dimesso dal suo ruolo di professore onorario alla Facoltà di Scienze a seguito dei commenti che ha fatto alla conferenza mondiale dei giornalisti scientifici il 9 giugno. La nostra università è stata la prima ad ammettere studentesse donne dando a loro pari dignità che agli studenti maschi. E la nostra istituzione crede che questo esito (le dimissioni, ndr) siano compatibili con la politica di eguaglianza di genere che stiamo portando avanti».

Tim Hunt, 72 anni è stato premiato con il Nobel nel 2001 per i suoi studi sulla divisione cellulare. Il polverone non si è placato nemmeno dopo le sue scuse: «Sono veramente dispiaciuto per quello che ho detto», ha riferito ai microfoni della Bbc Radio 4, aggiungendo che «è stata una cosa veramente stupida fare parlare in quel modo in una conferenza dove erano presenti tanti giornalisti».

Maschio da laboratorio

scambioIl premio Nobel per la medicina Tim Hunt ha proposto di creare laboratori separati per uomini e donne. "Accadono tre cose quando stanno insieme" ha spiegato. "Noi ci innamoriamo di loro. Loro si innamorano di noi. E quando le criticate piangono". Parole che confermano come l'avere vinto un Nobel non ti esima automaticamente dal rischio di attingere a luoghi comuni da bar. [...] Ormai se non dici che le donne sono delle psicolabili e gli omosessuali una lobby di rompiscatole vieni considerato pavido e banale, perché per i teorici del Politicamente Scorretto l'originalità consiste nell'inanellare luoghi comuni privi di senso comune.
Massimo Gramellini, La Stampa ...

La 27 Ora
14 05 2015

Perché ripetiamo ancora ai maschi «non piangere come una femminuccia»? E come mai le femmine si sentono dire da parenti e insegnanti «una bambina non fa questo» se strillano troppo? Noi adulti non consentiamo ai bambini ed alle bambine di crescere secondo le loro inclinazioni; ma li ingabbiamo nei nostri schemi di virilità e femminilità. Sembriamo sicuri che sia utile dividere i giochi, i colori e le collane letterarie per maschi da quelle per femmine. Spesso indirizziamo i nostri figli persino nella scelta degli studi come quando scoraggiamo le femmine che vorrebbero occuparsi di fisica nucleare e i maschi attratti dall’insegnamento. Eppure il meglio che possa accadere nella vita è scegliere senza condizionamenti e che le scelte siano il frutto dei nostri desideri e non di pregiudizi e gabbie predefinite per sesso, orientamento sessuale, età ed etnia.

Da queste ipotesi è partita l’inchiesta della rivista di politica e cultura delle donne Leggendaria, arrivata al numero 110 della sua lunga e libera storia editoriale: il 19 maggio sarà presentata a Milano in un incontro intitolato «Anatema sul gender: la scuola sotto tiro» (Casa delle donne, ore 18, via Marsala 8. Saremo a Genova, il 15 e a Trieste il 21 maggio). E subito ci siamo misurate con le polemiche che in questi mesi hanno investito e travolto, in alcuni casi, i formatori, i genitori e i docenti impegnati a portare a scuola l’educazione alle differenze sessuali.

Forse ricorderete in marzo lo scandalo scoppiata quando una materna di Trieste ha sperimentato un progetto ludico educativo finanziato dalla Regione che prevedeva, insieme a molte altre tappe, lo scambio dei ruoli e la possibilità per bimbi e bimbe di scambiarsi i costumi di principessa e cavaliere. Si è parlato di «giochi morbosi all’asilo», come in altri casi si è accusata una fantomatica «lobby omosessuale» di voler «convertire i giovani all’omosessualità» (La27ora ne ha scritto qui) solo perché il ministero per le Pari Opportunità nel 2014 aveva fatto preparare all’istituto Beck gli opuscoli informativi «Educare alla diversità a scuola» per arginare il bullismo omofobico dilagante.

Gli opuscoli sono stati precipitosamente ritirati e sono scomparsi, ma purtroppo sappiamo quanto soffrano molti ragazzi i cui comportamenti paiono non virili ai loro compagni e compagne. Magari attraversano solo una fase di passaggio adolescenziale, ma accade che, messi alla berlina sui social media, si ritirino da scuola e vadano in crisi. Alcuni dopo essere stati insultati perché gay, si sono anche uccisi. Non sarebbe ragionevole insegnare il rispetto delle differenze per prevenire la violenza e la discriminazione basata sul sesso o l’orientamento sessuale? Ci sono molti studi che dimostrano (la rivista Hamelin ne ha scritto spesso e con competenza) che oltre il 97 per cento di ragazze e ragazzi, dai 13 anni in su, hanno visto siti porno, dove imperversa una sessualità rozza e spesso violenta, dove trionfano gli stereotipi dell’uomo macho e della donna oggetto. L’Europa ha spesso sollecitato l’Italia a portare l’educazione dei sentimenti nelle classi fin dai primi anni di vita dei bambini, come accade in quasi tutti i Paesi dell’Unione, anche per sottrarli alla pornografia oggi accessibile a tutti.

La scuola pubblica, che pure è afflitta da tanti problemi, è diventata da noi un campo di battaglia tra chi vuole introdurre questi temi sia nella formazione degli insegnanti sia all’interno delle classi e chi li ostacola rivendicando esclusivamente alla famiglia l’educazione dei figli a temi così delicati e intimi. Ci sono le sentinelle in piedi e le associazioni che mandano petizioni e decine di migliaia di firme al presidente della Repubblica perché non si insegni quella che chiamano teoria o ideologia del gender ai loro figli. La Conferenza episcopale italiana, L’Osservatore Romano e perfino la moderata Famiglia Cristiana hanno scatenato una lotta senza quartiere alla dittatura del gender, che altro non sarebbe se non la manipolazione dell’infanzia. E che segnerebbe la fine della differenza tra i sessi e della stessa famiglia naturale.

La posta in gioco è evidentemente alta: in Parlamento giacciono da tempo vari disegni di legge. Leggendaria ha intervistato le firmatarie delle tre leggi di Pd, Sel e M5S, che spiegano cosa intendono per educazione all’affettività a scuola (nessuno la chiama più sessuale). Non si intende affatto azzerare le differenze tra i sessi, piuttosto si vogliono prendere in considerazione tutte le differenze: si vuole fare della scuola non «un campo di rieducazione», come temono alcuni, ma una palestra per abbattere i pregiudizi che alimentano o giustificano violenza o bullismo, disparità tra i generi, omofobia. Su questo stesso blog Monica Ricci Sargentini ha scritto che la teoria del gender vuole azzerare le differenze, ma credo confonda il pensiero di una accademica come Judith Butler e la pratica degli studi di genere di cui si parla nella scuola italiana, studi che vogliono appunto far discutere sulle differenze a partire da quelle uomo-donna.

Il fronte favorevole conta associazioni e singoli che vogliono far sì che le differenze non si tramutino in diseguaglianze. La spinta viene «dal basso», molti docenti hanno desiderio di formazione e di condivisione perché si trovano a essere la prima linea delle nuove frontiere delle differenze tutte, comprese quelle religiose e etniche. Negli ultimi anni pedagogisti, genitori e, appunto, tanti docenti di ogni ordine e grado hanno moltiplicato, da nord a sud, progetti e percorsi formativi per prendere confidenza con temi come la relazione tra i sessi, l’affettività, l’omofobia, le diversità nella composizione delle famiglie di oggi che hanno spesso genitori separati con nuovi compagni o compagne e meno spesso (ma accade) genitori dello stesso sesso.

Scrive su Leggendaria Monica Pasquino presidente di S.co.s.s.e (Soluzioni Comunicative Studi servizi editoriali), associazione che lavora nel Lazio al progetto «Educare alle differenze», che gli attacchi subiti sono stati fortissimi da parte della diocesi di Roma e di vari movimenti politici cattolici che hanno diffuso volantini nelle scuole in cui loro lavoravano per far boicottare i corsi a genitori e insegnanti. Sotto accusa, secondo Pasquino, è la scuola pubblica e la sua autonomia di trasmettere alle nuove generazioni i valori della cittadinanza plurale e principi più ampli, non necessariamente migliori, di quelli trasmessi nella famiglia di appartenenza. Dopo tante polemiche S.co.s.s.e. ha convocato a Roma, lo scorso anno, chi condivide il progetto. Sono arrivati in 600 da tutta Italia: prof e genitori, associazioni di donne e di omosessuali, funzionari delle istituzioni, tutti autofinanziati. Un successo. Tanto che in ottobre si replica.

Contrastare gli stereotipi a partire dalle scuole

  • Venerdì, 24 Aprile 2015 10:20 ,
  • Pubblicato in INGENERE

InGenere
24 04 2015

La violenza di genere può essere veicolata e radicarsi nella cultura prevalente attraverso discorsi e immagini stereotipate che propongono modelli di rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne fortemente asimmetrici. Discorsi e immagini che trovano nutrimento in contesti diversificati: in territori urbani fortemente deprivati, in gruppi che promuovono atteggiamenti misogini e machisti, sui mezzi di comunicazione, nella pratica.

Accade, dunque, come emerge dallo studio di Torres, che in quartieri come quello Zen di Palermo, simbolo del degrado e del fallimento delle politiche pubbliche, le donne restino imprigionate in ruoli stereotipati di subordinazione e sudditanza rispetto agli uomini; in un destino di invisibilità, di silenziosa acquiescenza a compiti e doveri, alla definizione dei quali il linguaggio contribuisce in modo significativo. Il linguaggio, in tali contesti, si fa strumento di trasmissione di ruoli sociali che le donne assumono come 'naturali'; legittimando il dominio maschile sull’altro sesso. La donna è 'vera' donna solo quando è figlia obbediente, brava madre, brava moglie, quando dunque rientra in una sfera di definizione che la veda ora figlia ora moglie nel passaggio di autorità dal padre al marito; oggetto di scambio e di possesso.

La forza coercitiva del discorso misogino è messa ben in evidenza nello studio di Iovine, basato sull’analisi del linguaggio e dei modelli di ragionamento dei membri di alcuni gruppi misogini, anti-femministi che popolano la rete. L’analisi del linguaggio scritto ha consentito di far emergere alcune costanti nello svolgimento del ragionamento sessista al quale si associano vissuti e relazioni sociali difficili. Dunque, dietro al percepirsi e rappresentarsi come vittime; all’autoreferenzialità del pensiero, alla minimizzazione del fenomeno della violenza contro le donne, si svelano un passato e un presente segnati dall’assenza di modelli femminili di riferimento, da rapporti familiari anaffettivi, nonché da una rarefatta vita sociale. Un ragionamento sessista che non si limita a testimoniare una cultura maschilista ma che si traduce in un 'attivismo' militante, attraverso il quale si dispiega una difesa di tipo patriarcale-nazionalista del maschio.

La rappresentazione stereotipata di modelli femminili patriarcali è spesso favorita dalla forza mediatica dei mezzi di comunicazione che trasmettono messaggi degradanti sulle donne che ne sono protagoniste, contribuendo così ad acuire le disuguaglianze di genere. Lo studio di Ortolani e Dalledonne Vandini mette ben in luce come la comunicazione sportiva sia fortemente connotata dalla predominanza di modelli maschili improntati alla performance, alla forza e alla leadership che si contrappongono a quelli femminili di atleta/madre e atleta/compagna. Ecco, allora, emergere le tradizionali dicotomie tra sport da maschio (calcio, pugilato, rugby, etc.) e sport da femmina (danza, pattinaggio, ginnastica artistica, etc.). Questa trasmissione di modelli entra nella ‘carne viva’ del tessuto sociale riaffermando e legittimando disuguaglianze di genere inaccettabili, dando loro veste normativa.

Questo è possibile in ragione della natura performativa del linguaggio, che non contribuisce meramente a definire, rappresentare e riflettere le differenze di genere ma le costituisce, producendo effetti reali che hanno delle conseguenze nel sancire nella società una posizione subordinata delle donne rispetto agli uomini. Il linguaggio ha dunque in sé la capacità di contribuire alla costruzione di 'senso', a stabilire alcune norme sociali costitutive di una cultura sessista. È questo il punto di partenza della interessante riflessione di Gerardin-Laverge che si interroga sulla possibilità e la modalità in cui le donne possano resistere alle categorie veicolate dal linguaggio e alla realtà che si va così ad affermare, al fine di comprendere quale sia l’empowement individuale e collettivo possibile; per rafforzare, la consapevolezza e la capacità di azione della donna sia come singolo individuo sia come agente collettivo di azione politica.

Per promuovere e sostenere la capacità di azione della donna, contrastando e prevenendo la trasmissione di modelli asimmetrici di relazione, è necessario acquisire strumenti analitici di decodifica del messaggio mediatico, capaci di alimentare una riflessione critica sulle rappresentazioni del mondo femminile proposte e per cercare di proporne di nuove. Iniziative progettuali e interventi nei luoghi della formazione costituiscono lo strumento principale per evitare che le nuove generazioni facciano propri modelli di comportamento e relazione con l’altro sesso asimmetrici e sessisti.

In questa direzione si muovono due esperienze: quella presentata da Baule, Caratti, Tolino, basata sul design della comunicazione; e quella di Ortolani e Dalledonne Vandini, diretta a sollecitare una riflessione teorica sulla capacità inclusiva dello sport.

Nel primo caso, all’interno di alcune scuole medie superiori milanesi, gli studenti sono stati coinvolti in un processo di lettura e categorizzazione di immagini, testi e codici espressivi al fine di sviluppare una capacità di analisi critica della rappresentazione del femminile, di decostruire gli stereotipi degradanti veicolati dai media, per giungere alla ri-costruzione partecipata di “senso”, cercando anche di individuare delle possibili strategie di intervento. Il lavoro in aula ha portato alla realizzazione di prodotti analogici e digitali riproducibili in altri contesti scolastici e spendibili in azioni di sensibilizzazione capaci di 'svelare' gli effetti intangibili, ma non per questo meno pesanti, degli stereotipi di genere.

Nel secondo caso, è stato affrontato il tema degli stereotipi di genere in uno sport, quale è il pattinaggio artistico, 'tradizionalmente' considerato 'da femmine' proprio in ragione di registri comunicativi, codici espressivi e immagini veicolati dal linguaggio sociale e mediatico. A partire da una ricerca qualitativa condotta sugli atleti e le atlete, i loro genitori, gli allenatori e le allenatrici di una società dilettantistica di una cittadina in provincia di Bologna, dalla quale sono emersi con prepotenza i pregiudizi che pervadono questa disciplina sportiva, si è proseguito con un’analisi e una valutazione di alcuni strumenti sperimentati in Emilia Romagna per diffondere nelle scuole una immagine e un significato della pratica sportiva capace di accompagnare le profonde trasformazioni intervenute nelle rappresentazioni sociali del genere e dell’orientamento sessuale, superando così le barriere poste da usi linguistici fortemente pregiudiziali.

Gli studi fin qui discussi indicano nella scuola il contesto privilegiato in cui intervenire precocemente, fin dalla scuola dell’infanzia, per prevenire il diffondersi e il radicarsi di culture sessiste, misogine e assicurare alle donne spazi di azione paritari nel vivere sociale.

Fiorenza Deriu


Riferimenti bibliografici:

Austin, J. (1962), How to do things with words, Oxford University Press.

Baule, G., Caratti, E., Tolino, U. (2014), “Design della comunicazione per le culture di genere. Strumenti comunicativi nei luoghi della formazione”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Bourdieu, P. (2014), Il dominio maschile, Feltrinelli

Gerardin-Laverge, M. (2014), “Performativity of language and feminist empowerment”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Iovine, F. (2014), “Uomini misogini tra post-virilismo e revanscismo maschile”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Ortolani, A., Dalledonne Vandini, C. (2014), “Ma tu fai uno sport da femmine? Esiti di un’indagine empirica e teorico-metodologica condotta in Emilia Romagna”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Zenteno Torres, E. (2014), Dimenticate in periferia. I silenzio delle donne nel quartiere Zen di Palermo, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Interazioni in sala parto. Le parole della medicalizzazione

  • Mercoledì, 22 Aprile 2015 13:27 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
22 04 2015

Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un'azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L'analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegno Genere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

Linguaggio, potere e differenze di genere

Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall'analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

All'interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell'ordine sociale.

Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c'è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell'interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli 'appropriati' per le donne nella società; dall'altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a 'colludere' con l'autorità medica, assumendo una posizione di 'doppia subordinazione' (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell'interazione medico-paziente, in cui s'incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l'altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l'interazione della visita ostetrico-ginecologica.

Interazioni in sala parto

Il contesto di un 'ospedale di maternità' è certamente diverso da altri, ma stabilisce a priori la cornice dentro cui si svolge la relazione medico-paziente, sottolineando il comportamento di chi ha il potere di definirla[5]. La donna che partorisce in ospedale sta all'interno di una comunicazione di tipo disconfermante, e questo significa che:

lo scambio comunicativo (verbale e non verbale) avviene prevalentemente tra il personale, come se la partoriente non ci fosse: parlano di lei, in sua presenza, usando la terza persona e il verbo volto al passivo per indicare operazioni medico-cliniche che devono eseguire sul suo corpo. Abitualmente non si assumono le informazioni sull'andamento del parto dalla stessa donna ma dalla cartella clinica o da altri operatori;
alle donne vengono date informazioni, consigli e rassicurazioni sbrigative e falsamente tranquillizzanti che non le rendono partecipi di quanto accade. Questo tipo di comunicazione produce una infantilizzazione della donna, verso cui si adotta lo stesso meccanismo che, erroneamente, si adopera con i bambini, dei quali spesso si parla senza rivolgersi direttamente a loro e coniugando il verbo alla terza persona. Gli effetti di questo processo di infantilizzazione portano alla spersonalizzazione e oggettivazione della donna partoriente, il cui corpo può così essere considerato e manipolato come un 'oggetto di lavoro'.
L'ospedale è 'territorio' del personale sanitario e non della donna che partorisce, infatti lo scambio di parole, di sguardi e di gesti avviene in grande prevalenza tra gli operatori. Molto spesso le ostetriche, i medici o le infermiere discutono tra loro di turni e orari, di difficoltà organizzative e di relazioni tra colleghi. Questo tipo di conversazione è molto ricorrente, avviene ovunque nel reparto ma assume un significato specifico in 'sala parto' mentre la donna spinge, nella fase espulsiva del parto, o in 'sala travaglio' mentre si lamenta per il dolore.

Ecco un esempio di dialogo che avviene in un reparto di maternità intorno ad una partoriente per cui ancora gli operatori non sanno se procedere con un taglio cesareo:

Medico1. Anestesista, entrando rivolto all'ostetrica: "È questa da fare?"

Ostetrica. "Così hanno detto".

Medico2. "Ma perché è da fare?"

Medico3. "Ma forse vien giù da solo (il bambino), è quasi completa..."

Gli operatori, quindi, tra loro gli interventi da eseguire sul corpo della donna, senza mai coinvolgerla, come se il discorso riguardasse qualsiasi altro tipo di intervento su un corpo inanimato. Si arriva fino all'utilizzo di espressioni volgari o offensive.

Pertanto, l'utilizzo di un verbo di significato clinico e volto al passivo assume un doppio significato:

passivizzare la donna che non è il soggetto cui deve essere applicato un catetere o eseguito un taglio cesareo, ma l'oggetto che deve essere cateterizzato o cesarizzato[6];
prendere le distanze dal suo corpo, rendendolo un oggetto 'inanimato' di lavoro (come potrebbero esserlo un'automobile, un tavolo, una poltrona …). Così, anche le 'chiacchiere' degli operatori e delle operatrici in presenza della donna, senza coinvolgerla, fanno parte dei medesimi strumenti di difesa dal corpo partoriente.
Questi sono solo alcuni passaggi attraverso cui avviene la costruzione sociale del corpo femminile, gravido e partoriente, all'interno di una cornice istituzionale e medico-ospedaliera. Il linguaggio compie quindi un'azione sociale riproducendo le dinamiche di potere che nello specifico contesto riflettono tanto le relazioni asimmetriche legate al genere, quanto quelle legate al sapere, della medicina e del medico.

Il processo di medicalizzazione, tema centrale dell’analisi sociologica della salute e della medicina, radicalizza tali dinamiche, in cui Peter Conrad individua il potere e l’autorità della professione medica quale elemento propulsore dello stesso processo, sia come 'dominanza professionale' sia come colonizzazione medica, e questa spinta, sottolinea l'autore, è sicuramente vera se riferibile alla medicalizzazione dell’iperattività dei bambini, dell’abuso sui minori, del parto e della menopausa, quindi a fenomeni socio-comportamentali e a eventi fisiologici.

D'altra parte, la medicalizzazione della nascita e della riproduzione umana, segna la dicotomia natura/cultura e interpreta il corpo femminile come "La natura su cui la cultura (maschile) doveva esercitare il suo dominio. In questo senso, in quanto più naturale dei corpi maschili (…)" rappresenta - proprio per la sua capacità riproduttiva - ancora una minaccia e un pericolo e "non è per caso che il corpo femminile sia più medicalizzato di quello maschile, le pratiche di prevenzione più puntuali ed estese, l’autovigilanza che esso richiede più intensa"[7].

 

Riferimenti bibliografici

Cacciari C., Pizzini F., (a cura di), 1985, La donna paziente. Modelli d'interazione in ostetricia e ginecologia, Unicopli, Milano

Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987

Conrad P., 2009, Le mutevoli spinte della medicalizzazione, in Maturo A., Conrad P. (a cura di), La medicalizzazione della vita, Salute e Società, anno VIII, n. 2/2009, pp. 36-55

Ehrenreich B., English, D., 1978, For her own good, Anchor Doubleday, Garden City, N.Y.

Freidson E., 2002, La dominanza medica, FrancoAngeli, Milano, (ed. or. 1970)

Lombardi L., 2005, Società, culture e differenze di genere. Percorsi migratori e stati di salute, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013a, "Che 'genere' di riproduzione? Infertilità e relazioni di genere nell’epoca della PMA", in Lombardi L., De Zordo S., (a cura di), La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide. Generi, tecnologie, disuguaglianze, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013b, "Interazioni situate e contesti istituzionali", in Costantini W., Calistri D., (a cura di), Ostetrica, Libro III, pp. 1017-1024

Pitch T., 2006, La società della prevenzione, Carocci, Roma.

Pizzini F., 1990, "Introduzione: La prospettiva sociolinguistica", in Pizzini F., (a cura di), Asimmetrie comunicative. Differenze di genere nell’interazione medico-paziente, FrancoAngeli, Milano.

 

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto nel dicembre 2014 presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

[2] Contributo di Elisa Zanola

[3] Contributo di Irene Ranaldi

[4] Contributo di Dario Accolla

[5] Si veda: Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987. Il volume riporta i risultati di un'ampia ricerca etnografica condotta in 5 ospedali di maternità della città di Milano.

[6] Cateterizzata, cesarizzata sono termini medico-clinici che stanno ad indicare una donna a cui viene applicato un catetere o che è stata sottoposta a un taglio cesareo.

[7] Pitch, 2006, p. 99

 

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