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RazzismoIl Manifesto
6 ottobre 2017

Siamo un Paese sempre più intollerante e violento. Negli ultimi tre anni, dal 1 gennaio 2015 al 31 maggio 2017, sono stati ben 1.483 gli atti discriminatori compiuti ai danni di cittadini stranieri. Quando è andata bene si è trattato dell'insulto lanciato contro l'immigrato incrociato per la strada, o magari in un negozio. Quando è andata male si è arrivati all'aggressione fisica e all'omicidio.
Giovani, donne, stranieri. Senza di loro il numero di imprese in Italia sarebbe crollato. Insieme rappresentano il 44% dell'intero mondo dell'azienda Italia. ...

Corriere della Sera
04 11 2013

Ma siamo lontani dagli obiettivi comunitari del 5-10% dell’internazionalizzazione

 
Dove vanno gli studenti italiani che non credono in un futuro accademico a casa propria? La risposta sorprende: al primo posto si attesta l’Austria, che accoglie 7mila e 600 aspiranti dottori. Seguita da una prevedibile Gran Bretagna (6.484), da Francia (5.85 1), Germania (5.171) e Vaticano (4.103). Solo al sesto posto gli Stati Uniti (4.306) e settima la Spagna (3.116). I dati sono dell’ufficio statistiche dell’Unesco e si riferiscono al 2010. Altre elaborazioni (Irpps-Cnr) che prendono in considerazione gli iscritti a università straniere ma anche i 18mila partecipanti a Erasmus (scambi tra atenei che durano in genere un semestre) producono una classifica un po’ diversa: nel 2011 il Regno Unito risulta la meta preferita dai nostri connazionali con 11.371 presenze; seconda la Germania (8.857), terza l’Austria (7.594). A seguire Spagna (6.101), Francia (5.851) e Stati Uniti (4.036). Trentanovemila 761 giovani cervelli han fatto la valigia nel 2010, dice l’Unesco. Molti di più - 62.580 - ne conta l’Ocse. La certezza è che dal 2008 il numero di universitari italiani cresce a ritmi sostenuti in tutto il mondo.

I TREND - I ragazzi italiani varcano sempre più numerosi i confini dell’Europa dell’Est: molti, frenati dai test d’accesso in patria, si iscrivono a Medicina, Farmacia e Odontoiatria in Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Albania. Undici su 100 scelgono i Paesi Bassi. L’ateneo di Maastricht, in particolare, vanta un record di popolarità internazionale: il 50% degli studenti è straniero e il governo prevede un contributo di 6mila euro l’anno per ogni studente della Ue.

INCENTIVI - Ma anche altre nazioni Ocse - a partire da Stati Uniti, Regno Unito e Germania (e più recentemente il Giappone, che è diventato più importatore che esportatore di studenti) - incentivano l’iscrizione di studenti stranieri per accrescere il proprio capitale umano in aree disciplinari come scienza e tecnologia, che beneficiano di consistenti investimenti in ricerca e sviluppo. E molti italiani laureati in materie scientifiche si fermano a lavorare nel Paese che li ha ospitati, potendo contare su posizioni di maggior prestigio e con migliori prospettive di retribuzione e di carriera rispetto a chi lavora in Italia.

VISIONE POLITICA - È un discorso di visione politica: chi investe nella formazione dei cervelli in arrivo dall’estero non lo fa certo per motivi «umanitari» ma perché i neolaureati possono fungere da ponti culturali ed economici tra i Paesi.
 
IN ENTRATA - Per quanto riguarda il flusso in entrata, è dagli anni Cinquanta che arrivano studenti dall’estero in Italia. Con un andamento altalenante: in crescita fino ai primi anni ‘70 (dalle 2.800 unità del 1955 alle 21.900 del 1972, in larga prevalenza greci); in flessione fino al 1975; di nuovo in crescita fino al 1980 (36mila presenze); e, ancora, in diminuzione fino al 1996 (21mila). Con l’inizio del nuovo millennio si ha una nuova inversione di tendenza: gli studenti stranieri tornano ad aumentare: 38mila unità nel 2008 (con il boom di giovani romeni, cinesi polacchi, albanesi). Oggi sono quasi 70mila: il 3,3% del totale. Arrivano soprattutto da Albania (più di 12mila), Cina (4.700), Romania (4.174), Grecia (3.476) e Camerun (2.292). Se si vanno a «pesare» questi numeri, si vede che il numero di studenti provenienti dai Bric (Brasile, Cina, Russia, India), dagli Usa e dalle principali nazioni europee, è di gran lunga inferiore a quelli ospitati in Francia, Germania e Regno Unito. E che i quasi 5mila cinesi in Italia sono concentrati in tre atenei: il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino e l’Università di Bologna).

LONTANI DAGLI OBIETTIVI - Siamo ancora distanti, insomma, dalle indicazioni comunitarie, che spingono per portare i tassi di internazionalizzazione tra il 5 e il 10 per cento. E le scelte di politica internazionale e universitaria (tra ostacoli burocratici e mancanza di sostegni allo studio) dimostrano che il nostro Paese non è ancora convinto dell’importanza strategica degli studenti quale risorsa fondamentale per lo sviluppo.

Il Fatto Quotidiano
29 08 2013

Sul New York Times del 23 agosto scorso ho letto con attenzione un post di Laura D’Andrea Tyson, opinion leader nel campo delle pari opportunità, ascoltata sia dall’amministrazione Clinton che da quella targata Obama. Ad attrarmi, ovviamente, il titolo: “Giappone: arrivano le donne”.

Dopo aver lodato – un po’ superficialmente, oserei dire – il coraggio dell’attuale premier Shinzo Abe e la sua “abenomics” (dal nome del suo sostenitore, si tratta di una serie di iniziative macroeconomiche messe in pratica nella primavera del 2013 allo scopo di sollevare il Giappone dalla decennale depressione economica, ndr) l’autrice annuncia che la “terza freccia”, quella che dovrebbe provocare un maggiore e decisivo coinvolgimento delle donne a tutti i livelli della società, andrà certamente a segno.

Ispirandosi a un ben più ponderoso studio (dal titolo interlocutorio “Can women save Japan?”), commissionato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) a due autorevoli studiosi, Chad Steinberg e Masato Nakane, l’autrice del blog sostiene che se il Giappone riuscirà a portare il tasso di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro al livello medio dei paesi industrializzati, la crescita del Pil potrebbe subire un balzo del 4%. E far ripartire la locomotiva nipponica, inceppata da oltre vent’anni.

Una cosa seria, insomma, che vale la pena approfondire, visto che il Giappone, nell’immaginario (mica tanto) collettivo è sicuramente considerato uno dei Paesi più misogini al mondo, dove le donne (resta poi da vedere come quest’ultime abbiano di fatto saputo reagire creando poderosi, apparentemente invisibili, anticorpi) vengano ancora pesantemente discriminate sia nella famiglia che nella società e soprattutto, nel mercato del lavoro.

Un dato recentissimo per tutti: nella classifica stilata dall’Unione parlamentare internazionale a proposito del numero di donne presenti nel rispettivi parlamenti, il Giappone figura al 124° posto, seguito solo da paesi come Yemen, Gabon e Maldive. Persino l’Italia, non certo brillante nel settore delle pari opportunità, sopravanza il Giappone di quasi 100 posizioni. Nonostante le leggi in vigore siano tra le più avanzate e nonostante la magistratura sia sempre più orientata e decisa a punire ogni violazione formalmente denunciata (evento ancora relativamente raro, ma in aumento), chiunque abbia un minimo di conoscenza della società giapponese e del mercato del lavoro, specie nel settore pubblico e in quello delle grandi aziende private, non può non ammettere l’esistenza di enormi discriminazioni sia per quanto riguarda le retribuzioni, sia rispetto alla possibilità di avanzamento in carriera.

Di recente un amico che siede nel consiglio di amministrazione di una joint venture italo-giapponese, mi ha raccontato del suo stupore e di quello di altri stranieri (compresa una donna) quando il presidente, giapponese, ha “bofonchiato”, senza nemmeno alzare gli occhi dalle sue scartoffie, una frase tipo “ma non c’è una donna, a questo tavolo, che che sia in grado di portarci un caffè…” Posso solo immaginare quale sia stata la reazione di tutti quando l’unica donna straniera presente, ha rotto il silenzio dicendo, in perfetto giapponese: “Ci sarei io, ma in genere il caffè me lo faccio portare. Se vuole facciamo una pausa, così si organizza”.

La strisciante e diffusa misoginia che pervade la società giapponese non può essere certo eliminata dalle promesse di un premier o di un partito che, ironicamente, in occasione delle ultime elezioni non è nemmeno riuscito (o meglio, non ha voluto) a candidare un numero sufficiente di donne, finendo per abbassare la già ridottissima quota delle parlamentari all’11% (la proposta di creare delle quote, sia pure appena del 30% è stata più volta rigettata dagli organi dirigenti).

Molto di più potrebbero fare alcune riforme “strutturali”: ad esempio l’aumento degli asili nido, la possibilità concreta di conservare il posto di lavoro (oggi garantita solo sulla carta: in realtà oltre l’80% delle donne che si sposano o restano incinta si dimette “volontariamente”), la possibilità di far carriera. Tutte cose che Abe e il suo governo hanno promesso, ma che difficilmente potranno essere realizzate a tempi brevi, come invece sembra stia riuscendo a fare Francois Hollande in Francia, come evidenziato (a pagine 27) dallo studio Fmi sopracitato.

Senza contare che, ammesso e non concesso che le donne, dopo averne pagato i pesantissimi costi sociali rinunciando a sposarsi o a far figli, riescano a diventare manager (solo il 15% per ora ci riesce, nonostante la percentuale di diplomate alla scuola superiore sia oramai simile a quella degli uomini, oltre il 70% e siano più le donne che gli uomini a proseguire fino all’università) finiscono per subire lo stesso trattamento dei colleghi maschi: turni incompatibili con la gestione famigliare, straordinari non pagati, trasferte impossibili, rischio “karoshi” (la morte per super lavoro, ndr).

In realtà, dietro le posticce promesse di Abe e la sua improvvisa, ipocrita e decisamente strumentale scoperta delle donne come “forza trainante” dell’economia ci sono ben altre ragioni, che evidentemente sfuggono all’autrice del blog . Una di queste è il rischio “scomparsa” del Giappone. Il combinato disposto tra calo demografico (la vera ed efficace risposta delle donne a una società che non le rispetta e non le protegge adeguatamente: si rifiutano di far figli e di sposarsi) e tradizionale rifiuto di concepire l’immigrazione come una risorsa anziché un rischio (In Giappone è pressoché impossibile, per una famiglia, ottenere il visto per una collaboratrice domestica o una badante straniera.

Viceversa ai nuovi mercanti basta spacciare per “ballerine” o “cantanti” le migliaia di prostitute provenienti dal sud est asiatico per ottenere un visto di lavoro) sta “uccidendo” il Giappone. Prima nello spirito, poi, e le proiezioni parlano chiaro, come nazione. Il Giappone è il Paese che sta invecchiando più in fretta al mondo, e il Fondo monetario internazionale prevede che nel 2050 la forza lavoro in Giappone, che già oggi è di “appena 44 milioni (un terzo della popolazione) si ridurrà di un ulteriore 40%. Questo significa che ogni giapponese che lavora ne dovrà mantenere tre. E vista la tendenza demografica, non c’è “ricambio”, in vista.

E allora più che trovare il modo di “sfruttare” di più le donne – perché alla fine di questo si tratta – i governanti giapponesi dovrebbero far lavorare di meno gli uomini e spalancare le porte all’immigrazione. L’unico modo – è successo in tutti i paesi che hanno subito ondate di immigrazione, Italia compresa – per garantire non solo crescita economica, ma anche culturale.

Pio d'Emilia

Melting Pot
27 08 2013

di Grazia Satta

L’identificazione dello straniero non è sufficiente per la riammissione ai sensi del regolamento Dublino
L’Italia non è un Paese per rifugiati.
E’ quanto ha stabilito il Tribunale Amministrativo di Frankfurt Am Main il 2 aprile 2013 a proposito della vicenda di un giovane afgano di 24 anni che, dopo quattro mesi in Grecia, il 14 dicembre 2010 è giunto in nave nel nostro paese.

Nell’ospedale di Lecce, dove è stato ricoverato qualche ora, ha ricevuto la visita di un paio di poliziotti, che parlando un inglese approssimato, senza l’ausilio di alcun mediatore, gli hanno preso le impronte digitali. Pare che nessuno dei poliziotti e tanto meno lui, abbia pronunciato la parola “asilo”.
Il 25 gennaio 2011, dopo un viaggio con tappe Roma, Parigi e arrivo finale a Francoforte, con relativo fermo da parte della polizia tedesca, l’Italia ha concesso il permesso di riammissione nel proprio territorio. Le autorità tedesche hanno autorizzato il rinvio verso l’Italia in applicazione del regolamento Dublino, ma il giovane afgano ha presentato ricorso contro la rinvio in Italia aggiungendo al suo dossier un certificato medico psichiatrico che attesta la sofferenza di uno stato post traumatico.

La rilevazione delle impronte, si legge nel dossier, non sono una prova della presentazione di domanda d’asilo e tanto meno il documento sgrammaticato della “Questura in Lecce (Otranto)”.
Infatti la domanda d’asilo è tale quando l’autorità riceve una richiesta scritta dall’interessato e tale richiesta è protocollata. Niente di tutto ciò è stato fatto.

Le autorità tedesche respingono dunque il rinvio in Italia del giovane ritenendo inadeguato il Bel Paese alla presa in carico del ragazzo.
Le stesse autorità italiane riconoscono di non avere una visione d’insieme sulle capacità effettive del sistema di accoglienza.

Il sistema di accoglienza italiano è tortuoso e segmentato: prevede la presa in carico dei richiedenti in centri di accoglienza chiamati CARA per una permanenza di 20 giorni durante i quali avviene l’identificazione. In tutto il paese ci sono 9 CARA gestiti da privati scelti dalle prefetture secondo una procedura di scelta con domanda scritta. Esistono inoltre dei centri, non per richiedenti asilo, ma che li accolgono ugualmente, chiamati CDA.

Successivamente, passati i 35 giorni, il richiedente è preso in carico dallo SPRAR, il sistema di protezione per i domandanti asilo e i rifugiati. Tali centri sono gestiti dai comuni, dalle province, e da organizzazioni private che ricevono una sovvenzione su richiesta scritta.
Tutte queste strutture sarebbero in fase di miglioramento se ci fossero i fondi. Attualmente sono paragonabili a gironi danteschi in cui sovraffollamento, promiscuità sono i fenomeni meno gravi.
Nel frattempo il richiedente asilo si perde nei meandri di una burocrazia tortuosa capace di creare incertezze, tante ansie e momenti di “limbo” istituzionale nei quali intervengono in modo naif diverse strutture, comprese quelle religiose.
Spesso durante questi periodi non sono coperti dall’assistenza sanitaria e il disagio che ne consegue è notevole, tanto da fare scaturire un pronunciamento di tale gravità da parte del tribunale tedesco.
L’Italia non è un Paese per rifugiati.

Verwaltungsgerich Frankfurt am Main 9.07.2013

Jugement de Tribunal administratif de Francfort sur le Main 9 juillet 2013



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