×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Afghani a Tormarancia: la convivenza è possibile

  • Giovedì, 20 Novembre 2014 12:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
20 11 2014

Alla domanda se sia preoccupato per i fatti di Tor Sapienza, Arman risponde "Io ho paura per mio figlio in mano ai talebani in Afghanistan". Al tendone per afgani in transito, a Tormarancia, le notizie provenienti dall'altra parte della città turbano molto più gli operatori che gli ospiti, che di drammi ne hanno già vissuti a sufficienza prima di arrivare.

"Vuoi perché si tratta di un quartiere lontano sia da qui che dai loro abituali punti di ritrovo, come Colle Oppio, Piramide e piazza Vittorio - spiega Francesca Biccari, responsabile della tensostruttura con la cooperativa Osa Mayor -, vuoi perché non hanno televisione o mezzi di informazione, ma anche perché non c'è stato il passaparola tipico di quando accadono fatti interni alla comunità: da questo punto di vista c'è stato molto più allarme per l'uccisione del ragazzo pachistano a Tor Pignattara".
Diverso il discorso per gli operatori sociali che lavorano in questo centro realizzato nel 2012 per accogliere i richiedenti asilo di origine afgana (ma anche qualche pachistano, iracheno e iraniano) di passaggio verso i paesi del nord Europa, o in attesa dei documenti per una sistemazione più stabile.

"L'altro giorno siamo andati a portare la nostra solidarietà alla cooperativa Sorriso, vittima degli attacchi a Tor Sapienza, e abbiamo trovato una tensione terribile - racconta la responsabile -. In questo momento è fondamentale trovare un canale di dialogo con i cittadini del quartiere, come potrebbero essere le parrocchie, altrimenti non ci si capisce più. Ho sentito riproporre le leggende metropolitane che ci riportavano anche qui i primi tempi, quando ancora non ci conoscevano: lì dicono che uomini nudi si affacciano alle finestre, qui si raccontava che ci fossero uomini nudi a spasso di notte per il quartiere. Quando poi i cittadini si sono affacciati a vedere come funzionava, e si è instaurato un dialogo con la popolazione della zona, la convivenza è andata avanti tranquilla, e se ci fosse un problema me lo verrebbero a dire".

Nei primi tempi, in effetti, si era creato un certo allarme, poi rientrato. "All'inizio i genitori che portavano i figli all'asilo lì vicino temevano ripercussioni sanitarie, ma le preoccupazioni si rivelarono infondate - racconta il presidente del Municipio VIII Andra Catarci -, grazie a una gestione trasparente e aperta alla cittadinanza, che ora ha capito che si tratta di un servizio regolare e monitorato 24 ore su 24".

Le forze dell'ordine fecero qualche giro di controllo, stupendosi della tranquillità, mentre operatori di centri di accoglienza greci, arrivati per uno scambio di esperienze, non si capacitavano dell'assenza di presidi armati. A pochi metri di distanza dal tendone degli afgani c'è anche un centro di accoglienza per minori e un centro Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), di cui nessuno sembra avvertire la presenza. "Arrivano di sera e vanno via la mattina successiva - spiega una signora con il figlio nel passeggino -, li si incontra solo alla fermata dell'autobus, ma sono persone tranquille".

"L'altro giorno siamo andati insieme a proporre un piano di riqualificazione della via - racconta il signor Gigi, titolare da quarant'anni dell'unico bar-tabacchi rimasto di fronte alla tensostruttura -, c'è un buon dialogo e sappiamo chi sono i referenti del centro. Danno più problemi i poveracci che dormono in uno stabile abbandonato qui vicino, e vengono a lavarsi ogni mattina alla fontanella del mercato, se fossi nel pescivendolo lì vicino mi arrabbierei".

Spiega che il quartiere, nonostante sia relativamente centrale, si è progressivamente svuotato di esercizi commerciali, e sta vivendo un periodo di degrado dovuto alla crisi, nonostante la vicinanza con altre zone in crescita, come Garbatella dall'altra parte della Cristoforo Colombo. Un altro signore lamenta invece la presenza saltuaria di persone di etnia rom, accusate di piccoli furti e di svuotare i cassonetti dell'immondizia alla ricerca di metalli.

"Bisogna capire che povertà non significa necessariamente pericolo - aggiunge Catarci -: sul nostro territorio ci sono microinsediamenti abusivi e bivacchi in punti abbandonati, anche in quartieri decorosi, dalla Montagnola a via della Vasca Navale. Non si può però dare una risposta di ordine pubblico a bisogni sociali, non serve semplicemente lo sgombero, ma una gestione oculata dei territori, una risposta di politiche sociali a lungo termine".

I problemi trattati al tendone riguardano più i documenti e gli smistamenti che l'ordine pubblico. C'è un ragazzo con lo zaino in spalla che chiede di essere accolto di nuovo dopo essere stato espulso dalla Norvegia dove abita sua moglie, ma dove lui non può andare perché registrato in Italia, e un uomo che preferirebbe stare al tendone piuttosto che nel centro a cui è stato assegnato perché lontano diversi chilometri dalla prima fermata di autobus per andare al lavoro.

Un altro ragazzo si chiede come trovare i soldi per il biglietto per la città dove ritirare il permesso di soggiorno ormai pronto. Buona parte degli ospiti di passaggio qui è bloccata in Italia dal regolamento europeo che costringe a chiedere asilo nel primo paese in cui si viene registrati, mentre proseguirebbero volentieri verso nord, dove spesso vivono già amici e parenti ormai integrati. Da qui un iter burocratico che li porta ad attese di mesi, passando le giornate fra ritrovi nelle piazze e la ricerca di piccole fonti di guadagno.
"Un giorno ero di passaggio a piazza Vittorio, e una novantina di afgani mi vennero incontro a salutarmi - racconta divertita Biccari -, mettendo in apprensione un poliziotto che vedeva me, una donna sola, circondata da tutti quegli uomini stranieri. Gli dissi 'Non si preoccupi, sono tutti ospiti miei, presenti, passati e futuri, li conosco'. La differenza è proprio quella, conoscersi e aprirsi all'altro".

"Il tendone è un esempio di buona convivenza, da un lato, ma anche di risposta politica a ciò che non è inquadrato per legge, perché accoglie i migranti in transito con o senza documenti in modo organizzato e sicuro, sperimentazione unica in Italia - aggiunge il presidente del Municipio -, ma rischiamo di perdere questa positiva esperienza: si tratta di una struttura nata provvisoria, avevamo proposto di spostare il servizio in uno stabile nel nostro stesso territorio, a Tor Carbone".

La scuola abbandonata necessitava di pochi lavori di messa in sicurezza. Per due volte gruppi di senzatetto rinunciarono all'occupazione alla notizia che sarebbe divenuto un centro di accoglienza. "Ma l'inefficienza dell'assessore Cutini alle Politiche sociali ha fatto sì che, a furia di aspettare, dopo un anno e mezzo di inattività lo stabile è occupato di nuovo".

Communianet
19 11 2014

Dopo i gravi episodi successi ieri a Roma, nel quartiere di Tor Sapienza, e l'immediato rilancio della guerra tra poveri da parte di Salvini e delle destre più razziste, pubblichiamo la testimonianza e analisi della situazione scritta da un ex operatore sociale di quel centro di accoglienza, che spiega come la guerra tra poveri sia frutto di precise politiche sull'immigrazione e di ripetute privatizzazioni dei servizi sociali.

Ci vediamo a Morandi. Ma che lavori a Morandi? Così tra operatori lo chiamavamo nel periodo in cui ho lavorato li. Non si tratta del longevo cantautore italiano idolo degli anni sessanta, ma del centro di accoglienza aperto con i fondi del progetto “Emergenza Libia” tre anni fa e situato in via Giorgio Morandi, omonima strada nel periferico quartiere Tor Sapienza di Roma. Nella notte tra martedì e mercoledì dei balordi incappucciati l’hanno assediato con mazze e bombe carta mettendo a ferro e fuoco l’intera zona. Gli scontri con la polizia successivi all’assedio sono iniziati alla fine di una tesissima giornata dove numerosi cittadini hanno manifestato contro la presenza del centro accusato di ospitare migranti protagonisti di episodi di violenza e furto.

Ho lavorato per qualche tempo come operatore sociale al centro di Via Morandi ed ho conosciuto tanti ragazzi provenienti dalle regioni subsahariane dell’Africa, da alcune zone depresse dell’Asia e dai paesi coinvolti nelle primavere arabe. Cominciamo subito dicendo che lì dentro stupratori, ladri e spacciatori non li ho mai visti. Ho visto persone molto giovani che fuggivano da contesti di guerra, crisi o carestia in cerca di un futuro migliore in Europa. In cerca di un lavoro onesto e di una formazione adeguata alle loro innumerevoli esperienze. Ho conosciuto persone bloccate in Italia perché le nostre leggi razziste e la burocrazia che ne consegue non gli permette di avere i documenti necessari per espatriare e raggiungere la famiglia in un altro paese UE. Richiedenti asilo che per un trattato europeo chiamato Dublino II sono costretti fino a che la commissione competente non si esprima sulla validità della richiesta a rimanere in Italia contro la loro volontà. Minorenni, che hanno diritto ad avere una tutela a carico dello Stato, avere paura di compiere il loro diciottesimo anno perché il giorno dopo sono fuori da tutti i sistemi di protezione. Per loro nessuna festa in giallo ma solo ansia e paura di essere abbandonati. Ma soprattutto ho conosciuto persone vive ed in carne ed ossa, con storie da raccontare ed emozioni da trasmettere.

Quando fai questo mestiere (perché di questo si tratta e non di volontariato) instauri una serie di relazioni umane profonde che ti permettono di sentire sulla pelle cosa significa essere migranti e quanto le nostre aspirazioni ed i nostri sogni siano simili. Superare infiniti ostacoli per raggiungere la pace e la tranquillità oggi più di ieri è una condizione che ci accomuna tutti, precari, disoccupati e migranti. Storie ed esperienze di percorsi migratori variegati, ognuno con il suo obiettivo e soprattutto la forza e la tenacia dei protagonisti che supera ogni limite immaginabile. Ragazzi partiti anni fa dai loro villaggi, mesi di traversata del deserto, passati per la Libia come ostaggi delle politiche di Gheddafi verso la UE, messi su un barcone e miracolosamente sopravvissuti ad un naufragio. Giovanissimi che hanno approfittato delle primavere arabe in Egitto e Tunisia per sfuggire dalle violenze settarie che sconvolgono ancora oggi il vicino oriente. Molti di loro invece sono in Italia da un po’ e cercano con ogni mezzo a disposizione, senza causare danno altrui, di sopravvivere nella crisi.

Se solo le donne che manifestavano contro quel centro martedì sera potessero ascoltare queste storie, come le troverebbero simili alle loro e a quelle dei loro figli. Storie di disperazione, paura ma anche di speranza.

Oggi il centro, gestito da una cooperativa sociale, ospita diversi servizi: un centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, uno SPRAR (un servizio ministeriale per i richiedenti asilo) ed una casa famiglia. Servizi che lo Stato o gli enti locali ormai da anni affidano in appalto a delle cooperative esternalizzando la gestione dell’accoglienza e della solidarietà al miglior offerente. La stessa modalità dei lavori pubblici più o meno, solo che invece della costruzione di ponti e strade si dà in concessione la gestione di servizi primari estremamente delicati. Una prima proposta è sicuramente l’internalizzazione di questi servizi. È lo Stato che deve farsi carico di un problema così sentito nei nostri tempi come l’integrazione e l’inclusione sociale. Questi episodi di violenza e intolleranza sono in primis frutto della privatizzazione selvaggia dei servizi di accoglienza e di una “fuga” dello Stato dai servizi sociali in generale che in quanto tali devono essere gestiti nell’interesse generale. Fuga studiata e voluta da chi ci governa e da chi ogni giorno, ogni Legge di Stabilità di fine anno, taglia i servizi essenziali per ripagare il debito pubblico alle banche e regalare soldi alle imprese che non assumono.

Non si possono fare profitti sull’accoglienza. Non si può esternalizzare la responsabilità politica dell’integrazione sociale in questo momento storico ad un soggetto privato, che seppur (in rare occasioni) guidato da buone intenzioni non potrà mai occuparsi in maniera adeguata dei flussi migratori. Per non parlare poi delle figure degli operatori che lavorano in queste cooperative, veri protagonisti sul campo dei processi di integrazione reale e nello stesso tempo capro espiatorio del fallimento delle politiche migratorie. Dentro quel centro d’accoglienza assediato dai gruppi di balordi c’erano, oltre i migranti, degli operatori che per un contratto precario con poche tutele rischiano ogni giorno di essere vittime della guerra fra poveri che sta esplodendo nel nostro paese. Operatori che, se fosse stato un servizio pubblico, avrebbero avuto gli strumenti di tutela, il salario e le condizioni contrattuali adatte per portare avanti una così difficile missione. Avrebbero risposto come operatori della collettività ad un problema della collettività.

A proposito di guerra fra poveri. Il centro d’accoglienza è situato in un quartiere popolare della città che più degli altri subisce gli effetti devastanti della crisi e delle trasformazioni economiche. Disoccupazione e degrado sono il simbolo del fallimento delle politiche pubbliche nelle periferie di veltroniana memoria e la conseguenza diretta dell’espulsione dei nuovi e vecchi poveri dalla metropoli. Migliaia di italiani e di stranieri vivono in queste immense banlieue abbandonate dalle istituzioni e lontane da quella che è la città intesa come luogo dove si esercitano i diritti di cittadinanza (scuola, salute, trasporti, cultura ecc..). Ultimi, quindi, contro altri ultimi.

Poveri sono anche gli operatori sociali, spesso donne giovani che si trovano a combattere quotidianamente contro un'esistenza precaria. Il loro ruolo però è di fondamentale importanza. Mediatori di conflitti e piloti dei processi di integrazione, in questa sporca guerra se avessero i mezzi a disposizione potrebbero creare quelle camere di compensazione per far parlare persone apparentemente così distanti, ma in realtà così vicine. Insieme ai cittadini antirazzisti potrebbero essere i promotori di un dialogo sociale e culturale utile ad indirizzare la rabbia verso la giusta direzione. Verso chi come i fascisti e la Lega soffia sul fuoco dell’intolleranza per meri fini elettoralistici. Verso i governi che approvano leggi infami e che tagliano servizi pubblici per far arricchire padroni e banche. Verso quel centrosinistra colpevole di aver utilizzato parole come integrazione e cittadinanza per approvare leggi razziste come la Turco-Napolitano che hanno introdotto i centri di espulsione in Italia.

Salvini ha dichiarato nella giornata di mercoledì che nei prossimi giorni andrà a fare visita ai cittadini di Tor Sapienza. Quel giorno sogno una forte risposta popolare di cittadini antirazzisti, operatori sociali e migranti che rispediscano da dove è venuto l’opportunista per eccellenza del momento. Il segretario di un partito che è fautore della peggior legge sull’immigrazione d’Europa. Una legge che collega strettamente l’ottenimento del permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro in un paese dove il lavoro non c’è. La legge Bossi-Fini è la maggiore fautrice della condizione irregolare di moltissimi migranti. Un provvedimento che genera poveri ed emarginati da dodici anni perché tali devono restare. Una legge razzista che criminalizza i migranti trasformandoli in merce umana a basso costo in nome del profitto di pochi e del taglio del costo del lavoro. Promossa da un partito, la Lega, che oggi vuole diventare insieme ai suoi alleati fascisti il nuovo Front National italiano alimentando la guerra tra poveri e tutelando come sempre i poteri forti veri protagonisti della crisi.

Quest’ondata può essere arrestata solo da un movimento antirazzista e contro la crisi che denunci chiaramente chi sono i veri fautori del disastro che stiamo vivendo. Un movimento da costruire tutti insieme fin da subito.

L’Espresso
18 11 2014

I richiedenti asilo che vivevano in via Morandi 153, Tor Sapienza, Roma Est, hanno scritto una lettera aperta. A tutti gli italiani. Ai loro vicini e a chi deve prendere decisioni, al Campidoglio come al ministero dell'Interno. Per dire «Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera». Ecco le loro parole.

«È da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani: ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro».

I minori stranieri ospitati nel centro di viale Morandi sono stati trasferiti. Il Comune cede alle pressioni di piazza. Dando ragione alle paure. E creando il 'rischio di un pericoloso effetto domino'. Mentre c'è chi denuncia 'le attuali politiche sbagliate verso i rom e i rifugiati, improntate all'emergenza, e senza sforzi per l’integrazione'

«Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce. Noi siamo un gruppo di rifugiati, 35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc. Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti... ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno».

«In questi giorni abbiamo sentito dire molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tantomeno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi».

L'attacco alla struttura per richiedenti asilo sarebbe stato pianificato. Una provocazione, supportata però da alcuni residenti che non avevano denunciato problemi prima. Nonostante i rifugiati ci siano da tempo. Cos'è successo? È cambiato il clima politico. Ma c'è anche un problema di gestione.

«Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?».

«Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l'intero senso di civiltà dell'Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo».

Le lacrime di Huzeyfa scampato alle torture

  • Martedì, 18 Novembre 2014 08:12 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Cecilia Gentile, La Repubblica
15 novembre 2014

"Tutta la mia vita ho dormito con le scarpe ai piedi, pronto a fuggire. Speravo di essermi lasciato il passato alle spalle. E invece adesso ho ripreso a dormire con le scarpe ai piedi, ancora pronto a fuggire". Piange Huzeyfa, lacrime che non vogliono fermarsi. ...
"Voi siete senza lavoro, è terribile ma la colpa non è nostra". I rifugiati nel centro: "Siamo in Italia per essere protetti, invece abbiamo paura." [...] La furia profonda di chi non li vuole più vedere non sembra scemare, anzi contagia altre periferie di questa Roma impiastricciata di cortei rabbiosi e appelli sconsiderati. La civiltà è uno strato sottile, basta la pioggia per cancellarla. "La gente ci insultava e noi zitti nel bus, gli occhi bassi..."
Domenico Quirici, La Stampa ...

facebook