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Università, solo sei docenti under 40 in Italia

  • Martedì, 27 Ottobre 2015 11:05 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
26 10 2015

Giovani, preparati. E “intrappolati”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definita così, illustrando la Legge di stabilità - copyright rivendicato dal ministro Giannini -, la condizione dei professori universitari. Impantanati in percorsi aleatori. Invischiati in un sistema che non valorizza il merito. Condannati, prima di conquistare una cattedra, a invecchiare.

L’istantanea che il Miur consegna, ricavata dalla Banca dati dei docenti di ruolo 2014, è disarmante: su 13.263 professori ordinari, i titolari di cattedra in atenei statali con meno di 40 anni sono solo sei. E il trend è impietoso: l’innalzamento dell’età media, in Italia, prosegue da 25 anni. Dal 1988 al 2013 l’età è aumentata di sei anni, raggiungendo quasi i 52 anni: per gli ordinari la media è di 59 anni, 53 per gli associati, 46 per i ricercatori, secondo l’ultimo Rapporto Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca. E se la presenza delle donne è cresciuta, passando in 25 anni da 26 a 36 ogni 100 docenti (ma tra gli ordinari la percentuale è del 21 per cento), dal 2008 al 2013 la riduzione dei ricercatori ha penalizzato anche loro.

I magnifici sei, gli unici ordinari under 40, che “l’Espresso” è riuscito a individuare, sono tutti maschi. Tutti nati nel 1976. Insegnano a Palermo, a Sassari, a Napoli, a Messina e a Bologna, quasi esclusivamente discipline economico-giuridiche. Nella metà dei casi hanno seguito una tradizione di famiglia. All’unanimità ammettono: «Siamo solo i più fortunati».

Detto da Alessandro Baldi Antognini, che insegna Statistica all’università di Bologna e che di calcoli delle probabilità è un esperto, dà la misura dell’eccezionalità. «Turn over dei docenti bloccato; scarsi finanziamenti per nuove cattedre»: la spiega così, la trappola. Come l’ha evitata? «Con un valido dottorato di ricerca, durante il quale ho lavorato molto e ho fatto esperienze umane importanti. Ho avuto maestri veri, che hanno favorito esperienze internazionali›: un altro passepartout decisivo.

E anche all’estero i giovani sono una minoranza? «No. I contesti sono più dinamici, anche dal punto di vista contrattuale. Il reclutamento a tempo determinato, o finalizzato a singoli settori di ricerca, fa sì che ai vertici ci siano persone giovani. L’Italia dovrebbe favorire forme di finanziamento trasversale per attività di ricerca».

All’estero il quadro è diverso: se il Paese con i docenti più giovani è Cipro, con una percentuale di professori con meno di 40 anni del 50,7 per cento, anche la Germania ha quasi la metà dei suoi docenti al di sotto di quella soglia (49,2 per cento). Puntano sui giovani l’Olanda (43,4 per cento), il Belgio (30,2), il Portogallo (35,1), il Regno Unito (29,5). Nel confronto tra under 40 si collocano meglio di noi, secondo l’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 (il Mulino), praticamente tutti: l’Austria e la Finlandia (28 per cento), la Spagna (27,4), la Francia (25,9). Siamo il Paese coi docenti più vecchi.

E c’è chi fa persino peggio della media: La Sapienza di Roma, il più grande ateneo d’Italia e d’Europa: «L’età media degli ordinari nel 2015 è addirittura di 61,9 anni. E ancora più preoccupante è l’età media dei ricercatori: 52 anni», dice il rettore Eugenio Gaudio che, al contrario, può vantare una carriera lampo: «Ho avuto la ventura di vincere la cattedra a 38 anni. La Sapienza è un’università antica e prestigiosa, spesso il punto di arrivo di una carriera, ma è chiaro che quando l’età è così alta c’è un problema, che chiama in causa l’intero Paese: perché la produttività migliore è tra i 20 e i 40 anni. Dopo, si può essere ottimi docenti, con una formazione sedimentata ed esperienza in più: ma la carica innovativa e creativa è inevitabilmente diminuita».

Quella di Iunio Iervolino, ordinario di Tecnica delle Costruzioni alla Facoltà di Ingegneria della Federico II di Napoli, 39 anni, un cognome evocativo ma niente da spartire con l’ex sindaco («Mia madre insegnava latino e greco, mio padre era ingegnere. La sua perdita, da piccolo, è stata una delle motivazioni più forti ai miei studi»), si percepisce a distanza: «Sono competitivo, ho una volontà forte. Queste caratteristiche contano eccome», dice. Iervolino si occupa di terremoti, parla dall’Olanda e sta per volare in California. «L’ingegneria ha una grande tradizione in Italia. Non ho mai visto applicato un criterio di anzianità a scapito dei giovani. Certo mi ritengo un privilegiato. Perché la conseguenza di questo innalzamento dell’età è che i migliori vanno via, e l’ottima formazione si riversa altrove. Però, ho l’impressione che qualcosa stia cambiando. A prescindere dalle qualifiche, vedo molti giovani che fanno ricerca, viaggiano, collaborano. Se i giovani sono pochi, siamo penalizzati anche nell’accesso ai fondi: esistono bandi europei su progetti internazionali, destinati in ragione dell’età: perdiamo anche quelli».

I progetti di ricerca per ricercatori junior, finanziati dallo European Research Council, registrano il deficit: sono stati 127, a fronte dei 495 della Gran Bretagna, i 326 della Germania o i 314 della Francia. «La disponibilità a muoversi è fondamentale», aggiunge Luca Corazzini, ordinario di Economia Politica a Messina, dopo aver insegnato a Padova; nato a Modena, cresciuto a Pescara, residente sul Lago Maggiore. «Dopo la laurea in Economia alla Bocconi e il dottorato in Diritto internazionale ho ottenuto un PhD alla University of East Anglia di Norwich sotto la supervisione di Roberg Sugden. Ho trascorso cinque mesi all’Università di Miami. E ho frequentato laboratori sperimentali. Sono stati passaggi importanti», dice. «Ho scoperto la bellezza di fare ricerca in squadra. Certo, io sono passato da ricercatore ad associato in tre anni e ho ottenuto l’idoneità prima del blocco del reclutamento».

«I ripetuti cambi nelle modalità di reclutamento dei docenti hanno creato una situazione di incertezza», spiega Gaudio: «Oggi il prerequisito tecnico ai concorsi è rappresentato dalle abilitazioni. L’ultima è stata nel 2012. Ma anche conseguita quella, non è detto che si accederà a una cattedra. Ci sono ragioni sia qualitative che quantitative dietro un’età dei docenti così alta: da una parte i concorsi sono complessi, prevedono curriculum avanzati; dall’altra, le risorse sono scarsissime, al punto da rendere quasi impossibile l’accesso a una cattedra. Quest’anno, il Fondo di finanziamento ordinario che lo Stato trasferisce alle università, e che ne rappresenta la principale fonte di sostentamento, è lo 0,42 per cento del Pil: in Germania e in Francia è dello 0,90 per cento. La Sapienza è passata da 5.000 docenti a 3.800, e non è in grado di avviare il turn over».

In periodo di riforma della Pubblica Amministrazione sarebbe utile pensare all'inserimento della qualifica tra i requisiti richiesti e valutati nei concorsi pubblici. Un'occasione imperdibile per mettere al lavoro giovani di talento. Il ministro Marianna Madia è avvisata

Su questa premessa si innesta la novità annunciata da Renzi: 500 cattedre per docenti di elevato merito scientifico, selezionati con concorso internazionale, e finanziati da uno stanziamento di 50 milioni di euro per il 2016 e di 75 milioni di euro dal 2017. E un piano da 55 milioni di euro nel 2016 e altri 60 nel 2017 per mille ricercatori. Non solo: grazie alla “tenure track”, sistema che consente alle università di assumere ricercatori a tempo per due trienni, per poi promuoverli a professori associati se conseguono l’abilitazione entro il secondo triennio, energie nuove potrebbero accedere al primo scalino della docenza.

«Sono contento, specie dei nuovi ricercatori, perché la strada per avere docenti giovani è di allargare la base. Ma lo considero solo un primo segnale del Governo: di ricercatori ce ne vorrebbero 10 mila», interviene Gaetano Manfredi, rettore dell’università Federico II di Napoli e neopresidente della Crui, la conferenza dei rettori italiani: «Il modo per salvare l’università è mettere dentro i giovani migliori. C’è un profondo invecchiamento del corpo docente. Il reclutamento è bloccato. I finanziamenti sono ridotti: un miliardo e mezzo in meno in pochi anni. Il sistema piramidale, struttura naturale di organizzazione dell’università, funziona se la base dei docenti è ampia. Se si riduce diventa un cuneo soffocante, senza opportunità».

«Il problema dell’università è come valorizzare il merito: la mancanza di risorse fa sì che anche i potenziali docenti - gli idonei - finiscano per rimanere troppo a lungo in una situazione di attesa. Serve passione. Ma anche la possibilità di contare, prima dell’eventuale chiamata, su altre remunerazioni». A parlare è Giovanni Perlingieri, 39 anni, professore ordinario di Diritto Privato alla Seconda Università di Napoli. Stesso nome del nonno, deputato della Costituente, e figlio del giurista Pietro Perlingieri: professore emerito di Diritto civile, ex membro del Csm, presidente delle Edizioni Scientifiche italiane.

Il diritto un destino di famiglia? «Ho una grande passione per questo lavoro, che ho respirato sin da bambino», replica: «Nascere in una casa come la mia significa aver convissuto con gli strumenti del mestiere: innamorarmene è stato naturale. In più, ho sempre avuto un grandissimo spirito di emulazione di mio padre. Ma un cognome pesante può essere anche controproducente: rischia di oscurare l’impegno personale. Che è stato, e continua ad essere, grandissimo».

Per il docente l’anello debole del sistema sono i dottorati. «Quelli interdisciplinari sono diventati una moda, ma se non hanno un oggetto ben individuato finiscono per non specializzare più. I dottorati dovrebbero essere davvero di qualità. Negli ultimi 40 anni si è fatto di tutto, invece, per peggiorarli. Anche il concorso nazionale ha creato l’anomalia di docenti selezionati senza più una prova orale, ma sulla base della valutazione dei soli titoli».

I dottorati drasticamente ridotti hanno creato una strozzatura nell’accesso», ribadisce Enrico Camilleri, professore di Diritto Privato a Palermo: «Ed è grave che così pochi giovani riescano ad accedere a una cattedra: io a 33 anni insegnavo negli Stati Uniti, ma sono un’eccezione. Tutte le volte che mi confronto con l’estero, mi rendo conto di quanto formi bene il nostro Paese. Tra gli ultimi abilitati ci sono moltissimi giovani: se arriveranno le risorse, avranno la possibilità di essere chiamati; ma se non accadrà, la situazione peggiorerà. Perché ci sarà un arretrato che andrà a infoltire la prossima lista di idonei».

Camilleri, curriculum con esperienze di studio a Londra, Monaco, Chicago, Pechino, è stato compagno di corso, a Palermo, di un altro docente che non ha ancora raggiunto gli “anta”: Simone Pajno, ordinario di Diritto Costituzionale a Sassari. Professore associato da quando di anni ne aveva addirittura 28, anche Pajno ha seguito le orme familiari: il nonno era procuratore della Repubblica a Palermo; il padre, Alessandro Pajno, è consigliere di Stato e docente di Diritto amministrativo alla Luiss. «Ho ricevuto consigli da lui, certo: ma non li ho seguiti», dice.

«Mi ritengo però più fortunato di altri. A partire dalla sede dell’insegnamento: Sassari è un’università aperta, che mi ha dato la possibilità di interagire con importanti studiosi di diritto costituzionale ma dove non si è mai strutturata una vera e propria scuola tradizionale. Il fatto che molti docenti, nel giro di qualche anno, si siano trasferiti altrove ha creato un clima di scambio, ma anche un territorio vergine, senza vincoli di tradizione accademica. La situazione accademica dei giovani è lo specchio di ciò che accade nel resto della società. Credo che sia un danno per il Paese: non tanto perché la carica di creatività si riduca negli anni. Ma perché, col tempo, perdiamo intelligenze che lasciano l’università o si trasferiscono all’estero».

Al recupero dei cervelli punta l’iniziativa legislativa: «Cerchiamo le eccellenze scientifiche, i migliori nel mondo, l’alta velocità del merito», ha detto il ministro Stefania Giannini. Tra risorse stanziate e meccanismi di reclutamento, ossigeno in arrivo: «Me lo auguro. Ma non ho molta fiducia nel “tenure track”, perché dipende dall’età di ingresso nel sistema», nota Manfredi: «Negli Usa funziona perché i ragazzi cominciano presto il dottorato. Essendo un sistema lungo almeno sei anni, se inizi a 30 anni puoi diventare associato entro i 40. Altrimenti, non cambia nulla».

Sabina Mainardi

La beffa Isee: addio borse di studio e assegni

  • Lunedì, 26 Ottobre 2015 16:45 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
25 10 2015

Mi dispiace, lei non ha più diritto alla borsa di studio". "Ma perché se ho lo stesso reddito dell'anno scorso?". "Perché la borsa di studio che le abbiamo dato le alza il reddito e di fatto la esclude dal prendere la borsa". Se pensate che questa conversazione surreale possa svolgersi solo su Marte, vi sbagliate. È quanto sta accadendo in questi mesi a tutti coloro che, attraverso il parametro dell'Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), si trovano afar richieste di borse, assegni di accompagnamento, sussidi, sconti per gli asili. ...

Elisabetta Ambrosi

E per chi studia c'è solo la fuga

  • Venerdì, 04 Settembre 2015 10:18 ,
  • Pubblicato in Flash news
l'Espresso
04 09 2015

In vetta il Nord, a partire da Siena. E Bologna, Padova, Trento, secondo i ranking del Censis per la "Grande Guida Università" di "Repubblica". In basso il Sud, e un gap con le regioni settentrionali che si consolida di anno in anno. Ai primi posti Verona, Trento, Milano, Bologna, Padova. In fondo Calabria-Rende, Palermo, Catania, Napoli, Cagliari, Bari, per la Classifica Università 2015 del Sole 24-Ore.

Brutali, sintetiche, senza attenuanti, le liste sui migliori atenei fotografano una realtà spaccata in due. Esattamente come l`Italia: il Sud cresce meno del resto del Paese; il Pil continua a scendere mentre al Nord sale; il tema delle risorse ferme al palo per incapacità e cattiva politica riaccende la questione meridionale.

E non c`è solo la desertificazione industriale a far paura: anche lo stato delle università del Sud riflette quel rischio di "sottosviluppo permanente" additato dallo Svimez. Storici avamposti di cultura come l`università Federico II di Napoli faticano a mantenere il numero degli studenti. Presidi territoriali come l`Università di Palermo o di Bari arrancano dietro più giovani atenei del Nord, perdendo il loro ruolo di punto di riferimento.

La crisi del Mezzogiorno è anche erosione di un intero patrimonio culturale. ...

Huffington Post
02 09 2015

Dopo la decisione di aprire le porte a tutti i siriani, la Germania continua a fare scuola sul fronte dell’accoglienza. Secondo quanto riporta il quotidiano Berliner Zeitung, la prestigiosa università berlinese Humboldt ha deciso di fare lo stesso con i rifugiati siriani, afgani e iracheni che desiderano frequentare l’ateneo pur non avendo le risorse economiche per farlo.

A partire dal semestre invernale 2015/2016, i rifugiati potranno partecipare a tutti i corsi e seminari organizzati dall’università registrandosi come “studenti visitatori” a titolo completamente gratuito. Questo il comunicato ufficiale dell’ateneo:

“Il prossimo semestre invernale l’università Humboldt di Berlino invita i rifugiati ad ascoltare letture e seminari come studenti ospiti. L’invito è a prendere dimestichezza con il sistema d’alta formazione tedesca, con l’esperienza della vita universitaria e a diventare membri della comunità Humboldt”.
L’università invita i richiedenti asilo a partecipare a un incontro introduttivo il prossimo 22 settembre. Per loro l’ateneo metterà a disposizione anche un servizio di assistenza linguistica e burocratica.

Si tratta solo di un esempio tra tanti di accoglienza. Come questo graffito in arabo apparso su un treno di Dresda: una scritta in arabo che recita “un sincero benvenuto”, a warm welcome, اهلًا وسهلاً. Piccoli gesti capaci di lanciare un grande messaggio.

Cronache di ordinario razzismo
07 08 2015

L’Università degli Studi di Verona attiverà nell’A.A. 2015-2016 il Master universitario di I livello in “Studi rom per il contrasto all’antiziganismo”. Il Master, che avrà una durata annuale con frequenza biennale part-time (da gennaio 2016 a settembre 2017), per un totale di 60 cfu, è organizzato dal Centro di Ricerche Etnografiche e di Antropologia applicata “Francesca Cappelletto” (CREAa). Il CREAa opera a livello locale, nazionale ed europeo; è un Centro di eccellenza in Italia per le ricerche sulle società e culture rom e per gli studi sull’antiziganismo.

Da anni presso il CREAa è attivo il “Seminario avanzato di Studi culturali rom”, che riunisce ogni anno ricercatrici e ricercatori rom e non-rom a livello internazionale. Il Master offre una formazione specifica a personale che già opera, o opererà, in ambiti in cui è importante la presenza/partecipazione/rapporti di/con Rom e Sinti: scuola e altri servizi educativi, servizi sociali, servizi socio-sanitari, volontariato sociale, amministrazioni pubbliche, aziende pubbliche e private; parrocchie; associazioni culturali; giornalismo; istituzioni di sicurezza pubblica; servizi giudiziari, partiti politici, organizzazioni sindacali. Il Master propone anche una formazione specifica a giovani Rom e Sinti impegnati in associazioni di tutela dei diritti umani, sociali e culturali. Per questo, il Master prevede due binari formativi strettamente collegati:

1. sviluppa conoscenze antropologiche sulla storia, società, letteratura e lingua di Rom e Sinti in vista della valorizzazione del loro patrimonio culturale;

2. offre conoscenze sulla storia, la psicologia, la politica e la pratica dell’antiziganismo in vista di una sua decostruzione ragionata e critica e della costruzione di competenze antropologiche, psicologiche e giuridiche per contrastarlo.

ll Master può essere speso come valore aggiunto per coprire varie cariche di responsabilità in enti pubblici e privati per interventi su/per/fra/con i Rom e i Sinti.

L’antiziganismo è una delle forme più diffuse del razzismo europeo contemporaneo, anche se resta una delle meno consapevoli e delle meno studiate, e nel nostro Paese esso è particolarmente virulento. Riteniamo, pertanto, che l’istituzione di un Master in Studi rom per il contrasto all’antiziganismo, unico nel suo genere nel panorama universitario italiano ed europeo, possa essere di ampia utilità sociale e professionale.

Clicca qui per scaricare il pieghevole e la locandina del Master.

Per informazioni sul percorso formativo e didattico:
Dr. Eva Rizzin, PhD
Ricercatrice CREAa
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Dr. Suzana Jovanović
Ricercatrice CREAa
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Dr. Stefania Pontrandolfo, PhD
Ricercatrice CREAa
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