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Violenza di genere, i nuovi dati dall'Istat

  • Martedì, 09 Giugno 2015 11:50 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
09 06 2015

Sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito qualche forma di violenza nella loro vita, lo rende noto l'Istat nell' indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, appena presentata, e relativa al quinquennio che include il 2014. La violenza sessuale resta la forma più diffusa (21%), affiancata da quella fisica (20,2%) e dallo stalking (16,1%). A commettere le violenze più gravi sono proprio i partner attuali o gli ex compagni, sono questi a commettere stupri nel 62,7% dei casi. Violenze fisiche e sessuali riguardano le donne italiane come le straniere, ma i soggetti più vulnerabili sono le donne separate, divorziate o con problemi di salute o disabilità.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne resti una questione capillare e ancora profondamente radicata nel tessuto culturale e sociale, accanto all'aumentare della gravità delle violenze subite l'Istat segnala alcuni importanti miglioramenti registrati rispetto all'indagine relativa al quinquennio precedente. In particolare, si riscontra un assorbimento del 2% delle violenze fisiche e sessuali (che negli ultimi 5 anni sono passate dal 13,3% all'11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2009), specialmente tra donne con un livello di istruzione più alto. Cala anche fortemente la violenza psicologica da parte dei partner (dal 42,3% al 26,4%).

Inoltre, aumenta la consapevolezza delle donne rispetto al fenomeno: “Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell'ordine (dal 6,7% all'11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner” spiega l'indagine dell'Istat. Risultato, questo, del lavoro meticoloso sul campo di strutture come quelle dei centri antiviolenza.

"Il dato di chi si rivolge ai centri è ancora basso – il 4,9 per cento – ma è raddoppiato rispetto al quinquennio precedente" commenta Titti Carrano, Presidente della rete DiRe – Donne in Rete contro la violenza. "Questo significa che il lavoro di sensibilizzazione, formazione e contrasto svolto fra il 2009 e il 2014 ha innescato un primo cambiamento, e che ora bisogna aggredire con determinazione le zoccolo duro della violenza, ovvero gli omicidi, i maltrattamenti fra le mura domestiche, gli stupri. A maggior ragione, dunque, chiediamo che venga valorizzata l’opera fondamentale dei centri antiviolenza, e che il ruolo dell’Istat sia strutturato nell’ambito del Piano antiviolenza".

Proprio rispetto al piano del governo, così criticato dai centri, Carrano ha sottolineato: "Leggendo questi dati, giudichiamo ancora più stupefacente che il governo, invece di riconoscere che questi primi risultati sono dovuti all’azione e al metodo dei centri antiviolenza, unitamente all’opera di informazione e di sensibilizzazione svolta in tempi più recenti da alcuni organi di informazione, abbia varato un Piano d’azione che non attribuisce ai centri antiviolenza il ruolo fondamentale di motore di cambiamento e di trasformazione di un impianto culturale che ancora genera e giustifica la violenza maschile contro le donne".

Corriere della Sera
19 10 2014

di Francesca Zajczyk*

Ancora troppo spesso pubblicità e media tendono ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo ed offendendone la dignità. Talvolta, la diffusione di immagini umilianti o degradanti rischia di essere drammaticamente legata al tema della violenza di genere. Insieme alla sensibilità dell’opinione pubblica infastidita e offesa davanti a queste immagini, cresce l’esigenza di porre vere e proprie regole normative per limitare il fenomeno.

Per riflettere su quali possano essere le azioni normative da adottare ho chiamato a raccolta rappresentati del Parlamento europeo e italiano e delle associazioni dei Comuni per un convegno. Corpi in pubblicità: quali regole? Ci vedremo venerdì 24 ottobre a Palazzo Marino, dalle 9.30 alle 16 in una giornata aperta al pubblico e che per essere concreta abbiamo suddiviso in tre panel.

L’incontro è la naturale continuazione del convegno dello scorso anno Quando comunicazione fa rima con discriminazione? Che fa parte di un percorso che avviammo come Comune di Milano approvando la delibera Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna (28 giugno 2013).

Rispetto all’anno passato, l’ambito di riflessione si amplierà, non solo alle iniziative intraprese dalle Amministrazioni locali, ma anche al quadro europeo e nazionale.

L’esigenza di introdurre regole specifiche volte a promuovere un utilizzo rispettoso dell’immagine femminile è stata messa in luce, in primo luogo, dalle Istituzioni dell’Unione europea (Risoluzione del Parlamento europeo del 3 settembre 2008 Sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini e Risoluzione del 12 marzo 2013 Sull’eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione europea).

Nel primo panel, Tra legge e autodisciplina: voci dal Parlamento europeo, il dibattito è animato dalle parlamentari europee: Ines Ayala Sender(Partido Socialista Obrero Español – S&D), Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere
, Barbara Matera (FI – PPE), vice presidente Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Alessia Mosca (PD – S&D), Commissione Commercio Internazionale, Patrizia Toia (Capodelegazione PD), vice presidente Commissione Industria, Ricerca Energia. Si concentra su alcuni interrogativi di fondo.
Qual è la strada indicata dall’Unione per risolvere il problema della pubblicità sessista? Quali sono gli strumenti più efficaci per limitare tale fenomeno?

Per rispondere a tale quesito ragioneremo sui risultati di un recente studio del Parlamento europeo che, fornendo una panoramica degli atti normativi esistenti nei 27 Stati membri (codici di autodisciplina – leggi specifiche – norme in leggi che regolano il settore delle pubblicità – norme in leggi per le pari opportunità), mette in luce vantaggi e debolezze delle diverse scelte adottate.

Nel nostro Paese, non esistendo ancora una legge specifica in materia, ha assunto un ruolo fondamentale nel contrasto alla pubblicità sessista l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria . Tenendo conto di queste premesse, il secondo panel gravita su una domanda: Tra legge e autodisciplina: quali regole per l’Italia? La voce passa a rappresentanti del Parlamento italiano: Fabrizia Giuliani – Deputata (PD) Commissione Giustizia, 
Barbara Pollastrini – Deputata (PD) Commissione Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni, 
Lia Quartapelle – Deputata (PD) Segretario Commissione Affari Esteri e Comunitari
, Walter Verini – Deputato (PD) Commissione Giustizia – Capogruppo PD, 
Elisabetta Mina – Vicepresidente Comitato di Controllo IAP, 
Marilisa D’Amico e Benedetta Liberali – Giuriste (Università Statale di Milano).
Si cercherà di individuare quale sia la via più adeguata (o forse più realistica) per risolvere il problema della pubblicità offensiva anche a livello nazionale. È necessario o opportuno intervenire per via legislativa oppure è sufficiente rafforzare i poteri degli organi di controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria?

L’ultima parte del convegno, I Comuni e la pubblicità sessista: a che punto siamo?, si concentrerà sulle iniziative intraprese dalle Amministrazioni, anche con l’obiettivo di individuare gli strumenti che, una volta adottati a livello nazionale, possano determinare effetti concreti nei territori cittadini e metropolitani. Al panel intervengono: Alessia De Paulis – Delegata Pari Opportunità ANCI, 
Angela Fioroni – Segreteria Lega delle Autonomie Locali Lombardia
, Silvia Giannini – Vicesindaca del Comune di Bologna
 Rappresentante del Comune di Catania, 
Tiziana Scalco – Segreteria Camera del Lavoro di Milano, 
Daniela Brancati – Presidente Premio Immagini Amiche – UDI
. E 
 Giovanna Martelli, Deputata (PD) Consigliere del Presidente del Consiglio in materia di Pari Opportunità

Sempre più forte è la convinzione che le iniziative a livello locale, debbano essere accompagnate da un’adeguata disciplina a livello nazionale ed europeo. Grazie alle idee e alle riflessioni che raccoglieremo il 24 di Ottobre, ci auguriamo di riaprire il dibattito anche a livello nazionale e di trovare una soluzione normativa al problema della pubblicità sessista. E’ una richiesta che proviene direttamente dall’Unione europea e non può rimanere ancora a lungo inascoltata.

 

Il Garantista
09 09 2014

Giovani leader europei, in camicia bianca e tutti rigorosamente uomini. Ecco l’immagine della nuova classe dirigente europea. Li ha messi insieme il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi e si sarà certamente sentito a disagio. Lui, l’amico delle donne. Lui che le tiene al sicuro sotto la sua ala protettrice. Quello che ha fatto la battaglia per far nominare Lady Pesc la ministra Federica Mogherini, ma che nell’occasione la relega a mera presentatrice di un meeting per soli uomini. Quello che ha imposto al suo partito capilista donne per le europee ma che non vuole sancire nella sua riforma della legge elettorale la parità di genere. Lo stesso che si indigna davanti alla violenza sulle donne ma si tiene per sé (senza esercitarla) la delega alle pari opportunità, lasciando in sospeso per tanto tempo i fondi destinati ai centri antiviolenza; strutture che sono andate avanti in questi anni grazie a fondi minimi, e grazie a troppo precariato e volontariato. Per la prevenzione il Governo è riuscito a svolgere una mappatura per niente trasparente, non rispettando né criteri qualitativi né le linee guida della Convenzione di Istanbul, in vigore dal 1° agosto. Il risultato è che verranno finanziati spazi inventati per l’occasione; mentre ai centri che svolgono da anni questa attività andranno solo 3.000 euro all’anno.

Eppure c’è stato un momento non così lontano – appena un anno fa – in cui per la politica questo fenomeno, che il movimento delle donne ha definito “femminicidio”, andava molto di moda; a tal punto da dedicarci fintamente un decreto d’urgenza. Un pacchetto sicurezza che poco aveva a che fare sempre con la famosa Convenzione di Istanbul, votata all’unanimità, che piuttosto incentrava l’azione di contrasto attraverso la prevenzione. In primis nominando nell’art.14 l’introduzione dell’educazione all’affettività nelle scuole.

Allora visti gli annunci estivi sulle linee generali sulla scuola – mentre donne venivano decapitate e investite dai loro amanti e mariti – approfittiamo ancora una volta per indicare o ricordare a Matteo Renzi la proposta di legge, a mia prima firma, sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole. L’Italia è l’unico Paese in Europa (oltre alla Grecia) a non avere un’ora del programma settimanale dedicato all’affettività o all’educazione sessuale. La ministra Giannini aveva assicurato, durante una audizione lo scorso aprile, che avrebbe inserito l’educazione all’alterità nei programmi scolastici. Parole a cui non sono seguiti fatti.

“#1oradamore”, come abbiamo provocatoriamente chiamato la campagna di sensibilizzazione, significa formazione per gli insegnanti, perché sappiano affrontare il rapporto con i ragazzi rispettando le differenze, non solo quelle tra maschi e femmine, ma anche culturali e religiose.

Proprio qualche giorno fa Presa Diretta ha dedicato un lungo speciale dedicato alla prostituzione minorile, partendo dall’episodio di cronaca avvenuto nella Capitale. Due ragazzine – 14 e 15 anni – che ricevevano in un appartamento dei Parioli centinaia di uomini adulti. Una storia che somiglia a tantissime altre che continuano ad avvenire anche sotto ai nostri occhi. Sono state definite “baby squillo”, “ragazze doccia” o “lolite”; ma è un fenomeno decisamente più complesso delle definizioni della cronaca giornalistica: riguardano l’utilizzo del corpo come moneta sociale, la mercificazione del sesso, l’immagine delle donne sui media.

Nessuno pensa con l’introduzione dell’educazione sentimentale di strappare alle famiglie l’educazione dei figli, ma un Paese maturo non può commettere l’errore di pensare che tutti gli adolescenti vivano le stesse situazioni familiari: l’esperienza ci racconta come la violenza spesso si annidi proprio tra le mura domestiche.

La scuola è lo spazio in cui i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo; lì dentro dobbiamo offrire strumenti di lettura dei processi storici, culturali e sociali, per creare una futura cittadinanza consapevole, solidale e aperta alle differenze. Diversi insegnanti attenti e sensibili – da Nord a Sud Italia – dedicano già parte delle loro lezioni a questi temi. Una ulteriore conferma di come il Paese sia più avanti della politica.

Una mail da Stoccolma

  • Mercoledì, 18 Giugno 2014 13:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
18 06 2014

Sì, è molto complicato ricominciare i discorsi sui femminismi e la violenza e i femminicidi. Moltissimo, anzi, perché quegli stessi discorsi sono stati inquinati da un lato dalla semplificazione e dall’appropriazione e insomma dalla “normalizzazione” di discorsi e rivendicazioni che venivano considerati “funzionanti” (si pensi alla celebre frase pre-elettorale di Michele Emiliano sulle donne che in questo momento “bucano”, ovvero sono mediaticamente e politicamente utili). E dall’altro dal rigurgito anti-femminismi (tutti, indistintamente) dipinti (tutti, indistintamente) come moralistibigotticastrantifanaticidelirantiossessiviviolenti e insomma si curassero queste babbione vecchie e tristi e invidiose.

E’ difficile, difficilissimo.

Così, lascio la parola a un vecchio amico più volte citato: è Stefano Dell’Orto, che vive in Svezia e di come si vive in Svezia e in Italia ha spesso parlato. Ieri mi ha inviato una mail e mi ha autorizzato a pubblicarla. La trovate qui sotto. L’auspicio è che Stefano non venga accusato di voler mettere i mutandoni alle statue, o di invidia per l’altrui giovinezza: dal momento che si tratta di un giovane uomo sereno che vive serenamente con la sua compagna e le sue bambine. Almeno, tirate un bel respiro e, al di là di quanto possa essere personalmente allettante e conveniente dichiararvi contro lemoralistebigotteinvidioseeccetera, provateci.

“Il femminicidio di Motta Visconti (compresi i figli!), quello di Pietra Ligure, la cattura del presunto assassino di Yara… Loredana, ma qui siamo una società intera che deve andare in analisi.

Io voglio credere che la maggior parte di noi uomini sia diversa, ma qui dobbiamo porci delle domande serie.

Qui parliamo di padri di famiglia senza apparenti problemi.

Che sia il costante e continuo bombardamento di messaggi a sfondo soft-sessuale uno degli elementi che crea una frustrazione incontrollabile?
Io certi siti (corriere.it, repubblica.it, non parliamo di gazzetta.it) oramai al lavoro non li guardo più per timore che i colleghi (che non capiscono il testo) guardando le immagini pensino che sia su siti porno-soft: gallerie fotografiche intere sulle mogli dei giocatori e su donne varie con scelta dell’immagine più conturbante. E poi veline, balletti ammiccanti, pubblicità con la donna sexy per venderti cose tipo la cera per l’automobile o il computer. Modelle stile Lolita.

La logica vorrebbe dire che non può bastare a spiegare come si arrivi a tutta questa follia… però, però… qualcosa bisogna fare.

Ti prego, lancia parallelamente alla campagna e alla lotta che fai da anni una proposta provocazione: una settimana, dico una, di comunicazione alternativa.
- Niente foto sexy, ammiccanti, eccetera. Chi sceglie la foto per l’articolo che parla della Minetti ne scelga una “normale” e non una che ne esalta il seno. Che le foto su come ha giocato Balotelli facciano vedere lui sul campo, e non la sua fidanzata sugli spalti. Pirlo ha lasciato la moglie e Buffon pure e la notizia fa vendere? Bene, ma evitiamo le gallerie fotografiche su nuove ed ex. Ben vengano le pubblicità, che sono necessarie per la sopravvivenza dei quotidiani… ma premiamo la pubblicità creativa.

Non voglio fare il bacchettone, quello che vuole mettere il niqab a tutte “perché l’uomo non si sa controllare”. Voglio solo creare una riflessione seria. Io voglio una società nella quale le mie figlie possano vestirsi come preferiscono e possano prendere i mezzi pubblici a qualsiasi ora e camminare sino a casa senza timori. Voglio una società nella quale tutte le donne (e anche gli uomini) possano farlo. E voglio una società nella quale ogni uomo si prende le proprie responsabilità.

Chi dice che va bene così o non capisce o peggio è in malafede. Bisogna fare qualcosa.
Non “se non ora”, ma “ORA!”. Punto”.

Femminicidi a pioggia e l’isteria collettiva

Il Fatto Quotidiano
18 06 2014

I femminicidi arrivano a pioggia, uno dietro l’altro, e i media capiscono l’andazzo e rintracciano altro sangue e altre ferite da mettere in prima pagina. Fa audience.

La pioggia di femminicidi porta con sé, purtroppo, l’isteria collettiva, la psicosi, la logica dell’emergenza, la galvanizzazione della massa a cura di talune che approfittano per gettare fango su tutto un genere, quello maschile, e raccontare ricette improbabili che dovrebbero risolvere storie terribili.

La pioggia porta con sé anche la speculazione, a volte, perché le vittime costituiscono un business, un brand, per chi ne fa un tema attraverso il quale beccare un po’ di popolarità, pornomostruosità per pornoindignazione, e diventano anche il mezzo attraverso il quale toccare molle emotive di tutta quella gente che sarà guidata al linciaggio in direzione di quella o la tal’altra etnia, un pogrom nel campo rom, una ronda contro gli stranieri, qualche rigo per dire agli uomini che sarebbero tutti infantili, egoisti, delle merde.

Mettiamola così: c’è la cultura del possesso, quella di chi ritiene di poter disporre della vita dei familiari di cui liberarsi quando diventano un peso. Tanto è roba mia, ne faccio quel che voglio. Poi vado a guardare la partita, simulo un furto, la zona è isolata, potrebbe essere stato un immigrato di passaggio, questa fu la balla raccontata dal femminicida di Perugia, da quello di Bologna e da chissà quanti altri, magari immagino di diventare protagonista di una fiction, un po’ come fece anche l’assassina di Sarah Scazzi, arriveranno le televisioni, è un caso nazionale dopotutto, allora io sarò il vedovo affranto, forse quella collega che non mi caga affatto domani si accorgerà di me, e via delirando si finisce per raccontare che il divorzio non era sufficiente perché con il divorzio comunque resta il carico dei figli.

Le riflessioni che leggo in giro secondo me sono a volte altrettanto deliranti: c’è chi dice che il male resta nell’uomo. Dunque è genetico? E la soluzione preventiva quale sarebbe? Sterminare i maschi alla nascita? Sottoporre tutti ad un lavaggio del cervello? Farli crescere con un gran senso di colpa e fare del ruolo della “donna/vittima” uno status che ci garantisce di poter fare, dire, decidere e immaginare qualunque cosa?

Consiglio a tutte di leggere la Critica della Vittima di Daniele Giglioli, Edizioni Nottetempo, per capire quanto sia rischiosa, per tutte le donne, questa posizione, questo adagiarsi nel ruolo della vittima.

L’altra soluzione preventiva, sulla base delle ipotesi fatte, quale sarebbe? Se ti sposi, accetti per te la retorica del matrimonio, fai i figlioli e poi ne senti il carico, un reset non è sufficiente, e no, la colpa non è della donna che dopo una separazione si vede affidati i figli e la casa.

So che in questo momento ci sono altre che pur di dare addosso ai padri separati, quelli che non ammazzerebbero mai mogli e figli e che restano per anni e anni a districarsi tra procedimenti legali per tentare di trovare un accordo per vedere i figli, stanno sfruttando questa faccenda e soprattutto sfruttano i commenti di troll misogini, totalmente estremisti, che a loro volta usano la faccenda dei padri separati per giustificare i femminicidi.

Bisognerebbe smetterla, tutti quanti, di fare diventare le vittime ora una scusa per fare prevalere una opinione ora per l’altra, perché alla fine, quel che io vedo, è che di queste vittime forse non importa quasi a nessuno. Sono buone per fare propaganda, per raccontarsi un po’ di balle, ma non vi siete mai dette che dato che continuano a morire forse i vostri ragionamenti sono totalmente o almeno in parte sbagliati?

Per esempio: a un anno dalla legge sul femminicidio in Italia non è cambiato niente. Il piano di prevenzione è ancora lì che attende. Abbiamo solo gli annunci di ministri che su quella legge hanno fatto cassa e consenso elettorale, sulla pelle delle donne, e nel frattempo a chi diceva che era una legge inutile, rispondente solo a una logica emergenziale, repressiva e paternalista che nulla avrebbe risolto, non è stato dato assolutamente ascolto. Perché in Italia le vittime di violenza sono usate, elevate al rango di status sociale, perché attraverso esse si ricava legittimità, consenso, talvolta perfino fama o denaro, ma delle vittime, poi, in realtà, a chi interessa?

E ancora c’è da ricordare il modo in cui stanno parlando della donna, la madre dei suoi figli, ché se non aveva generato un figlio non c’era neppure da considerarla, come da deriva catto/fascista che ha preso la trattazione del tema della violenza sulle donne, si parla di vittime solo in quanto risorse riproduttive e di cura. Non si parla di altre categorie di vittime. La “vittima” è tale per il ruolo di genere che le viene imposto e sennò chissenefrega.

Che trappolone la faccenda del “femminicidio” che ci ha costrette ad essere considerate vittime solo in quanto “femmine”. Che trappola dover ruotare attorno al tema dovendo destreggiarsi tra mille visioni morali e ideologie, intenzioni e obiettivi politici, quelli più recenti parecchio giustizialisti, perché alla fine, poi, quel che sparisce è il buon senso. E basterebbe anche solo quello, forse, per evitare un’altra morte. Un po’ di buon senso.

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