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Lo stupro e gli studenti di buona famiglia

Parola di streghe
22 10 2013

Abbiamo letto e ascoltato tutt* la terribile notizia dello STUPRO della ragazzina sedicenne a Modena, da parte di un BRANCO DI 5 RAGAZZI (un 17enne e quattro 18enni), durante una festa in casa.
Una festa tra amici, tra compagni di scuola.
Si sono alternati nello stupro, mentre uno faceva il “palo” fuori dalla porta del bagno.

Leggendo i giornali online, ecco qui alcune frasi ad hoc (ne menziono solo 3). Provo a commentarle:

1) “tutti modenesi, incensurati, di buona famiglia”: frase che dovrebbe essere addirittura di una nota dell’Arma (che sta effettuando le indagini).

http://www.corriere.it/cronache/13_ottobre_19/modena-sedicenne-violentata-ad-festa-5-amici-di-buona-famiglia-denunciati-dd9a9590-38c1-11e3-a22e-23aa40bc2aa7.shtml

DOMANDA: cosa si intende per “BUONA FAMIGLIA”?
La famiglia dove tutti sono felici e contenti? La famiglia dove il papà porta a casa i soldi a fine mese, lava l’auto la domenica, guarda la partita in tv e non fa le corna a mamma? La famiglia dove mamma fa i tortellini, stira bene con l’appretto e indossa tailleur con filo di perle?
Vorrei una definizione di “buona famiglia”. Per capire meglio.
Così sto alla larga dalle cattive famiglie e vado a cena solo da quelle buone (ma forse sarebbe meglio l’opposto).

2) “denunciati 5 studenti modello”: frase del titolo dell’articolo di Leggo.it

http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/modena_violentata_15_anni_festa_branco/notizie/342042.shtml

DOMANDA: chi sono gli STUDENTI MODELLO?
Forse gli studenti che prendono bei voti nel compito di latino, sanno qualche terzina della Divina Commedia a memoria, conoscono tutte le capitali dei Paesi dell’UE, risolvono logaritmi come se fossero a mangiare patatine fritte?
Magari poi non distinguono un essere umano da un p.c., ma è lo stesso. Magari le loro mappe emotive (grazie prof. Galimberti) sono peggio delle mappe del tesoro dei pirati: indecifrabili, corrose, inquietanti.

3) Inutile “scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono neppure conto dell’inaudita gravità di certi comportamenti”, visto che la sessualità è oggi presentata come un bene di consumo: frase ad opera del senatore PdL GIOVANARDI

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/10/21/news/ragazza_stuprata_a_modena_giovanardi_nessuna_meraviglia-69081857/

DOMANDA: dove sono i senatori quando la SESSUALITA’ E’ PRESENTATA COME UN BENE DI CONSUMO?
Dov’è la legge che vieta e punisce le pubblicità sessiste?
Dov’è la legge che impedisce la mercificazione e strumentalizzazione del corpo delle donne?
Dov’è l’educazione alla parità di genere, al rispetto tra generi, alla valorizzazione dell’autodeterminazione della donna, nelle scuole?

E mentre qui e altrove ci poniamo DOMANDE…. c’è una ragazzina di sedici anni che avrebbe diritto a delle RISPOSTE.

Franca, stuprata da 5 “amici” tutti a piede libero!

  • Martedì, 22 Ottobre 2013 08:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
22 10 2013

Violentata ad una festa tra amici da un branco di 5 ragazzi tra cui un minorenne. E’ la cronaca di questi giorni che porta all’ennesimo episodio di violenza contro le donne che si mescola tra i tanti di femminicidio e l’orrore che molte donne in Italia subiscono tra le mura domestiche, private della libertà da parte di compagni e mariti violenti.

Franca (nome di fantasia evocativo), sedici anni, è stata indotta a bere dell’alcool in una festa e sarebbe stata trascinata in una stanza, dove un gruppo di cinque ragazzi la violentavano a turno aiutati da un altro che faceva da “palo”. Alla festa partecipavano una ventina di persone tra cui altre studentesse. A stupire è stato l’atteggiamento omertoso degli altri partecipanti e degli stupratori che dopo lo stupro si sono comportati come nulla fosse e si sono vantati con gli altri di aver costretto la ragazzina agli abusi schernendola pure della violenza subita, come se fosse colpevole di quanto accaduto.

E’ la cronaca di un Paese dove il corpo femminile è considerato come una proprietà, dove la sessualità di noi donne non appartiene a noi ma alla comunità, da qui nascono le numerose violenze che subiamo nel quotidiano. Un episodio che dimostra che la violenza di genere non ha nazionalità e classe sociale e non avviene solo in contesti di degrado.

Sono Centotredici finora le donne uccise da mariti e compagni, donne che hanno subito botte, stalking e violenze in famiglie normalissime, senza avere giustizia. Donne che non sono state credute nemmeno da chi doveva proteggerle, dalle forze dell’ordine, come la signora che a Linea Gialla (La7) la quale raccontava che aver subito anni di botte e maltrattamenti annotati nel suo diario e testimoniati dai suoi lividi e le sue denunce non è bastato per essere creduta, e non solo, le sono stati tolti pure i figli dai servizi sociali e affidati al suo carnefice. Nemmeno i numerosi episodi di stalking e perfino aggressioni da parte dei fratelli dell’ex marito che si sono protratti anche dopo la separazione.

Storie così sono all’ordine del giorno. Uomini assolti malgrado le testimonianze, come la signora che ha messo la telecamera in cucina per filmare suo marito che ogni giorno metteva un po’ di acido nel bicchiere della moglie per avvelenarla. Ma nemmeno questo è bastato per condannare il marito per tentato omicidio. Infatti è stato assolto. A piede libero come il gruppetto di giovanotti che a Modena hanno violentato a turno Franca. A piede libero come Francesco Tuccia, militare incaricato proprio per la sicurezza tanto ostentata dal Governo, a febbraio del 2012 violentò e quasi uccise Rosa e che ora anche se condannato ai domiciliari a 7 anni può usufruire dei permessi per uscire e andare a lavorare.

Non è un problema di giustizia. In Italia esiste una ben precisa “gerarchia dei reati” , dove perfino un furtarello viene considerato più grave e condannato per via direttissima. Esiste l’omerta’ dei testimoni che va ad impedire che un reo venga condannato e a minare la credibilita’ della vittima, scoraggiandone la denuncia. Possibile che nessun* si sia mess* dalla parte di Franca?
Non riesco a comprendere come la vittima, alla quale va la mia solidarietà, abbia avuto il coraggio di denunciare questi ragazzi in un sistema come il nostro dove se sei italiano e di buona famiglia non vedrai nemmeno un giorno di galera.

Le cronache annunciano, infatti, che il branco è ancora a piede libero da agosto, mese in cui si è consumata la violenza. Niente custodia cautelare. In pratica Franca continuerà a vederli ogni giorno poiché i cinque sono tutti suoi compagni di classe. Un episodio gravissimo che non solo porterà la ragazza a gravi sofferenze psicologiche e ad abbandonare la scuola per non vederli più ma rischierà di esporla a ulteriori violenze, minacce, ritorsioni come accade alle donne che hanno tentato invano a denunciare i propri compagni e mariti e malgrado questo se li sono trovati di nuovo sotto lo stesso tetto a subire ulteriori violenze.
Questo episodio meritava la custodia cautelare dato il loro legame con la vittima. Ma li hanno lasciati liberi come se si trattasse di accuse infondate. Perchè non aveva segni sufficienti per dimostrare che è stata stuprata?

Diceva la grande Franca Rame “Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie”.

Stessa cosa per il femminicidio, quando le forze dell’ordine agiscono quando ormai è troppo tardi, ovvero quando la donna è già morta ammazzata. Come se le donne non fossero credute.
Questa inadempienza ha dato una lezione precisa. Prendete chiunque possieda un “taglio” in mezzo alle gambe e violentatela. Per l’opinione pubblica resterà lei l’istigatrice, come migliaia di commenti che si sono riversati la stessa sera alla festa e su Facebook contro di lei, come è accaduto anni fa ad una quindicenne a Montalto di Castro.

La cronaca e in particolare repubblichina, annuncia che i ragazzotti rischiano dai 6 ai 12 anni di carcere, anni che non faranno mai tra l’altro, e descrivendoli come delle vittime, come se lo stupro fosse un atto che non merita di essere punito a dovere.
Questo episodio, invece, rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani, una sorta di licenza allo stupro, l’ennesimo atto che porta ad accrescere la cultura dello stupro, dove violentare una donna non è riconosciuto come un reato ma come un normale rapporto sessuale di cui vantarsene, come è accaduto quel giorno alla festa, dove la vittima appariva agli occhi di stupratori e altri partecipanti come una sorta di puttana che ha istigato il carnefice. Chissà per quanto tempo ancora potranno vantarsi con gli amici della loro nefanda azione su una ragazza di sedici anni. Chissà come verrà trattata Franca al processo, sempre se ce ne sarà qualcuno.

A Franca alla quale va tutta la nostra solidarietà auguriamo di non subire la violenza che ha subito Marinella a causa di un contesto oppressivo e maschilista perpetrato dallo stato italiano che permette, ogni due giorni, di mettere a segno una strage sistematica di donne e ragazze.
In un paese che punisce realmente episodi simili, che insegna già dalle scuole che la sessualità femminile non fa parte della comunità e che il sesso è un rapporto consensuale da ambo le parti, uno nemmeno ci penserebbe a violentare una donna.
Lo stupro è un esercizio di potere non un atto di libidine. E chi la compie lo sa benissimo. La consapevolezza dei giovani sull’uso di questo potere è dimostrata dal tweet che in questi giorni è stato lanciato da un ragazzo di Iglesias contro un gruppo di paesane che manifestavano contro la violenza di genere.

Colpisce l’età del ragazzino e significa che la violenza sulle donne sta crescendo esponenzialmente nelle nuove generazioni ed è una prova di quanto è forte più che mai la disparità di potere tra uomo e donna. Un sedicenne che grida senza pudore allo stupro, impavido dalla critiche perché è consapevole delle ricompense sociali che riceverà dall’opinione pubblica, di una maggioranza che ancora oggi è reazionaria verso la lotta delle violenze e delle discriminazioni che subiscono le donne nel quotidiano ma anche verso chi si impegna a lottare, visto come un nemico che vuole mettere le mani sul potere patriarcale che relega le donne in una posizione subalterna, dove la violenza è un mezzo per controllarci.

Un ragazzino coetaneo di Franca è l’ennesimo esempio della condizione femminile delle donne in Italia oppresse ogni giorno da un’onda di violenza maschile impunità. Offese, molestate, picchiate, stuprate e uccise in quanto donne.
Ogni violenza contro le donne è un atto che colpisce la nostra libertà e preoccupa che uno stupro non venga punito. Ciò significa che la nostra libertà sessuale non conta e può dare un cattivo segnale, percependo l’azione come un fatto poco grave o addirittura giustificabile. Oppure può contribuire a percepire il nostro corpo come un oggetto.

Fate girare questo post affinché episodi come quello che si è consumato pochi giorni fa a Modena venga punito, affinchè non accada come a Montalto di Castro, il cui sindaco, Salvatore Carai che pagò l’avvocato difensore agli stupratori, dichiarò: “Lo stupro esiste solo se commesso dai cittadini rumeni…Dalle nostre parti le uniche bestie sono gli immigrati rumeni. Loro sì che lo stupro l’hanno nel sangue”.

Ma quanti episodi simili finiscono con l’assoluzione o col rilascio del carnefice?
Troppi. Ma chi si occupa di fornire i dati?

Nessuno. L’Italia ha buone leggi ma mancano gli strumenti, culturali e sociali, per prevenire e affrontare le violenze. Molti paesi europei hanno un osservatorio dove vengono raccolti i dati delle violenze contro le donne. Sia le forze dell’ordine, che i tribunali, che il personale ospedaliero è formato e collabora per fornire questi dati. L’Italia non ha rispettato le richieste dell’Onu e della convenzione di Istanbul; così non solo non abbiamo dei dati istituzionali e veritieri sul numero di donne che subiscono violenza o che sono state uccise (solo i blog si occupano a raccogliere questi ultimi), ma ciò è perfino pericoloso perché non sappiamo nemmeno come vanno a finire le denunce e le condanne.

Tutto questo pone le donne al rischio di vittimizzazione o rivittimizzazione perché le espone a subire altre violenze reiterate nel tempo, molto spesso fino alla morte della vittima. Oppure rappresenta una sorta di “censura” verso un fenomeno che andrebbe discusso e affrontato, ma non come un’emergenza, ma come un problema culturale. Non invochiamo solo leggi sicure ma esse sono importanti per tenere lontani i carnefici dalle loro vittime, sopratutto quando con esse hanno dei legami.
Certo la cultura è fondamentale, perché il nostro paese non investe nulla per prevenire la violenza di genere a partire dalle cause, dalla radice. A nessuno viene insegnato che la donna non è un oggetto, anzi, i giovani di oggi stanno crescendo bombardati da messaggi che veicolano tale idea e che spesso è la causa degli stupri compiuti dagli adolescenti. Un ragazzino o una ragazzina cosa può imparare seguendo un programma dove un concorrente scarta la sua corteggiata perché lo ha baciato subito?
A nessuno viene insegnato che la libertà sessuale delle donne va rispettata, anzi, l’offesa più comune che ancora oggi viene fatta ad una donna è darle della puttana, andando a colpire la propria onorabilità sessuale, anche in caso di stupro.

Ed è fondamentalmente per questo che le vittime di stupro non denunciano e quelle che lo fanno subiscono dileggio e persecuzioni come Marinella, come Annamaria e come Franca alle quali esprimiamo la nostra piena solidarietà.

La moralità sessuale che diventa un presupposto per esercitare controllo sui nostri corpi e per sottrarli dalla nostra autodeterminazione e darli in pasto alla comunità che ne dispone come vuole come è accaduto al corpo di Franca.

Lo stupro non va minimizzato. Se lo Stato lo minimizza significa che lo ritiene ancora un mezzo di controllo legittimo verso le donne. Chiediamo alla Ministra della Giustizia di prendere atto di questo triste episodio e di applicare la custodia cautelare agli aggressori di Franca.

Yemen, basta spose bambine

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 10:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
20 09 2013

Troppo piccole per diventare madri e mogli, troppe volte abbandonate dalla giustizia che, in Yemen, corre quasi sempre sui contorni della tribù piuttosto che su quelli dello Stato. Uno Stato che non ha voluto neanche proteggerle con una legge.

Oggi però, per le spose bambine, si intravede una speranza: il ministro yemenita per i diritti umani Hurriya Mashhoor si è impegnata a fare pressione sul parlamento di Sana'a perché stabilisca a 18 anni l'età minima per sposarsi. Oggi un'età minima non esiste.

Ci è voluto un decesso perché le autorità prendessero provvedimenti. Rawan, 8 anni, è morta circa due settimane fa in seguito alle lesioni interne causatele dalla sua prima notte di nozze con un uomo di 40 anni. È accaduto a Haradh, nel distretto nord-occidentale di al-Hajjah, a pochi chilometri dal confine con l'Arabia Saudita. Non è la prima, e non sarà neanche l'ultima. E tutti - dal padre della bambina alle autorità di Haradh - hanno tentato di insabbiare la vicenda, portata a galla dal giornalista free lance Mohammad Radman.

Secondo l'AFP, i leader tribali - che in Yemen hanno ancora un immenso potere decisionale - della zona di Haradh hanno smentito del tutto la vicenda. Stando a quanto riporta Gulf News, Mosleh al-Azzani, direttore del dipartimento di indagini criminali del distretto di Haradh, ha contattato il padre della bambina per un interrogatorio: l'uomo si sarebbe presentato con una bambina che ha dichiarato essere Rawan e al-Azzani dice di poter "mostrare la foto a chiunque".

Eppure la pressione mediatica sul caso qualcosa ha prodotto: il governo di Sana'a ha confermato che ci sarebbe un'indagine in corso sulla vicenda. "Il governo - ha dichiarato Rajeh Badi, un assistente del primo ministro Mohammad Salem Basindwa - sta prendendo sul serio la questione. Investigherà a fondo e i responsabili se la vedranno con la giustizia".

E ci è voluta anche un ministro donna, nominata al dicastero che dovrebbe proteggere le donne, per dare una pur sempre debole, ma significativa svolta. "Stiamo chiedendo - ha confermato il ministro Hurriya Mashhoor - di fissare l'età minima per il matrimonio a 18 anni, dal momento che lo Yemen è firmatario di convenzioni internazionali sui diritti dei minori". Tra queste, la ICESCR (International Convent of Economic, Social and Cultural Rights), la ICCPR (International Convent of Civic and Political Rights) e la Convenzione per consentire il matrimonio, l'età minima per il matrimonio e la registrazione del matrimonio.

Il dramma delle spose bambine, molto diffuso in Africa e in Asia - principalmente in India, Nepal, Afganistan ed Etiopia - in Yemen assume proporzioni gigantesche: secondo i dati del governo di Sana'a e delle Nazioni Unite, più della metà delle ragazze si sposa prima dei 18 anni. E il 14 per cento prima dei 15 anni. In alcune aree rurali, le bambine di 8 anni vengono vendute dalla famiglia a uomini quattro, cinque o anche sei volte più vecchi di loro. Per togliersi una bocca in più da sfamare, per riuscire a sopravvivere con i soldi della dote.

Secondo uno studio condotto da Human Rights Watch, molte bambine vengono ritirate dalla scuola non appena raggiungono la pubertà. Oltre a essere private dell'educazione, vengono utilizzate in casa per aiutare nelle faccende domestiche, crescere i loro fratellini più piccoli e in seguito vengono date via al miglior offerente. Alcune ricerche condotte da organizzazioni che difendono i diritti dei bambini, tra cui Save the Children, hanno dimostrato che la mancanza di educazione e di potere nel matrimonio aumentano il rischio di complicanze riproduttive: le bambine, infatti, non sono in grado di controllare né il numero né la distanza tra un figlio e l'altro.

Molte delle spose bambine, inoltre, subiscono violenza di genere, come la violenza domestica e lo stupro. Nel campione di donne intervistate da Human Rights Watch, in tante lamentano abusi sia verbali che fisici, oltre che dai mariti, anche da parte di cognati e suoceri con cui dividono la casa dopo il matrimonio.

Durante le rivolte scoppiate in Yemen nel 2011, che hanno portato alla sostituzione dell'ex presidente-padrone Ali Saleh con Adb Rabbuh Mansour el-Hadi sotto il beneplacito dell'Arabia Saudita, i dimostranti richiedevano a gran voce l'uguaglianza tra uomo e donna e la tutela dei diritti umani in Yemen.

Tawakkol Karman, l'attivista yemenita premio Nobel per la pace 2011, ha criticato duramente la politica fallimentare di Sana'a nel vietare il matrimonio delle bambine. "Vi è un vasto spazio - ha dichiarato l'attivista per i diritti delle donne - nel nostro patrimonio legislativo islamico per raggiungere il consenso per l'adozione dei 18 anni come età minima per il matrimonio".

Eppure, è proprio l'eredità islamica a essere addotta come pretesto dai legislatori. L'età minima di 18 anni, fino al 1999, c'era: proprio citando fonti religiose, quell'anno il parlamento yemenita ha abolito l'età minima di 15 anni per contrarre matrimonio.
Nel 2007, la maggioranza dei deputati ha approvato un disegno di legge che fissava a 17 l'età minima: un gruppo di legislatori ha però obiettato che ristabilire un limite d'età per il matrimonio sarebbe contrario alla Shari'a (la legge islamica, ndr) e ha bloccato la legge. Poi è arrivata la rivolta, e lo Yemen ha dimenticato ancora una volta le sue spose bambine.

Giorgia Grifoni

Per favore, non abusate della parola "stupro"

  • Martedì, 17 Settembre 2013 10:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
17 09 2013

Questo cartello è sulla vetrina della sezione del Pdl di Ravenna. Pare che a pensarlo ed esporlo siano state delle donne, o almeno così ha tenuto a precisare il coordinatore provinciale, come se la mano femminile rendesse il messaggio meno disgustoso.

Ultimamente per i media e la politica è tutto uno "stupro".
Fateci caso.
Roma è invasa di monnezza? Stuprata! Il bel quartiere cementificato? Stuprato!
Un'aula del Parlamento è occupata da esagitati ignoranti? Stuprata!
La Costituzione viene infangata, umiliata, snaturata? Stuprata!
Addirittura gli scontri durante un corteo o un goal durante una partita di pallone vengono raccontati con un richiamo alla violenza sessuale.

Sembra che non si riesca a trovare un altro termine di paragone per descrivere qualcosa di brutto, di sbagliato, di orrendo.

E a dire il vero è proprio così: l'orrore della violenza sessuale è assoluto e se devo pensare a qualcosa di atroce, di terribile, qualcosa che ti distrugge, penso inevitabilmente allo stupro.

Mi ricordo che la maestra Laura ci raccontò che suo figlio Luca all'asilo aveva cominciato a dire un sacco di parolacce e lei, per arginare il problema, gli aveva fatto ripetere "vaffanculo" per un po', finché lui stesso si era annoiato della parola e aveva smesso di usarla.

Ecco, questa è la mia paura: che a furia di usarle male e a sproposito, le parole possano in qualche modo perdere il loro stesso significato, possano "normalizzarsi" e diventare qualcosa di diverso. Ho paura che a furia di dire "strupro" nelle occasioni più disparate si perda tutto il senso dell'orrore, della ripugnanza, del disgusto che quella parola porta con sè, quasi fosse un'onomatopea.

Ah, c'è solo un caso in cui la parola stupro sembra perdere parte della sua portata orrorifica: quando una donna denuncia di essere stata violentata. A quel punto troverete decine di sinonimi molto più blandi.

«Ora vi racconto come ci violenta il nostro uomo»

  • Giovedì, 12 Settembre 2013 09:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

l'Unità
12 09 2013

«Fuggivo, con mia figlia accanto a me nell’auto, io appena patentata, fuggivo dall’uomo che stava per uccidermi e - insieme al terrore, all’angoscia, sentivo tanta sete, una sete indescrivibile -: chissà, forse ci si sente così sempre, quando si sta per morire».

Sara - la chiameremo così - compirà 33 anni tra qualche giorno e finalmente festeggerà. Per dare il via al terzo tempo della sua vita, che sembra davvero un film. Il «primo tempo», come lo chiama lei, è quello dell’incubo che ha scatenato poi anche il secondo: Sara non è “solo” una donna violentata nel corpo e nell’anima da un uomo che le stava a fianco e che diceva di amarla, ma è stata anche vittima di chi l’ha scelta e tradita per venderla sui viali di una città: lei che, fino a quel momento non aveva ancora mai avuto un fidanzato... «Una torta con le candeline non me la preparo da tanto...», racconta. Da quando a 20 anni partì con entusiasmo dalla Romania verso l’Italia, dove le avevano promesso un visto per lavoro.

L’INIZIO

Era la primavera del 2000, il 19 marzo. Proveniente da una «famiglia colta», Sara ha perso da piccola i genitori ed è rimasta a vivere con la nonna che presto ha avuto bisogno di lei. «Me la cavavo benissimo: studiavo, seguivo un corso di canto e facevo qualche lavoretto per integrare la pensione della nonna: questa era la mia vita».

Dopo il liceo, il sogno: «Volevo diventare medico». I soldi non bastavano. «Quando mi hanno offerto un lavoro per qualche mese in Italia mi è sembrato quello che faceva per me», prosegue, mentre i suoi occhi cercano, tra i ricordi, come è successo. «Mi sono fidata, e dire che non ero una sprovveduta; ma le persone che mi hanno offerto “il lavoro” mi hanno convinto: ho frequentato una scuola paritaria evangelica, forse sono vissuta in una campana di vetro perché nella mia mente non esistevano cose simili e i media non ne parlavano, allora».

Arrivata a Bologna, i trafficanti le hanno requisito i documenti, consegnato una nuova identità e comunicato qual era il “lavoro”. «Cosa credevi di fare? - mi ha detto quell’uomo, perfido». Poi il gelo: «Ero stata venduta ad un albanese». Segregata di giorno, all’imbrunire veniva portata in strada. «Uscivamo vestite normali, ci cambiavamo in macchina o nel parco e conciate così ci sbattevano in strada non prima di averci fatto il lavaggio del cervello: minacce di morte, di botte, “non provare a scappare, ti facciamo a pezzetti..». «Con la mente ho cercato subito appigli: a volte mi nascondevo nel parco per non farmi vedere dalle auto, oppure mi intrattenevo a chiacchierare con un cliente, per perdere tempo. Il fatto che non portassi abbastanza denaro li faceva infuriare». Per il resto era il buio.

LA SPERANZA TRADITA

Un’unica speranza ha sostenuto Sara, mai concretizzata: «Quando passavano le forze dell’ordine speravo sempre che mi fermassero, mi chiedessero i documenti; lì avrei potuto spiegare e l’incubo sarebbe finito». Invece niente. «Io non ho il potere di cambiare le leggi - scandisce - ma non si può fare finta che questo mondo parallelo non esista: vorrei dire a tutti e soprattutto agli uomini che cercano donne in strada che è come se togliessero loro la vita perché la maggior parte è costretta». Denunciare era impossibile: «Quando non ero in strada, ero sempre sorvegliata. Poi questa gente ti mette in testa è che tu sei perseguibile, per me non avere documenti veri era gravissimo: vivevo con un senso di colpa enorme, assurdo a pensarci adesso, ma per tutte è così, quando si è segregate e violentate».

IL “SECONDO TEMPO”

L’identità. Ecco ciò che Sara ha sentito di aver perso per tanti anni, anche quando è iniziato il secondo tempo. Perché ad un certo punto una falla nell’organizzazione dei trafficanti c’è stata. E lei, in modo rocambolesco e con l’aiuto di un cliente, è riuscita a scappare. «Quell’uomo mi ha portata in un posto, un’azienda agricola ho scoperto che cercavano una segretaria: potevo solo fidarmi a quel punto. Non avevo altre chances». L’azienda era reale e reale anche il posto di lavoro: «Ma quando il proprietario ha capito che non avevo documenti non se ne è fatto nulla». Il seguito si è concretizzato in un uomo, più vecchio di 25 anni, che si approfittava di lei in cambio di promesse di aiuto. Sara presto ha capito cosa lui avesse in testa, il «suo business»: «Farmi lavorare solo per lui». La «fortuna» ha voluto che lo stress le procurasse una psoriasi impressionante: «Ero inguardabile, come potevo andare in strada?».

Intanto però Sara è rimasta incinta. «Abbiamo girovagato, poi lui ha deciso di andare al sud, da dove proveniva». «Non mi ha fatto abortire: quando ho partorito e mi hanno detto che avrei potuto consegnare la mia bambina ai medici, non me la sono sentita..», ricorda commossa pensando alla figlia che oggi ha con sé. «Durante la gravidanza e l’accudimento leggevo, guardavo la tv: ho capito che potevo denunciare almeno il primo tempo della vicenda». L’uomo - «che aveva pianto alla nascita della bimba, chissà se aveva un’umanità...» - sembrava essere d’accordo. Poi «tra burocrazia e negligenza» per riavere i documenti ci sono voluti due anni. Ero “quasi” libera, riflette Sara. Troppo per il compagno che non aveva scelto: «È divento sempre più irascibile, possessivo: mi violentava mentre la bimba era nell’altra stanza».

LA FUGA

Un giorno il culmine: «Stava per uccidermi, mi ha salvato una telefonata che lo ha costretto a uscire di casa». Sara ricorda: «Ho preso le prime cose che ho trovato, i documenti e sono scappata, via, con l’auto che guidavo da pochissimo». Prima la chiamata al centro antiviolenza napoletano che non poteva aiutarla, poi la fuga verso Mestre dove si trovava un cugino. «Ad Anzio era buio, non avevo un centesimo in tasca. Alla stazione dei carabinieri più vicina ho raccontato che stavo scappando, hanno fatto una colletta per la benzina». Sulla Firenze-Bologna, la sorte ancora una volta ci si mette di mezzo: un incidente bruttissimo, la figlia in coma, con il viso rotto. Insieme l’incontro con la salvezza: «La Casa delle donne per non subire violenza di Bologna». Immediati i colloqui e il regime di protezione ristretto: 8 mesi in una casa-rifugio, il sostegno psicologico e morale. «Peccato solo che il Comune non mi abbia subito affidato un assistente sociale», sospira. Che fatica... Sara però sorride: ha un aspetto forte, deciso. Sa che oltre il tunnel la luce c’è, può esserci. E lo grida al mondo, alle donne che subiscono violenza e agli uomini che ogni giorno, sui viali delle città e non solo, fomentano dolore.

Chiara Affronte

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