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Saluzzo e la privacy distrutta delle ragazze

La 27Ora
06 09 2013

C’era bisogno di questa esibizione? Si doveva proprio passare davanti le telecamere e ai taccuini?

Riassumo: l’altro giorno davanti alla scuola dello scandalo di Saluzzo si sono presentati un uomo e una ragazzina. Lei era la più giovane delle due liceali con le quali il professore del Soleri ha avuto una relazione sessuale (trattasi di violenza sessuale con abuso di autorità e di pornografia minorile, secondo le accuse della procura). Lui era suo padre.

La domanda, quindi, va prima di tutto a lui: se anche l’incontro della ragazza con la preside fosse stato necessario, ci voleva tanto a organizzarlo senza questa specie di “sfilata” umiliante e imbarazzante per tutti? E, nel caso che sapesse del suo arrivo, la domanda va anche alla preside: non era forse il caso di fissare un appuntamento un po’ più riservato? E infine una domanda c’è anche per noi giornalisti. Siamo davvero sicuri di sapere dov’è il limite invalicabile di storie come queste? Siamo sicuri che sia giusto suonare alle porte delle vittime di reati così delicati una, due, cento volte? Ho provato a parlarne con alcuni colleghi/e nei giorni scorsi. Qualcuno mi ha risposto: sì ma adesso le due ragazze sono maggiorenni. E allora? Che significa? Che si può piazzare la telecamera in faccia con più disinvoltura?

Riprendere la ragazza vittima del prof o assediarla con le domande è in sé una violenza. Tutti abbiamo provato a parlare con l’una o con l’altra. Ma c’è una bella differenza fra l’eventualità di sedersi a un tavolo e raccogliere dettagli con la delicatezza indispensabile e le parole giuste e farlo invece con la modalità “assalto” per caso, per strada.

E va da sé che la differenza delle differenze la fa una cosa sola: che la persona in questione voglia parlare, che voglia raccontare, che voglia mostrarsi. Queste due ragazze non sono dell’idea e non è difficile capire perché…

La liceale che è arrivata a scuola con il padre dovrà decidere se frequentare proprio lì l’ultimo anno o meno. Sa perfettamente che ovunque vada, in provincia, tutti sapranno che lei è proprio lei. Perché fra gli eccessi di questi giorni di scandalo ci sono stati nomi e numeri diventati pubblici, e non sarebbe dovuto accadere. Dovunque andrà, in provincia, le chiederanno da dove arrivi. E non sarà difficile collegarla allo scandalo quando dirà che viene dal Soleri o da Saluzzo.

È uno dei tanti danni dell’iperinformazione. Sperando di fare tesoro di tutto questo, in futuro.

Giusi Fasano

AgoraVox
05 09 2013

Ricordate la quindicenne delle isole Maldive che a febbraio era stata condannata a 100 frustate e otto mesi di arresti domiciliari per “fornicazione”? Ne demmo notizia qui e la vicenda, giustamente, suscitò l’indignazione dei nostri lettori.

La giustizia maldiviana, pensando di evitare troppe polemiche, aveva tenuto a precisare che l’imputata era stata condannata per aver fatto sesso con un uomo diverso dal patrigno che l’aveva violentata per anni. Questi, peraltro, era stato poi incriminato per violenza sessuale (oltre che per omicidio, dopo aver ucciso e sepolto il neonato frutto dello stupro; la madre è stata incriminata per occultamento di cadavere).

All’indignazione seguì una campagna internazionale, promossa da Amnesty International e da altre organizzazioni per i diritti umani, che alla fine di agosto ha ottenuto il risultato sperato: la condanna è stata annullata.

Un risultato importante, che ha impedito che al trauma psicologico di una ragazzina ripetutamente stuprata dal patrigno e per questo rimasta incinta seguisse anche la tortura fisica.

Il passo successivo dev’essere quello di abolire una legge assurda, che punisce un “reato” non riconosciuto dal diritto internazionale con una sanzione disumana e che serve – secondo quanto dichiarò all’epoca della condanna della quindicenne – a “far provare vergogna” per il comportamento avuto.

“Far provare vergogna” quasi sempre alle donne, dato che – secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili, che risalgono al 2011 – 9 condanne su 10 per “fornicazione” sono emesse nei loro confronti.

Speriamo che le nuove autorità delle Maldive (dopodomani si tengono le prime elezioni dalla deposizione del presidente Mohamed Nasheed) si convincano ad abolire questa sanzione e a convenire sul fatto che le donne e le ragazze che hanno subito violenza sessuale devono essere assistite e non condannate alle frustate.

Riccardo Noury

Somalia: stupri e violenze sessuali

  • Martedì, 03 Settembre 2013 09:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
03 09 2013

In Somalia, le donne e le bambine che vivono nei campi improvvisati per le persone sfollate rischiano fortemente di subire stupri e altre forme di violenza sessuale: e’ quanto ha dichiarato oggi Amnesty International, di ritorno da una missione di ricerca nel paese.


I ricercatori di Amnesty International hanno incontrato decine di donne e ragazze, alcune delle quali – una di soli 13 anni – erano state recentemente stuprate. La maggior parte di loro non ha presentato denuncia alla polizia temendo di essere stigmatizzata e nutrendo poca fiducia nella capacita’ o nella volonta’ delle autorita’ di svolgere indagini.

‘Molte delle donne che abbiamo incontrato vivono in rifugi fatti di pezzi di stoffa e di plastica, che non offrono alcuna sicurezza; nel contesto dell’assenza di legge che prevale nel paese e della mancanza di sicurezza all’interno di questi campi, non stupisce affatto che si verifichino questi orribili abusi’ - ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International sulle crisi.

Nella seconda parte di agosto, una ragazza di 14 anni che vive in un campo di Mogadisicio e’ stata stuprata nella sua tenda e si sta appena riprendendo da un attacco di epilessia. Ha raccontato ad Amnesty International:

‘Ho aperto gli occhi e c’era un uomo che mi stava togliendo i vestiti. Ho cercato di urlare ma lui mi ha stretto le mani alla gola. Mia cugina di 4 anni si e’ svegliata e l’uomo le ha detto di stare zitta. Ha fatto quello che voleva fare e se n’e’ andato’.

La nonna della ragazza ha dichiarato ad Amnesty International che i vicini, svegliati dalle urla della ragazza, hanno visto un uomo di 30 anni, con indosso un kikoi (un abito tradizionale) e con un bakor (un bastone da passeggio), allontanarsi dalla tenda e correre via.

Un’altra donna, madre di cinque figli, ha raccontato ad Amnesty International di essere riuscita ad allontanare un uomo armato che era entrato nella sua tenda per stuprarla, agli inizi di agosto. Durante la lotta, l’uomo le ha sparato su entrambe le mani. A seguito di questo episodio, la donna ha perso il figlio di cui era incinta di tre mesi.
Sebbene l’aggressione sia stata segnalata alla polizia, questa non ha aperto alcuna indagine.

Le indagini, i processi e le condanne per stupro e altre forme di violenza sessuale sono un fatto raro in Somalia e pertanto le sopravvissute sono poco incentivate a presentare denuncia alla polizia. Alcune donne hanno subito ulteriori abusi e stigma.

Le procedure eseguite dalla polizia, tra cui interrogatori privi di tatto e invadenti, acuiscono spesso lo stigma nei confronti di chi e’ sopravvissuta alla violenza sessuale. Nonostante l’alto numero di aggressioni sessuali, le poliziotte in servizio sono poche.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2012 in Somalia vi sono stati almeno 1700 casi di stupro nei campi per i profughi interni, il 70 per cento dei quali ad opera di uomini armati che indossavano uniformi governative. Quasi un terzo delle sopravvissute aveva meno di 18 anni.

‘L’incapacita’ e la mancanza di volonta’, da parte delle autorita’ somale, d’indagare su questi crimini e portare i responsabili di fronte alla giustizia, rende le sopravvissute allo stupro ancora piu’ sole e contribuisce al clima d’impunita’ che rende certi gli aggressori che riusciranno a farla franca’ – ha sottolineato Rovera. ‘Occorrono azioni concrete per assicurare giustizia alle vittime e inviare il segnale chiaro e inequivocabile che la violenza sessuale non puo’ essere e non sara’ tollerata’.

Due decenni di conflitto e di carestie periodiche hanno costretto centinaia di migliaia di somali a lasciare le loro case per rifugiarsi in campi sempre piu’ grandi e affollati, nei quali la sicurezza e’ assente e le condizioni umanitarie agghiaccianti. Sebbene le condizioni di sicurezza nel paese siano migliorate, in Somalia c’e’ ancora oltre un milione di sfollati.

Leggi il documento ‘Rape and sexual violence in Somalia – An ongoing epidemic’
http://www.amnesty.it/Somalia-stupri-e-violenza-sessuale-su-donne-e-bambine-sfollate e presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia.

la Repubblica
28 08 2013

CITTA' DEL VATICANO - "Non sei sola". Non si aspettava tanto una donna argentina, vittima di uno stupro, che ha raccontato di aver ricevuto una telefonata di papa Bergoglio.

"Quando ho sentito la voce del Papa mi è sembrato di essere stata toccata dalla mano di Dio" ha raccontato Alejandra Pereyra, 44 anni, al Canale 10 dei servizi radio-televisivi dell'Università Nazionale di Córdova, in Argentina.

Non è la prima volta che Bergoglio risponde personalmente ai fedeli che lo hanno contattato con qualche messaggio. Era già accaduto qualche giorno fa a uno studente di Padova, che ha raccontato di aver ricevuto una telefonata del Pontefice dopo aver lasciato una lettera a Castel Gandolfo.

Anche in questo caso, secondo quanto riferisce il blog d'informazione religiosa 'Il Sismografo', la donna ha detto di aver scritto una mail al Pontefice dieci giorni fa per chiedere aiuto e per denunciare di essere due volte vittima di un'ingiustizia: da un lato oggetto di un abominevole stupro da parte di un poliziotto e dall'altro, dopo la sua coraggiosa denuncia, oggetto continuo di minacce, pressioni e perquisizioni da parte degli inquirenti.

"Alle 15.50 circa di domenica è squillato il mio cellulare e quando ho chiesto chi era mi sono sentita rispondere 'Il Papa'. Sono rimasta pietrificata", ha detto Alejandra Pereyra, residente nella località di Villa del Rosario. Si è trattato, ha aggiunto commossa, di una "conversazione di fede e di fiducia. Il Papa ha ascoltato con molta attenzione il mio racconto. Ora farò di tutto per andare in Vaticano. Lui mi ha detto che mi avrebbe ricevuto".

La signora Pereyra ha sottolineato con forza e determinazione "le coperture giudiziarie" della sua denuncia, e in particolare, ha accusato il "fiscal" del distretto di Rio Segundo, Luis Nazar, che a suo dire non l'avrebbe mai chiamata a dare la sua versione dei fatti mentre l'autore del reato non solo è libero ma ha avuto anche una promozione professionale.

"Il Papa mi ha detto che non sono sola e mi ha chiesto di avere fiducia nella giustizia", ha dichiarato Alejandra, dicendo inoltre di essere rimasta colpita dalla voce del Pontefice.

Infine, ha concluso: "Il Papa mi ha raccontato che riceve migliaia di lettere ogni giorno, ma che ciò che io gli avevo scritto lo aveva emozionato e gli aveva colpito il cuore".

Frontiere news
24 07 2013

Arrestata per aver denunciato uno stupro ai suoi danni.

E’ accaduto a Marte Deborah Dalelv, designer norvegese di 24 anni arrestata a Dubai, dove si trovava per lavoro, condannata a 16 mesi di prigione. La sua colpa sarebbe quella di aver avuto un rapporto sessuale al di fuori del matrimonio. Ad aggravare ulteriormente la sua posizione è l’aver abusato, nella stessa sera, di alcol, infrangendo così un’altra legge degli Emirati.

Secondo quanto riportato dalla BBC, al momento della denuncia alla giovane sarebbero stati sequestrati portafoglio e passaporto e pochi giorni dopo sarebbe arrivata l’accusa, maggiore di quella del suo aggressore, tra l’altro suo collega, condannato invece a 13 mesi.

Il Ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide, parla della sentenza come di “uno schiaffo alla nozione di giustizia”, in quanto “è strano che una persona che denuncia uno stupro sia condannata per delle azioni che da noi non sono nemmeno dei reati”.

Proprio mentre si attendeva la sentenza di appello è arrivata la notizia del rilascio di Marte. La ragazza, che viveva in libertà vigilata all’interno di un luogo di culto norvegese, ha potuto così lasciare Dubai. Grande peso deve aver avuto la protesta del governo norvegese, così come le innumerevoli proteste da parte dei gruppi per i diritti umani che in breve tempo hanno invaso la rete.

Lo conferma con un tweet anche la Eide: ”Marte è stata rilasciata! – scrive – Grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato”.

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