alessia

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Connessioni Precarie
29 09 2015

Sono stato in Grecia nei giorni delle elezioni e in quelli successivi e, leggendo la maggior parte dei commenti scritti al riguardo dall’estero (ma in alcuni casi anche in Grecia) ho avuto una sensazione di disagio, di discrepanza, al punto che mi sono chiesto se quei testi stessero davvero parlando degli eventi di cui avevo appena fatto esperienza. Forse questo non dovrebbe sorprendere, perché la situazione che stiamo vivendo è estremamente sfaccettata, è senza precedenti, e i modelli che abbiamo a disposizione per pensarla e darne ragione sono inadeguati. Qui perciò non ho la pretesa di dire «la vera verità» o restituire un’«immagine reale» contro una «falsificata». Cercherò solo di offrire un altro punto di vista per leggere questa complessità.

Tra quelli che hanno commentato i risultati delle elezioni, alcuni hanno espresso disperazione per ciò che percepiscono come «un affare macabro che ha condotto al funerale del primo governo radicale di sinistra che si vedesse in Europa da una generazione». Altri, che non vogliono abbandonarsi al pessimismo, hanno cercato di immergersi nell’aritmetica elettorale e nelle cifre e hanno invocato l’alto tasso di astensionismo per provare che «i media si sbagliano nel presentare la vittoria di SYRIZA come la ratifica dell’austerity da parte del popolo greco»[1]. In effetti, questa lettura offerta dai media è sbagliata, ma non per la ragione appena enunciata. Tanto la versione «pessimistica» quanto quella «ottimistica» sono basate su una lettura che dà per scontati i numeri delle elezioni, gli obiettivi politici e i programmi dichiarati dai candidati. Ma non è tutto qui. Bisognerebbe infatti tenere presente che in politica (come altrove) una grande parte della comunicazione è messa in atto tacitamente o indirettamente, e ciò vale anche – e soprattutto – per la comunicazione di «un popolo che afferma la propria volontà sovrana». Anche in politica agisce una cosa chiamata intimità culturale (per usare un’espressione coniata dall’antropologo Michael Herzfeld, che ha condotto una lunga ricerca sul campo proprio in Grecia)[2]. Intimità culturale è un’espressione ricca e delicata, ma in questo articolo la userò per indicare il sotto-testo spesso invisibile che fa da complemento a ciò che è detto apertamente e pubblicamente e può anche trasformarlo o alterarlo.

Non sto parlando di qualcosa di mistico o soprannaturale. L’intimità politica si può esprimere anche in cifre, ammesso che si facciano le domande giuste. In questo caso, molte cose possono rivelarsi differenti a seconda di dove volgiamo lo sguardo. Ad esempio, un’agenzia statistica (non greca) ha fatto alcune delle domande giuste in un sondaggio realizzato in Grecia subito prima delle elezioni. Una delle domande era: «credi che il Memorandum d’Intesa tra il governo greco e i suoi creditori sarà implementato»? Questo è ciò che hanno scoperto e che hanno definito «stupefacente»:

È piuttosto stupefacente che il 64% creda che il terzo Memorandum non sarà implementato, mostrando una grande sfiducia nelle capacità di tutti i partiti politici che si sono impegnati a implementarlo. Oltre a questo, il 79% crede che il Memorandum non migliorerà le condizioni economiche e sociali in Grecia e solo il 15% pensa il contrario. Entrambe le cifre mostrano che negli anni passati i cittadini greci hanno acquisito un’esperienza sufficiente riguardo a ciò che significa implementazione, e rispetto al modo in cui questa implementazione – con le condizioni che implica – avrà effetti sul rendimento economico e sulla stabilità sociale. Nonostante tutto, le risposte a queste domande mandano un chiaro messaggio al prossimo governo e, più in generale, alla classe politica greca e dell’Eurozona (il grassetto è nella versione originale, il corsivo è mio).

Per quanto mi riguarda, l’unica cosa che ho trovato stupefacente è che secondo questo sondaggio esista un 15% che si aspetta seriamente che il Memorandum possa «migliorare le condizioni economiche e sociali della Grecia». Quanto al resto, andrei anche più in là aggiungendo che la prima cifra (che, come qualcuno può aver notato, coincide approssimativamente con la percentuale dell’OXI del referendum del 5 luglio) non solo mostra «una grande sfiducia rispetto alla capacità» di «tutti i partiti politici che si sono impegnati» a implementare il Memorandum, ma anche una grande fiducia verso l’indisponibilità di un partito politico – proprio quello che si è effettivamente impegnato – a implementarlo. In ogni caso, ciò rivela che la società greca è molto meno disperata dei suoi (auto-proclamati) difensori, e che ha in effetti «acquisito abbastanza esperienza riguardo a ciò che significa implementazione». Incidentalmente, si può notare che si tratta di un’espressione inusuale per il linguaggio spesso tecnocratico dei sondaggisti: di fatto, che cosa significa implementazione? E in che cosa consiste l’esperienza acquisita dalla società greca al riguardo?

Esperienza può essere proprio un altro nome per intimità culturale, o per uno dei suoi oggetti privilegiati. Uno dei principali interessi di Herzfeld, infatti, è questa distanza/alterazione che strutturalmente e inevitabilmente interviene tra la proclamazione formale di una legge (o di un principio, o di un accordo) e la sua applicazione, come egli ha recentemente chiarito proprio nel contesto di una discussione sulla crisi e la corruzione in Grecia e più in generale in Europa:

Nessuno sta guardando alle radici simboliche della corruzione. È un termine che ha radici molto profonde nella tradizione giudaico-cristiana – la corruzione della carne –e non credo che uno Stato possa funzionare bene senza un certo grado di ciò che si potrebbe descrivere come l’abilità dei cittadini di «massaggiare» le leggi in modo tale da rendere la vita sopportabile (corsivo mio).

L’esperienza ha insegnato al popolo greco che nessuno dovrebbe aspettarsi nel prossimo futuro che il Consiglio europeo se ne venga fuori dicendo «ok ragazzi, l’austerity in Grecia (e in Europa) è finita». Per questa ragione non avrebbe alcuna utilità per un paese esporsi e insistere con questa rivendicazione; non solo, ma questa rivendicazione non farebbe che esacerbare l’ossessiva insistenza dei cosiddetti «partner» sulle misure punitive.

Quelli che interpretano il risultato elettorale come il prodotto di «disappunto […] apatia politica o cinismo» trovano soddisfazione solo nel dire che, senza questi sentimenti, gli elettori greci avrebbero votato «Unità popolare» (la nuova formazione creata dai politici che si sono separati da SYRIZA accusando il partito di tradimento). Se la gente fosse ancora disposta a combattere l’austerity – secondo questa lettura – avrebbero avuto davanti a sé un’ampia scelta di partiti che pubblicizzano sui loro striscioni la lotta contro l’austerity e contro l’EU, e avrebbero potuto seguire uno di questi. Una simile lettura può suonare convincente sulla carta, ma in pratica la gente sapeva che un voto di questo tipo avrebbe solo significato rivivere un’altra volta ciò che si è già vissuto, forse in termini anche peggiori. Perché se, per supposizione, «Unità popolare» avesse ottenuto il 40%, che cosa sarebbe accaduto poi? Poi, sarebbe stato nominato un nuovo primo ministro di sinistra che sarebbe dovuto andare a Bruxelles a negoziare un accordo. In questo caso, lui o lei avrebbe dovuto affrontare lo stesso ricatto che Tsipras si è trovato davanti e lui o lei sarebbe stato ugualmente disarmato di fronte a esso, se non di più. Nel frattempo, la situazione finanziaria avrebbe continuato a deteriorarsi, senza nessun evidente guadagno in vista come risarcimento.

Per questo ritengo che la bassa percentuale ottenuta dai nuovi o vecchi partiti anti-austerity e anti-EU non sia segno di rassegnazione, ma di prudenza. La prudenza che spinge uno stratega ad abbandonare il fronte quando non può essere più difeso e a spostare le sue forze su obiettivi più fruttuosi. Accettare una sconfitta che è inevitabile e irreversibile non è disfattismo, è un prerequisito per elaborare il lutto e imparare a vivere ancora con ciò che ci è stato lasciato. Da ciò che posso vedere, allora, la moltitudine in Grecia non ha sostenuto la fatalità dell’austerity, ma ha solo abbandonato la fantasia modernista di mantenere il controllo dello Stato nazione e governarlo in un modo migliore, approvando leggi migliori, e così via. Ha deciso di procedere, nel prossimo futuro, lungo un altro percorso: quello che permette di sfuggire allo Stato – e alle organizzazioni interstatali – e alle sue leggi. Ha scelto di praticare – per usare l’espressione di un altro antropologo – «l’arte di non essere governati»[3].

[1] Le citazioni vengono dai social media; preferisco non riportare i nomi degli autori che potrebbero non volerli vedere pubblicati, ma vi assicuro che entrambi i commenti sono veri.

[2] Michael Herzfeld, Cultural Intimacy: Social Poetics in the Nation-state (1997), New York & London: Routledge, 2004.

[3] James C. Scott, The Art of Not Being Governed. An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven & London, 2009.

 

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L’Espresso
29 09 2015

Italia Paese di santi, navigatori e Neet. Arriva anche dall'Ue, numeri alla mano, la conferma che a pagare la crisi sono soprattutto i più giovani. Con la probabilità che quella dei 15-24enni diventi la nuova generazione perduta.
Secondo un report dell'Eurofound , agenzia dell'Ue che si occupa di politiche sociali e lavoro, cresce il rischio di “povertà ed esclusione sociale”. Un'espressione che non significa solo mancanza di lavoro ma anche di partecipazione. Perché chi è escluso sopporta maggiori privazioni economiche, ha meno fiducia nelle istituzioni e non è coinvolto nella vita politica. Una condizione che riguarda un quarto dei giovani europei e che è più diffusa oggi rispetto al 2008 in 20 Paesi Ue su 28.
L'Italia non se la passa meglio. Tutt'altro: il rischio tocca poco meno del 30% dei giovani. Fanno peggio solo Irlanda, Croazia, Lituania, Ungheria, Lettonia, Grecia, Romania e Bulgaria. Se per alcuni di questi Paesi, si fanno sentire una scolarizzazione più modesta o condizioni sanitarie peggiori, per l'Italia la responsabilità dell'esclusione sociale è più univoca: manca il lavoro, almeno quanto la fiducia di un avvenire migliore.

Il record dei Neet
Nel 2014, periodo preso in esame dall'Eurofound, la disoccupazione giovanile in Italia ha toccato il 42,7%. La media Ue è pari alla metà e si avvicina al tasso che l'Italia contava nel 2008. In altre parole: la disoccupazione tra gli under 24 è raddoppiata nell'arco di appena sette anni. Colpa della crisi, certo. Ma non per tutti: nello stesso periodo, la media dei 28 Paesi Ue è aumentata di soli sei punti percentuali.

Il fatto che ci sia qualcuno che “sta peggio di noi” (Croazia, Spagna e Grecia) non è una consolazione. Anche perché l'Italia non si fa mancare un primato: è il Paese con il record di Neet: il 22,1% dei giovani non studia né lavora. Un primato ottenuto con distacco: per entrare nel ristretto club degli Stati con “very high rate” (insieme a Irlanda, Bulgaria, Grecia e Spagna) bastava il 17%. La media Ue si ferma al 12,4%.

Sull'essere Neet pesa la disoccupazione. Ma ancor di più il mercato del lavoro nel suo complesso. L'Italia è, alle spalle della Grecia, il Paese con la più alta incidenza di disoccupazione di lungo termine: il 60% dei senza lavoro non ha un impiego da almeno un anno. Insomma: chi esce dal mercato non riesce a rientrarci. E così perdere il lavoro non è un momento di passaggio da un'impiego all'altro ma una sosta. Spesso prolungata.
Essere escluso per così tanto tempo, afferma l'Eurofound, deve essere motivo di “profonda preoccupazione per l'Ue” perché “può causare conseguenze che si protrarranno per tutta la vita in termini di scarsa occupazione, salari e vita sociale”.

Lo scontro tra generazioni
Se non fosse abbastanza chiaro, gli analisti sottolineano che “i giovani tra i 16 e i 24 anni costituiscono oggi il gruppo con il maggiore rischio di esclusione sociale” e vedono allargarsi sempre di più la forbice con gli over 65. Ossia con i loro padri, zii e nonni.
Disoccupazione, stasi e un confronto generazionale impietoso con chi ti sta accanto sono gli elementi di una bomba sociale pronta ad esplodere: si parla di 13,7 milioni di Neet e 27 milioni di giovani a rischio di esclusione sociale in tutta Europa.

È la stessa Ue, nel suo Youth Report 2015 , a lanciare l'allarme: “I tassi di povertà sono più elevati per i giovani che per la popolazione in generale”. Un divario socioeconomico che espone le nuove generazioni “al rischio di povertà a lungo termine” e non esclude la prospettiva di una “radicalizzazione violenta”.
© Riproduzione riservata 25 settembre 2015

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Cronache di ordinario razzismo
29 09 2015

Esternalizzazione e controlli: si potrebbe sintetizzare con queste due parole l’esito del summit che ieri ha visto riuniti a Bruxelles i capi di governo dei paesi membri dell’Unione Europea. Un incontro focalizzato su quella che il documento diffuso dal Consiglio europeo ha definito una “migrazione senza precedenti e una forte crisi dei rifugiati”. “Non ci sono soluzioni semplici”, ha specificato il Consiglio, per cui “l’unico modo di gestire questa sfida è lavorare insieme”. E in effetti il vertice è stato condotto sulla base di una visione comune: non già, però, basata sull’accoglienza, bensì sul controllo delle frontiere e sul tentativo di mantenere migranti e profughi fuori dal territorio europeo. E’ stato lo stesso presidente del Consiglio europeo Donald Tusk a specificare, aprendo il vertice, l’intento dei capi di governo: “La questione più urgente è come riprendere il controllo delle nostre frontiere esterne”.

Il Consiglio ha sottolineato l’importanza di mantenere i profughi lontano dal territorio europeo. “Così sono più vicini al loro Paese, piuttosto che venire fino a qui in Europa”, ha affermato incredibilmente il presidente francese Francois Hollande. Dunque via libera a fondi specifici per le agenzie – come Unhcr e World Food Programme – coinvolte nella gestione dei campi profughi all’interno dei paesi confinanti con le zone di conflitto. Previsti anche aiuti per gli stati che accolgono milioni di cittadini siriani nei campi profughi, come Libano, Giordania, Turchia. La cooperazione con la Turchia – stato da cui fuggono milioni di curdi a causa della politica del presidente turco Erdogan – verrà incrementata “per meglio fermare e gestire i flussi migratori”.

Quanto a coloro che riescono a raggiungere i confini europei, l’obiettivo comune sembra solo uno: il controllo delle frontiere. “Rafforzare il controllo delle frontiere esterne è fondamentale per far funzionare Schengen”, ha dichiarato il commissario all’immigrazione Dimitri Avramopoulos. In questo senso è previsto un aumento delle risorse per Frontex, EASO e per l’agenzia di polizia europea Europol. Saranno attivati strumenti per assicurare l’identificazione, la registrazione e il fotosegnalamento dei migranti, con lo specifico obiettivo di favorire i rimpatri. Misure che verranno portate avanti negli hotspot, i centri che verranno aperti già da novembre in Italia e Grecia.

Il premier ungherese Viktor Orban – che si sta distinguendo per ‘accogliere’ i migranti con esercito, carcere e filo spinato – ha proposto che sia l’Europa a portare avanti i controlli sul territorio greco, per impedire l’arrivo di altri profughi. Un’idea tutt’altro che lontana dalla realtà: il commissario Avramopoulos ha annunciato la creazione entro la fine dell’anno di un sistema “operativo ed efficace” di guardia di frontiera e costiera europea, una forza da dislocare dunque lungo i confini sia terrestri sia marittimi dell’Unione.

Nessuna delle proposte più volte avanzate dalle associazioni di tutela dei diritti umani è stata presa in considerazione. Nessun accenno a canali umanitari, nessuna misura per gli ingressi sicuri e legali. Nessuna voce sul miglioramento dell’accoglienza. Nessun impegno alla riforma del Regolamento Dublino III.

Nessuno strumento per impedire alle persone ulteriori sofferenze.

Qui il documento finale

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minima&moralia
29 09 2015

di minima&moralia


Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro uscito nel 2009 per minimum fax.

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

Migranti UngheriaResistenze Meticce, Dinamo Press
29 settembre 2015

La carovana ha attraversato alcuni degli snodi principali della rotta balcanica dei migranti, constatando da vicino come l'attuale flusso, proveniente principalmente dalla Siria, ha fatto saltare alcuni dispositivi della governance europea delle migrazioni. Qui la cronaca multimediale.
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