alessia

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Melting Pot
23 09 2015

 

Opatovac, 23 settembre 2015

La situazione davanti al campo profughi è concitata, a seguito dall’apertura del confine serbo migliaia di persone si stanno dirigendo verso il centro di identificazione, nella speranza di ricevere cure e cibo. Dal campo profughi partono pullman carichi di persone che vanno verso il confine ungherese e da li verso Hegyeshalom, confine austriaco.

Molto forte la tensione tra le persone che attendono da ore di poter entrare, famiglie con bambini, donne e uomini sono in attesa senza ricevere informazioni circa quello che li aspetterà una volta entrati nel campo e quale sia la destinazione dei pullman. La polizia è molto nervosa e impedisce ad attivisti per i diritti umani, associazioni di volontariato e giornalisti di entrare nel campo.


Nella mattinata abbiamo anche registrato la testimonianza di Ari, un ragazzo curdo iracheno che ci ha raccontato che la sua famiglia, per attraversare la Serbia ha dovuto pagare 70 euro a testa, e per attraversare il confine ha dovuto pagare ai corrieri di esseri umani 400 euro, con la minaccia che in caso di mancato pagamento sarebbero stati abbandonati molti chilometri dal campo profughi. “Vorrei raggiungere i miei parenti in Inghilterra, ma so che non mi ci faranno mai arrivare”, aggiunge.

Quello che sta accadendo in queste ore ripropone con forza la necessità di creare corridoi umanitari sicuri per permettere a queste persone di arrivare a destinazione risparmiandogli inutili difficoltà. Si riconferma una volta di più il fatto che la gestione dell’accoglienza è totalmente delegata ai singoli paesi che di volta in volta si trovano a dover gestire situazioni di grave emergenza.

Fintanto che l’Unione Europea non deciderà di cercare una reale soluzione togliendo dal piatto della discussione egoismi campanilistici, saremo costretti a rivedere queste scene altre decine di volte. Per quanto riguarda i movimenti sociale e le organizzazioni assume sempre più rilevanza politica l’iniziativa che in tanti andremo a fare il prossimo weekend al confine sloveno croato, verso la mobilitazione europea del 17 ottobre a Bruxelles.

Staffetta #overthefortress, 23 settembre 2015

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Dinamo Press
23 09 2015

ai migranti del presidio NoBorder di Ventimiglia un appello in quattro lingue alle istituzioni europee, all'opinione pubblica e alla stampa: "Non torneremo indietro, aprite le frontiere!"

A giugno il governo francese decide di chiudere le frontiere con l’Italia. In risposta a questo blocco tra Ventimiglia e Mentone un gruppo di noi ha deciso di resistere sugli scogli, manifestando la volontà di non fermarsi, di rivendicare la libertà di movimento e l’apertura delle frontiere.

Alla protesta si uniscono molte persone provenienti da tutta Europa. Da qui nasce il Presidio NoBorders, spazio di resistenza ed autogestione, in cui migranti e solidali vivono insieme ed insieme lottano contro la violenza del confine.

Da giugno la protesta non si è fermata: ogni settimana il Presidio NoBorders manifesta davanti alla frontiera contro gli abusi della polizia di confine e le violente pratiche di respingimento. Rastrellamenti, fermi, detenzioni estenuanti sono all’ordine del giorno sulla frontiera franco-italiana. Quotidianamente alla stazione di Menton Garavan molte persone vengono fatte scendere dai treni, sulla base del colore della pelle e deportate alla stazione di polizia di Frontiera (Paf). Qui attendono per ore, chiuse in containers, senza ricevere informazioni, acqua e cibo. Arbitrariamente la polizia decide se rilasciarli in Francia o respingerli in Italia, dando luogo ad un assurdo “ping-pong” umano.

Siamo fuggiti dalla repressione dei nostri paesi verso l’Europa in cerca di una libertà che ancora una volta ci viene negata. Quel che accade alla frontiera francese è solo una parte di un percorso ad ostacoli che inizia sulle coste del Mediterraneo, dove sin da subito il mito dell’Europa “terra dei diritti” svela il suo volto ipocrita e repressivo. Dov’è la libertà di cui l’Europa si fa vanto quando innalza barriere di filo spinato e indifferenza? Quale attenzione ai diritti umani se la risposta alla domanda d’asilo è il respingimento? Fuggiamo dai campi profughi del nostro paese, nel quale ci viene negata la libertà di movimento, per approdare in un’Europa che ci riserva lo stesso trattamento.

La maggior parte di noi fugge dal Sudan, paese lacerato da una guerra civile in cui dittatori corrotti hanno fomentato conflitti tra etnie, dividendo così la popolazione e perpetuando i loro abusi di potere. In Sudan un partito unico governa da 26 anni; il diritto all’istruzione, alla sanità e ad una vita degna è garantito solo ad una piccola élite. Ogni forma di dissenso è duramente repressa, ma anche la quotidianità è pervasa dal terrore. Rapimenti, carcere, torture, stupri sono gli strumenti di cui il governo si serve per esercitare il controllo ed arginare ogni forma di opposizione. L’accesso all’istruzione è appannaggio di chi si dichiara filogovernativo; la corruzione è così radicata per cui anche curarsi diventa impossibile per chi non ha i mezzi.

Anche in Eritrea si vive nella paura costante dei mercenari armati del governo, che obbliga alla leva militare sin dai 14 anni. La nostra storia è comune a tante altre persone, africane e non , che vedono nell’Europa un rifugio sicuro e la garanzia di una vita degna. Invece, con il suo silenzio complice, l’Europa non solo alimenta e asseconda regimi dittatoriali corrotti nei nostri paesi d’origine, ma chiude le porte a chi da questi regimi cerca di fuggire.

Ed è a quest’Europa che, dal presidio No Borders di Ventimiglia, chiediamo:


-l’immediata apertura della frontiera franco-italiana e la libera circolazione all’interno degli stati europei anche per chi non è cittadino comunitario. Perché i cittadini europei possono circolare liberamente nei nostri paesi, mentre noi qui incontriamo solo confini invalicabili?

– agli stati europei di ammettere le loro responsabilità coloniali nell’aver reso l’Africa un campo di battaglia per lotte intestine favorite da leaders corrotti e facciamo appello all’opinione pubblica affinchè faccia pressione sui propri governi per porre fine al suo silenzio e smetterla di alimentare con armi e finanziamenti regimi dittatoriali

– la revisione del trattato di Dublino III che vincola la domanda di asilo al paese di arrivo, in cui spesso veniamo costretti anche con la forza a rilasciare le impronte digitali. Molti di noi hanno parenti ed amici in paesi che questa legislazione ci impedisce di raggiungere.

– il rispetto del trattato di Ginevra e la garanzia che ci vengano riconosciuti quei diritti di cui l’Europa si fa portavoce

– chiediamo ai governi europei, dal momento che fanno continuamente appello alla tanto decantata “legalità” di rispondere del trattamento violento e repressivoche la polizia ci riserva: sono “legali” le identificazioni forzate, i maltrattamenti? Sono legali le minacce, le percosse della polizia? È legale il continuo processo di criminalizzazione a cui veniamo soggetti appena sbarcati in Europa?

– ai giornalisti di dare voce alle nostre storie oltre gli stereotipi e di denunciare le condizioni disumane in cui viaggiamo anche all’interno della stessa Europa.


L’accoglienza che ci aspettavamo dall’Europa l’abbiamo trovata nelle singole persone, non nei governi. Insieme ai fratelli e alle sorelle del presidio No Borders rivendichiamo la libertà di movimento e l’apertura di ogni frontiera.

WE ARE NOT GOING BACK!

I Migranti del Presidio No Borders Ventimiglia

(EN)

In June 2015 the French government decided to close its borders with Italy. In response to this closure, between Menton and Ventimiglia, some of us chose to resist on the rocks near the border, showing the will not to stop, claiming freedom of movement and demanding the opening of the border. Many people from all over Europe joined our struggle and in this way the Presidio No Border was born, a space where migrants and activists live together and resist the violence of the border. Since June the struggle keeps on going, every week the Presidio demonstrates at the border against the violent practice of denial of entry to France.

Frequent controls, stopping and detention of people are now every day practice at the italian-french border. Every day in the train station of Menton Garavan many people coming from Italy are being stopped and forced to leave the train according to their colour of skin and are deported to border police station. Here they could wait for hours without access to food and water and without being given any further information. Randomly the police chooses either to release those people into France, or to push them back to Italy, creating an absurd human ping pong game.

We escaped from the repression in our own countries to go to Europe, looking for freedom which is denied to us once more. What happens at the French border is just one step of a troubled path which starts at the Mediteranean coast. Here on this coast we experience very soon that the myth of Europe as a “land of human right and freedom” shows its hypocrite and repressive side.

Where is the freedom that Europe is so proud of, when actually it is constructing fences of iron and indifference? What happened to the human rights if the only answer to the asylum seekers is the refusal of their demands?

We escaped from refugee camps in our home countries where we were denied freedom of movement in order to reach Europe which, now, treats us in the same way that we were treated at home.

Many of us escaped from Sudan, where the civil war is still going on, where corrupt dictators have fed ethnic conflicts, have separated the population and go on abusing us. There is only one political party in Sudan which is reigning the country for 26 years; education and access to health care are available to only a small percentage of the population. Each form of opposition is brutally repressed, but also our daily life is full of terror: kidnapping, random jail sentences, torture and rape are tools that our government uses to control and repress us. Education is available only to those who are friend with the government and corruption is so strongly rooted in daily life that even for accessing the health care system you have to pay bribes.

In Eritrea people live in common fear of armed government forces. Military service in Eritrea is compulsory for both, women and men, at the age of 14. Our experience is shared by many other people, Africans and non-Africans, who are seeing in Europe a save shelter and a guarantee of a decent life. Opposing to this, Europe is contributing to the situation in our home countries by staying silent and in this way supporting our corrupt government and in the same time closing its doors for those who want to escape from these regimes.

To this Europe we are demanding from the No Borders camp in Ventimigla:


– the opening of the French-Italian border and freedom of movement within Europe for everyone, both Europeans and non-European citizens. Why can Europeans easily come to our countries when in the same time we find our limits even at the inner-european borders?

– We are appealing to the public opinion of Europena countries- which have colonized Africa, making it a battlefield full of internal struggle, fed by corrupt leaders- to pressure their governments in order to stop the silence and the support of our governments by arms and weapons.

– We are demanding the revision of Dublin III to dislink the process of asylum seekers with their first country of arrival in the EU. In the country of arrival we are often forced to give our fingerprints, which ties our asylum seeking process to this country. Many of us have parents, family and friends in other European countries and we can not reach them according to this treaty.

– the treaty of Geneva will be respected and the guarantee of human rights that Europe is so proud of.

– we are asking to European governments since they are always talking about legality: is the violent and repressive behaviour of the border police legal? Are forced identification, mistreatment, blackmail, physical violence legal? Is the ongoing criminalization of us, that we encounter since we are in Europe, legal?

– we ask journalists to report our stories without stereotypes, to report the unhuman condition that we are forced to travel whithin Europe, and to report the brutal practices at the inner-european borders.


The welcoming that we expected from Europe we can only find in individuals, but not in governments. Together with the brothers and sisters of the No Border camp we claim freedom of movement and the opening of all the borders.

We are not going back!

Migrants of the No Border camp in Ventimiglia.

(FR)

En juin le gouvernement français a decide de fermer la frontiere avec l’Italie. Pour protester contre ce blocage entre Menton et Ventimille, nous sommes restes sur les rochers a quelques unEs, demontrant notre volonte de poursuivre et revendicant la liberte de circulation et l ouverture des frontieres. Cette protestation a rallie des personnes venant de toute l’Europe.

C’est comme cela qu est né le Presidio No Border. C’est un espace de resistance autogeré dans lequel migrants et activistes vivent et luttent ensemble contre la violence des frontieres. Depuis juin, cette lutte se continue et chaque semaine le Presidio no Border manifeste devant la frontiere, face à la police contre les éxpulsions. Controles de police, arrestations, detentions extenuantes sont notre quotidien à la frontiere franco-italienne. Chaque jour, à la gare de Menton Garavan des personnes sont sorties du train au regard de la couleur de leur peau et déportées au poste de la Police aux frontiéres. Une fois là bas, ils elles sont enfermè-e-s dans des conteneurs sans eau ni nourriture ni informations sur leur situation. La Police dècide alors arbitrairement de les relacher en France ou de les renvoyer en Italie, créant un étrange “ping pong humain”.

Nous avons fui la répression de notre propre pays, recherchant une liberté qui nous est refusée une fois encore. Ce qui ce passe ici à la frontière franco-italienne est un autre obstacle mis sur notre chemin commencé sur les cotes Méditerranéennes. C’est là où le mythe de l’Europe, terre des droits de l’Homme est apparu dans toute son hypocrisie.

Où est la liberté dont l’Europe est si fiere quand elle erige des barrieres d’acier et d’indifférence? Qu’est-il advenu des droits de l’homme si la seule réponse aux demandeurs d’asile est leur expulsion?

On s’est échappé des camps de refugiés dans nos pays où nous n’avons aucune liberté de mouvement. Nous nous retrouvons maintenant en Europe où nous sommes traités de la meme maniere.

Nous avons fui, pour beaucoup, le Soudan où la Guerre Civile fait toujours rage, où des dictateurs corrompus fomentent des conflits ethniques, divisent le peuple et nous abusent encore et toujours.

Au Soudan il n’y a qu’un parti politique qui régit le pays depuis 26 ans. L’accès à l’education et à la santé ne sont réservés qu’à un trés faible pourcentage de la population. Chaque mouvement d’opposition est reprimé violemment et nous vivons notre quotidien dans la terreur. L’education n’est ouverte qu’aux proches du governement et la corruption est tellement monnaie courante que pour accéder aux soins on doit payer des bakshich.

En Erytrée le peuple vit dans la peur constante de la violence des forces armés du Governement. Le service militaire y est obligatoire pour garçons et filles à l’age de 14 ans.

Notre expérience est partagée par de nombreuses personnes, africaines et non africaines, qui toutes voient en l’Europe un refuge et la garantie d’une vie décente. Face à cela, l’Europe garde le silence supportant de fait les gouvernements corrompus et contribuant donc aux situations locales. Elle ferme, dans le meme temps, ses portes a ceux-celles qui tentent de fuir ces regimes.

Depuis le camp No Border aVentimiglia, nous demandons a cette Europe:


– l’ouverture de la frontiere franco-italienne et la liberté de mouvement en Europe pour tous et toutes europeens ou non. Comment cela se fait-il que les europeens-ennes puissent entrer facilement dans nos pays quand nous ne pouvons meme pas passer une frontiere interne de l Europe.


– Aux pays europeens qui ont colonises l’Afrique, qui en ont fait un champ de bataille, rempli de conflits internes, nourris par des chefs corrompus, a l’opinion publique de ceux-la: faites pression sur les gouvernements afin de briser le silence et d’arreter le soutien a nos gouvernements par l’approvisionnement en armes.

– Nous demandons la revision du traite de Dublin III. Nous reclamons l’arret du lien systematique entre le 1er pays d’arrivee et le processus de demande d’asile. On nous demande trés souvent nos empreintes digitales a l’arrivée [afin de commencer la procedure]. Mais beaucoup d’entre nous avons des parents ou amis qui vivent dans un autre pays, pays que nous ne pouvons donc pas atteindre au regard de ce traite.

– Le respect du traité de Geneve et la garantie des droits de l Homme dont l Europe est tellement fiere.

– Nous demandons aux gouvernements européens qui rappellent toujours le droit et la legalité: est ce que les comportements violents et repressifs de la police sont legaux? Les identifications forcees, les mauvais traitements, les menaces, les coups et autres violences physiques sont-ils legaux? Est- ce-que le processus de criminalisation que nous subissons depuis notre arrivee est legal?

– Nous demandons aux journalistes de rapporter nos histoires sans stereotypes et nos conditions de voyage inhumaines auxquelles nous sommes reduit-e-s en Europe.


>
L’accueil que nous esperions de la part de l’Europe ne se retrouve que dans quelques individu-e-s, mais certainement pas de la part des gouvernements. Ensemble avec les soeurs et les freres du camp no Border, nous reclamons la liberté de circulation et l’ouverture de toutes les frontieres.

“WE ARE NOT GOING BACK”

Les migrant-e-s du campement No Border de Ventimiglia.

[AR]

لن نعود إلى الوراء

في شهر حزيران قررت الحكومة الفرنسية اغلاق الحدود مع ايطاليا مخالفة بذالك اتفاقية “الشنغن”الاروبية. ردا على هذا الاغلاق بين “فينتيميليا” و “مينتون” (على الحدود الفرنسية الايطالية) قررت مجموعة منا المقاومة على الصخور البحرية (على الحدود). باظهار القدرة على عدم الاستسلام و البقاء على مبادئ الحركة و فتح الحدود. في التظاهرة تجمع افراد من كل انحاء اوروبا. من هنا نشأت مجموعة “بلا حدود”، مساحة المقاومة و التنظيم الذاتي. و من هنا بدأ المهاجرين و المتضامنون بالعيش سويا. و معا يناضلون ضد الانتهاكات على الحدود.

من شهر حزيران التظاهرة لم تتوقف : كل اسبوع تظهر مجموعة بلا حدود امام الحاجز الحدودي ضد الشرطة الحدودية و ضد الرد العنيف من قبلهم لمنع الدخول (بدفعهم) ويتم ايقافهم بالحجز لفترات طويلة و مرهقة، و يحصل هذا الامر بكثرة في الحياة اليومية على الحدود الإيطالية الفرنسية بشكل يومي في محطة القطار في مدينة مينتون (محطة مينتون غارافان) الكثير من الناس يتم انزالهم من القطارات على اساس عرقي مبني على لون البشرة ويتم ترحيلهم الى مقرات الشرطة الحدودية وفي مقرات الشرطة الحدودية يتم احتجازهم لساعات، في كونتينرات مغلقة بدون ان يحصلوا على اي معلومة او حتى طعام، اعطباطيا و بدون اي خلفية قانونية او رسمية، الشرطة تقرر إن تركهم في فرنسا او تعيدهم الى ايطاليا. وبذالك اخترعوا لعبة البينغ بونغ البشري. لقد هربنا (اللاجئين) من الظلم والاضتهاد في بلادنا الى اوروبا بحثا عن الحرية حتى نجد امامنا المزيد من الظلم والاضتهاد ضدنا. ما حدث غلى الحدود الفرنسية الايطالية ما هو الا جزء بسيط من الرحلة مليئة بالمطبات و العثرات والتي بدأت على شواطئ البحر الابيض المتوسط، ومنذ البداية تحولت فكرة اوروبا و أسطورة ارض الحريات و ارض الحقوق و اظهرت جانبها المنافق و الكابت للحريات.

اين هي الحريات التي تزعم اوروبا دعمها و حمايتها واوروبا ذاتها تبني الاسوار والحواجز الشائكة بدون تفرقة؟ اين هي حقوق الانسان والحريات عندما تطرد اوروبا الطالبين اللجوء الانساني بدلا من استقبالهم؟

هربنا من مخيمات اللاجئين في بلادنا التي تمنع فيها الحريات اساسا ومنها حرية الحركة، حتى نذهب الى اوروبا التي تعاملنا بنفس الاسلوب. الجزء الاكبر منا لجأ وهرب من السودان بلد تمزقه الحرب الاهلية، واستفاد القادة الديكتاتوريين من النزعات الطائفية لتغذية الحرب ومصالحهم، وقد قسموا الشعب واستمروا باستغلال قوتهم وصلاحيتهم.

في السودان هناك حزب حاكم واحد يحكم منذ 26 عام، و قد اصبح التعليم و الصحة و الحياة الكريمة حصرا على جزء بسيط من النخبة. كل اشكال المقاومة يتم قمعها بالقوة وحتى الحياة اليومية اصبحت مليئة بالرعب والارهاب. خطف، سجن، تعذيب: واغتصاب هي الادوات والوسائل التي تستخدم من قبل الحكومة والدولة للتحكم والسيطرة على اي نوع من انواع المعارضة. حتى في إيريتريا نعيش نفس الوضعية، حياة مليئة بمخاطر مرتزقة الأسلحة، حيث يجبروننا منذ سن 14 على تقديم الخدمة العسكرية. وضعياتنا تتشابه إفريقيين او غير كنا، يرونا في أروبا شاطئ الأمان.

ومن مقر إعتصام “لا للحدود” بفنتيميليا، نطالب من أوروبا:

بالفتح الفوري للحدود الإيطالية-الفرنسية و حرية التنقل في داخل الفضاء الأوروبي لمن يحمل جنسية مغايرة للمنظومة الدول الأوروبية. لأن الأوروبيون يتنقلون بحرية في بلداننا. على الدول الاوروبيه تحمل مسؤوليتهم الإستعمارية حيث حولو الأراضي الإفريقية إلى ساحات حرب بإشعال الحروب الداخليه التي هم سبب فيها والمواصلة في إفتعال هذه الحروب بدعم الحكام الدكتاتوريين وتسليحهم. كم نتوجه إلى الرأي العام بالضغط على حكوماتهم للتحرك الفعلي.

نطالب بإعادة النظر في معاهدة دبلن3 التي تعرقل الحصول على حق اللجوء حيث لا يمكن طلب حق اللجوء إلا عند اول بلد وقع الوصول فيه، كما الكف عن إجبارنا بأخذ البصمات بطريقة غير إرادية وحيث تنص المعاهدة على إعطاء البصمات في أول بلد أوربي وصلت إليها ويترتب على ذلك عجزك عن اللحاق بالأهل في البلدان الأوربية الأخرى. نطالب باحترام معاهدة جنيف وضمان الحقوق التي تتدعي أوروبا مناصرة لها. نسأل الحكومات الأوربية ، في الوقت الذي يطالبون فيه بالشرعية ، الإجابة عن المعاملات التعسفية والقمعية التي قامت بها قوات الأمن منها، سوء العاملة، التهديدات، الضرب، إستمرار تجريم اللاجئين الجدد.

نتوجه للصحافيين بدعوة إيصال صوتنا والتعريف بوضعيتنا والتنديد بالظروف الغير الإنسانية التي نعاني منها حتى في الفضاء الأوروبي.

الترحيب الذي كنا نحلمو به لم يتأتى من الحكومات بل من الأشخاص. بمعية الأخوات والأخوة لإعتصام “لا للحدود” نطالب بحرية التنقل وفتح الحدود.

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La Repubblica
23 09 2015

CITTÀ DEL MESSICO - Fino a un anno fa, Gildardo López Astillo era uno sconosciuto, uno dei tanti affiliati al cartello criminale messicano Guerreros Unidos. I media iniziarono a parlare di lui nell'ottobre 2014, quando nella città di Iguala apparse una narcomanta, uno striscione scritto su un lenzuolo, in cui si accusava le autorità di essere colluse con il narcotraffico, e affermava che i 43 studenti di Ayotzinapa scomparsi il 26 settembre 2014 erano vivi.

López Astillo, meglio conosciuto come El Cabo Gil, è stato arrestato il 16 settembre nei pressi di Iguala, da cui non si è mai allontanato perché sapeva di godere della protezione della polizia.

A dieci giorni dell'anniversario dell'attacco del 26 settembre - durante il quale 6 persone sono state uccise, più di 40 ferite e 43 fatte sparire - è stata annunciata la cattura dell'uomo che la ricostruzione ufficiale diffusa lo scorso gennaio indica come esecutore materiale dell'uccisione degli studenti. Ricostruzione che la procura generale della Repubblica (PGR) ha definito "verità storica", ma che è stata presto contraddetta da inchieste giornalistiche e da analisi di esperti indipendenti.

Secondo la "verità storica" della magistratura, alcuni tra i 111 detenuti per il caso di Ayotzinapa hanno dichiarato che la Polizia Municipale avrebbe consegnato i ragazzi al Cabo Gil. Dopo averli identificati come integranti del cartello rivale de Los Rojos, l'uomo li avrebbe portati nella discarica di Cocula per ucciderli, bruciarli e gettare le loro ceneri nel fiume San Juan, all'interno di una borsa. "Non li troveranno mai, li abbiamo polverizzati e gettati in acqua", scrisse in un sms al suo capo, Sidronio Casarrubias Salgado.

Il giorno successivo alla detenzione del Cabo Gil, il governo messicano ha reso pubblica un'altra prova a sostegno della ricostruzione ufficiale dei fatti. Il 17 settembre le autorità hanno annunciato che, grazie alle analisi dei frammenti ossei contenuti nella borsa rinvenuta nel fiume San Juan, l'università di Innsbruck ha identificato il dna di un secondo studente di Ayotzinapa: Jhosivani Guerrero de la Cruz. I suoi genitori lo hanno scoperto guardando la televisione.

Tutto sembra tornare. I colpevoli vengono assicurati alla giustizia e i desaparecidos ricompaiono. Sotto forma di frammenti ossei e cenere, ma almeno le famiglie smetteranno di aspettarli e reclamarli. "Non crediamo alla versione della procura. La procura inventa le prove, fa quadrare le sue ipotesi", ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori dei ragazzi scomparsi, che hanno convocato una manifestazione a Città del Messico sabato prossimo in occasione dell'anniversario della scomparsa.
Studenti scomparsi in Messico, sabato in piazza mentre la procura difende la 'sua' verità
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La sfiducia di Felipe de la Cruz non è solo una reazione al dolore per la sparizione del figlio. Secondo un sondaggio dell'istituto Parametrí a, il 64% della popolazione messicana non crede alla versione diffusa dalla procura sul caso Ayotzinapa. E non stupisce, visto che nei mesi scorsi numerose inchieste giornalistiche hanno portato a galla le incongruenze presenti nella ricostruzione del caso, tra cui un dettaglio grottesco: quella notte, a Cocula, stava piovendo sul presunto rogo di corpi.

Anche gli esperti del Equipo Argentino de Antropologí a Forense (EAAF), che hanno svolto un'indagine forense indipendente, hanno sollevato dubbi. Secondo i periti argentini, nella discarica di Cocula non sono stati trovati i resti di nessuno studente, ed è solo una probabilità "bassa in termini statistici" che i frammenti ossei analizzati dall'Università di Innsbruck appartengano a Jhosivani Guerrero de la Cruz. Non esiste invece nessun dubbio sull'accertamento dell'identità, avvenuto a dicembre, dello studente Alexander Mora, i cui frammenti ossei si trovavano nella stessa borsa.

Il colpo di grazia alla ricostruzione dei magistrati messicani è arrivato il 6 settembre scorso, quando un gruppo di esperti indipendenti nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) ha presentato il risultato di una ricerca durata sei mesi. "Gli studenti non sono stati bruciati a Cocula, il nostro perito lo ha determinato a partire dall'analisi delle condizioni oggettive della discarica. E abbiamo riscontrato forti incongruenze tra le dichiarazioni degli imputati sulla dinamica dei fatti", avverte in intervista Carlos Baristain, uno degli esperti che ha partecipato all'indagine.

Il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (Giei) ha dimostrato che gli studenti non erano stati confusi con narcotrafficanti, e che la Polizia Federale e l'esercito hanno preso parte all'aggressione. La procura ne era a conoscenza, ma lo ha occultato. Le autorità sapevano anche dell'esistenza di un quinto autobus, che non compare nella ricostruzione ufficiale. Si tratta di uno dei pullman che i ragazzi avevano occupato ad Iguala e che probabilmente veniva utilizzato per trasportare droga, all'insaputa dei giovani. Secondo gli esperti, questo autobus potrebbe rappresentare il movente dell'attacco.

"Gli elementi su cui non si è indagato, che sono stati occultati e omessi nell'inchiesta della procura sono molti. Abbiamo fatto delle raccomandazioni alle autorità che speriamo vengano accolte, il nostro lavoro è un'opportunità per lo stato messicano, è un contributo alla lotta contro l'impunità nel paese", conclude Carlos Baristain.

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minima&moralia
23 09 2015

Ho sempre trovato odioso il modo in cui Erri De Luca scrive. Enfatico, ricattatorio, autocelebratico, dannunziano, kitsch. Ho trovato le sue posizioni sulla sua militanza in Lotta Continua narcisistiche e irrispettose per i compagni di allora e per il movimento in generale, oltre che politicamente ingenue, vigliacche, sbagliate.
Qualche anno fa sullo Straniero uscì un pezzo di Vittorio Giacopini durissimo intitolato La politica come estetica e come ginnastica.
Giacopini faceva una disamina senza appello dei suoi testi, citando una serie di espressioni che reso il suo stile così celebrato, i suoi libri così popolari, e che per me al contrario l’hanno screditato come scrittore senza possibilità di appello.
Tipo? Citando a caso dai suoi libri e dai suoi articoli:

“Generazione insorta”,
“La comunità divisa e militante, contagiosa”,
“Recinto degli insorti”, la politica come “atletica leggera degli scontri”
la politica come “vento in faccia”,
“E così avanza il giorno per creste, discese, risalite, passaggi in traversata… Oggi è turno di vita… oggi noi siamo cavalieri senza sella di noi stessi”,
“Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in corsa… è vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via… dietro arrivano le truppe in divisa….”,
“Ho la faccia stropicciata da parecchie rughe, intorno agli occhi, sulla fronte. È un disegno sommario comune a molti operai…”,
“Il servizio d’ordine di Lotta Continua fu a nostra iscrizione al Novecento… si era al mondo per terminare un’opera, sigillare un secolo visionario e antibiotico. Siamo stati gli ultimi iscritti a un tempo grandioso e sgangherato”,

“Parliamo tra noi con un residuo di comunismo nella voce che sta forse nel modo di versare il vino al vicino e sembra in bocca a noi una lingua persa, come lo yiddish, lingua bruciata dalla gente bruciata….”

“Avevo 18 anni nel 1968 e quello non era il ballo dei debuttanti, ma la tarantella degli scasati, di quelli che erano usciti di casa”,
“Ficcavo le dita nel cavo delle ascelle, poi portavo al naso, ecco veniva l’odore abbrustolito dei lacrimogeni, il frastuono di gridi in una mischia, colpi, qualcuno a terra, sono io, le guardie addosso… rituffo le dita nelle ascelle, ecco l’odore dei lubrificanti bianchi… di fabbrica…”,
“Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo ha fatto con Euridice… Euridice è il nome… di chi cerca e trova dike, giustizia. Siamo stati un movimento agitato da ragioni di giustizia più che da scopi finali di potere”,

“Le generazioni tornano… Questa di adesso, come la tua… è contemporanea di se stessa, estemporanea al resto… Tu la segui, vai dietro alle sue mosse e alle licenze che le autorità si prendono contro di lei. Tu con le tue passate notizie di piazze arrostite affumicate…”
Etc…
Ma è proprio per questo, perché di De Luca penso che sia un intellettuale disonesto e uno scrittore furbo e mediocre, che ritengo assurda, spregevole, ributtante la richiesta della procura di Torino di condannarlo a otto mesi di reclusione per istigazione a delinquere perché ha invitato a sabotare i lavori della Tav – sabotaggio che invece io ritengo legittimo.
Ecco qui: si può essere d’accordo con De Luca sulla battaglia contro la Tav, si può essere allucinati per la richiesta di condanna e carcerazione, e si può pensare che scriva davvero male.
Le parole che non ci piacciono si difendono e si combattono con altre parole, non con i processi.

Tutta la solidarietà a Erri De Luca.

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Melting Pot
22 09 2015

La campagna LasciateCIEntrare ha chiesto l’autorizzazione a far entrare al CIE ed al CARA di Caltanissetta una delegazione di attivisti per il giorno 8 settembre. Nella risposta viene esplicitato che alcuni componenti non possono entrare, senza specificare le motivazioni e senza dare una risposta ad una nostra richiesta presentata per iscritto. Nel CIE possono, invece, accedere solo 3 persone per motivi di sicurezza. In passato siamo entrati nei CIE anche con delegazioni di 15 persone.

Inoltre il testo così recita: "Si ricorda che gli eventuali colloqui con gli ospiti maggiorenni dovranno essere condotti previa informativa sul loro scopo ed utilizzo finale e gli immigrati prescelti dovranno rilasciare il proprio consenso libero ed informato". Ancora una volta, come da molti mesi a questa parte, ci viene detto che non possiamo fare riprese video e fotografiche.

Limitazioni di numero di persone all’accesso. Limitazione di parola. Niente foto. Niente riprese. Cos’hanno da nascondere per costruire tante barriere?

Come Campagna ci battiamo da anni per il diritto all’informazione, facendo in modo che i migranti possano portare la loro voce al di fuori di un luogo in cui sono resi invisibili e silenziati. Adesso si sta facendo di tutto per rendere invisibile anche la voce della società civile.

Sappiamo che all’interno del centro di identificazione ed espulsione sono da poco arrivati cittadini del Maghreb sbarcati da alcuni. Considerando l’alto numero che registriamo negli anni di respingimenti illegittimi, decidiamo comunque di accettare ed entriamo. Proviamo a squarciare il silenzio. La delegazione è composta da Yasmine Accardo, Pinuccia Rustico, Salvatore Cavallo e Giovanna Vaccaro.

Il primo passaggio che si effettua, entrando nel centro governativo di Pian del Lago (il quale, oltre al CIE, comprende due aree adibite a Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo, se così può definirsi un’area allestita con container), è quello alla postazione dei militari addetti al rilascio del pass d’accesso al centro, su consegna dei documenti di identità e dopo un’ispezione degli zaini e borse che abbiamo con noi. Il controllo con il metal detector pare invece essere riservato agli ospiti ogni volta che entrano ed escono.

Mentre attendiamo di ricevere tutti i pass, alcuni giovani migranti che erano fuori dai cancelli, si avvicinano a noi con dei certificati di nascita dai quali risultano minori. Li segnaliamo al responsabile della Questura che dice loro di attendere e che presto qualcuno dall’ufficio sarebbe andato a prenderli per identificarli. Chiediamo quale sarà la procedura e ci dice che , dopo i rilievi fotodattiloscopici , sarà la stessa Questura a cercare una comunità dove poterli collocare. L’ufficio addetto del Comune non sembra in effetti essere attivo in questo senso.

Se non ci fosse stato il fortuito incontro con noi, questi minori sarebbero stati destinati ad attendere intere settimane insieme alle altre decine di migranti che avevamo visto fuori dai cancelli, seduti sotto il sole, prima di riuscire ad accedere agli uffici della Questura, che sono stati trasferiti da alcuni anni all’interno del centro di Pian del Lago. Così, qualsiasi cittadino straniero debba disbrigare qualsiasi tipo di pratica che riguardi il suo status, è costretto a recarsi in questo luogo militarizzato. Lungo il tragitto di 6 chilometri che separa la città dal centro, abbiamo incontrato diversi gruppi di migranti a piedi. Percorrono 6 chilometri ad andare e 6 per tornare. Qui non passano mezzi pubblici. Centinaia di persone camminano su una strada in gran parte senza marciapiede, e che di sera non ha illuminazione.

Qualcuno su questa strada ci è anche morto, investito da una macchina, di sera.

Le gran parte dei migranti che siedono fuori dal centro aspettano dunque di poter essere identificati e fare richiesta di protezione internazionale. Per poter gestire il grande afflusso di richiedenti asilo che si presentano quotidianamente, la Questura ha messo in atto la (dubbia) prassi di raccogliere i loro nomi in una lista informale e di chiamarli, di volta in volta, seguendo l’ordine della lista, in base alla disponibilità di posti nei centri di accoglienza. Solo a quel punto i migranti (che rimangono in attesa per settimane) vengono identificati e possono formalizzare la domanda d’asilo, per poi essere traferiti in centri di accoglienza della provincia e di tutto il territorio nazionale. Ci dice il responsabile della Questura che, dallo scorso mese, vengono effettuati circa 200 traferimenti settimanali verso strutture del centro e nord Italia.

Ci dice anche che molti migranti vengono a chiedere asilo a Caltanissetta nonostante non sia un luogo di frontiera, perché i tempi di rilascio dei permessi sono più brevi che altrove e ci dice chiaramente che per evitare la ressa, anche l’ufficio Immigrazione della Questura si è adeguato alle altre questure dilungando i tempi di rilascio del permesso. L’adeguamento può considerarsi raggiunto con successo, poiché anche per il rinnovo del permesso di soggiorno c’è un’attesa di ben 8 mesi, e, nel frattempo, la sola documentazione che rimane in possesso del cittadino straniero è un foglietto senza timbro ne’ intestazione, recante solo la data dell’appuntamento del giorno in cui verrà presa in carico la pratica e rilasciato il cedolino attestante la pendenza della procedura di rinnovo del permesso di soggiorno.

Ad accompagnarci nella visita ci sono anche il rappresentante della Prefettura (Vice-prefetto aggiunto e presidente della Commissione Territoriale) e diversi operatori dipendenti dell’ente gestore Auxilium, tra i quali operatori generici, informatori legali e asssistenti sociali. Con questo seguito cominciamo la nostra "visita" del centro governativo di Pian del Lago.

Il centro è formato da due parti: una più piccola costituita da blocchi di cemento ed una grande area costituita da container. Dietro queste strutture, doppiamente recintato con sbarre altissime, di oltre nove metri, si erge il CIE presidiato dalle diverse forze dell’ordine (carabienieri, guardia di finanza, carabienieri) e dall’ esercito.

Davanti al cancello si trovano le aree amministrative: l’ufficio dove la PS sottopone agli esami fotodattiloscopici i migranti.

Nella zona antistante il CARA si riunisce la Commissione Territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. In media i tempi di attesa per la data dell’audizione che ci vengono comunicati dal rappresentante della Questura sono di 8- 12 mesi, sempre che il richiedente non risulti già foto-segnalato in un altro Stato. In questo caso passano altri due/ sei mesi per gli accertamenti necessari in base al regolamento Dublino.

Il rappresentante della Prefettura-Presidente della Commissione, ci spiega che la Commissione è attiva tutti i giorni ed effettua giornalmente una media di 12 audizioni. Per i trattenuti nel CIE ci viene detto che il tempo di attesa per le audizioni è ridotto a due settimane dalla convalida del trattenimento e la decisione della Commissione è pressochè immediata. Quindi i tempi dell’intera procedura ammontano a 20 giorni circa.

La direttrice del centro ci comunica che le persone attualmente trattenute nel CIE sono 65, mentre nel CARA ci sono 496 richidenti asilo ( 362 nel CARA e 134 nel CDA, nonostante la differenza di denominazione, sono entrambi usati come CARA e permane una divisione solo spaziale). Le nazionalità principali di provenienza sono: Pakistan, Afghanistan, Mali.I tempi di permanenza all’interno sono di 14 mesi . Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, ci tiene a precisare il responsabile della Questura, "vengono immediatamente - citando testualmente le sue parole- sbattuti fuori dal centro”.Ci viene detto che al momento non ci sono donne. Vediamo passare una donna con passeggino. Sarà una migrante diretta soltanto all’ufficio immigrazione. Non abbiamo modo di chiedere. Veniamo condotti velocemente verso la zona delle case di cemento. Vorremmo entrare con calma ma il rappresentante della Questura sottolinea che entreremo nel CIE se ci sono le condizioni ed il tempo. Aumentiamo il passo,guardiamo da lontano la zona delle case di cemento. Qualcuno è appeso con le mani alla rete che separa il blocco dal resto del centro. Guardiamo attraverso la porta di uno degli edifici in miniatura, ma vediamo solo alcuni migranti uscire e guardarci. Nessuno di loro si avvicina, né sembra aver voglia di parlare. Gli occhi fissi nel vuoto.

Intanto accelleriamo il passo e ci dirigiamo verso la zona container, mentre ci viene illustrato come funziona bene il servizio informativo legale ed il servizio formazione lavoro ed i progetti in corso. Secondo loro ogni servizio funziona alla perfezione. Quando poniamo alcune domande sul trattamento riservato ai soggetti vulnerabili, intervengono immediatamente le psicologhe.

Da quello che ci viene raccontato sembrerebbe che una folta schiera di operatori generici e specializzati siano al servizio del centro: ben 106 è il numero totale di operatori che ci viene comunicato. E qui sorge il grande mistero dei mediatori, appena 8, che supportano gli operatori addetti ai servizi alla persona: gli assistenti sociali si appoggiano a loro, le psicologhe svolgono i colloqui supportati da loro, i medici comunicano con i pazienti attraverso loro, e, ovviamente, anche gli informatori legali non possono che affidarsi a loro per assicurare il servizio di consulenza legale.

Intanto ci guardiamo intorno. I migranti seduti a terra o che gironzolano intorno alle case container(35 in tutto): un deja vu. Vorrebbero avvicinarsi ma siamo circondati da un muro di operatori. Desistono. Cosi proviamo ad avvicinarci anche solo per vedere meglio nelle case container: uno splendido esempio di slum! Letti a castello, almeno 12/ 14 posti. Rigorosamente spazi angusti.I migranti si portano il cibo lì. All’esterno di ognuno un condizionatore in bell’esposizione. "Funzionano?" "Certo!" è la risposta, eppure da sempre gli ospiti che incontriamo furoi dai centri ci dicono di soffrire il freddo di inverno e morire dal caldo in estate.

I servizi igienici di questa parte di centro sono anch’essi allestiti in container, ciascuno dei quali è fornito di 6 docce 12 wc. Ci sono poi altri 2 container più piccoli, ma non funzionanti. In totale, sommando i due tipi di strutture, ci sono circa 48 wc! Un numero assolutamente inadeguato alla capienza del centro, soprattutto tenendo conto che solo il 10% di questi risulta essere funzionante. Ovviamente le condizioni sono pessime. Il fetore si sente dall’esterno. Da uno cola liquame. " Si lo sappiamo abbiamo chiesto di farli cambiare!" risponde pronta la direttrice che aggiunge, che, finalmente, il giorno dopo sarebbero arrivati quelli nuovi. Decidiamo di andare oltre mentre ascoltiamo la psicologa che ci illustra i programmi per soggetti vulnerabili. Ci basta lo sguardo sospeso di 4 ragazzi pakistani: la delusione, il dolore, la resa.

Un’operatrice ci spiega che ad ogni ospite viene consegnata una chiavetta che viene ricaricata con 2,50 euro al giorno utilizzabile solo all’interno del Cara per acquistare bevande, sigarette o schede telefoniche

Ai richiedenti asilo non vengono mai dati contanti.Quando possono uscire dalla struttura e andare in città non possono ne’ comprare un biglietto dell’autobus ne’ prendere un caffè, dovessero mai entrare nel mondo fuori dal ghetto . La risposta di sempre rispetto alla possibilità del pagamento in cash è: non è possibile e la modalità di erogazione adottata da loro è quella prevista nel capitolato d’appalto. Quando facciamo loro notare che altri centri si sono attrezzati per garantire l’erogazione del pocket money in contanti, la direttrice del centro e il rappresentante della Prefettura ne parlano come una prassi sbagliata che causa loro anche delle difficoltà..

Gli orari di entrata e uscita dal centro sono dalle ore 10 del mattino alle ore 20, ma dipende dall’operatore a cui si chiede, perché alla stessa domanda altri hanno risposto dalle 8 alle 19, aggiungendo che però c’è la massima elasticità sull’orario.. forse è dovuto a questa l’approssimazione numerica..

Corriamo alla mensa. Una stanza con pochi tavoli. La distribuzione del cibo dura un’ora e mezza.Ci sarà posto per 60 persone al massimo. Eppure in questa parte di centro ci vivono in 362. Chiediamo se le quantità di cibo siano sufficienti. " Certo ce n’è anche per il bis!". Sulla qualità non possono che ammettere le continue proteste , ma per comprovare la bontà del cibo ci dicono che loro lo mangiano ogni giorno senza problemi. Il catering è ovviamente esterno e se ne occupa la stessa ditta che fornisce i pasti dei centri gestiti in provincia di Roma (CARA di Ponte Nuovo e Cie di Ponte Galeria).Si fa di tutto perché ognuno mangi tranquillo nella propria stanza, pazienza se è un container con altre 12 persone senza sedie e con i letti a castello .

Chiediamo informazioni sui servizi di assistenza alla persona e sullo staff specializzato predisposto. I mediatori e interpreti sono i soliti 8, impiegati sia nel CARA che nel CIE. Si occupano in totale di 480 persone (in un regime di capienza ordinaria). Mentre gli operatori che assicurano l’informativa legale agli ospiti del CARA sono 4, nessuno con il titolo di avvocato ne’ una laurea in giurisprudenza. Avendo per anni raccolto le lamentele degli ospiti rispetto a questo servizio che viene spesso descritto come inesistente, chiediamo agli operatori legali l’orario di servizio: “tutti i giorni, 8 ore al giorno”. Alla richiesta di precisazioni relative agli orari nei diversi giorni della settimana, l’orario di servizio che ci viene illustrato dettagliatamente si ferma al martedì; poi si ritorna alla spiegazione generica della mattina e pomeriggio, un po’ qui e un po’ lì.

La lista degli avvocati consigliati dal servizio di informativa legale, sono quelli dell’elenco di legali abilitati al gratuito patrocinio redatto dal Consiglio dell’ordine del Tribunale di Caltanissetta e trasmesso all’ente gestore dalla Prefettura. In realtà, capita di frequente di vedere in città ex-ospiti del CARA con i biglietti da visita di avvocati che sono stati loro consigliati dal servizio di informativa legale del cara, e i nomi degli avvocati consigliati sembrano essere sembre gli stessi 6-7.

Chiediamo informazioni sul corso di Italiano. Quando chiediamo come vengono divise le classi (tre in totale), ci viene detto che è tutto affidato a tre insegnanti (per oltre 480 persone!?). Chiediamo se si tiene in considerazione la presenza di molti analfabeti in lingua madre. Non ci sono risposte. Ci viene invece detto che alcuni seguono il corso per ottenere il diploma di scuola media. Uno su mille ce la fa! Ci viene poi detto qualcosa su attività di artigianato ma non è chiaro a cosa si riferiscano. Nel CIE sono detenuti attualmente 65 migranti, a fronte dei 96 posti disponibili. Sono prettamente di origine maghrebina: 20 di nazionalità tunisina, 22 marocchina, 22 di nazionalità egiziana, un algerino e un georgiano. Prima di entrare il rappresentante della Questura davanti all’intero staff ci dice con grande orgoglio che la percentuale di rimpatri del CIE di Caltanissetta supera l’80%: 800 rimpatri dall’inizio del 2015 e 1500 nel 2014.

Le convalide del giudice di pace avvengono sempre entro le 96 ore. Chiediamo se sia possibile prendere visione dei procedimenti di convalida, ma non ci viene concesso. Chiediamo se ci siano interpreti ed ogni migrante abbia un avvocato. Ci viene risposto di sì a tutto.

Diversi provano a fare richiesta di protezione internazionale, valutata in pochissimo tempo, scarso il numero di quelli che riescono ad ottenerla. La visita è lampo. Non facciamo in tempo a scambiare le prime parole con un gruppo di marocchini che si affollano alle sbarre, che ci viene detto che" per questioni di sicurezza" possiamo parlare con i migranti ad uno ad uno e solo all’interno di una stanza-container separata dai blocchi. Restiamo interdetti. Continuiamo a parlare con i migranti.

Attaccati alle sbarre intercettiamo subito il volto di due probabili minori. Ci chiedono perché sono lì. Ci dicono che non vogliono restare. Ci sono altri minori, in tutto cinque. Chiediamo com’è possibile che siano lì. Ci viene risposto che hanno già attivato le pratiche per l’rx del polso per il controllo dell’età." I minori qui non ci dovrebbero nemmeno arrivare" rispondiamo. Chiediamo ai migranti se hanno fatto richiesta di protezione internazionale. Alcuni dei quali con cui riusciamo a parlare non vogliono restare in italia. Se ne vogliono andare. Sembra che nessuno li abbia informati che da dove si trovano adesso, senza richiesta d’asilo, ci sarà il rimpatrio. Credono che staranno un po’ lì, non capiscono ancora per quale motivo. Credono che verranno rilasciati. Alcuni sbarcati da pochissimi giorni, ci guardano increduli: perché siamo qui? Quanto ci resteremo?

Non riusciamo a finire di parlare e veniamo invitati ad attendere i migranti all’interno della stanza apposita. "vogliamo parlare con tutti!". "certo" ci rispondono. Ma non vicino alle sbarre. Non possiamo vedere dove vivono. Non possiamo avvicinarci. Animali in gabbia.

Entriamo nella stanza ammessa per le interviste ed incontriamo un uomo iracheno che non vuole saperne di fare richiesta d’asilo in Italia.Vuole andare in Germania. Dove è già stato e da dove è stato poi buttato qui dentro. Ha provato a fare lo sciopero della fame, ma senza ottenere nulla. Non può sentire nessuno della sua famiglia. Sono nel deserto e non ci sono telefoni. E’ disperato. Ha urgenza di farli venire in Europa. Ci mostra le foto dei figli e della moglie. Ha anche una lombosciatalgia che gli provoca continui dolori che non gli curano, se non con antidolorifici. Chiede aiuto. Vuole andarsene. Vuole sapere quando. Deve ricongiungersi al più presto con la sua famiglia. Qui gli creano problemi con i documenti. E’ iracheno ma non gli credono. Il ragazzo che traduce è egiziano, detenuto anche lui, sottolinea che lui parla un altro arabo.

Il ragazzo che sta traducendo è stato accusato di scafismo. Ha scontato 3 anni di carcere, dovevano essere quattro, ma sono stati ridotti per buona condotta. In tre anni non ha mai visto il console. Poi è stato portato qui. Ha un avvocato che lo difende. Continua a ripetere che è stato incastrato e che lui non è uno scafista.

Finito questo colloquio sotto stretto controllo di due persone dello staff, ci alziamo ed andiamo nuovamente a parlare con i ragazzi che ci aspettano alle sbarre. Le informazioni sono rapide, si accavallano l’un l’altra. C’è grandissima confusione. Si aggrappano letteralmente a noi per capire. Per sperare di uscire.

Ci sono due giovani libici, ma qualcuno ha deciso che fossero tunisini. Al momento dell’identificazione da parte del Console tunisino, non sono stati riconosciuti da quest’ultimo, ma restano ancora lì. Non vogliono chiedere asilo in Italia perché vogliono arrivare in Germania e nel frattempo attendono là dentro che scorra il tempo massimo del trattenimento, per poi uscire. Non hanno mai parlato con un avvocato e pare non abbiano compreso l’importanza di farlo. Vogliono andare in Germania e pensano di poterlo fare tranquillamente, una volta usciti dal CIE.

Alcuni sono arrivati da due giorni e vengono da Pozzallo, dove sono sbarcati, ma molti non conoscono neanche il porto di arrivo. Molti di quelli con cui riusciamo ad interagire sono egiziani e tunisini "perché dopo tutte le sofferenze del viaggio anche questo?". Uno parla per tutti, dice di essere siriano e che lui lì proprio non ci potrebbero stare. Vuole sapere perché hanno messo lì anche dei minori. Li fa avvicinare, prendiamo i loro dati. Ognuno dei migranti ci vuole comunicare dati e nomi.

C’è chi ha fatto richiesta di protezione internazionale e grida" ho chiesto asilo! Perché non mi fanno uscire?". Mentre parliamo ci viene continuamente ripetuto che dobbiamo andarcene." E’ l’ora delle visite. E’ l’ora della terapia". Proviamo almeno a finire di ascoltare qualcuno. Ma è impossibile. Troppi tutt’insieme. Cerchiamo fino all’ultimo di prendere e dare informazioni, ma poi siamo costretti ad uscire.

A quel punto, cerchiamo allora di capire di che terapie si tratta, visto che la nostra visita è stata interrotta per questo motivo, e la dottoressa ci risponde che si tratta di cure generiche ed esclude che alcuni dei migranti trattenuti i in questo momento siano sottoposti a terapie a base di psicofarmaci.

Usciamo frastornati. Questa non è una visita. E’ durata circa mezz’ora. Senza poter parlare davvero con tutti, come avremmo voluto. Quello che sappiamo è che queste persone non sono consapevoli dei propri diritti. Quanto tempo può resistere un uomo in una gabbia senza conoscerne il motivo? Senza aver commesso alcun reato? Colpevole per essere salito su una barca? Di essere della nazionalità sbagliata? Come è potuto succedere che sia stato convalidato il decreto di trattenimento di sedicenti minori, prima dell’esito dell’RX?

Segnalati a Save the Children i casi dei sedicenti minori presenti nel CIE, ci viene risposto che dalla verifica prontamente effettuata (ad eccezione di uno che è già stato collocato in comunità) tutti gli altri sono risultati maggiorenni e che sono tutti seguiti da un avvocato. Non sembra sorprendere la convalida di trattenimento nonostante la dichiarazione della minore età, prima dell’esito dell’esame RX. Altra grande incognita è come sia stato possibile che gli avvocati che assistono questi sedicenti minori, non si siano opposti all’illegittimo trattenimento precedente all’esito degli esami.

Venerdì 11 Settembre abbiamo appreso che sono stati messi su un autobus direzione aeroporto 21 cittadini egiziani, tra cui tre minori e due richiedenti asilo (ma potrebbero essercene di più). A questo gruppo di persone vengono sottratti i cellulari. Molti di loro non avevano nemmeno fatto la convalida di trattenimento. Non abbiamo avuto modo di avere notizie più precise. L’avvocato che segue alcuni di loro , che è appartenente al foro di Catania dove segue già decine di richiedenti asilo del CARA di Mineo, ci chiama per chiederci come può opporsi al respingimento. Nel gruppo ci sono quattro suoi assistiti. Cosa deve fare: " Ricorso ex art 39 CEDU". Un avvocato che si occupa di immigrazione e diritto d’asilo dovrebbe saperlo. Altrimenti c’è da chiedersi cosa effettivamente questi avvocati possano fare per i loro assistiti e quali le conseguenze di questa impreparazione nel riconoscimento dei diritti di questi ultimi. Ci sono avvocati che seguono centinaia di ricorsi annui e non si comprende dove trovino oggettivamente il tempo di prepararli.Il patrocinio riconosciuto dallo stato frutta di più sui grandi numeri.

Intanto non si sa che fine abbiano fatto queste 21 persone.

Lunedì 14 Settembre un altro gruppo di 10 tunisini arrivati da 48 ore nel CIE vengono anch’essi rispediti in Tunisia. Nessuno di loro ha incontrato il giudice di pace per la convalida.

Yasmine Accardo, Giovanna Vaccaro, Pinuccia Rustico, Salvatore Cavalli.

vedi sito Tratto da www.lasciatecientrare.it

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