alessia

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Communianet
21 09 2015

Da anni ci battiamo nei nostri territori per un'accoglienza degna, offrendo servizi gratuiti per chi arriva o transita nel nostro paese.

La nostra arma è sempre stata la solidarietà, usata per disinnescare il linguaggio di chi, secondo convenienza, definisce i migranti vittime o invasori. Rivendichiamo un'Europa accogliente e solidale dove il diritto di fuga e di circolazione è garantito a chi cerca un futuro lontano da morte e miseria.

Perciò non possiamo rimanere impassibili davanti ai crimini contro l'umanità che il governo Orban sta commettendo ai confini con la Serbia e la Croazia. Da settimane il governo ungherese sta attuando nel cuore dell'Europa una politica dichiaratamente razzista.

È inaccettabile che vengano eretti muri per fermare una popolazione in fuga dalla guerra.

È inaccettabile che l'esercito si schieri contro persone inermi.

È inaccettabile che siano i fucili ad accogliere chi cerca una via di salvezza in Europa.

Non possiamo rimanere immobili davanti ad una tragedia di enormi proporzioni che ci riporta indietro di 70 anni, ci trascina di colpo nella barbarie dei nazionalismi e dei fascismi che ci illudevamo di avere definitivamente sconfitto.

Non vogliamo far finta di non vedere, assistendo impassibili alle immagini trasmesse dai media.

Per questo anche noi aderiamo all'appello lanciato "dalle donne e dagli uomini scalzi" e saremo il 21 settembre alle 18:00 davanti all'ambasciata ungherese a gridare la nostra rabbia contro il governo neofascista di Orban.

Stay Human

#NoBorders

#RefugeesWelcome

Resistenze Meticce, Esc Atelier, Astra, Lab Puzzle!, Strike Spa, Communia, Senza Confine, A.L.A. (Assemblea Lavoratori dell'Accoglienza), Sans Papiers, L.O.A. Acrobax, Alexis Occupato, Laboratorio 53, C.R.A.P. (Coordinamento Romano Acqua Pubblica)

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Lavoro culturale
21 09 2015

Un nuovo contributo di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, Ricercatori Associati del Progetto (Centre for Research Architecture, Goldsmiths University, Londra), tra coloro che hanno contribuito a fondare la piattaforma Watch The Med.


L’ipotesi che un’imbarcazione in difficoltà venga identificata, avvicinata da mezzi di marina, fotografata e infine lasciata andare alla deriva nel Mediterraneo producendo la morte di sessantatré persone ci impone una riflessione urgente: quale è la relazione che lega le nostre tecnologie di controllo, il dovere di soccorso, e il senso del fotografare?


Fin dall’inizio di quella che è stata chiamata la “crisi migratoria” del Mediterraneo, i media internazionali sono stati sommersi dalle immagini di imbarcazioni sovraffollate che attraversano le frontiere marittime dell’Unione Europea.

Queste immagini, prodotte soprattutto da agenzie di Stato o da giornalisti embedded, circolano in modo indefinito, spesso perdendo ogni riferimento al contesto nel quale sono state scattate.

Sono divenute «immagini fluttuanti» usando i termini di Hito Steyerl, immagini che vanno alla deriva da un articolo all’altro, costantemente disperse come le soggettività dei migranti che ritraggono.[1] Attraverso la loro circolazione infinita, queste immagini rafforzano la sensazione di una invasione, un mito che recentemente alcuni contribute di analisi e ricerca hanno provveduto a decostruire.[2]
È necessario osservare, d’altra parte, che le immagini dei migranti intercettati nel mare operano attraverso un frame di invisibilità, cui ben si prestano le frontiere marittime europee, che rende opaco il soggetto nello stessa misura in cui lo rivela.[3] Ciò che lo spettacolo della “protezione” dei confini nasconde, infatti, è in primo luogo la produzione di illegalità attraverso politiche di esclusione senza le quali i migranti non sarebbero costretti ad usare gli strumenti della clandestinità per attraversare i confini; lo stesso accade alla violazione diritti dei migranti in mare, tenuta fuori da ogni visibilità pubblica. Mentre le immagini rivelano la violenza dei confini, gli Stati cercano di mantenerle invisibili.

Questo è il contesto nel quale si inserisce il caso della “left-to-die-boat” che abbiamo analizzato in collaborazione con un gruppo di Ong condotte da GISTI e FIDH.

Tracce Liquide – Il Caso della “Left-to-Die Boat” from charles heller on Vimeo.

Nel marzo del 2011, al culmine dell’intervento militare NATO in Libia, 72 migranti in fuga dal Paese furono lasciati alla deriva nel Mediterraneo centrale per quindici giorni, nonostante fossero state inviate segnalazioni di emergenza a tutte le imbarcazioni che navigavano in quell’area, e fossero stati intercettati da mezzi aerei militari e di marina.[4]

La riluttanza di tutti gli attori coinvolti nel mettere in salvo i passeggeri alla deriva ha prodotto l’agonia e la morte di sessantatré persone. Durante questo tragico evento furono scattate molte fotografie, ma solo una di queste è stata resa pubblica: quella scattata da un aereo militare di sorveglianza francese durante il primo giorno del viaggio dei migranti (mostrata sopra).

L’immagine è stata rivelata attraverso un’indagine del Consiglio d’Europa,[5] ma molti altri scatti sono rimasti inaccessibili e continuano a ossessionare la nostra ricerca.

Nelle interviste condotte con i nove superstiti, viene descritto come, alla fine del primo giorno di navigazione, erano stati sorvolati due volte da un elicottero militare dal quale il personale a bordo li aveva fotografati mentre si sbracciavano implorando aiuto prima di essere inghiottiti dal buio.

Contrariamente alle speranze dei passeggeri, non fu mai predisposta alcuna operazione di salvataggio a seguito di questi avvistamenti. Dopo dieci giorni, l’imbarcazione continuava ad andare alla deriva e oramai quasi la metà dei passeggeri a bordo erano morti. In quel momento fu avvicinata da una nave della marina militare – che rimane tuttora non identificata – che si è accostata fino ad una distanza di dieci metri. Dan Haile Gebre, uno dei sopravvissuti, ricorda questo incontro:

Noi guardiamo loro. Loro guardano noi. Noi gli facciamo vedere i cadaveri, i bambini. Bevevamo l’acqua del mare, eravamo disperati. L’equipaggio della barca scattava foto, nient’altro.

Venendo meno all’assistenza dei naufraghi nella piena consapevolezza del loro destino, l’equipaggio a bordo di questo mezzo di marina – ancora oggi non identificato – è responsabile della loro morte senza aver toccato i loro corpi.

Abbiamo spesso riflettuto sulla relazione che intercorre tra l’atto di fotografare e l’atto del non-soccorrere. Per Susan Sontag (Sulla fotografia), l’atto di fotografare, che implica l’idea per cui si devono lasciare le cose come stanno «almeno per il tempo necessario a scattare una buona foto», è fondamentalmente «un atto di non-intervento», complice con le forme della sofferenza umana che documenta.

Se la tesi di Sontag permette di mettere in luce queste forme complesse del non-inetervento che conducono ad un esito fatale, non riesce però a descrivere tutti gli atti del fotografare, a cominciare dal fatto che, come ci è stato raccontato dai passeggeri superstiti, essi stessi avevano documentato l’intera sequenza degli eventi con i loro telefoni cellulari. L’incontro tra queste due imbarcazioni – una che rappresenta uno degli attori politici più potenti al mondo, l’altra invece gli indesiderabili – è stato anche l’incontro tra fotografi che si scattavano fotografie a vicenda. Mentre per l’equipaggio militare il fotografare era una parte inestricabile dell’atto di non-intervento, i naviganti alla deriva impugnavano i loro telefonini mentre piangevano implorando i militari di intervenire ed evitare così il loro destino di morte.

La fotografia è dunque fortemente intrigata nella rete dell’intera catena di eventi del caso della “left-to-die-boat”. Se queste differenti fotografie avrebbero potuto fornire un’evidenza innegabile del crimine di non-soccorso, fin’ora sono rimaste inaccessibili. Le immagini catturate dai migranti con tutta probabilità sono state distrutte al momento della confisca dei loro telefoni, quando, dopo essere tornati sulla costa libica dalla deriva furono incarcerati. Le immagini scattate dai militari probabilmente esistono ancora da qualche parte, archiviate in una scheda di memoria o sul disco rigido di un computer. Comunque sono rimaste ad oggi inaccessibili a qualunque indagine.

L’occultamento delle fotografie scattate ben esemplifica l’ambivalenza della “partizione del sensibile” delle frontiere marittime europee, che oscilla tra un una spettacolarizzazione controllata del rafforzamento del confine e l’occultamento della violenza perpetrata contro i migranti.[6]

In assenza di queste fotografie incriminatorie, la nostra indagine sul caso della “left-to-die-boat” ha cercato di ricostruire un’immagine molteplice degli eventi risignificando i dispositivi di rilevamento a distanza che nella nostra contemporaneità hanno trasformato il mare in un sensorium mediato tecnologicamente.

Abbiamo potuto ottenere un riscontro delle testimonianze dei superstiti attraverso le informazioni fornite da mezzi navali dotati di tecnologie di rilevamento; i segnali di soccorso inviati e ricevuti attraverso coordinate georeferenziate; le informazioni su venti e correnti tramite le quali è possibile ricostruire la traiettoria di un’imbarcazione alla deriva; le immagini satellitari che riportano in effetti la presenza di grandi mezzi navali in prossimità della barca alla deriva dei migranti.

Se da un lato queste stesse tecnologie sono spesso usate a fini di sorveglianza dei movimenti migratori illegali, o di altre minacce sociali, in questo caso sono state utilizzate come prove del crimine della non-assistenza.

La ricostruzione degli eventi che ci hanno permesso di produrre è divenuta la base per diversi casi giudiziari ancora in corso contro quegli Stati i cui mezzi navali erano disponibili e operanti al momento degli eventi, compresa la Francia.

Come dimostrano i tragici eventi del caso della “left-to-die-boat”, le immagini non documentano semplicemente la violenza delle frontiere, ma vi partecipano attivamente. Che sia attraverso la logica dello spettacolo o del segreto di Stato, risulta evidente che la flagranza dell’atto di esclusione su cui si sorreggono le politiche migratorie europee ha luogo nelle immagini e attraverso di esse.

Lottare per i diritti dei migranti significa dunque anche intervenire in questo regime di (in)visibilità rivendicando il diritto a quella visibilità in grado di sfidare i confini che si stagliano di fronte a ciò che può essere visto o sentito.

Questo è quello che abbiamo cercato di continuare a fare collettivamente attraverso la piattaforma mappata di WhatchTheMed.

[Traduzione a cura di Maddalena Fossi. Una versione in francese di questo articolo è già apparsa su Libération.]

 


[1] Hito Steyerl, The Wretched of the Screen. Berlin: Sternberg Press, 2013, p.171.

[2] Hein De Haas, The myth of invasion: The inconvenient realities of migration from Africa to the European Union, «Third World Quarterly 29», no.17, 2008.

[3] Nicolas De Genova, Spectacles of migrant ‘illegality’: the scene of exclusion, the obscene of inclusion, «Ethnic and Racial Studies», 36.7, 2013.

[4] Per seguire la nostra ricostruzione di questi eventi, si veda il nostro report.

[5] Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), “Lives lost in the Mediterranean Sea: who is responsible? ”, 2012.

[6] Jacques Rancière, Le partage du sensible, Paris: La fabrique, 2000.

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Comune - info
21 09 2015

Il popolo dei piedi scalzi torna a mobilitarsi

L’11 set­tem­bre più di 250mila per­sone hanno mani­fe­stato a piedi scalzi in 71città ita­liane chie­dendo diritti e acco­glienza per i migranti e pro­fu­ghi, senza sé e senza ma (GALLERIA FOTOGRAFICA). È stata prova di par­te­ci­pa­zione e di mobi­li­ta­zione straor­di­na­ria che ci con­se­gna la domanda di come far vivere nei pros­simi mesi un’azione di denun­cia poli­tica e di soli­da­rietà con­creta con i migranti. «La mar­cia delle donne e degli uomini scalzi non si fer­merà. Con­ti­nuerà anche dopo l’11 settembre».

Que­sto è stato detto nell’appello finale letto alla con­clu­sione della mani­fe­sta­zione a Vene­zia: «È una mar­cia per la dignità, per la vita, per la libertà: per tutti quei valori per cui abbiamo voluto costruire un’Europa aperta al mondo e fon­data sulla pace. Una spe­ranza che vogliamo con­ti­nuare a difen­dere e per cui vogliamo lottare».

I motivi ci sono tutti. Infatti, dopo qual­che sus­sulto euro­peo, tra Ber­lino e Bru­xel­les, sull’onda dell’emozione della fuga dei pro­fu­ghi siriani, la Mer­kel ha annun­ciato che ora le fron­tiere si chiu­dono, i paesi dell’est euro­peo hanno riba­dito che non accet­te­ranno nes­suna quota per l’accoglienza dei migranti, l’Ungheria fini­sce di costruire il muro, spara lacri­mo­geni e usa can­noni d’acqua con­tro i migranti, e la Fran­cia minac­cia nuovi raid aerei in Siria.

Invece sono altre le strade che andreb­bero seguite per cer­care di affron­tare un flusso di pro­fu­ghi – che ormai avrà carat­te­ri­sti­che di per­ma­nenza – verso l’Europa. Sem­pre nell’appello con­clu­sivo è stato affer­mato: «Molte sono le cose da fare e molti i rischi all’orizzonte. Biso­gna creare un vero e pro­prio cor­ri­doio uma­ni­ta­rio per chi scappa dalla guerra e biso­gna isti­tuire un diritto di asilo euro­peo che superi l’anacronistico rego­la­mento di Dublino».

E pro­prio nella mani­fe­sta­zione con­clu­siva di Vene­zia, una dele­ga­zione della mani­fe­sta­zione di migranti e richie­denti asilo sono sim­bo­li­ca­mente saliti sul red car­pet della Mostra del cinema aprendo uno stri­scione davanti a foto­grafi e pub­blico in attesa delle star: huma­ni­ta­rian cor­ri­dors, now. È que­sta la prio­rità oggi. Que­sto il punto che non può essere più eluso. Non si tratta solo di acco­gliere chi – dopo inter­mi­na­bili sof­fe­renze – arriva ai con­fini della nostra Europa, ma farsi carico anche chi non può, non rie­sce a fug­gire e rischia la morte e la vio­la­zione dei diritti umani nelle zone di guerra. E alle nostre fron­tiere non arri­verà mai.

Oggi i cor­ri­doi uma­ni­tari sono ine­lu­di­bili. Ne ser­vono almeno due: uno dalla Siria e l’altro dal Medi­ter­ra­neo, assi­cu­rando in que­sto caso pas­saggi in mare sicuri. Ma su que­sta strada l’Europa e l’Italia per il momento non ci sen­tono e si bar­ca­me­nano tra quote per la ripar­ti­zione dei pro­fu­ghi – quote molto mode­ste e non accet­tate – nuovi hot spot da isti­tuire e che rischiano di pro­durre non mag­giori tutele ma altre discri­mi­na­zioni e nes­suna resi­pi­scenza sulla con­ven­zione di Dublino.

Al governo Renzi dob­biamo chie­dere di pren­dere una ini­zia­tiva che vada in que­sta dire­zione non solo in Europa, ma anche in Ita­lia: chiu­dendo i cen­tri di deten­zione, intro­du­cendo il diritto di voto alle ammi­ni­stra­tive per i migranti, isti­tuendo uni­la­te­ral­mente un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio dalle coste meri­dio­nali del Medi­ter­ra­neo. Si tratta, dun­que, di rilan­ciare una mobilitazione.

La mar­cia delle donne e degli uomini scalzi – con tutto il suo carico sim­bo­lico e di con­cre­tezza nella forma della par­te­ci­pa­zione – ha dimo­strato che c’è una grande dispo­ni­bi­lità, che non va dispersa, ma raf­for­zata e svi­lup­pata. Una grande alleanza delle donne e degli uomini scalzi che fac­cia argine alla xeno­fo­bia e al raz­zi­smo e che sia da ariete con­tro tutti quei fili spi­nati e muri che si cer­cano di alzare in Europa ancora una volta.

C’è un primo appun­ta­mento: lunedì 21 set­tem­bre mani­fe­ste­remo alle 18 davanti all’ambasciata d’Ungheria a Roma (via dei Vil­lini 12) e davanti ai con­so­lati unghe­resi in Ita­lia (come a Milano, Vene­zia, Palermo, Trie­ste e altre città che si stanno aggiun­gendo) per dire basta ai muri e ai fili spi­nati, basta alla cri­mi­na­liz­za­zione dei pro­fu­ghi, basta all ipo­cri­sie euro­pee (qui info). Se c’è qual­cuno che deve andare fuori dall’Europa non sono i migranti, ma Vik­tor Orban (fonte il manifesto).

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Communianet
21 09 2015

L'assemblea nazionale della Coalizione Sociale si è riunita a Roma per mettere in comune le esperienze di mobilitazione, vertenzialità e mutualismo cresciute in questi mesi a livello locale e per decidere insieme le prossime tappe di mobilitazione.

Il punto di partenza sta nella constatazione del fatto che questo Governo con la sua azione di 'riforma' - Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, privatizzazione dei beni comuni, riforme istituzionali - sta aumentando in maniera drammatica le disuguaglianze nel nostro Paese, mentre gli spazi di democrazia e partecipazione si restringono sempre di più, a partire dallo stesso diritto di sciopero. L'uso arbitrario dei dati statistici non può certo mascherare la povertà crescente, la perdita di potere d'acquisto e i salari troppo bassi, l'aumento della precarietà e della disoccupazione giovanile, la dispersione scolastica e i costi dell'istruzione, le differenze tra Nord e Sud. Dietro questi numeri ci sono le storie di milioni di donne e uomini che da sette anni continuano a pagare il prezzo della crisi. Siamo noi la vera maggioranza di questo Paese e dell'Europa: una maggioranza che oggi chiede giustizia.

Per questo, a partire dalle tante esperienze di organizzazione e mobilitazione che si sono prodotte a livello locale e nazionale, abbiamo deciso di aderire alla data del 17 ottobre, giornata mondiale per l'eradicazione della povertà, promossa da Libera nell'ambito della campagna Miseria Ladra. Crediamo che la rivendicazione di un reddito contro la povertà e le disuguaglianze, e di lavoro e formazione con diritti e di qualità, siano fondamentali per restituire dignità a milioni di donne e uomini che l'hanno persa nei meandri della crisi e della precarietà.

Si tratta di una richiesta chiara di fronte alla quale la politica non può più nascondersi. Parteciperemo alla mobilitazione nell'ambito delle tre giornate promosse da diverse reti e movimenti europei il 15-16-17 ottobre perché crediamo che sia necessario superare definitivamente le politiche di austerità e il ricatto del debito per immaginare un presente e un futuro diversi, con diritti e dignità per tutti.

È necessario organizzarsi collettivamente per rovesciare i rapporti di forza sfavorevoli che impediscono oggi di costruire l'alternativa a livello nazionale ed europeo. Le centinaia di migliaia di migranti in marcia contro i confini del nostro Continente ci offrono un esempio emblematico di come dal basso è possibile scardinare quest'Europa chiusa, violenta e antidemocratica.

Si tratta di una battaglia di tutti e per tutti, così come generale è stato il terreno del contrasto alla Buona Scuola: l'assemblea di Bologna del 6 settembre ha manifestato la volontà chiara di proseguire nella mobilitazione e di costruire un'iniziativa referendaria di carattere generale che, dentro il percorso di mobilitazione, può costituire un terreno importante di ricomposizione delle lotte contro la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, il Jobs Act e le riforme istituzionali. Anche le lotte contro le trivellazioni in Adriatico, per un altro modello di sviluppo e per un'altra agricoltura, ci indicano una strada da percorrere nei prossimi mesi in particolare in vista della conferenza mondiale sul clima di Parigi.

È tempo di fare un passo avanti, allontanando la paura e alimentando la speranza. Non è sufficiente sapere di avere ragione per cambiare le cose. Esiste una domanda di giustizia, conoscenza, reddito, lavoro di qualità, che ha bisogno di farsi spazio, a partire dai territori, dalle esperienze di mutualismo e vertenzialità che dovremo moltiplicare. Soltanto coalizzandosi, mettendo in comune la nostra voglia di riscatto, si può uscire dalla condizione di esclusione e individualismo imperante per immaginare e praticare insieme l'alternativa alle miserie del presente.

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Connessioni Precarie
21 09 2015

Lo scorso 17 settembre nel pomeriggio una trentina di donne nigeriane è stata rimpatriata con un volo speciale della Meridiana da Roma-Fiumicino verso Lagos. Circa venti di loro facevano parte di un gruppo di 66 donne, sbarcate in Sicilia a fine luglio e trasferite al CIE di Roma – Ponte Galeria sulla base di un criterio per cui, quando i centri CARA per richiedenti asilo sono troppo pieni, i migranti intercettati in mare o durante gli sbarchi vengono portati nei CIE. La potenza della legge si misura soprattutto nella sua capacità di fare cose con le parole: basta ritardare il momento in cui viene data la possibilità di inoltrare la domanda d’asilo, e i profughi diventano per legge «clandestini» che hanno eluso i controlli di frontiera e passibili, come in questo caso, di essere trattenuti in un centro di identificazione e di espulsione. La scelta tra chi trasferire nei CARA e chi nei CIE segue regole tacite (tanto più indicibili quanto più osservate), che rispecchiano i paesi di provenienza. Se si proviene dalla Nigeria è molto probabile che il CARA sia pieno e il posto si trovi solo al CIE.

Durante l’estate, il caso delle 66 donne ha avuto qualche eco sulla stampa, sia per l’interessamento di alcune campagne di attiviste e attivisti, sia perché i giornali potevano parlare delle donne, tutte giovanissime, come di potenziali «vittime di tratta». Anche in questo caso, le qualificazioni del diritto dovrebbero far riflettere. Vittime sì, ma non di qualsivoglia carnefice. Solo poche tra loro hanno ottenuto in prima battuta uno status di protezione. Ancora una volta, la scelta ha seguito regole non dette, chi portava sul corpo le cicatrici delle violenze è stato preferito. Corpi del sacrificio, riconosciuti solo come tali. E quindi corpi sacrificabili, come i corpi delle donne che sono state rimpatriate.

Ognuna di queste donne è sicuramente vittima, non di uno ma di molteplici carnefici. Il patriarcato, le guerre, l’industria del sesso, gli scafisti, e non da ultimo l’apparato repressivo del regime dei confini europei. Ma la maggior parte di loro ha scelto di rappresentare la propria istanza come un’istanza politica, chiedendo asilo. È vero, la tradizione del diritto d’asilo si è sempre mossa su di un terreno ambiguo. L’identità politica che esso rivendica è, in primo luogo, quella della comunità ospitante. La prerogativa di accogliere chi si riconosce come esule politico è sopra ogni altra cosa una rivendicazione di sovranità nei confronti degli altri Stati. Basti pensare che, nel processo di secolarizzazione dell’asilo, alla costruzione giuridica del diritto d’asilo si è sovrapposta quella del divieto di estradizione. Eppure, proprio in virtù di questa rivendicazione di identità politica, le radici profonde dell’asilo non sono da ricercarsi nel rifugio concesso alle vittime, bensì nell’immunità riconosciuta al reo in quanto colpevole.

Anche i corpi delle donne rimpatriate, così come quelli delle altre ancora trattenute, portano i segni di una colpa. Quella di aver scelto di salvarsi da sole, fuggendo dai molteplici carnefici incontrati sulla propria strada. Non può essere detto, ma si tratta di una colpa inaccettabile. Potremmo attribuirle nomi diversi hubrys, tracotanza, sfacciataggine o più semplicemente indolenza, indifferenza verso un ordine. Probabilmente, nessuna offesa è più insopportabile di questa.

Se il diritto la riconosca come una colpa degna di protezione, non è dato saperlo. Mentre le donne venivano rimpatriate il Tribunale disponeva per alcune di loro l’ordine di sospensione dell’esecutività del rimpatrio, in attesa della decisione definitiva sulla protezione internazionale. Ma, in alcuni casi, la decisione è arrivata troppo tardi; tecnicamente, una volta che l’aereo è in fase di decollo, l’ordine di sospensione è improcedibile. Non si tratta dello stato di eccezione (una volta tanto sarebbe forse il caso di chiarirlo), ma del funzionamento normale della giustizia. Non di quella corrotta e inefficiente, ma di quella ordinaria, legittima e legittimata attraverso un meccanismo decisionale. A ogni violazione corrisponde un rimedio, un’altra possibilità di decisione.

Anche in questo caso, anche per le donne rimpatriate, esiste una possibilità di rimedio (per esempio di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) che si rivelerà tanto più efficace quanto più rapida sarà la proposizione dell’istanza per una nuova decisione (innanzitutto sulla procedibilità del ricorso). Può sembrare uno scioglilingua per giuristi ma, tradotta nel linguaggio profano della vita, la questione di merito non significa altro che, ogni giorno che passa, il «pericolo imminente» corso dalle donne a causa del rimpatrio perderà di credibilità come motivo fondante del ricorso. In altre parole, la loro capacità di resistenza, di nascondersi e sfuggire all’incarcerazione, alla violenza alla morte, non è per il diritto che la prova di una colpa indegna.

E allora, di fronte all’inutilità del rimedio, non resta che augurare a ognuna di loro di resistere il più a lungo possibile. Di fuggire ancora, e di tornare.

La vicenda delle donne rimpatriate in questi giorni da Ponte Galeria è passata quasi del tutto sotto silenzio. Chi l’ha raccontata, ne ha riferito, certo con dovizia di particolari, aspetti diversi. La decisione di raccontarla svestendo i panni dei giuristi o degli studiosi è una scelta di militanza, che è ormai una necessità che non può essere più rinviata. A Ponte Galeria così come a ogni confine d’Europa.

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