alessia

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L’Espresso
21 09 2015

Migranti all'esterno del Cara. Foto di Antonello Mangano Il viaggio dal Ghana, lo sbarco a Lampedusa, il trasferimento al centro di Mineo. Marcus, lo chiameremo così, sembra un migrante come tanti. Invece lo Stato italiano lo ha trasformato in un fantasma senza diritti. Avrebbe dovuto ricevere almeno tre documenti. Non ne ha avuto nessuno. Adesso, se vuole lavorare, può farlo solo da schiavo.

SE LO STATO FAVORISCE IL CAPORALATO
Siamo a Mineo, Sicilia orientale. Il Cara – acronimo di “Centro di accoglienza per richiedenti asilo” - è fuori dal mondo. Per raggiungere Catania in auto ci vuole un'ora. Il posto più vicino è il paese. Vicino per modo di dire: undici chilometri di cammino in salita. E quando arrivi trovi un posto da cui emigrano anche gli italiani.

Tutti i migranti del Cara hanno presentato richiesta d’asilo. Chi la ottiene avrà i documenti. Gli altri dovrebbero essere espulsi. Per avere una risposta passano da uno a due anni. Altrettanti per il ricorso in caso di diniego. Non è stata predisposta una commissione all’interno, la più vicina è a Siracusa. Così, rispettare i termini di legge è impossibile.

Che fare durante tutto questo tempo? La direttiva europea prevede che dopo sei mesi un richiedente asilo abbia un permesso temporaneo. In questo modo può lavorare regolarmente. Eppure non viene consegnato. Per ottenerlo bisogna fare ricorso, denunciano gli avvocati.

Dunque si può scegliere tra il limbo e i caporali. Mineo è un’isola in un mare di aranceti. Basta un rapido giro per incontrare estensioni senza fine. Piccoli proprietari e grandi latifondi. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo. «C’è un caporalato diffuso, pazzesco e impressionante», denuncia Elvira Iovino del Centro Astalli di Catania.

Antonella Elisa Castronovo è una dottoranda di ricerca dell’Università di Pisa che ha condotto uno studio nella zona. «I risultati hanno mostrato implicazioni molto significative nel mercato del lavoro locale», spiega all’Espresso. «Il caporalato non esisteva nella zona, è stato letteralmente introdotto col Cara». Il suo studio è stato pubblicato da una rivista scientifica internazionale, l’Open Journal of Social Sciences.

Tra i testimoni che ha intervistato, tra gli altri, ci sono alcuni sindacalisti del luogo: «Gli “affricani”, ed è quello che accade nel Cara di Mineo, si fanno trovare alle sette del mattino in un determinato posto, passa il tizio locale, recluta alcuni lavoratori, li porta a lavorare in campagna e gli dà 3 euro l’ora o 10 euro al giorno» dichiara uno di loro. «I richiedenti asilo sono pagati ancora meno degli immigrati “economici”», dice un altro intervistato.

Anche la Cgil conferma: «Nell’area del Calatino gli immigrati del centro di accoglienza sono facili vittime dei caporali», dice all’Espresso Salvatore Tripi, segretario della Flai regionale.


CARA MINEO, I NUMERI MISTERIOSI
Quanti sono gli ospiti di Mineo? “Circa tremila”. La capienza nominale sarebbe di 1800 posti. Gli avvocati dell’ Asgi denunciano l’«omessa comunicazione dei provvedimenti con il quale il Questore dispone l’accoglienza». In più non viene consegnato l’attestato nominativo e non è disposta neppure la cessazione dell’accoglienza. L’unico documento, con valore legale pari a zero, è il badge. Un pezzo di carta rilasciato dall’ente gestore.
Migranti all'esterno del Cara. Foto... Migranti all'esterno del Cara. Foto di Antonello Mangano
Numerose associazioni – tra queste il Centro Astalli di Catania – hanno denunciato il traffico dei badge. Chi va via lo lascia a un connazionale. Per cui vengono assistiti i “presenti-assenti”. In mancanza di documenti, il migrante non ha accesso all’assistenza sanitaria e al gratuito patrocinio di un legale. C’è materiale per denunce alle istituzioni europee, ai tribunali italiani e alla Corte dei conti. Ogni migrante vale 30 euro al giorno. Che si moltiplica per un numero incerto.

Gli avvocati dell’Asgi hanno presentato numerosi ricorsi contro queste violazioni. E hanno inviato una lettera al Ministero dell’Interno. Senza ricevere risposta. Anche la nostra richiesta di replica – al momento della pubblicazione dell’articolo - ha avuto la stessa sorte.


Il 'PERIODO DI RIFERIMENTO'
L’avvocato Filippo Finocchiaro difende alcuni richiedenti asilo di Mineo. Mi introduce nel suo studio a due passi dal grande mercato all’aperto di Catania. Prende i faldoni. Ognuno racconta di pezzi di vita sottratti ai migranti. Il legale ribadisce che i suoi assistiti non hanno ricevuto nessun documento.
«La risposta tipica ai miei ricorsi è che il decreto di accoglienza non è stato notificato per “l’elevato numero di migranti sbarcati nel periodo di riferimento”» dice. La colpa quindi è dell’emergenza. Ma perché non è stato consegnato neppure il permesso di soggiorno? «Non risulta che il suo assistito abbia mai richiesto a questo ufficio un appuntamento», risponde la Questura di Catania.

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Dinamo Press
21 09 2015

Azione sul fiume Tevere in solidarietà con il movimento che si batte contro la diga di Ilisu, in Turchia. Un progetto che minaccia il patrimonio storico, culturale e ambientale dell'intera Mesopotamia.

Ieri pomeriggio un gruppo di attivisti e attiviste ha manifestato la propria solidarietà a chi in Turchia si batte contro la costruzione della diga di Hasankeyef. Hasankeyf è un sito archeologico millenario sul fiume Tigri, minacciato dal progetto di costruzione della diga di Ilisu e di una centrale elettrica, fortemente voluti dal governo turco. Sul fiume Tevere, a pchi passi dall'isola Tiberina, nel girno della mobilitazione transnazionale contro il progetto criminale, è stato srotolato uno striscione con la scritta "Stop Ilisu Dam. Defend Culture, Land & People. Hasankeyf is not alone, Erdogan Terrorist".

La costruzione della diga costringerebbe circa 80000 persone ad abbandonare l'area, oltre a distruggere una parte fondamentale del patrimonio culturale, storico e archeologico della popolazione curda. In più garantirebbe alla Turchia il sostanziale controllo sul flusso del fiume Tigri, aggiungendo un ulteriore elemento di instabilità ad all'area compresa tra Turchia, Iraq e Siria.

La resistenza contro la diga di Ilisu sarà al centro dell'iniziativa "Save the last drop" Frontiere di resistenza tra Kurdistan e Iraq: diritto all'acqua, al lavoro, alla pace che si svolgerà il 22 settembre presso la Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza

Di seguito l'appello alla mobilitazione transnazionale, distribuito durante l'azione.


Appello per una mobilitazione globale in difesa di Hasankeyf

Invitiamo gli attivisti, I movimenti sociali e le ONG, a partecipare, il 20 settembre, ad una giornata di mobilitazione globale, in difesa di Hasankeyf e del fiume Tigri!

Fermiamo il progetto della diga di Ilisu!

Domenica 20 settembre organizzeremo una grande manifestazione nell’antica città di Hasankeyef. Questa città, con oltre diecimila anni di storia, è minacciata dalla costruzione della diga e della centrale idroelettrica di Ilisu. Se il progetto verrà completato, il Kurdistan turco e tutto il nord della Mesopotamia, subiranno una devastazione sociale, culturale ed ambientale senza precedenti.

80,000 persone saranno costrette a vivere in miseria e l’ecosistema del fiume Tigri verrà completamente distrutto. Nel quadro attuale del Medio Oriente, il progetto della diga di Ilisu rischia inoltre di intensificare il conflitto all’interno e all’esterno del confine turco, secialmente per quanto riguarda lo scenario iracheno e siriano.

Il 20 settembre sarà l’ultimo di tre giorni di Campeggio resistente. Centinaia di persone e attivisti si raduneranno con l’obiettivo di fermare il progetto Ilisu. Migliaia di persone scenderanno di nuovo nelle strade per fermare la devastazione ambientale.

Invitiamo tutti e tutte ad organizzare azioni nelle vostre città e nei vostri paesi per denunciare il pericolo rappresentato dal progetto Ilisu, nelle forme che riterrete più appropriate, per denunciare le attività del governo Turco, della compagnia austriaca Andritz – la più importante del consorzio che si occupa del progetto – e del governo iracheno, che continua ad ignorare l’incombente desertificazione del suo territorio.!

Xwedî Derkeve -­ Difendiamo la nostra cultura, la nostra terra e la nostra gente

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Il Fatto Quotidiano
21 09 2015

Il pubblico ministero ha appena chiesto otto mesi di reclusione per Erri De Luca. Non si può tutelare chi istiga all’illegalità, ha detto. Mi interrogo su quante volte io abbia istigato a commettere illeciti penali. Primo tra tutti, il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, che ho commesso io stessa ben più di una volta. Inutile dire che ne vado fiera.

La Tav va sabotata, aveva detto Erri in un’intervista. E – certo non evitarsi la galera, ma per continuare a esercitare quel diritto di parola che gli si vorrebbe togliere e che invece esige di spiegare le proprie stesse parole contrarie a chi non è in grado o colpevolmente finge di non comprenderle – ci ha raccontato nel suo libro (dal titolo, appunto, “La parola contraria”) i tanti significati del verbo sabotare e come l’esercizio di grammatica non c’entri nulla con un processo nel quale lo Stato neanche si degna di entrare quale parte civile, lasciando a una ditta privata francese tutto l’onere di difendere un’opera pubblicamente definita quale strategica. Se condannato, Erri dovrà risarcire dei privati cittadini francesi. E perché non lo Stato italiano, che tanto sostiene essere essenziale per il Paese l’alta velocità per raggiungere Lione?


Ma mi faccia il piacere. I cittadini italiani non sono così idioti da farsi prendere in giro. E infatti a restare sola questa volta è stata l’accusa. La solidarietà a Erri De Luca è arrivata in massa lungo tutto questi mesi. E continuerà ad arrivare anche sotto le finestre di una galera. Ribellarsi a ordini ingiusti è la cosa più giusta che si possa fare, e la storia ce lo ha insegnato tante volte. Avere sempre in bocca la propria parola, e non quella di qualcun altro, è ciò che ci fa persone. E, se capita che questa sia una parola contraria, non ci faremo spogliare della dignità di uomini nel farcela zittire.

Ci dispiace che le energie e i costi della giustizia debbano essere usati per mettere a tacere le opinioni della gente invece che per fini più seri. Una sentenza di condanna per Erri non sarà mai in nome del popolo italiano. In tantissimi nei mesi scorsi hanno organizzato proteste, maratone di lettura, pagine web a sostegno di De Luca e della libertà di pensiero.

Il codice penale del 1930 va sabotato. E adesso processatemi.

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Mleting Pot
21 09 2015

Reportage dalla staffetta #overthefortress: confini chiusi, proteste ed assenza di informazione

"Quanti bambini sono ancora presenti?" Bilal ci risponde un centinaio. Ne vediamo parecchi aggirarsi tra le tende, i più piccoli, nati pochi mesi fa, sono accuditi amorevolmente dalle madri, al riparo dal sole cocente che sfiora i 40°. Partorire e nascere in un viaggio così duro e provante: solo a pensarci fa venire i brividi. È la testimonianza di quanta forza e coraggio hanno queste persone sospese per un lasso di tempo non prevedibile tra la vita e la morte. Altri bambini giocano tra loro, notiamo dei neonati nell’angolo morbido allestito dai volontari sotto un gazebo. I pochi rubinetti dell’acqua aiutano a combattere la calura.
Siamo al valico serbo ungherese tra Horgos e Roszke, teatro di una pagina buia della storia dell’Europa fortezza.
Le cariche brutali della polizia ungherese contro le donne e i bambini che avevano oltrepassato la barriera hanno certamente lasciato il segno, in tanti hanno deciso di incamminarsi verso i valichi di Sombor / Beli Manastir, Tovarnik e Batina / Bezdan, ma un gruppo nutrito di persone non desiste. Sono sedute per terra, davanti a loro la cancellata rinforzata dal filo spinato tagliente. Hanno cartelli con scritto "dove sono i diritti umani", "niente cibo niente acqua, staremo qua per sempre", "per favore Merkel aiutaci", "non abbiamo più case, dovremo vivere qua", "questa è una vergogna per l’Europa".
Ci dicono di essere in sciopero della fame, chiedono di passare, sono stremati e privi di informazioni ufficiali e riscontrabili. Per Orban, il capo del governo ungherese, la linea della fermezza però non è negoziabile, il confine rimane chiuso e presidiato da un numero spropositato di poliziotti.
Le persone rimaste accampate in questo valico sono ancora quattrocento.
A dare supporto un esiguo numero di volontari locali, assieme a dei ragazzi tedeschi, cechi, ungheresi che, oltre ad aver allestito lo spazio bimbi, distribuiscono cibo e acqua potabile. Nessuna organizzazione non governativa è presente, poco il personale medico della Croce Rossa con un’ambulanza al seguito.


Verso le 11 arriva un pullman vuoto. La polizia comunica alle persone che verranno portate al confine con la Romania, poi da lì potranno proseguire verso la Germania. I migranti non si fidano e il pullman rimane vuoto. Hanno capito che il governo serbo vuole spostarli solo per allentare la pressione dal confine, inoltre temono di essere trasferiti in un centro di identificazione.
Le informazioni della polizia non sono verificabili, non ci sono né autorità che gestiscono la situazione, né associazioni riconosciute e fidate che possono garantire e accertare la proposta. La possibilità di conoscere se quello che gli viene detto è vero, quindi avere delle informazioni certe, non è un diritto contemplato. Le persone sono sospese in un limbo dove è il caso a decidere per loro. I loro connazionali sono bloccati negli altri valichi, nessuno sa bene come muoversi e dove dirigersi. Chiedono a noi di verificare se ci sono delle novità, se i paesi dell’Europa occidentale stanno dando delle indicazioni o se li lasceranno fermi e dimenticati.


Lo sciopero della fame e il caldo afoso si fanno sentire e gli operatori sanitari devono soccorrere Bilal che stremato si accascia a terra. Bilal è tra i promotori dello sciopero e fa parte del gruppo di famiglie siriane che ci raccontano la loro storia.
Ci dicono di essere fuggiti dalla Siria per colpa della guerra e di aver scelto inizialmente il Quatar. Nel paese del Golfo Arabo avevano un lavoro sottopagato e senza diritti, costantemente minacciati di espulsione. Hanno perciò deciso di intraprendere questo lungo viaggio per richiedere asilo in Europa. Dalla Turchia a bordo di un gommone, hanno tentato tre volte di raggiungere l’isola greca di Mitilene. La prima volta hanno iniziato a imbarcare acqua perché erano più del doppio della capienza sopportabile e sono tornati indietro; la seconda sono stati arpionati da un peschereccio che gli ha affondati rubando il mezzo, l’intervento tempestivo della guardia costiera li ha tratti in salvo; l’ultima invece è andata a buon fine. Dall’isola sono stati trasportati nell’entroterra greco, poi hanno viaggiato per settimane fino ad accamparsi in questo valico. Si sono spostati a piedi, in bus e in treno, in alcuni tratti hanno pagato dei "passeurs". Un signore ci dice di essere stato picchiato e derubato dei soldi che aveva. Ognuno di loro, se andassimo a fondo, avrebbe il suo aneddoto drammatico e unico da svelare.
Se solo ci mettessimo anche un piccolo istante a comprendere cosa si cela dietro la scelta di mettersi in cammino capiremmo che, non avendone altre a disposizione, l’istinto umano è più forte di qualsiasi paura. Spogliati di tutto non resta che aggrapparsi con tutte le energie e speranze alla vita, per avere e dare un futuro a se stessi e ai propri figli. Questa determinazione, che si chiama dignità, non potrà mai essere sradicata.

Li salutiamo e ci dirigiamo a Sombor, con l’intento di raggiungere Beli Manastir in Croazia e verificare se i migranti sono riusciti ad oltrepassare le frontiera. Le agenzie di stampa che riportano le parole del ministro croato danno per certo che i valichi sono transitabili. Quando alle 17 arriviamo al confine la realtà è però diversa: 300 migranti sono stati fermati e portati in un centro di identificazione serbo.
Il sindaco della città ci dice che la Croazia ha chiuso la frontiera in entrata e in uscita.


Constatiamo che è così e per raggiungere Beli Manastir siamo obbligati a raggirare il blocco passando dall’Ungheria, allungando la strada di 150 km.
Ogni valico è presidiato, la nostra auto viene perquisita, seconda la polizia potremmo nascondere un migrante nel bagagliaio o nel cofano. I camion sono fermi in lunghe code.
La follia securitaria dei confini sta producendo una reazione a catena anacronistica e molto pericolosa. Il passo verso il ritorno dei peggiori nazionalismi identitari è breve.

Staffetta #‎overthefortress, 18 settembre 2015

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Comune - info
21 09 2015

Nei giorni del delirio contro i fantasmi del Gender e mentre Roma (19 e 20 settembre) ospita il più grande incontro annuale nazionale dedicato all’educazione alle differenze e all’affettività (di cui Comune è media partner), offriamo questo saggio di Lea Melandri: spiega come e perché possiamo portare l’educazione alle radici dell’umano, cioè in prossimità della vita di ogni giorno, nella sua interezza e fragilità, consapevoli che le tradizionali separazioni tra corpo e pensiero, natura e cultura, reale e virtuale sono venute meno. Qualsiasi esperienza di cambiamento, cioè la costruzione di una società senza relazioni di dominio, deve allora fare prima luce su un terreno che resta per lo più confinato in una “naturalità”: la nascita, l’infanzia, i ruoli sessuali, l’amore, l’invecchiamento, la malattia, la morte. Ma per muoversi in questo terreno occorre che insegnanti ed educatori abbiano acquisito capacità di cura e conoscenza di sé e sperimentato una dimensione collettiva. Siamo pronti per questo cambiamento antropologico epocale?


di Lea Melandri*

L”educazione di genere”, di cui oggi si parla molto, anche dietro la spinta dei dati allarmanti sulla violenza maschile contro le donne, specie in ambito domestico, se non vuole restare nell’ambito di una generico invito al rispetto reciproco – il “politicamente corretto” – deve avere il coraggio di andare alla radice di un dominio del tutto particolare, quale è quello di un sesso sull’altro, intrecciato e confuso con le relazioni più intime. Nel momento in cui si scopre che la vita personale, il corpo, la sessualità, gli affetti, l’immaginario, sono sempre stati dentro la storia e la cultura, e che è importante cominciare a sottrarli alla “naturalizzazione” che hanno subìto, cambia inevitabilmente anche l’idea di educazione e trasmissione del sapere. Si trasmette innanzitutto “quello che si è”, nell’interezza del proprio essere, e non solo “quello che si dice o si sa”. Ma, soprattutto, la cultura deve diventare cultura della vita: dare voce al vissuto, all’esperienza di ognuno e, partendo da lì, interrogare i saperi disciplinari a partire da ciò che non dicono, che hanno cancellato o deformato.

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

A differenza dell’autobiografia, che lavora sui ricordi, sulla loro messa in forma all’interno di una narrazione, di un senso compiuto, la scrittura che vuole spingersi “ai confini del corpo”, in prossimità delle zone più nascoste alla coscienza, si affida a frammenti, schegge di pensiero, emozioni, che compaiono proprio quando si opera una dispersione del senso. Si tratta di far luce su un terreno di esperienza che resta generalmente confinato in una “naturalità” astorica: la nascita, l’infanzia, i ruoli sessuali, l’amore, l’invecchiamento, la malattia, la morte.

ami

Ci sono domande, emozioni, vissuti che si affacciano nell’infanzia e che, per non aver trovato risposte o parole per essere detti, sembrano aver fatto naufragio.

“Nella mia breve infanzia non ricordo alcun momento lieve né vera spensieratezza. Tutto pesava gravemente (…). Prendere tutto tra le braccia. Controllare tutto. Reprimere tutto. Dire a chi? Rimettersi a chi? Con chi condividere l’aria troppo dolce, l’odore funebre delle margherite, l’eco dei treni che già collegavo all’idea di allentamento, di separazione (…). Non è la stessa cosa dire che un treno passa o appoggiare i gomiti per ascoltare quel rumore che mi stringe il cuore da sempre. È per questa ragione forse che i cattivi maestri mi dicevano che ero disordinata. Avrebbero dovuto chiedermi perché quel rumore del treno evocava in me un tale strazio. Era il loro compito. Avrebbero dovuto farlo. Avrebbero dovuto farmi le vere domande. Questa parte segreta della mia infanzia rimane come un campo di solitudine. Così sciolta. Non avrò tregua finché questo campo non sarà seminato di tutte quelle parole censurate nella mia infanzia”.
(Francoise Lefèvre, Il Piccolo Principe Cannibale, Franco Muzzio Editore, Padova 1993)

I corpi, la sessualità, gli stereotipi di genere, i sentimenti, la relazione con l’altro, il diverso, hanno nella scuola il loro teatro primo – insieme alla famiglia -, ma anche il loro inquadramento secondo norme di ordine e disciplina. Restano perciò il “sottobanco”, anche se segnalano vistosamente la loro presenza, i loro interrogativi, la loro vitalità.

Oggi la scuola incontra una forte concorrenza nei media: lì il corpo, la vita intima, le “viscere”, sono, al contrario, sovraesposte, benché collocate in una posizione regressiva – esibizionismo e voyeurismo – che non le sprivatizza né le fa oggetto di riflessione. Come tornare a fare esperienza di vissuti, pensieri, passioni così squadernati all’esterno, così ridotti a chiacchiera? Come far sì che il “narrare di sé” diventi nella scuola un momento formativo? È indispensabile, per questo, che l’insegnante abbia acquisito egli stesso famigliarità col mondo interno, l’abitudine all’autocoscienza – cura e conoscenza di sé -, così come è importante la dimensione collettiva.

Siamo qui su un terreno che non è la “lezione” dalla cattedra, parlo di laboratori, che potrebbero utilmente accompagnarla: sperimentazione di nuovi processi formativi, oggi resi necessari dal fatto che sono venute meno le tradizionali separazioni tra corpo e pensiero, natura e cultura, reale e virtuale. Tocca alla scuola dare risposta a questo cambiamento antropologico, portando l’educazione alle radici dell’umano, cioè in prossimità della vita compresa nella sua interezza. Se non lo farà, saranno le nuove tecnologie informative, i social network, il mercato, la pubblicità a prenderne il posto. Quello che già in parte, purtroppo avviene.

 

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