alessia

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Meltingpot
21 09 2015

La staffetta #overthefortress giunge a Tovarnik, al confine tra Serbia e Croazia, dove continuano ad arrivare migliaia di migranti che restano sospesi per giorni in attesa di ripartire. Senza sapere per dove.

La fila in attesa dell’arrivo dei pullman si ingrossa a vista d’occhio. I migranti lasciano le loro valigie a “tenere il posto” mentre si riparano all’ombra o si rifocillano grazie alla distribuzione efficiente di generi di prima necessità dei volontari tedeschi e croati. Il flusso di persone in arrivo a Tovarnik è costante, il confine con la Serbia da questa mattina è riaperto a intermittenza, anche se è possibile attraversarlo solo a piedi. In poche ore le persone presenti, nello spazio adiacente alla stazione dei treni della cittadina croata, sono circa 3.000.

L’accampamento precario di Torvarnik è un’altra tappa obbligata del viaggio che per i migranti sembra non finire mai. La maggior parte delle persone sono arrivate ieri, alcune sono ferme da più giorni: donne, uomini, bambini, di tutte le età; tanti sono siriani, ma ci sono anche afgani , pakistani e bengalesi. I più fortunati sono riusciti a ripartire quasi subito, gli altri attendono pazientemente il loro turno: se venissero bloccati qui si creerebbe in poco tempo un piccolo villaggio, una “Jungle” come quella di Calais. Anche oggi però i pullman e il treno partiranno, ma nessuno sa l’ora e soprattutto quanti potranno salire e dove verranno portati.
Le informazioni, quando ci sono, sono poche e discordanti: Zagabria, Ungheria, Austria, il centro d’identificazione di Jerezo vicino alla capitale croata, sono quelle che circolano, ma non c’è nessuna certezza.


I migranti sono in ostaggio della diplomazia dei singoli Stati e dell’Unione Europea, costretti ad affidarsi a informazioni scarse e vaghe che li costringono a muoversi improvvisamente e velocemente da un luogo ad un altro spesso percorrendo molti chilometri a piedi.

Le modalità di gestione dei flussi migratori da parte dei diversi governi sono diversificate in relazione al momento: qui a Tovarnik stiamo assistendo a come, impossibilitati a bloccare migliaia di corpi in movimento, si sono arrogati il diritto di controllarne e deciderne i tempi e i luoghi, vincolando la libertà e le possibilità di scelta delle persone a criteri decisionali puramente diplomatici e burocratici, senza tenere conto dell’umanità e delle esigenze dei migranti.

Tutto questo si traduce in estenuanti attese durante le quali le persone sono abbandonate a sé stesse, obbligate a soste e ripartenze improvvise, sospesi in un’infinita odissea tra i confini alle porte d’Europa. Gli ostacoli che incontrano lungo il percorso sono innumerevoli e di diversa natura: fisici, pratici ma nondimeno psicologici: alla stanchezza di un viaggio che può durare parecchi mesi si aggiunge la frustrazione di una meta che si allontana di giorno in giorno ma nonostante ciò resta l’obiettivo irrinunciabile; a questa si somma inoltre l’incertezza dovuta a un sistema di gestione che non fornisce né informazioni né aiuti; anzi: spesso i migranti sono vittime di raggiri da parte delle stesse istituzioni, con finte aperture di varchi seguite da respingimenti immediati.

In queste zone di confine, di passaggio da uno Stato all’altro il migrante è considerato una merce di scambio tra i vari capi di governo, un oggetto legato ad interessi geopolitici nazionali e sovranazionali, irresponsabilmente scaricato o accolto a seconda della convenienza del momento.

A Tovarnik, come a Horgos, gli unici interventi umanitari sono organizzati e gestiti dal basso da volontari e associazioni di base che in pochi giorni sono riusciti, senza grossi mezzi e finanziamenti, a mettere in piedi raccolte di fondi e materiali di prima necessità, ad allestire spazi attrezzati con cucine da campo, tende e punti di distribuzione di vestiario e coperte. Il sostegno umanitario di queste iniziative, non dissimili da quelle di altri luoghi, se da un lato dimostra che la solidarietà è un valore presente in tutti i paesi europei e si muove lungo canali concreti e di mobilitazione sociale, dall’altro mette in luce le carenze strutturali delle “grandi” organizzazioni non governative che per motivi politici e di interdipendenza dai governi sono del tutto assenti in queste circostanze.


Di fronte a questo scenario le persone dimostrano la loro determinazione riuscendo a coniugare lucidamente momenti di attesa ad altri dove, per aprire i varchi, è necessario fare pressione reagendo all’apatia e alla perdita di speranza cui facilmente questa situazione potrebbe portare.
È così che anche oggi le persone sono rimaste pazienti e sono riuscite ad autogestirsi aspettando il loro turno prima di salire sugli autobus. Dalle 15.30, quando è arrivato il primo pullman, circa una ventina si sono susseguiti fino a sera. Alle 19 si è aggiunto un treno di cui si sentiva parlare dalla mattina: né i pullman né il treno portavano alcuna indicazione sulla destinazione ma nonostante questo sono stati visti come l’unica possibilità per continuare il cammino.


Lasciamo la stazione di Tovarnik alle 20, quando meno della metà delle persone in attesa era riuscita a salire, accompagnati dai saluti e dai ringraziamenti di chi si affollava ai finestrini. Ce ne andiamo con la consapevolezza che il loro viaggio non è finito e con la convinzione che quanto abbiamo visto non costituisce nemmeno in minima parte una soluzione per quanti continuano e continueranno ad attraversare la rotta balcanica.

Staffetta #overthefortress

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Ingenere
21 09 2015

A Milano, dal 26 al 28 settembre prossimi si terrà la conferenza mondiale delle donne, vent'anni dopo Pechino


Un percorso a tappe, estremamente democratico perché da voce a tutte, ma proprio a tutte le donne senza far caso alla loro cultura o al loro vissuto, un percorso condiviso perché spontaneo, nato e cresciuto dal basso ma che riesce con sforzo, dedizione e passione a elevarsi quotidianamente portando con sé tutte quelle che ci credono, senza pregiudizi, steccati o costrizioni di sorta. Questa in estrema sintesi l'essenza degli Stati generali delle donne che approdano alla Conferenza mondiale Pechino 20 anni dopo e già si preparano alla prossima tappa Matera città della cultura 2019. Perché questo "agglomerato" di donne che può cambiare composizione ma non modifica l'idea centrale della valorizzazione di tutte per aiutare il mondo non si ferma mai. È in perpetuo fermento ed evoluzione.

Sono convinta che se chiedessimo a Isa Maggi se corrisponda oggi a quello che ipotizzava più di un anno fa la metteremmo un po' in imbarazzo. Perché anche i visionari, mi piace definirla così, riferendomi alla accezione positiva del termine italiano che non in tutto corrisponde all'inglese, anche i visionari dicevo ad un certo punto, probabilmente, si stupiscono di quanto hanno realizzato, di come l'idea ha preso forma. E l'idea in questo caso ė molto semplice: dare voce e mettersi in ascolto per fare in modo che "non vi siano luoghi privilegiati per le opportunità", come recita lo slogan di lancio della conferenza. Tant'è che di recente Maggi ha dichiarato: "a chi mi chiede in questi giorni perché abbiamo organizzato la conferenza mondiale delle donne con impegno e dedizione giornalieri, mettendoci tempo, energia e risorse personali e perché in breve tempo siamo riuscite a organizzare un movimento così ampio e a dare voce a un mondo infinito, la risposta che mi viene spontanea è che: ci crediamo! Abbiamo messo in azione un gruppo appassionato di donne attive in tutte le regioni con competenze fantastiche, con voglia di fare e di mettersi in gioco. Il primo obiettivo è stato raggiunto. La squadra c'è e sta lavorando".

Quando a dicembre in tante si sono riunite a Roma per gli stati generali delle donne per favorire una partecipazione attiva di tutte, hanno capito subito, insieme, che occorreva spostarsi sui territori, dove operano le donne normali, quelle del quotidiano, protagoniste a volte ignare e spesso inascoltate, donne con mille istanze e mille proposte concrete, per raccogliere le loro esperienze e i loro bisogni, ma anche semplicemente i loro pensieri. Senza piangersi addosso ma mostrando e trovando soluzioni. Da qui gli stati generali regionali che che si sono svolti a partire dall'inizio dell'anno e si concludono in questi giorni. Di questa esperienza concreta, di questo patrimonio di dati, di esperienze, di progetti verrà presto dato conto con una pubblicazione di sintesi.

Date le premesse non deve stupire che in alcuni contesti il percorso e gli eventi regionale siano stati gestiti o, se vogliamo, abbiano avuto una responsabile locale - intendendo per responsabile una persona che si è addossata oneri, responsabilità appunto - senza ottenere in cambio altro che il piacere del fare, una responsabile dicevamo inserita in un ambito istituzionale, sovente una Consigliera di parità, una Presidente di CPO, o una componente dei Comitati per l'imprenditoria femminile, e in altri si sia scelta una persona poco conosciuta, ma attenta, preparata e disponibile. Perché la "scelta" e la selezione è stata naturale e spontanea, quasi un cercarsi e trovarsi riconoscendosi in comunità di sentire. Nè ci si deve meravigliare della volontà ferma a mantenersi lontane dalla politica, o meglio dalla partitica, nonostante molte delle donne coinvolte appartengano anche alla politica. Non rappresentare nessuno può essere la premessa per rappresentare tutte, purché non si tratti di un comodo passe-partout. E queste donne non sono certamente alla ricerca di vie facili, visto che operano, al momento, in una dimensione di puro volontariato.

Scorrere il programma della conferenza da un'idea dello sforzo organizzativo e della determinazione che unisce. Così come la lettura degli obiettivi che ci si prefiggono.

Sensibilizzare gruppi, enti nazionali e sovranazionali e pubbliche amministrazioni nelle politiche di gender mainstreaming, incoraggiare, supportare e accompagnare attivamente la ricerca di soluzioni per risolvere il problema della disoccupazione femminile, favorire l’integrazione delle donne, dare valore a nuove politiche aziendali favorevoli ad una innovativa organizzazione tra il tempo per il lavoro e il tempo per le famiglie.
Costruire politiche efficaci di contrasto alla violenza maschile sulle donne, nella convinzione che la violenza perpetrata alle donne abbia la stessa matrice della violenza verso la Madre Terra.
Riflettere e contrastare i matrimoni precoci.
Stimolare approcci innovativi nell’organizzazione del lavoro aziendale compatibili con le responsabilità familiari al fine di tentare di raggiungere il tasso di occupazione previsto dagli obiettivi dell’Ue per il 2020.
Favorire e incoraggiare la presenza di donne in posizioni di leadership, presenza riconosciuta elemento chiave per la performance e il business in ogni Paese.
Costruire una nuova economia al femminile, immaginare un nuovo modello di sviluppo sostenibile centrato sui principi e i valori. Ridare dignità al lavoro delle contadine e costruire piccole economie locali fondate su una agricoltura di sussistenza e famigliare che rispetti la Terra e la biodiversità.
Aumentare e sostenere la presenza femminile in tutte le sfere della società.
Raggiungere posizioni top senza cambiare l’identità dell’essere donna, dando il via ad una profonda rivoluzione culturale. Un passaggio fondamentale svolto con le giovani donne, in un percorso comune di riflessione e di ricambio generazionale.
Tornando al programma nella prima giornata sono stati invitati "Donne e uomini che stanno cambiando il mondo", per dimostrare che il dialogo con la componente maschile va cercato e coltivato, e saranno premiate le "Donne che ce l'hanno fatta " a superare il proprio e personale tetto di cristallo. Ogni Regione riferirà della sua esperienza e porterà le sue proposte concrete e infine sfilerà, con la partecipazione dei gonfaloni di tutte le realtà coinvolte, la "Trama delle donne" un manufatto composto di tanti piccoli quadri (25x25 cm.) realizzati con le tecniche più disparate dalle donne italiane. Nella seconda si partirà dalla testimonianza delle donne che erano a Pechino nel 1995, si discuterà di nuova economia, di formazione, di comunicazione, di sport, di religioni e si terrà un incontro delle donne Young. Nella terza il tema di punta sarà il lavoro in tutte le sue accezioni ma ci si occuperà pure di democrazia paritaria, integrazione, innovazione, cultura, salute e territori, con particolare attenzione per il Mediterraneo senza dimenticare le aree interne. Nelle tre giornate saranno attivi laboratori e mostre, proiezioni e un salotto letterario. I nomi italiani e stranieri si sprecano, riduttivo e inutile citarne solo alcuni.

Dei lavori della conferenza sarà fatto giornalmente un resoconto giornalistico per non dimenticare e condividere anche con chi non potrà essere presente. Le idee, i suggerimenti, i fatti che costituiranno oggetto dello stare insieme confluiranno nella Carta delle donne del mondo che sarà consegnata a Ban Ki-moon in un incontro già programmato. E perché le belle cose per essere veramente operative necessitano anche di un po' di finanza è stato costituito a partire dagli Stati Generali del Friuli Venezia Giulia un "ufficio progettazione" che sta cercando di preparare alcuni progetti che coinvolgano e valorizzino molte delle realtà locali e straniere di fatto già operative su argomenti di comune interesse. Si parla ad esempio di un "modello mediterraneo" di riorganizzazione dell'imprenditoria, della rinascita a nuova vita delle zone interne alpine e appenniniche, del ruolo di una formazione che favorisca il dialogo continuo tra domanda e offerta di lavoro.

Se qualcuno che ha letto fin qui ha pensato che l'articolo sia di parte me ne scuso e confermo, lo è. Partecipo dall'inizio a questa avventura, ho trovato in questo contesto lo "spirito nuovo" che cercavo e...ci credo!

Leggi il programma completo della conferenza

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Ingenere
16 09 2015

Torna a Roma il 19 e il 20 settembre 2015 Educare alle Differenze, la rete nazionale - nata lo scorso anno dall’appello promosso da SCOSSE (Roma), Stonewall (Siracusa) e Progetto Alice (Bologna) - per "sostenere la scuola pubblica, plurale, inclusiva e democratica". 250 co-promotori tra associazioni, gruppi di ricerca, comitati genitori, 9 tavoli tematici paralleli, oltre 60 relatori/relatrici selezionati grazie a una call pubblica, oltre 500, le pre-iscrizioni individuali pervenute da ogni parte d’Italia per assistere ai workshop gratuiti: questi i numeri alla vigilia della due giorni dedicata all'educazione alle differenze e all’affettività.

I protagonisti? Insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, genitori, docenti universitari, esperti/e in studi umanistici e scienze sociali, in comunicazione e politiche europee, case editrici, attiviste/i lgbt, giornaliste/i, assistenti sociali, artisti/e e rappresentanti delle istituzioni. Tutti in diversi modi attivi all'interno di laboratori, scambio di buone pratiche, condivisione orizzontale di metodologie e strumenti didattici incentrati sulla valorizzazione delle differenze, il contrasto alla violenza di genere e al bullismo omofobico dentro e fuori la scuola.

Un programma ricco, quello dell'edizione 2015, che prevede anche dei tavoli di discussione con istituzioni ed enti locali. "In un clima inquinato da violente polemiche e gravi mistificazioni sui contenuti, le metodologie e gli obiettivi dei progetti di educazione sentimentale e sessuale nelle scuole" scrivono le associazioni promotrici "Educare alle differenze è l’occasione giusta per conoscere che cosa davvero si fa nelle aule italiane per promuovere parità e rispetto e costruire una società aperta e inclusiva".

 

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Melting Pot
16 09 2015

L’isola di Nauru si trova nell’Oceano Pacifico, appena sotto l’equatore e l’isola più vicina, Ocean, si trova a circa trecento chilometri di distanza. Non ha una capitale amministrativa ma la città maggiormente abitata è Yaren. Si tratta della repubblica più piccola del mondo con un’estensione di circa 21 kmq e con una popolazione di circa 14.500 abitanti (di cui il 35% ha meno di quindici anni).
Dal 2001 un’altra importante caratteristica di Nauru è il campo di accoglienza che l’Australia ha installato secondo l’operazione Pacific Solution. Quest’ultima operazione messa in atto tra il 2001 e il 2007 prevede il respingimento dei barconi e la detenzione dei richiedenti asilo in centri offshore. La maggior parte dei barconi viene dirottata verso l’isola di Nauru o l’isola di Manu in Papua Nuova Guinea.
L’Australia ha infatti delle leggi molto severe riguardo ai richiedenti asilo, siano essi adulti o bambini. Attraverso l’operazione Pacific Solution i richiedenti asilo non vengono fatti entrare nella zona marittima sotto il controllo australiano, ma vengono direttamente rinviati verso nuovi centri di detenzione in isole vicine. Inizialmente il piano prevedeva l’installazione dei richiedenti asilo in case moderne, con l’aria condizionata che sarebbero state costruite per i campionati mondiali del sollevamento pesi (International Wighlifting Federation). La proposta iniziale non venne mai messa in pratica e vennero invece costruiti due campi: Topside e Campside entrambi nel distretto di Meneng.

Isola di Nauru
Nel 2001 l’Australia è stata messa in imbarazzo a livello internazionale dal caso Tampa da cui sono scaturite anche delle tensioni diplomatiche con la Norvegia. L’Australia era stata accusata di violare i diritti umani dopo aver vietato l’accesso alla zona marittima ad una nave norvegese che aveva soccorso circa 438 persone di nazionalità principalmente afghana. La maggior parte dei richiedenti asilo afghani venne poi dirottata verso il centro di detenzione di Nauru dove iniziarono numerose proteste tra cui uno sciopero della fame nel 2003.
Il modo in cui il governo australiano tratta i richiedenti asilo e i rifugiati politici è vergognoso. Secondo alcune statistiche effettuate il 30 giugno 2014, il numero dei richiedenti asilo presenti a Nauru risultava essere 1.169. Essendo Nauru un’isola molto piccola, è impossibile soddisfare i bisogni di tutti i richiedenti asilo presenti: un’abitazione dignitosa, accesso all’acqua potabile, educazione, salute...

Child asylum seekers on Nauru stage a protest (www.theguardian.com )
L’Australia ha cercato di ridurre al minimo l’accesso esterno al campo di detenzione: alcune agenzie dell’ONU e alcune ONG tra cui Amnesty International si sono visti rifiutare più volte il permesso di accedere al campo. Il rifiuto ad Amnesty è stato giustificato riferendosi alle “attuali difficili circostanze”. Difficile capire il significato di queste parole. A febbraio del 2014 il costo del permesso di entrata per i giornalisti è aumentato in maniera vertiginosa. Non vi è quindi nulla di più chiaro: il governo australiano vuole far dimenticare al pubblico il centro di detenzione di Nauru e tenere quindi alla larga giornalisti e ONG.
La domanda è spontanea: perché? Che cosa succede in questo campo di così segreto?
Una spiegazione è stata avanzata da un rapporto di Amnesty in cui vengono descritte le condizioni di vita dei richiedenti asilo. Il rapporto è agghiacciante.
Le persone vengono stipate in spazi ristretti, molti soffrono di problemi fisici e mentali dovuti alle condizioni di vita deplorevoli. Gli individui si trovano in una situazione di limbo, di completa incertezza riguardo al futuro: all’arrivo infatti non è stata fornita alcuna informazione né sostegno legale. Un aspetto preoccupante delle condizioni di vita dei richiedenti asilo a Nauru riguarda la salute. A questo proposito, quindici dottori dell’International Health and Management Services hanno redatto una relazione per denunciare lo stato fisico delle persone e il livello insufficiente di cure offerte dal centro. Si tratta di un report di circa 80 pagine, ma ciò che salta subito all’occhio è che i centri di accoglienza non sono in grado di assicurare le condizioni minime di salute e di sanità mentale. Dignità del paziente compromessa, cure mediche basilari negate, perdita di medicine e referti, ritardo nell’inizio delle cure, condizioni di lavoro non salubri, standard internazionali non rispettati… Secondo un rapporto dell’UNICEF del 2012 il tasso di mortalità infantile a Nauru era di 40 volte maggiore rispetto all’Australia.

Richiedenti asilo diretti in Australia in un centro di detenzione temporanea a Ladong, in Indonesia, il 20 agosto 2013. (Hotli Simanjuntak, Epa/Corbis)
L’Australia ha quindi un problema con i rifugiati? A quanto pare sì. L’ultima notizia che arriva da Canberra è che nel 2014 il governo ha stretto un accordo con la Cambogia per il trasferimento di alcuni profughi. L’accordo è costato l’equivalente di 34 milioni di euro, ma per ora solo alcune persone hanno scelto il trasferimento da Nauru.
Il primo ministro australiano, Tony Abbott, è stato il principale autore dell’attuale politica dell’immigrazione. Purtroppo, come spesso accade nel mondo della politica, Abbott è un esperto nel far buon viso a cattivo gioco. Di fronte alla foto del corpo di Aylan Kurdi sulla spiaggia della Turchia, Abbott, sulla scia del buonismo e dell’ipocrisia, ha commentato definendola “molto triste” e ribadendo la necessità di fermare l’arrivo dei barconi per fermare morti e annegamenti.
Il governo continua a dimostrare di essere irresponsabile, poco trasparente e incompetente nel tema dell’immigrazione, in particolare dei richiedenti asilo. Nonostante le ripetute richieste e denunce dalla comunità internazionale, da l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, da Amnesty e altre ONG internazionali, il governo continua a ripetere che il problema riguarda Nauru e Papua Nuova Guinea… Per quanto tempo ancora?

- Maggiori informazioni riguardanti la salute mentale dei richiedenti asilo sono disponibili al link: http://www.theguardian.com/world/video/2014/aug/04/peter-young-asylum-mental-health-video

* Foto di copertina: Una veglia per i migranti a Sydney, in Australia, il 7 settembre 2015. (Daniel Munoz, Getty Images)

Il Grande Colibrì
16 09 2015

L'associazione queer Boys of Bangladesh [ilgrandecolibri.com] ha presentato al British Council di Dhaka il primo fumetto a tematica lesbica del paese: "Dhee" (saggezza) affronta i pregiudizi che circondano la sessualità femminile, il corpo ed il ruolo delle donne [dhakatribune.com]. Anche l'India del sud festeggia una sua prima storia lesbica, anche se in questo caso parliamo di cinema: domani uscirà nelle sale dell'India meridionale il film "141", per la regia di Bhavaji. Finalmente. Perché, dopo un braccio di ferro durato due anni (il film era pronto già nel 2013), solo ora l'ufficio per la censura ha permesso la proiezione del film, anche se ha vietato di pubblicizzarlo, nonostante non vi siano scene "esplicite" [indiatoday.intoday.in]. Ma in India si discute anche della serie di fotografie "Coming out" del fotografo indiano Arjun Kamath, con al centro una storia d'amore tra donne dal finale tragico [facebook.com].

Sono passi piccoli, ma importanti per rompere la cappa di silenzio che avvolge l'omosessualità femminile in tutto il subcontinente indiano. E, per quanto riguarda gli uomini gay, le cose non vanno molto meglio. "La disinformazione è troppa, il pregiudizio è troppo e, unendosi a problemi legati a povertà, religione e genere, forma un problema unico in India" sostiene il comico statunitense di origini indiane Nik Dodan, che pure in India non ha mai messo piede [pinknews.co.uk]. E la legge non aiuta: nel 2009 l'Alta corte di Delhi, presieduta dal giudice A.P. Shah, aveva dichiarato incostituzionale la sezione 377, eredità della colonizzazione britannica, che criminalizza l'omosessualità, ma in seguito la Corte suprema indiana, sotto la pressione delle comunità religiose, ha reintrodotto il reato [ilgrandecolibri.com]. Si è trattato di un grande errore, dice Shah [timesofindia.indiatimes.com].

E che dire delle hijra, le "transgender" indiane? Nonostante notevoli passi avanti, la loro situazione resta sempre molto difficile [ilgrandecolibri.com]. Banu, studentessa trans di ingegneria di Chennai, risponde così: "Ho chiesto assistenza finanziaria al governo per vivere con dignità. Non voglio fare la carità o le altre attività che la società associa tradizionalmente alle donne trans. Non ottengo lavori part-time perché sono trans e non posso pagare i miei studi. Le autorità non vogliono prendere iniziative per offrirci fonti di sostentamento alternative". Lei e altre donne trans hanno allora avanzato una richiesta shock al governo: "Dateci l'eutanasia" [thehindu.com]. Anche altre attiviste lamentano il fatto che i miglioramenti previsti sulla carta non hanno prodotto molti effetti sulla vita delle hijra [thetypewriter.org]

L'anno scorso, ad aprile, è stata approvata un'importante legge sui diritti delle persone transgender, che dovrebbe assicurare inclusione sociale ed economica, incentivi alle assunzioni, assegni di disoccupazione, servizi sociali, oltre a proibire la discriminazione basata sull'identità di genere e a istituire una linea amica per raccogliere le denunce. Ma purtroppo a maggio ha vinto le elezioni il candidato di destra, Narendra Modi: sotto la sua presidenza, il percorso di emancipazione delle hijra ha subito una brusca frenata, distruggendo il sogno di un futuro migliore. Eppure qualche segnale positivo continua ad esserci: ad esempio, nel Tamil Nadu, a sud, i giudici hanno imposto alla polizia di accettare la candidatura di una ragazza trans, K Prathika Yashini [indiatimes.com].

Un altro segno di speranza arriva dalla partecipazione di un gruppo di hijra pakistane alla tradizionale festa di Bhujaria: un colorato corteo di donne transgender ha percorso, tra canti e danze, le strade di Bhopal, in India centrale [catchnews.com]. Ma non è stata l'unica parata variopinta del subcontinente indiano: a Kathmandu, capitale del Nepal, centinaia di persone hanno celebrato il Pride chiedendo l'introduzione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il Nepal nel 2007 ha cancellato il reato di omosessualità e ha riconosciuto l'esistenza del "terzo sesso" (quello in cui si identificano le hijra della regione). Ora si chiede che i diritti delle minoranze sessuali siano introdotti nella nuova costituzione che si sta redigendo proprio in questi mesi [bbc.com]. Sarebbe un ottimo esempio anche per gli stati vicini...


Pier
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