alessia

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Melting pot
30 09 2015


Appello per una mobilitazione internazionale per fermare le stragi di migranti in mare, per l’apertura di canali umanitari, per il riconoscimento del diritto d’asilo europeo, per un’accoglienza degna e per la libertà di circolazione in Europa
In occasione della tre giorni contro l’Euro Summit dei primi ministri della zona Euro che si terrà dal 15 al 17 ottobre a Bruxelles, riceviamo e pubblichiamo un appello per la costruzione di una mobilitazione europea sulla questione dell’immigrazione, denunciando l’ipocrisia della Fortezza Europa.
Se da una parte gli ultimi vertici straordinari dei ministri degli interni e dei capi di stato e di governo dei paesi dell’Unione hanno confermato un impianto repressivo, incentrato sul rafforzamento delle frontiere esterne e del rimpatrio dei cosiddetti migranti economici, non discutendo nemmeno su possibili aperture di canali umanitari sicuri, dall’altra vi sono ancora delle risposte insufficienti per quanto riguarda la politica di accoglienza. Per questo realtà sociali italiane ed europee stanno diffondendo un appello di mobilitazione durante le giornate dell’Euro Summit a Bruxelles.
Ancora vittime, quelle di oggi si sommano a quelle di ieri, per non parlare di quelle morti risalenti ai mesi scorsi e a qualche anno fa. I numeri sono così alti che parlare di “tragedie” non basta più: si deve parlare di orrore. Orrore prodotto da chi, incapace di immaginarsi un futuro differente, si chiude nella paura di perdere ciò che possiede, riuscendo solo a creare sempre più profonde disuguaglianze.

Il fenomeno delle migrazioni non può essere fermato: non serve rinforzare le frontiere, aumentare i controlli, installare telecamere, erigere muri o attivare qualsiasi altro dispositivo di chiusura.

Ventimiglia in Italia, Kos in Grecia, Calais in Francia, Gevgelija in Macedonia, Subotica in Serbia, i muri dell’Ungheria ed i treni bloccati a Budapest, ci fanno vedere una realtà complessa dove c’è chi lotta per il riconoscimento dei propri diritti, ormai stanco di credere alla favola dell’Europa accogliente, e di chi cerca instancabilmente di ottenere il permesso di restare. Dall’inizio del 2015 è aumentato in modo consistente il numero dei migranti che arrivano in quei Paesi che, per la loro posizione geografica, rappresentano le principali porte di ingresso nell’Unione Europea. Troppe le persone che hanno perso la vita o sono state vittime di soprusi: le immagini di donne, uomini e bambini in movimento colpiti dai pericoli del loro transito verso l’Europa non possono creare indifferenza. E’ un peso che diventa sempre più insopportabile sostenere.

E’ dagli inizi degli anni Novanta che si parla di flussi migratori in Europa, i quali però non possono essere fermati e, come è stato fatto per troppo tempo, non si può risolvere la questione applicando leggi restrittive che alimentano la clandestinità. Le operazioni millantate dai Premier europei di punire direttamente i trafficanti non sono che frutto di commenti ipocriti atti solo a lavarsi la coscienza, quando invece la soluzione da intraprendere adesso sarebbe quella di istituire dei corridoi umanitari per agevolare l’arrivo in sicurezza di chi decide di scappare dalla sua terra e stabilire la possibilità di ottenere il diritto di asilo in luoghi attrezzati vicini alle zone di fuga. Il razzismo dilagante che viene propagandato dalle destre serve solo a coprire le colpe di un sistema economico che fatica a uscire dalla crisi: l’austerity non è colpa dei migranti ma del neoliberalismo.

Il nostro è un appello per costruire insieme a tutti i movimenti, alle associazioni antirazziste e a tutti quelli che trovano indegna un’Europa che tratta in maniera inumana chi arriva da fuori la fortezza, una giornata europea di mobilitazione a Bruxelles per chiedere l’apertura di canali umanitari che permettano viaggi sicuri dalla Libia, dall’Egitto, dal Marocco, dalla Siria e dall’Afghanistan e da tutte quelle zone di confine che rappresentano delle vie di fuga. Inoltre, dovremmo stabilire che il diritto all’accoglienza sia un diritto fondamentale dei popoli, soprattutto in un periodo storico come quello attuale, segnato da cambiamenti globali e climatici che investono e condizionano quelle persone che, fuggendo da guerre e persecuzioni o per motivi economici, si muovono alla ricerca di un futuro migliore in altri Paesi. Non possiamo cadere nell’errore di distinguere i profughi di guerra dai migranti economici, nel momento in cui l’ambiente sociale, economico e naturale in cui questi ultimi vivono mette in pericolo la possibilità di un’esistenza piena. Un pericolo che spesso è conseguenza del passato coloniale e del presente dell’Europa. D’altronde, fuggire da un paese in guerra è poi così diverso da dover lasciare un luogo dove la povertà è tale che si rischia di morire di fame?

L’accoglienza dovrebbe essere dignitosa e di pari valore in tutti i paesi europei, parificando agli standard più elevati sia la possibilità di accesso all’asilo, sia la forma di accoglienza. L’Europa dovrebbe dare una risposta unica e non delegare ai singoli paesi la gestione della politica dell’accoglienza, poiché spesso si traduce in trattamenti inumani e degradanti.

Viviamo in un’Europa ricca in crisi di solidarietà e di umanità che non ha coraggio di guardare negli occhi le proprie vittime, un’Europa che è in parte corresponsabile delle ragioni che determinano le fughe dai paesi di origine.

Oltre agli accordi commerciali con paesi terzi dal Nord Africa ai confini con l’Asia, l’Europa dovrebbe stipulare accordi umanitari per la creazione di percorsi garantiti verso il continente stesso, e non di barattare risorse economiche comunitarie in cambio di un servizio poliziesco di controllo delle frontiere.

La politica Europea dovrebbe mettere al centro dei propri interessi i diritti e non l’austerità, dovrebbe promuovere libertà e non pattugliamenti dei confini. Oggi più che mai servono:

- L’apertura di canali umanitari per arrivi sicuri in modo da mettere fine alle stragi in mare e in terra;

- Un diritto di asilo europeo, capace di superare il regolamento Dublino che obbliga i migranti a richiedere asilo nel primo paese comunitario che incontrano nel loro cammino. Un migrante dovrebbe avere il diritto di avere riconosciuto l’asilo in qualsiasi Paese, per poi essere libero di circolare all’interno dell’Europa;

- La regolarizzazione di tutti i migranti ancora senza documenti presenti in Europa;

- Un’accoglienza dignitosa, dunque la chiusura di tutti i centri di detenzione per migranti sparsi in Europa;

Non c’è altra soluzione: o prendiamo atto del fatto che il futuro di chi scappa da guerre e miseria è tutt’uno col futuro dell’Europa, oppure l’Unione si trasformerà in una terra di guerre e conflitti crudeli. Il destino dei migranti è il nostro destino.

Uniti per la globalizzazione dei diritti e la libertà di movimento.

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Le persone e la dignità
29 09 2015


Un anno di carcere perché omosessuale. Succede ancora nel 2015 in Tunisia dove uno studente di 22 anni è stato addirittura sottoposto a esami da parte di un medico legale per provare che avesse avuto rapporti sessuali con altri uomini. Lo studente era stato convocato lo scorso 6 settembre a Hammam-Sousse, nel sud della Tunisia, nell’ambito delle indagini sull’omicidio di un uomo. Lo studente ha negato il proprio coinvolgimento, ma ha ammesso davanti al giudice di aver avuto una relazione con la vittima. L’avvocato ha raccontato che a quel punto il giovane è stato costretto a sottoporsi a un esame anale. In base all’articolo 230 del Codice penale tunisino, la sodomia tra adulti consenzienti è punibile con una condanna fino a tre anni di carcere.

“Voglio riprendere la mia vita, non voglio essere rifiutato dalla società”, ha commentato il ragazzo, secondo quanto riferito dal legale.

La condanna del giovane è stata criticata da organizzazioni locali a difesa dei diritti umani che hanno parlato di uno scandalo per il Paese e hanno chiesto di depenalizzare l’omosessualità in Tunisia. Yamina Thabet, presidente dell’associazione tunisine di sostegno alle minoranze ha parlato di una legge “abusiva”, l’associazione Shams, che si batte contro l’omofobia ha definito il test “scandaloso”. Anche i giovani del partito politico Al Massar hanno pubblicato un comunicato nel quale condannano fermamente il test al quale il giovane è stato sottoposto, definendolo “inumano e inaccettabile”, e chiedono l’annullamento dell’art. 230 del codice penale. La norma infatti da tempo presta il fianco a molteplici critiche per la sua genericità.

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Cronache di ordinario razzismo
29 09 2015

E’ online il nuovo documentario di Mario Badagliacca sui Centri di Identificazione ed Espulsione in Italia tra migranti, filo spinato e paura. Il video multimediale “Lettere dal Cie” fa parte di un progetto di documentazione visiva sui CIE in Italia, nato per denunciare la violazione dei diritti in questi “campi di concentramento civilizzati“. Esso racconta la vita quotidiana nei Centri di identificazione attraverso la storia personale di Lassaad Jelassi, mediatore culturale da 25 anni in Italia. La sua voce ci accompagna dentro il Cie di Ponte Galeria a Roma, dove è stato trattenuto per quattro mesi. Lassaad descrive la vita nel centro, la difficoltà di soddisfare anche i bisogni più elementari, l’incapacità di spiegare a se stesso le ragioni della detenzione, la speranza di tornare ad essere un uomo libero.

Nelle immagini che scorrono attraverso quasi 100 scatti in bianco e nero, emerge il punto di vista del protagonista, ma, anche la sensazione del regista che afferma: “Dentro i CIE ho provato un disorientamento totale, e l’incapacità di trovare dei punti di riferimento psicologici e immaginari per spiegare a me stesso il luogo che stavo visitando”. Così circa tre anni fa è nato Lettere dal CIE, sviluppato tra i centri di Roma Ponte Galeria e Bari Palese, un progetto di documentazione visiva su questi fatti al centro di serie violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti.

È impossibile definire i confini tecnico-giuridici che costituiscono un CIE, si tratta di una “zona grigia” della legge italiana. Alti livelli di sicurezza, filo spinato, cani e gabbie a cielo aperto, sono i tratti distintivi dei CIE, che formalmente non sono prigioni e non accolgono detenuti, eppure, migliaia di donne e uomini ogni anno vengono privati della libertà con il trattenimento forzato nei CIE e poi espulsi. Molti dei migranti imprigionati vivono in Italia da anni e i loro figli frequentano regolarmente le scuole pubbliche. Impossibilitati a rinnovare il permesso di soggiorno, dopo essere stati reclusi nei CIE, vengono espulsi dall’Italia. Il numero di famiglie divise da questo meccanismo è alto. In altri casi le espulsioni riguardano anche le seconde generazioni nate e cresciute in Italia, che alla maggiore età si ritrovano ad avere problemi con il permesso di soggiorno.

Le immagini sono accompagnate dalle musiche dei Nine Inch Nails, dove i suoni industrial metal della band sembrano sottolineare lo stridere dei diritti umani con la sofferenza che dimora in quei luoghi.

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Ingenere
29 09 2015

Le donne? Sono brillanti negli studi e produttive sul mercato, ma ancora non ricoprono la stessa quantità di posti di potere occupati dai colleghi uomini. A confermare l'esistenza di questo tetto di cristallo stavolta è un rapporto diffuso dal Center for american progress e intitolato proprio The women leadership's gap.

L'analisi, firmata dalla giornalista Judith Warner, esperta in questioni di genere, si riferisce al territorio degli Stati Uniti. Qui, spiega Warner, le donne costituiscono la maggior parte della popolazione: il 50,8 per cento. Sono le donne che sono iscritte a quasi il 60 per cento dei corsi di laurea e di master, che si aggiudicano il 47 per cento delle lauree in legge, il 48 per cento di quelle in medicina, e oltre il 38 per cento dei master in business e management. Sono sempre queste a rappresentare il 47 per cento della forza lavoro statunitense e il 49 di quella nel settore dell'istruzione universitaria e a ricoprire più della metà dei posti di lavoro di livello professionale. Eppure, quando si tratta di occupare posizioni di potere e posti di comando gli uomini hanno ancora la meglio. Per fare un esempio, nel mondo accademico le donne sono solo il 30 per cento dei professori ordinari e il 26 per cento dei presidenti di college. Le stime sono decisamente più scoraggianti se si considerano le afroamericane.

Mentre alla fine del ventesimo secolo si è assistito a consistenti miglioramenti nell'avanzamento di carriera delle donne, negli ultimi anni la situazione si è stabilizzata, spiega il rapporto. Inoltre, l'immagine della donna sullo schermo è ancora creata, nella stragrande maggioranza, da uomini, perché le donne in posizione di registe, sceneggiatrici, editrici, direttrici e produttrici di film e fiction televisivi sono solo il 17 per cento, e le ideatrici dei programmi televisivi sono solo il 27 per cento.

Anche in politica, dopo i successi degli anni '80 e '90 si è assistito a uno stallo di donne elette al Congresso e in alcuni casi a una regressione del numero di donne elette nelle legislature statali. Se si considerano i vari settori nella loro varietà, si può dire che la posizione dirigenziale delle donne rimane bloccata tra un 10 e un 20 per cento. Inoltre, il loro potere di rappresentanza in politica e nei media è fermo a un 18 per cento. A questi ritmi, azzarda il rapporto, la stima è che bisognerà aspettare il 2085 per avere il raggiungimento della parità nei ruoli chiave di leadership tra uomini e donne negli Stati Uniti.

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Osservatorio Balcani e Caucaso
29 09 2015

La Turchia accoglie attualmente più di due milioni di profughi siriani ma non concede loro lo status di rifugiati. Questo e la dura vita che conducono li spinge a tentare la strada verso l'Europa
È durata dieci giorni l’odissea dei profughi siriani che, dalla frontiera turca, hanno tentato senza successo di passare in Grecia. Gli ultimi, circa cinquecento persone rimaste ad Edirne, nel palazzetto dello sport asseganto loro dal prefetto della città, hanno lasciato la città tracia giovedì mattina. I più tenaci hanno opposto resistenza qualche ora in più alle forze dell’ordine che li volevano sui pulmini pronti a partire, e sono stati condotti nel centro di espulsione di Edirne. Di quelli che hanno accettato di andare via spontaneamente, una parte è tornata nelle località di provenienza, altri si sono diretti verso la costa egea, dove ogni giorno decine di profughi tentano di raggiungere le isole greche via mare, rischiando la vita.
Speranze via terra
È stata proprio l'accresciuta consapevolezza del pericolo della traversata via mare a portare i migranti a intraprendere una nuova rotta verso l’Europa. Un pericolo di cui l’immagine del piccolo corpo di Aylan Kurdî di Kobane, gettato sulla spiaggia dalle onde nelle vicinanze della località turistica turca di Bodrum, lo scorso agosto, è diventato un simbolo a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), sarebbero almeno 224 le persone che hanno perso la vita dall'inizio del 2015 tentando di attraversare l’Egeo. Lo scorso 20 settembre, un'altra imbarcazione di fortuna è affondata al largo dei Dardanelli, causando la morte di 13 adulti e di un bambino.

La rete openeurope
OBC fa parte della rete transnazionale di media e ONG promossa da Mediapart.fr per raccontare le storie di migranti e solidarietà in Europa. Anche su Facebook e Twitter
Ma a incoraggiare i profughi a tentare la “via di terra” sono state anche le recenti dichiarazioni del governo tedesco, che si è detto disponibile ad accogliere diverse centinaia di migliaia di profughi. Lunedì 14 settembre, col passaparola diffuso tramite i social media, centinaia di profughi hanno cominciato ad affluire ad Edirne, nella Tracia turca, con l’obiettivo di passare in Europa. Molti sono arrivati in città con i pullman, altri a piedi, attraverso l’autostrada, altri ancora sono rimasti bloccati alla stazione dei pullman Bayrampaşa di Istanbul.
Le autorità turche hanno ingiunto alle società di trasporto di non vendere biglietti ai siriani. E nell’ultima settimana, i profughi che hanno tentato di resistere alle pressioni avviando anche uno sciopero della fame, sono stati gradualmente “convinti” a lasciare gli accampamenti. Ma a chiudere definitivamente la porta alle speranze dei profughi di Edirne, sembra essere stata la decisione finale del Consiglio europeo di ridistribuire i 120mila migranti già presenti sul territorio europeo, che ha di conseguenza sbarrato la strada ai nuovi arrivi.
Tornare alla “vita normale”

Venerdì scorso, anche il premier Ahmet Davutoğlu, che aveva ricevuto i rappresentanti dei gruppi di siriani in attesa a Istanbul e ad Edirne, li aveva esortati a “tornare alla vita normale”. Ma forse è proprio a causa della “vita normale” condotta dai siriani in Turchia che moltissimi cercano di arrivare in Europa. Una vita dove l’integrazione effettiva nella società risulta limitata per vari motivi, primo fra tutti per il fatto che Ankara non riconosce ai profughi lo status di rifugiato.
Negli ultimi quattro anni Ankara ha accolto oltre due milioni e 200mila profughi, destinando loro una spesa di oltre 6 miliardi di dollari ed allestendo 24 campi di accoglienza in dieci province al confine con la Siria. Tuttavia, i profughi (non solo quelli siriani, ma tutti quelli che arrivano dall’Est), per via della riserva geografica posta dalla Turchia alla Convenzione di Ginevra del 1951 - di cui Ankara è firmataria - non possono vedersi riconoscere lo status di rifugiato, ma vengono invece definiti “ospiti”. Si tratta quindi di persone che, secondo una normativa del 2014, si trovano sotto “protezione temporanea”.
Come sottolineano studi recenti sulla questione, la “protezione temporanea” permette ai profughi di avere accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e agli aiuti sociali, ma non un permesso di soggiorno valido a tutti gli effetti. “La legislazione attuale affronta la questione dei siriani come un problema transitorio e non mira ad adottare un approccio basato sul riconoscimento dei diritti”, afferma la studiosa Zümray Kutlu.
Diritti (solo) sulla carta

Spesso è anche il groviglio burocratico a impedire agli “ospiti siriani” di accedere ai servizi offerti loro dalle autorità, e non ultimo l’ostacolo linguistico. A parte i circa 250mila profughi insediati nei campi, che godono in maniera diretta delle agevolazioni dello stato, circa 2 milioni di siriani devono organizzare la propria vita autonomamente. Dal lavoro all’istruzione, fino ad arrivare alla sanità alcuni diritti concessi nella teoria, non sembrano trovare però un riscontro nella realtà.
La normativa attuale non agevola l’inserimento dei siriani nel mondo del lavoro. Ottenere un permesso di lavoro, possibile a livello teorico per i profughi regolarmente iscritti al database del governo e solo per alcuni ambiti lavorativi stabiliti dal Consiglio dei ministri, nella vita reale risulta quasi impossibile. La conseguenza è che molti siriani sono costretti a lavorare in nero, sfruttati e con paghe che risultano ridotte fino all’80% rispetto a quanto percepito da un cittadino turco per lo stesso tipo di attività. E si tratta di una situazione che coinvolge anche i minori.

L’istruzione dei bambini siriani è un altro problema importante. Diversi studi indicano per i bambini che vivono fuori dai campi un tasso di scolarizzazione che si attesta tra il 14% e il 17%. E anche per l’accesso alla sanità, anche se i servizi di base sono garantiti e gratuiti per i cittadini siriani registrati nella banca dati governativa, gli stessi profughi denunciano che l’approccio dei singoli ospedali tende ad essere variabile e soggettivo.
“Nessuno è più sicuro in Siria”
E mentre nelle città altamente popolate come Istanbul l’integrazione risulta più facile, nei centri più piccoli si registrano fenomeni di intolleranza. I siriani vengono ritenuti responsabili per l’aumento dei prezzi degli affitti e della penuria di lavoro – visto che accettano di lavorare per meno. “I siriani non vogliono prendere gli autobus e parlare in arabo per paura di esporsi”, spiega Şenay Özden, attivista e ricercatrice sul campo che fino a pochi giorni fa si trovava nel quartiere Basmane di Izmir, altra località centrale per le partenze dei profughi verso la Grecia.

“Una novità che ho notato”, ha spiegato la studiosa in un’intervista ad Açık Radyo riguardo ai profughi che si trovano in quell’area, “è che molti siriani – ma ci sono anche numerosi pachistani, iracheni, egiziani, etiopi e altri ancora – risultano giunti da poco in Turchia, e da regioni come Damasco o dalle zone costiere che si trovano sotto il controllo del regime siriano. Quindi non fuggono perché si trovano sotto la sua minaccia. Molti sono dipendenti statali e hanno lasciato il posto fisso per venire qui. Questo dimostra che oramai nessuno di sente al sicuro in Siria”, ha aggiunto.

Mentre il numero dei profughi presenti in Turchia sembra ancora destinato a crescere la Commissione europea ha annunciato lo stanziamento di fondi destinati ad Ankara per facilitare l’accoglienza dei profughi al di fuori dai confini dell’UE. L’intenzione, anche alla luce dell’Accordo di riammissione siglato nel 2013 tra Ankara e Bruxelles (dal quale la Turchia si aspetta in cambio la libera circolazione dei propri cittadini in Europa), sarebbe quella di far sì che i profughi restino all’interno del territorio turco, utilizzato come una sorta di “zona cuscinetto”. Ma quanto queste misure potranno servire ad aiutare i profughi che vivono fuori dai campi ad integrarsi nella società turca, resta l’interrogativo più grande.

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