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Vivere ancora con mamma e papà

  • Lunedì, 30 Marzo 2015 12:59 ,
  • Pubblicato in L'Inchiesta
Anna Ditta, The Post Internazionale
29 marzo 2015

In Italia il 46.6 per cento dei giovani adulti vive ancora con i genitori, un fenomeno in crescita anche negli altri Paesi europei. In Europa sempre più giovani tra i 25 e i 34 anni vivono a casa dei genitori. Quartz ha pubblicato un grafico sulle statistiche dei Paesi dell'Unione Europea dove il fenomeno è più diffuso. L'Italia ha il quinto posto in classifica, dopo Slovacchia, Bulgaria, Grecia e Malta.

Un paese di disoccupati e workaholic

Il tempo, ecco la nostra ricchezza, ed ecco il tema ignorato: c'è qualcuno che sta rubando, anzi comprando, il nostro tempo. Non in un film, non in un futuro, ma qui, ora. Noi, complici, ci facciamo troppo raramente la domanda giusta, che è diventata un tabù: valgono di più i soldi o il tempo di vita? Per questo siamo sempre lì, al pane e alle rose, e questo pezzo può aprirsi con l'intramontabile slogan nato dalle parole di Rose Schneiderman, sindacalista, femminista e socialista. "Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere, il diritto alla vita così come ce l'ha la donna ricca, al sole e alla musica e all'arte". 
Marco Craviolatti, Left ...

Lavoro, meno chance per le donne

Gli imprenditori brianzoli preferiscono gli uomini. Quando si tratta di lavoro, sembra che manager e capitani d'azienda in riva al Lambro serbino un occhio di riguardo per il presunto sesso forte. L'inatteso risvolto maschilista è emerso da uno studio presentato ieri mattina dalla Camera di commercio sui livelli occupazionali in Lombardia e in Italia, dove invece pare che le donne godano di un trattamento più meritocratico. 
Riccardo Rosa, Corriere della Sera ...

Minima et Moralia
05 03 2015

Proprio in questi giorni David Folkerts-Landau, capo economista di Deutsche Bank, ha ammesso che “per tenere unita l’eurozona abbiamo sacrificato un’intera generazione”. Nella sua durezza, per niente attenuata dal proposito di sincerità, l’affermazione si commenta da sola. In tutta Europa, e particolarmente nei paesi dell’Europa mediterranea, l’emergenza occupazionale si intreccia oggi con la questione generazionale in una misura che non ha precedenti nel dopoguerra. Per chi ha meno di quarant’anni la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, corrispondente agli studi fatti e alle aspettative maturate, si rivela spietatamente difficile.

Come assicurare maggiore occupazione in settori a elevata specializzazione come le industrie culturali e creative? Questa è una buona domanda se cerchiamo di capire quali possano essere le migliori politiche educative e di sviluppo. Discutiamo spesso di “innovazione”, talvolta in modo confuso o vagamente messianico. Ma davvero l’”innovazione”, meglio se dirompente, risolverà tutti i nostri problemi? Vediamo di stabilire alcuni capisaldi.

In primo luogo. Non è chiaro cosa intendiamo per innovazione culturale. Per taluni, interessati a indagare i processi psicobiologici che stanno dietro alla Grande Creatività, “innovazione culturale” è sinonimo di “innovazione cognitiva”, cioè di intuizione e scoperta – i “momenti Eureka” di cui parlano gli scienziati. Per altri invece, più attenti alla dimensione socioeconomica, “innovazione culturale” significa “innovazione sociale in ambito culturale”. Ci riferiamo in questo caso alle piccole o piccolissime imprese (o start up) attive nel settore culturale e ai mutamenti (che la transizione digitale, ma non solo, introduce) nel consumo, nella circolazione e nella trasmissione di contenuti culturali. I due punti di vista (psicologico e socioeconomico) sono molto diversi, e non necessariamente collegati tra loro.

In secondo luogo. Circola un equivoco dannoso: meglio fugarlo. L’impresa culturale non è di per sé culturalmente innovativa. Al contrario. Al pari di una qualsiasi altra impresa, può mancare di risorse materiali e immateriali e ignorare del tutto l’innovazione di prodotto (o di servizio). Accade nell’ambito delle imprese culturali che si occupano di servizi al patrimonio: costituiscono non di rado un opaco sottobosco di microrendita e relazione. In generale: l’impresa culturale soffre per lo più dei limiti (di capitale umano, economico e sociale) di cui soffrono le piccole e piccolissime imprese italiane. A queste condizioni è impensabile investire in Ricerca e Sviluppo: l’impresa è sì “culturale”, ma i “contenuti” non sono per niente innovativi.

Come agganciare innovazione sociale e innovazione cognitiva (o mondo della ricerca istituzionale nelle sue componenti virtuose)? Questa è una seconda buona domanda. I due mondi in Italia sono socialmente separati: la difficoltà di costruire ponti non è dunque trascurabile. È tuttavia importante che ricercatori universitari e early careers (provenienti in primo luogo dalle scienze umane e sociali) siano spinti a partecipare attivamente alla costruzione (e alla formazione) di nuove comunità imprenditorial-culturali e di ricerca extra-accademica oltreché a processi di qualificazione del Terzo Settore. Ed è non meno importante, per la maturità civile di noi tutti, che le agenzie formative, in primo luogo scuola, università e media, possano confrontarsi produttivamente con i movimenti per rinnovare agende di ricerca e criteri di valutazione. In un mondo perfetto, dunque molto lontano da qui, autoimprenditorialità e formazione permanente compongono le due parti di un intero.

Si è osservato che i vertici accademici italiani si comportano spesso come apparati di partito: chiudono l’università al suo interno cingendola di mura impenetrabili, ancorché immaginarie. E che dire di una buona parte della dirigenza di tv e giornali mainstream? Ripetizione dell’identico e vincoli di fedeltà vincono di gran lunga sulla curiosità o l’indagine. Dobbiamo senz’altro proporci di combattere questo atteggiamento sterile, che allontana e depaupera; e sfidare istituzioni senescenti sul piano di un civismo radicale. Immaginiamo dunque nuove istituzioni educative, scientifiche e giornalistiche. O meglio impegniamoci in modo concreto, nell’azione quotidiana, nella ricerca, nella comunicazione, per pretendere che le istituzioni esistenti si aprano durevolmente alle “minoranze vitali” e alle energie più innovative del paese.

Michele Dantini

Parità di salario uomo/donna? No. Più ricchezza per tutti!

  • Giovedì, 26 Febbraio 2015 11:45 ,
  • Pubblicato in Flash news



E’ il biocapitalismo che rende i corpi delle donne succubi di un progetto utile alla natalità delle nazioni, mentre i figli delle zone povere vengono tenuti lontani a far gli schiavi nei propri territori, per conto di organizzazioni e imprese dell’Occidente ricco, e sono i soldi l’unico interesse di chi esige che le donne restino in casa ad adempiere ai ruoli di cura, perché in ogni nazione che si rispetti, dove la scelta governativa è stata quella di smantellare lo stato sociale, in favore di privatizzazioni e speculazioni selvagge sui servizi, le donne sono, oggi più che mai, l’ammortizzatore sociale per eccellenza.

Se non lo sono nei propri Paesi quei corpi sono obbligati a migrare e vengono schiavizzati, con la promessa di un futuro migliore, per badare ai figli e ai vecchi delle emancipate signore occidentali. Se la parità di salario, mentre il lavoro manca per tutti, viene rivendicato per le donne “americane”, ci sono tante donne provenienti da altri Paesi, le messicane, le peruviane, le russe, le ucraine, le mediorientali, le nordafricane, che sono lì apposta a crescere i figli delle altre.

La schiavitù dei corpi delle donne oggi comincia da questo e mi sembra ipocrita che proprio chi ha in mano il destino economico delle nazioni povere, scegliendo quella a cui destinare i fondi anziché no, ovvero chi determina le condizioni affinché vi siano donne obbligate a migrare, a mollare le proprie famiglie, i propri figli, come le donne vittime della tratta ottocentesca, parli oggi di parità di salario.

Prima di questo c’è da sistemare la parità dei diritti per chiunque, donne, uomini, persone. C’è da colmare il gap tra paesi poveri e quelli ricchi. C’è da rimettere a posto il mondo intero affinché la ricchezza di uno non diventi la povertà dell’altra. Perché io, donna, non voglio essere alibi, complice, a legittimare lo scempio che distrugge la vita di tante persone nel mondo. Io non voglio essere lo strumento che alcune donne, quelle che stanno in cima ai luoghi di potere economico del mondo, hanno il potere di usare, così come usano le belle e nobili cause, per farci dimenticare che tra me e loro, tra me precaria e donne come la Lagarde, c’è una differenza abissale. Si chiama differenza di classe, prima di ogni altra cosa.

Di questa differenza non è di moda parlare la notte degli Oscar e neppure nei discorsi della capa dell’Fmi. Allora io non trovo ci sia nulla di fantastico in quel che ho ascoltato e letto in questi giorni a proposito di presunte parole femministe in bocca a chi le avrebbe pronunciate in luoghi altrimenti inaccessibili. Perché il femminismo, così pronunciato, è un brand. Quelle parole d’ordine sono state scippate ad una lotta vera, decontestualizzata da una più ampia battaglia per la parità di diritti economici per tutti, per essere rivisitate per dare una immagine positiva delle strutture di potere che impoveriscono il mondo.

Perché “donna” è un brand e la cosiddetta lotta per la parità è diventata un circo buono per speculazioni di ogni tipo. Una meta assistenzialista in cui le donne ricche fanno neocolonialismo nei confronti di donne povere, senza sapere che i soldi che si trovano a gestire sono spesso macchiati di sangue. Come il denaro che si guadagna per le ricostruzioni delle città bombardate, o quello che si guadagna grazie alle risorse fottute a chi è più povero.

Potete perciò tenervi la parità di salario, perché qui stiamo al livello in cui né gli uomini e né le donne hanno un lavoro. Non c’è stipendio e se anche ci fosse non sarebbe equo per nessuno. Semmai l’equità è da stabilire tra chi si arricchisce massacrando i diritti dei lavoratori, con la complicità di governi che fanno schifo, e chi produce ricchezza con il sangue e il proprio sudore.

Rivoluzionario, perciò, oggi sarebbe dire “più ricchezza per tutti”, perché se tutti possono contare sulla ricchezza, e non, così come ho sentito nel discorso di Patricia Arquette, giusto le donne che danno “il dono della vita”, a valorizzare ancora una volta solo la capacità riproduttiva delle donne, avremmo tutti di che campare, nutrirci e stare bene. Tutti. Non solo le donne.

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